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Aa.Vv.: Danza Meccanica – Italian Synth Wave 1982-1987
(LP - Mannequin/In The Night Time, 2009).
Mai come ora è alta l'attenzione verso la musica italiana indipendente degli anni '80. Basti pensare all'incredibile (e meritatissimo) successo che Neon e Diaframma stanno riscuotendo di questi tempi. Varie sono le etichette che hanno intrapreso la strada del recupero delle opere del periodo, tra cui la Spittle Records nonché la In The Night Time. E proprio da quest'ultima, in collaborazione con l'eccellente mail order Mannequin, che viene licenziata questa interessante compilation. Si tratta di un album di forte richiamo per i collezionisti, essendo stampato in sole 500 copie numerate su vinile (anche se si vocifera di una prossima e imminente riedizione su CD). Danza Meccanica è un compendio di alcune delle formazioni "minori" del periodo, quelle che magari sono sparite senza aver pubblicato nemmeno un singolo ma giusto qualche demo in cassetta. É tra queste proposte che si annidano spesso delle vere e proprie chicche. Sono infatti felicissimo di aver riascoltato i Chromagain, autori nel 1985 del valido mini-album Any Colour You Like o i Janitor of Lunacy, una band di cui si sentiva molto parlare giusto in quegli anni per via di un EP che sarebbe dovuto uscire per la Supporti Fonografici ma che apparentemente non ha mai visto la luce del giorno. Non vanno dimenticate comunque le altre band qui raccolte, dai validi Xno, a Tommy De Chirico con le sue atmosfere spleen-wave fino agli ottimi Vena in cui militava un certo Stefano Tocci che i lettori di Ver Sacrum conoscono bene con il monicker S*Tox… Un po' troppo pop per i miei gusti (tra i Japan più leggeri e gli Heaven 17 per intenderci) sono invece i Monuments. Cosa dire di più? Giusto che fa un po' di tristezza ascoltare gruppi di oltre 25 anni fa che suonano più interessanti e pieni di cose da dire di tanta, troppo roba che esce di questi tempi. E purtroppo queste non sono le farneticazioni del "reduce" ma la sincera amarezza di un amante della buona musica oscura, ahimé oggigiorno sempre più frustrato…
Web: http://www.myspace.com/danzameccanica.
(Christian Dex)
Aa.Vv.: Scriptum
(Distribuzione Digitale - Inchiostrum Records, 2010).
Questa compilation della Inchiostrum Records è stata pubblicata online in maniera completamente gratuita. Potete ascoltare i brani in streaming o scaricarne gli MP3. Le tracce, in realtà, sono delle versioni editate, tuttavia è un'iniziativa lodevole. Interessante l'apertura degli Astral Lueur, che fa partire la compilation col piede giusto. Molto canonici - e fin troppo minimali - i brani di Dark Caves, Ignis Divine e Neustrasse, davvero troppo anonimi. Meglio il "Solsticio" di Old Village, pur essendo quest'ultimo un brano dal suono piuttosto amatoriale, e Snowfade, che firma il brano più riuscito della raccolta. Il brano di Somnifera Profunda è carino, sembra uscito fuori da un horror anni '80, peccato solo per quei brutti cori tastierati. Belli invece il giochino neoclassico di The Secret Art e la chiusura con la "Morning Soul" di Wulgata. In definitiva è una raccolta discreta, ma il fatto che sia gratuita depone decisamente a suo favore. Da provare.
Web: http://www.archive.org/details/Scriptum_285.
(Softblackstar)
Access Zero: Living in transition
(CD - A Different Drum/Audioglobe, 2010).
Gli Access Zero sono un quartetto proveniente da Phoenix, Arizona; la band nasce nel 2006, ma un paio dei suoi membri vantano già esperienze con band elettro-industrial americane come The Azoic e Dubok. Dopo aver realizzato un singolo disponibile in download, gli Access Zero esordiscono su A Different Drum con questo Living in transition, un discreto disco che suona molto "americano", sviluppando sonorità elettro-industrial che ricordano in primis gente come Assemblage 23, Imperative Reaction e System Syn. Una buon equilibrio tra ritmo e melodia è quindi alla base delle undici tracce del disco, tra cui una cover di "Tainted Love" (che scelta originale, eh?), per un lavoro che scorre in maniera piacevole e che pur senza far gridare al capolavoro, merita un buon voto. Tra i brani da ricordare, su tutte "Years of wasted time", una sorta di manifesto future-pop, in cui ritmo e melodia convivono ottimamente; poi "Broken", "Going nowhere" e la piu' introspettiva "Let it go", dove troviamo nelle vesti di ospite Rian Miller, ex Flesh Field.
Web: http://www.myspace.com/accesszero.
(Candyman)
Across The Rubicon: Who Doesn't Listen To The Song, Will Hear The Storm
(CD - Rage In Eden, 2010).
C'è da dire che Across The Rubicon vale molto di più della somma delle singole parti (Cold Fusion e Rukkanor), dalle quali prende solo il meglio. Con questo secondo capitolo conferma quanto di buono fatto fino ad ora, ovvero industrial marziale per eccellenza, dal taglio molto cinematografico grazie alle onnipresenti orchestrazioni, e dalla qualità media piuttosto elevata, tanto da poterlo ormai considerare un nome di punta della scena.
Stavolta il tema è la guerra del '14-18, con brani come "Gallipoli" che ci portano direttamente sul campo di battaglia con esplosioni e suoni di mitragliatrici. "Aut Vincere, Aut Mori" è un brano dal taglio più malinconico, che insieme a "A Moth To A Flame" raggiunge le vette più drammatiche. Il mood preponderante nel disco, tuttavia, è quello di "Here Dead We Lie", dai colpi secchi e precisi.
È un album canonico nell'impostazione, è esattamente quello che ci poteva aspettare, ma saprà soddisfare gli irriducibili del genere e qualche sporadico curioso.
Web: http://www.rageineden.org.
(Softblackstar)
The Archetype: The fallen grace
(CD - Lost Sound Records/Self, 2010).
Le aspettative da molti manifestate (me compreso) nei confronti di questo giuovine quintetto italico sono ben riposte. The fallen grace affonda le proprie (già salde) radici nel fertile humus cosparso nel corso della sua onorata carriera dagli Opeth, prendendo le mosse dai capolavori rilasciati a Akerfeld e compagni ed irrorandoli con abbondanti dosi di un temperamento delineato. “The fall” e l’intro new-prog di “Parasites”, come le cangianti atmosfere sonore di “Ghost” dimostrano che i libri di testo possono essere tranquillamente riposti nei loro scaffali, in attesa magari di venir consultati, solo per un rapido ripasso, più avanti, chissà, da ora la ricerca di un percorso artistico ancor più personale può aver principio. Le basi per un futuro radioso sono evidenti, si ascolti la magnifica “Ethereal”, song che cresce lambendo vette di ispirato lirismo, ma l’intiero The fallen grace riserva numerosi motivi di giustificata soddisfazione anche a chi cultore di questi specifici suoni non lo è, accontentandosi di ascoltare solo buona musica. Progressive/dark/metal una volta tanto sono termini che non vanno spesi con affettata enfasi, designando solo alcune delle coordinate stilistiche che intersecano questa pregiata release. I protagonisti, ora, per una meritata citazione: Giordano Bruni ed Alessandro Italiani alle chitarre, Niccolò Falciani al basso, Gianluca Rossi alle voci, produzione (e tastiere) di Marco Ribecai, mastering di Goran Finnberg. Eccellente l’artwork per un’opera professionale da qualsisia punto di vista la si
(Hadrianus)
Autodafeh: Identity Unknown
(CD - Sigsaly Transmissions/Audioglobe, 2010).
A qualche mese di distanza dal pregevole mcd Re:lectro, ecco il secondo full-lenght per gli Autodafeh, band svedese che anche in questo nuovo lavoro palesa la sua devozione per l'ebm "old school" e per i Front 242 in primis (tra l'altro, Daniel B. è presente in qualità di remixer della conclusiva "DWF"). Identity Unknown si articola in tredici episodi di pulsante ebm su cui l'ingombrante figura del colosso belga si staglia in maniera prepotente, ma nonostante l'assoluta mancanza di originalità (in certi brani siamo al limite del plagio), gli Autodafeh sanno farsi apprezzare ed il disco risulterà entusiasmante per chi ama queste sonorità. In un disco assolutamente godibile, spiccano brani come "Love, Hate and Pain" (qui sono i Nitzer Ebb l'inevitabile figura di riferimento), "Divided we fall", la title-track e "Fake". Disco "muscolare" come il genere richiede, Identity Unknown è un disco brillante e godibile seppur non certo originale.
Web: http://www.myspace.com/autodafehmusic.
(Candyman)
Blume: Rise from grey
(CD - A Different Drum/Audioglobe, 2010).
E' un vero piacere poter spendere delle belle parole per un'altra band italiana. I Blume sono una delle piu' recenti rivelazioni della scena elettro-pop nostrana ed esordiscono su una label di livello come A Different Drum, con questo pregevole Rise from grey, un album di ottima fattura, che ci offre dieci episodi a cavallo tra elettro-pop e darkwave. L'album è caratterizzato da musiche ed arrangiamenti veramente ottimi, su cui spicca la bella voce di Enrico Filisetti (già voce dei TourdeForce); diverse le influenze riscontrabili nelle varie tracce del disco: "Endless" (vera gemma dell'album, classico caso di brano che da solo varrebbe l'acquisto del cd) mi ha ricordato alcune cose dei Covenant, "It's not enough" ha dei passaggi di chitarra che potrebbero rimandare ai Cure e poi ovviamente non si può sfuggire alla costante figura di riferimento dei Depeche Mode. I dieci brani di Rise from grey (con due strumentali poste in apertura e chiusura) sono tutti molto validi ed alternano momenti piu' frizzanti e prettamente elettro-pop ("Der Einzige") ed altri piu' malinconico-intimisti ("Desperate love") per quello che si rivela come uno dei migliori debut-album di questi tempi, disco che sorprende in positivo per la validità dei brani e per il livello del songwriting. Per chi apprezza l'elettro-pop e la darkwave si tratta di un disco assolutamente consigliato.
Web: http://www.myspace.com/blumeofficial.
(Candyman)
De/Vision: Popgefahr
(CD - Popgefahrmusic/Audioglobe, 2010).
Ennesimo album (e primo sulla label da loro stessi fondata) per i De/Vision, band sinonimo di synth-pop di chiara influenza "depechemodiana", che anche stavolta non si smentisce, con un album che nel bene e nel male, non riserverà sorprese a fans e detrattori del duo tedesco. Popgefahr è quindi il "solito" album dei De/Vision, sinonimo di synth-pop gradevole e rassicurante, che nel caso specifico trova i suoi momenti migliori in brani come "Time to be alive" e "Rage" (le similitudini tra questo brano e "Wrong" dei Depeche Mode" sono piuttosto palesi!) e che per il resto scorre senza riservare particolari sussulti, nè in positivo, nè in negativo; preparatevi quindi a brani melodici, che alternano momenti piu' ritmati con episodi maggiormenti malinconici (e che a volte sfiorano lo stucchevole). Disco discreto ma che al tempo stesso non dice nulla di nuovo, Popgefahr è destinato dopo qualche ascolto a scivolare nell'oblio ed a divenire solo uno dei tanti capitoli della discografia dei De/Vision.
Web: http://myspace.com/devisionmusic.
(Candyman)
Dperd: Io sono un errore
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2010).
A dispetto di un titolo così pessimista, Io sono un errore è davvero un gran bel disco. Fin dall'opener "Don't forget the mobile", strumentale che affonda le sue radici nei primi ottanta, profumando di wave ruspante. Un tuffo al cuore! Carlo Disimone e Valeria Buono (da anni mi tengono buona compagnia colle loro creazioni!) sfidano i presuntuosi acts britannici sul terreno a questi più congeniale, facendo loro la partita con ampio scarto. Su questi brani genuini, spontanei, affatto artefatti convergono il profondo lirismo di "Ho paura sai", la poesia crepuscolare di "Inverno" e la cruda denunzia aderente alla realtà della bonus-track "Democrazia e dittatura", splendido paradigma di sanguinolento post-punk. Dove altri mascherano evidenti imbarazzi compositivi con ridondanze moleste, se si bada al sodo, al nocciulo di una proposta, i Dperd sottraggono componenti uno all'altro, fino alla sublimazione dell'istessa sostanza: la canzone riportata alla sua essenza. Al suo nocciuolo, appunto. L'interpretazione di Valeria è appassionata ed appassionante, lontana dalla fredda recita della parte di propria stretta competenza, le ambientazioni sonore di Carlo empiono di suoni stanze disadorne, abbellendonle con misurata grazia, operando una sintesi perfetta tra scuola anglosassone ed esuberanza meditarrenea. Le origini indissolubili, di stile e di nascita, legate fra di loro in un fiocco di seta purissima. "In giorni lontani" cita con competenza gli Ataraxia, "Cold song" è piéce di stampo Projekt. Il passato dei Fear Of The Storm rifulge nell'attualità dei Dperd di Io sono un errore (seconda prova su My Kingdom Music dopo "Regalerò il mio tempo" del 2008), affidando ai nostri cuori un ensemble fra i migliori che possiamo vantare nel nostro Paese, dei quali possiamo, legittimamente, menar vanto!
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Fuck Buttons: Olympians
(10" - ATP Recordings, 2010).
Dopo il clamoroso successo di Tarot Sport, questo 10" è la prima uscita del duo anglosassone. "Olympians" è una bella traccia di noise elettronico melodico - pare un ossimoro, ma suona proprio così - che nei suoi undici minuti parte da un drone sorretto da beats e tastiere minimali per deflagrare in un mare di distorsioni. La seconda traccia è un remix della title track ad opera di J. Spaceman (Spaceman 3, Spiritualized) decisamente non all'altezza. Il brano è reso meno distorto e più morbido, con l'aggiunta in sottofondo di un costante crepitio di fiamme e di una specie di nenia aliena. Spariscono pure i beats e le distorsioni, lasciando solo un'ambient che davvero non rende giustizia all'originale. Altrettanto sottotono è il remix di "Rough Steez", per l'occasione eseguito da Alan Vega (Suicide), che spara beats più dance-oriented e canta, stonato come una campana, su una base che è pressoché identica all'originale. L'impressione che si ha è che i Fuck Buttons abbiano voluto chiedere dei remix a personaggi che hanno chiaramente influenzato il loro suono, e che questo sia più un disco per loro stessi che per noi. Peccato, perché visto i nomi in ballo poteva uscire fuori qualcosa di veramente spettacolare.
Web: http://www.myspace.com/fuckbuttons.
(Softblackstar)
Gemiti: Follia
(CD - Autoprodotto, 2010).
In pieno stile indus-metal è l'esordio dei Gemiti, un quartetto proveniente dalla Sicilia. La loro proposta coniuga una decisa base rock, con dei potenti riff di chitarra, a dei marcati arrangiamenti elettronici. Pur se molto derivativi, in particolare verso la musica di Marilyn Manson e in misura minore dei Rammstein, il gruppo esprime qui alcune buone idee, dalla bella musica di "Fredda" all'accattivante riff iniziale di chitarra in "Un'altra pelle". La produzione complessiva del disco non è però molto convincente e sicuramente con un lavoro di fino in "cabina di regia", magari sotto l'egida di un personaggio più esperto, la musica di Follia sarebbe stata alla fine più intrigante. In particolare talvolta risulta eccessivo il ricorso all'elettronica, tanto da avere l'impressione che nel lavoro sui suoni in fase di mixaggio il gruppo si sia fatto prendere un po' la mano nell'uso del computer. Se musicalmente comunque l'album fa segnare dei momenti di interesse quello che trovo deludente è invece la voce. Già le melodie vocali dei brani sono tutt'altro che indimenticabili (si ascolti ad esempio il ritornello di "Nuove Distorte Sensazioni"); Davide poi, al basso oltre che al canto, non ha una voce particolarmente potente e diventa quasi irritante nei momenti in cui imita in modo quasi pedissequo lo stile del già citato reverendo Manson. Anche i testi in italiano non brillano per originalità e certe rime baciate (si vedano "In trance" e soprattutto "Per non morire") sarebbero state a mio avviso da evitare. Molto curato comunque è l'artwork del CD, così come va fatto un plauso per il modo con cui il gruppo sta proponendo la propria musica su Internet ( Follia è in vendita in oltre 13 siti e servizi web!). Provateci ancora Gemiti, magari affrancandovi con più coraggio dai vostri numi tutelari e trovando un produttore in gamba che vi affianchi.
Web: http://www.myspace.com/gemiti.
(Christian Dex)
The Girl and The Robot: The Beauty Of Decay
(CD - Trisol/Audioglobe, 2010).
Arriva dalla Svezia questo progetto formato dalla vocalist Plastique e da Deadbeat ai synth; il loro atto d'esordio è The Beauty Of Decay, gradevole disco articolato in dodici tracce di elettro-pop minimale, dalle tonalità notturne e sensuali. Il disco scorre in maniera assai piacevole, permeato da atmosfere retrò e da un costante senso di malinconia, trovando in "Crash course in hate", "Please stay", "Whole" e "The Isle" alcuni dei suoi momenti migliori, ma si tratta comunque di un prodotto decisamente omogeneo che se non possiede episodi indimenticabili, non accusa nemmeno passaggi a vuoto. Per chi ama l'elettro-pop piu' minimale The Beauty Of Decay è un disco che può riservare soddisfazioni.
Web: http://www.myspace.com/thegirlandtherobot.
(Candyman)
In Silentio Noctis: Through fragments of Christianity
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2010).
Sympho/female/black metal dalla prolificissima Finlandia. Quartetto con alla voce la brava Armi Paivinen attivo dal 2006, si inserisce in un filone prossimo all’esaurimento; nemmeno una ragazza come vocalist è ormai una novità, non facile quindi far notare la propria presenza nel panorama estremo, quanto mai affollato. Una serie di bei pezzi (me ne sono annotati sette su dieci lunghi, in una scaletta che comprende pure una intro ed un intermezzo strumentali) riescono invero a suscitare un certo interesse, trattandosi di song curate nella struttura e nell’esposizione. “Libre Satanas”, “Advocatus Diaboli”, “Sinner’s lament” e “Funeral verses” gli episodi migliori (anche se dai titoli decisamente poco originali), sono certo che chi è alla ricerca di questo tipo di sonorità (la masterizzazione curata da Minerva Pappi ai rodati Finnvox ne accresce l’appeal) rimarrà ben soddisfatto da Through fragments of Christianity.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Interferenze: V1.1/V1.2
(CD - INT/Kizmaiaz/Audioglobe, 2010).
Immagine come mezzo di espressione. Non si può proprio scindere l'aspetto visuale da quello prettamente sonoro, riferendosi al duo fiorentino composto da Giacomo "Jac" Salani e da Luca Fucci, in circolazione dal 2006 e già autore di un EP. Il loro esordio coincise con la sonorizzazione di situazioni legate all'alta moda, e se a questi indizi se ne aggiungono altri, come la conclamata aderenza ai canoni estetici degli ottanta (nella citata opera prima coverizzavano "Fade to grey" dei Visage, e l'ombra onnipresente di Bowie incombe benevola sulle loro testoline), si avrà un quadro abbastanza netto, comunque parziale, della loro proposta. Parziale perchè in queste canzoni c'è molto di loro, della loro personalità che non va taciuta, come di scorie derivanti da altre identità prese a campione (i NIN?). Un ciddì doppio, un suicidio oggidì, quando tutto si affastella, file su file, in una memoria aggiuntiva a quella della quale siamo normalmente stati dotati (da Madre Natura), che trattasi di quella di un pc o l'altra del cellulare poco importa. Iconette anonime delle quali magari ci si dimentica tosto, per saturazione. Nel primo dodici pezzi espressi in lingua italiana, un percorso che ci porta attraverso "Sacrifici chimici", "Fuori tempo", "Fluido", "Punto di contatto", con i Bluvertigo magari a giuocare a nascondino fra le note (e fra i titoli), nel secondo cinque rivisitazioni in inglese più la cover geniale di "Immigrant song" del dirigibile Led Zeppelin, che poco ebbe a che spartire con la wave (ma che dico, e The Cult fin da "Dreamtime", e "Children" de La Missione? Sì, perchè c'è ancora qualche mio coetaneo che si intestardisce a negare l'influenza che Page, Plant & Co. esercitarono sui virgulti - chitarristi - di allora, come pure l'evidente infatuazione che molti in quell'epoca ebbero per i seminali Roxy Music, che Iddio li perdoni della loro stoltaggine!). Curioso ma voluto, la scaletta breve di V1.2 ripete all'incontrario quella di V1.1, in una sorta di percorso alla rovescia, circolare, che ci riporta sui nostri passi. Per il sottoscritto, da heavy rotation. Punto e basta.
(Hadrianus)
Liyr: Fragments Of Dust
(CD - Rage In Eden, 2010).
La Rage In Eden è nota per operare in ambito industrial dai connotati marziali, e il debutto dei francesi Liyr non fa certo eccezione. Rispetto alla media, i suoni sono molto metallici, e c'è una componente elettronica molto più marcata rispetto a quella neoclassica, che pure non manca. A parte questi dettagli, il disco può essere tranquillamente scambiato con un qualunque altro album uscito per l'etichetta. O del genere, fate voi. Ah, pare che Liyr sia il dio del mare secondo la mitologia celtica, e che tutto il disco sia influenzato da queste credenze. Ad ascoltare la musica, si fa fatica a capirlo. Forse sono gli orrendi coretti in loop di "Call Of The Ancient Souls" e di "De Profundis", o magari l'ancor più brutto vocione distorto di "Fragments Of Dust". Sarà, ma a me questo disco sembra solo banale.
Web: http://www.myspace.com/liyr.
(Softblackstar)
Llvme: Fogeira de suenos
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2010).
Un po’ di storia: dall’ampliamento del regno cristiano delle Asturie, nel periodo storico compreso tra i sec. VII e IX nacque la monarchia di Leon, la quale nel 1035 venne unita a quella di Castiglia. Tra le città più importanti di quella regione v’è Salamanca, sede della prestigiosa Università e di numerose metal-band, tra le quali si mette in bell’evidenza il quartetto dei Llvme, influenzato dalla tradizione folkloristica della sua terra natìa, che omaggia con una serie di track aderenti nello spirito più profondo al doom più in compromesso, arricchito dall’uso di violini ed altri strumenti tradizionali. E sopra tutto dalla lingua leonese, ulteriore tratto di distinzione di una proposta che gli ascoltatori open-minded non mancheranno di apprezzare. Certo che gli amanti dei codeste sonorità potrebbero rimaner spiazzati da episodi come “Vaqueirada” (un vero e proprio traditional declinato in black/doom), come pure dall’uso del citato violino (i rimandi ai My Dying Bride si esauriscono in pratica qui); l’intro strumentale “Llvme” spalanca le sue porte di ferro brunito e ci introduce in un ambiente obscuro, fumoso, solo apparentemente ostile. Un campo ove soldataglie stanche si concedono il meritato riposo dopo la battaglia, pronte a riprendere le armi contro gli Arabi invasori, ed ad ingaggiare l’ennesimo scontro nel nome della Cristianità. “L’Allumamientu del Feu” nei suoi tre tronconi (quello centrale è un intermezzo di nemmeno due minuti), la ferale “Llumeiru de Feu” e “Orbayu de Llume” rimandano ai primi Cathedral, ma anche al moloch Thergothon ed ai Saturnus, con apertura pianistiche spiazzanti nella loro arcana bellezza che segue (e precede) cotanto dolore, e pure ad entità geniali quali Negura Bunget (sono certo che l’opera di Hupogrammos, Sol Faur e Negru è stata studiata con attenzione dai quattro Llvme). Release sicuramente originale e coraggiosa!
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Mallory Switch: Mallory
(CD - GB Sound/Audioglobe, 2010).
E tre! Dopo Dperd ed Interferenze, sono i Mallory Switch a rimpolpare le file degli act nazionali che in quesi mesi stanno letteralmente monopolizzando le mie play-list! Le casse dello stereo rimbombano "Dirt" mentre digito queste mie: grande voce, scariche di adrenalina, melodia e cattiveria ben dosate. Rock'n'roll del nuovo millennio, futurista ed industriale, tra le avances shirleymansoniane di "Mother Earth" (come resistere al suo mellifluo ciondolare...) e le frustate di "You made my shitlist" (c'è pure molto dell' altro Manson in Mallory, siete avvisati!), "Evolution machine" che si scontra con "Business Television", ed è tutto bello, tutto perfetto, la produzione (interagisce Marco Trentacoste), il booklet, le canzoni, ovviamente, se mancano quelle che disco sarebbe, eppure quante pubblicazioni inutili prive proprio di song sensate continuano ad infastidirci? Rischiamo di non notare Mallory, e sarebbe un delitto, dei peggiori. Le pennate feroci di "Brand new world", l'angosciante e nera "Mumbling my time", servono ulteriori prove? Ah!, "Flow", ecco l' altro Manson! Il desco è apparecchiato a dovere, accomodatevi e suggete questa ambrosia sintetica, questo miele teknologiko, nettari dei quali non potrete poi privarvi. Rischiereste la morte per inedia, mica scherzi! Tradirei il mio spirito di entusiasta propagatore se non vi consigliassi, caldamente, questo dischetto e, per ora, ri-schiaccio il tasto play!
(Hadrianus)
Mantus: Demut
(CD - Trisol Music Group/Audioglobe, 2010).
E con questo sono otto. In matematica, l’ho già confessato, me la cavavo per il rotto della cuffia (leggasi sufficienze stiracchiate), ma fin qui ci arrivo. Dal 2000 il nostro amicone Martin Schindler ha messo in ordinata (teutonica precisione!) fila tanti ciddì, oltre ad un DVD ed all’immancabile raccolta. Se poi consideriamo gli EP (l’ultimo “Koenigreich der Angst” è recentissimo) e le produzioni a nome Black Heaven… Fermi qui, Demut è l’oggetto della mia dissertazione/dissezione, lasciamogli spazio. Chitarroni e melodie a braccetto, con “Vanitas” e “Fallen” è il loro lato più metallico e pesante a mostrarsi in tutta la sua possanza, per quello che sarà il tema conduttore di tutto il disco, dal punto di vista sonoro. Non un capolavoro, come la Trisol si è affrettata a sbandierare, un albo comunque formalmente impeccabile. Ecco, forse anche troppo, perché la sensazione già provata altre volte emerge netta anche da questi solchi ammantati di melancolia posticcia. Il mestiere non manca a Martin ed a Thalia (per inciso, gli episodi interpretati dalla vocalist paiono i più carenti di vitamine, sarà una mia impressione…), peccato che l’arte non venga messa sempre a frutto, e che la fantasia rimanga chiusa nel cassetto degli attrezzi.
(Hadrianus)
Noisuf-X: Excessive esposure
(CD - ProNoize/Audioglobe, 2010).
Quarto full-lenght per Noisuf-X, Excessive esposure riserva tutto ciò che si può attendere da un disco del progetto di Jan L.(attivo anche come X-Fusion, come tutti saprete); eccovi quindi serviti 14 brani di techno-elettro-industrial concepiti per il dancefloor e che solo in quel contesto possono avere un senso. Non nego di non apprezzare affatto questo genere di musica ed infatti l'ascolto del disco è stato per me un piccolo calvario, ma non posso esimermi dal rilevare che il progetto Noisuf-X riesce ottimamente in quello che è il suo unico scopo: far ballare gli amanti della deriva piu' technoide dell'elettro-industrial. Inutile a mio avviso citare qualche titolo in particolare, vista la ripetitività dello schema compositivo seguito da Jan, che non ha apportato nessuna novità al suo "modus operandi" e che ripete ovviamente la ricetta che lo ha imposto come uno dei piu' apprezzati musicisti di questo settore; se però non amate il genere o non siete un dj-elettro, mantenetevi a distanza di sicurezza da questo disco.
Web: http://www.myspace.com/noisufx.
(Candyman)
Richard Moult: Ethe
(CD - Deadslackstring, 2010).
Forse qualcuno di voi ricorderà di sfuggita il nome di Richard Moult. È membro del gruppo free-folk United Bible Studies, e ha già collaborato con gente del calibro di Current 93. Per un periodo lo stesso Tibet aveva annunciato che Moult avrebbe lavorato a una nuova versione dell'intero Soft Black Stars, della quale purtroppo non si sa più nulla da un paio di anni. Alla fine eccolo qui col suo nuovo album, registrato in una chiesa inglese per sfruttare al meglio il riverbero naturale. È una musica neoclassica dai toni gentili, ma via via che si prosegue con l'ascolto ci si rende conto che lentamente si avvia inesorabile verso territori più bui. La prima parte dell'album, denominata "The Five Daughters", è per solo pianoforte, la seconda aggiunge anche dell'elettronica in forma d'ambient rarefatta, che piano piano arriva a risucchiare tutto il resto nella traccia finale. A tratti, nella seconda parte, sembra di ascoltare una via di mezzo tra la neoclassica cameristica e il Tor Lundvall più ambientale e ombroso. Bello.
Web: http://www.myspace.com/richardmoult.
(Softblackstar)
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