|
:Golgatha:: The Waste Land
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2009).
Ristampa dovuta del secondo album dei :Golgatha:, originariamente autoprodotto e uscito in un numero di copie altamente limitato. Il suono è quello degli inizi, con le variazioni neofolk che qui sono appena appena accennate e senza la voce femminile che ha caratterizzato le ultime produzioni del gruppo. Ambient rituale, quindi, di buona fattura e piuttosto convincente. “Eternal Kali Yuga” è uno dei brani meglio riusciti, nel quale si sintetizza appieno quello che è il prototipo del suono del gruppo: una base ambient non troppo pesante su cui si innestano voci registrate e suoni sparsi, con percussioni in lontananza a suggerire quel sapore vagamente etnico-rituale. Alcuni brani vanno più verso un versante dronato e nebuloso (“Transmutation”), altri iniziano a flirtare con strumenti acustici (“Agonia/Invasion (V2)”, “March And Elegy (V2)”), che poi porteranno all'evoluzione che sappiamo.
Completano la ristampa due tracce pescate rispettivamente dalla colonna sonora di Saw II e dalla raccolta ... In The Crystal Cage.
(Softblackstar)
Aeterna: New Dawn
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2009).
Birthe Klementowski è una artista che ha già collaborato più volte con Cold Meat, sue sono infatti le copertine di molti dischi dell'etichetta svedese. Imbracciati gli strumenti assieme al suo compagno nella vita, si fanno chiamare Alpha e Omega e compongono questo pregevole New Dawn. Il disco gioca tutto sulla dualità - i due si alternano alle voci, e il tema della morte e della rinascita è preponderante - così come si nota una costante ricerca della spiritualità. Musicalmente invece il disco è piuttosto variegato; i riferimenti più diretti sono :Golgatha: (e infatti S. Marleni collabora con la sua chitarra in alcuni brani) e buona parte del carrozzone Cold Meat, non senza gettare uno sguardo alla vecchia scena che ruotava attorno alla World Serpent. Brani dall'andamento neofolk si alternano a passaggi di ambient ora più rituale e atmosferica ora più opprimente, ma il disco mantiene una sua coerenza interna che fa sì che non sembri tutto un patchwork di brani infilati a caso. È un buon debutto, non si grida al capolavoro, ma ci sono ampi margini di miglioramento che lasciano ben sperare.
Web: http://www.myspace.com/aeternaworld.
(Softblackstar)
All My Faith Lost...: Decade
(CD - Final Muzik, 2009).
Gli AMFL… sono autori di una musica composta ed elegante, commosse orazioni di quella disarmante semplicità che è la formula istessa della loro incomparabile beltà. Una serie di quadri che si susseguono in una galleria immersa nella penombra che esalta i loro chiaroscuri, bagliori improvvisi che squarciano il sudario neropece di una notte infinita, artica. La voce di Viola ingemma queste crepuscolari ballate come il luccichìo della brina sull’erbe, e con Federico (lo si ascolti con attenzione in una “Damnation” che lenta s’appressa alla nostra anima, dischiudendola ad un’Arte sopraffina, corolla di emozioni cangianti come i petali d’un fiore colto nel culmine della sua maturità), costituisce il cuore pulsante di questo ensemble aperto a collaborazioni che ne fortificano vieppiù il sentimento d’appartenenza ad una elite che si sottrae volutamente alla esposizione tronfia, prediligendo invece il riconoscimento di chi davvero vuole impegnare la propria coscienza nella ricerca della incontaminata purità. “Apart” è prece recitata in una chiesa di campagna, abbandonata dai suoi fideli, fra ceri spenti da tempi che nessuno più ricorda, polve che ammanta i banchi ed i paramenti d’un altare reso sbilenco dal tempo ed affreschi celebranti una Divinità trascolorata. Per essere un miniciddì di appena mezza ora scarsa di composizioni, Decade di armonia ne possiede! Come il titolo lascia intuire, somma i primi dieci anni di attività degli AMFL…, i brani sono tutti inediti ad eccezione di “Land’s End”, già ascoltata sulla compila “Tal mont de Lune”. Pubblica e distribuisce Final Muzik, che ne ha sempre sostenuto i colori (masterizzazione di Peter Andersson – Raison d’Etre, quivi non si celia…). Edizione limitatissima per le prime cento copie (ottanta per la vendita, da collezionisti!), con mini set di cartoline e due spillette del gruppo accluse. Ma pure quella normale in digipak non si/ci priva di nulla.
Web: http://www.finalmuzik.com.
(Hadrianus)
Apart: Winter fragments
(2CD - Final Muzik, 2009).
Telex dall’Universo Sonico. Apart è Francis Gri, già founding member degli All My Faith Lost… Winter fagments è uno degli album migliori/più belli realizzati da quel piccolo ma operoso (come un alveare, la musica sa essere dolce come il miele!) laboratorio che è Final Muzik. Un progetto che assomma due dischi finora unrealeased frutto dell’iper-attività del bravo Francis, “Fragments of a cold broken day” ed “A winter project…”, da qui il titolo, e così si chiude una prima fase artistica della sigla, principiata con “Across the empty night”. Ma veniamo alle arnie, ehm!, al contenuto: due orette (ci andiamo vicini…) di musica melancolica, sublime, eterea, ambient che si fonde nella dark wave più intimista, passi soffusi nella notte , un doppio cdr in-di-spen-sa-bi-le per tutti coloro che hanno amato (e che amano, perDio!) Cocteau Twins, primi Black Tape For A Blue Girl, ed apprezzano gli esperimenti di Labradford e di Stars Of The Lid. Diciotto brani prevalentemente istrumentali equamente suddivisi nei due piattini, operano la destrutturazione del pentagramma Francis Gri (musiche ed arrangiamenti), Daniele Crovato (voci), Lilium (voci muliebri), Martina Bertoni (cello) e Maximilian Bremer (batteria). Ovviamente solo in edizione strettamente limitata di 175 copie (150 per la vendita), da ordinare subito a FM!
Web: http://www.finalmuzik.com.
(Hadrianus)
Black Sun Productions & Bahntier: Enoeraew
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2009).
La cooperazione tra Black Sun Productions (Massimo & Pierce) e Bahntier (Stefano Rossello) ha inizio nel 2006, ma solo ora si concretizza in Enoeraew, disco che comprende brani composti nel corso di questi anni e rielaborati per l'occasione e materiale assolutamente nuovo. Si tratta di un disco in cui le sperimentazioni di Black Sun Productions incontrano l'elettro-industrial di Bahntier, per quello che risulta essere un rituale articolato in undici tracce di musica sperimentale, un percorso onirico che si snoda attraverso sonorità ipnotiche e brani che si concentrano su temi come il desiderio, la magia e la morte. Un disco non facile da descrivere e da catalogare, ma indubbiamente affascinante e che risente dell'influsso dei Coil. Tra i migliori brani, citazione per "We are here" e per la cover di "Sweet home under white clouds" dei Virgin Prunes.
Web: http://www,myspace.com/enoeraewproject.
(Candyman)
Blue Velvet: Rotation
(CD - Breakdown Records, 2009).
I Blue Velvet nascono a Torino nel 1999 dall'incontro di Dough e Andy; i due creano il progetto ispirandosi a bands come Nine Inch Nails, Ministry, Einstuerzende Neubauten e alla scena industriale in genere. Con il successivo arrivo di Malcom 11 e DarkendDawn la line-up si assesta nel suo assetto definitivo ed i Blue Velvet realizzano nel 2006 il loro primo album The Third, uscito per Koldfinger e ben recensito dai media. Tre anni dopo (con numerosi concerti all'attivo), la band passa alla Breakdown Records, per cui realizza Rotation, le cui nove tracce sono remix dei brani già inclusi su The Third. Il disco spazia tra elettro-industrial, breakcore e techno body music; sin dall'iniziale "Without soul" siamo al cospetto di un disco duro e spigoloso, un sound industriale oscuro efficace tanto nei passaggi piu' frenetici per il dancefloor, quanto nei momenti maggiormente "tranquilli" (virgolette assolutamente d'obbligo). Pezzi come "0003-left" e "I wanna be like God" sono vere e proprie bombe per il dancefloor, ma tutto il disco (con l'eccezione della conclusiva "My sad happiness", imperniata sul pianoforte) sprigiona energia; una furia non fine a sè stessa, ma ben controllata e calibrata per un disco che nel suo miscelare industrial e techno saprà andare incontro al gusto di molti. Rotation è promosso a pieni voti ed ora attendiamo con curiosità il vero e proprio nuovo album di prossima pubblicazione.
Web: http://www.myspace.com/bluevelvetmusic.
(Candyman)
Blutengel: Soultaker
(2CD - Out of Line/Audioglobe, 2009).
A poca distanza dall'album Schwarzes Eis, i Blutengel realizzano Soultaker, doppio cd suddiviso tra inediti e remix (nel cd1) e brani "live" (nel cd2). Che dire su questa nuova release del gruppo tedesco? Ovviamente nessuna novità da segnalare nel "modus operandi" di Chris Pohl & co; la formula sarà banale e kitsch, la musica sarà mediocre, ma i risultati (in termini di vendita e popolarità) continuano a dar ragione ai Blutengel e quindi (per quanto riguarda i quattro inediti) spazio al consueto elettro-goth che passa da momenti piu' prettamente ballabili ("Soultaker", "Addicted to the night" e "World of ice") a lenti romantico-decadenti ("Why do even angels have to die?"). Gli otto remix che completano la tracklist del cd1 sono suddivisi tra i brani sopracitati e pezzi tratti dai due album piu' recenti dei Blutengel ( Labyrinth e Schwarzes Eis). Tra questi mi limiterò a ricordare quello a firma Ashbury Heights per "City lights". piu' che altro per la stima che nutro nei confronti del duo svedese. Bonus dedicato solo ai fans piu' incalliti il tutt'altro che imperdibile cd2: 13 brani registrati nel corso di un concerto a Berlino, con scaletta concentrata prevalentemente sulla piu' recente produzione della band tedesca. Da ascoltare prima o dopo la visione di "Twilight".
Web: http://www.myspace.com/officialblutengel.
(Candyman)
Chaos/Order: Significance of blood
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2009).
Dopo cinque anni di silenzio, nuovo album per i Chaos/Order; Significance of blood è il terzo e conclusivo capitolo della trilogia dei colori, iniziata nel 2000, con il nero Order/Chaos e proseguita nel 2004 con il bianco The Monroe Transfer. Questa volta il colore del disco è il rosso, per quello che è concettualmente da intendersi (secondo le note che accompagnano il disco), come "un addio al mondo dei vivi, un viaggio attraverso i piu' profondi sogni dell'eternità". La musica delle nove tracce del disco è prevalentemente costituita da techno-trance tribale, con groove oscuri e ritmi ossessivi ed ipnotici; si parte in maniera piuttosto soft con "Footsteps", ma già la successiva "Dynamic darkmoor" ci proietta in dimensioni oscure e claustrofobiche. L'alternarsi tra brani dal sound piu' minimale e altri dal ritmo piu' serrato prosegue con le varie "Omega woman", "Groove boyz" e "Last generation in flesh" a far parte della prima categoria e "Mover", "Pazzaglini receiver" e "The ultimate hack" nella seconda. A chiudere la tracklist, un'interessante cover di "Candle" degli Skinny Puppy. Pur se ben lontano dai miei ascolti abituali, Significance of blood è indubbiamente un ottimo disco nel suo genere e va certamente consigliato a chi aveva apprezzato i due precedenti album del gruppo romano ed ai fans di This Morn Omina e similari.
Web: http://www.myspace.com/chaosorderebm.
(Candyman)
Death In June: Symbols & Clouds
(Cofanetto - Nerus, 2009).
No, non ci siamo proprio. Attendevo la ristampa in box extralusso per questi due album, ma a queste condizioni la cosa è davvero improponibile. Il cofanetto marmoreo contiene quelli che ritengo i due album più belli di Death In June, ovvero But, What Ends When The Symbols Shatters? e Rose Clouds Of Holocaust. Dov'è il problema? Innanzitutto che sono stati accorpati su un unico CD, e già questo sarebbe un motivo valido per snobbare il tutto. Sì, va bene, sono due dischi sequenziali, ma musicalmente hanno le loro differenze, e soprattutto “But, What Ends...” era una traccia di chiusura perfetta, a che pro inserire altra musica DOPO? Insomma, è una scelta piuttosto discutibile. Ma probabilmente c'è anche un altro motivo, e cioè che i due dischi, separatamente, avrebbero avuto un minutaggio assai ridotto, dato che, ed ecco l'altro buon motivo per non acquistare questa ristampa, le tracce scritte con David Tibet non sono state incluse. Sì, avete letto bene, niente “This Is Not Paradise”, “Lifebooks”, “Dædalus Rising” e “Jerusalem The Black”. In compenso però troverete “Cathedrals Of Tears” e “Leopard Flowers”, come premio di consolazione. Quanto tempo fa ha chiuso la WSD? Ormai sono anni, eppure Douglas P. ancora è lì a combattere da solo, come l'ultimo giapponese sperduto su un'isola che pensava che la Seconda Guerra Mondiale non fosse ancora finita. E una volta tanto il CD bonus, con tutte le tracce in versione acustica, non è niente male, ma tanto basterà aspettare circa sei mesi o poco più e uscirà anche singolarmente, così come è stato per gli altri. Speriamo in una ristampa decente e completa di questi due capolavori, nel frattempo Symbols & Clouds è la dimostrazione che, sotto la divisa militare, si nasconde una zitella inacidita.
Web: http://www.deathinjune.net/.
(Softblackstar)
Divine Muzak: Maison skinny
(CD - Punch Records, 2009).
I Divine Muzak sono un gruppo stranissimo: lo erano già ai tempi di Dialogue, pubblicato nel 2005, e di sicuro le cose non sono cambiate ora che è uscito questo Maison skinny, che anzi suona più particolare che mai. I due ragazzi di Bucharest, in passato, non disdegnavano le sonorità dark-neofolk (all’inizio erano palesi le somiglianze tra la loro proposta e certe cose degli ORE…), ma quello che più colpisce è il tipo di evoluzione che la musica creata da Julie e Dan ha avuto nel corso degli anni, difatti le nuove canzoni vanno molto oltre i canoni dei generi sopraccitati. Nel loro MySpace si parla addirittura di “hospital-pop”, termine a mio parere azzeccato per descrivere un sound orecchiabile e accattivante, ma allo stesso tempo bizzarro e per certi versi ambiguo, che ben si abbina con la voce sottile sottile di Julie e quella ben più profonda di Dan. Al primo ascolto i brani dell’album possono lasciare un po’ interdetti, ma con il tempo si rimane intrigati dalle atmosfere decadenti che caratterizzano un pezzo come “Love bang bang”, dalla semplicità disarmante di “Looney bunny” o dal synth-pop di gusto rétro di “Vienna”, tanto per fare alcuni esempi. Un disco tutto da scoprire insomma, e una band che ogni volta riesce a sorprendere.
Web: http://www.myspace.com/divinemuzak.
(Grendel)
Dommin: Love is gone
(CD - Roadrunner Records, 2010).
Non vi nascondo di aver guardato con un certo scetticismo alla release di questo full-length dei Dommin, nuova band di cui ultimamente si sente parlare spesso, ma che per fortuna non è di quelle della serie “molto fumo e poco arrosto”. L’accostamento con il filone gothic-love metal ha un senso quando si fa riferimento al quartetto losangelino, ma i nostri hanno trovato un ottimo modo per far sì che i loro pezzi non suonino troppo sdolcinati, e anche le parti di tastiera che contraddistinguono questi ultimi suonano “epiche” ma non pacchiane. L’impressione iniziale è che i Dommin possano essere una versione alleggerita e più tirata (nel senso di punkeggiante…) dei Type O Negative, ma in effetti i paragoni che vengono in mente ascoltando il disco sono parecchi, specie per quanto riguarda le vocals (il singer Kristofer, tra l’altro dotato di un timbro piuttosto particolare, ricorda talvolta il buon Peter Steele ma anche altri due mostri sacri come Glenn Danzig e Maynard J. Keenan). Nonostante non tutti i brani siano dello stesso livello di “My heart, your hands”, “Dark holiday”, “One feeling” e “Love is gone” (di sicuro i migliori del mucchio…) si può dire che il cd sia davvero carino e, perché no, abbastanza “fresco” e privo di inutili fronzoli, caratteristiche che probabilmente porteranno il gruppo molto lontano e lo renderanno appetibile per un pubblico assai variegato.
Web: http://www.myspace.com/dommin.
(Grendel)
Ginger Leigh: Merchant Of Death
(CD - Masuno, 2009).
Sul suo sito Ginger Leigh si presenta come “a rather less celebrated musician”. Ha perfettamente ragione, perché è un artista tutto da scoprire. Il suo ultimo parto è un album bizzarro che mescola infuenze su influenze, gioca con i generi, avendo come minimo comune denominatore solo un solido background industrial-noise. Non si tratta però di assalti auditivi all'arma bianca, ma di un lavoro più ragionato e dal non facile ascolto.
Divertente “The Charcoal Man”, che mescola su un'aria mediorientale grida isteriche reiterate a più non posso e una filigrana noise leggera leggera e non invadente. E il tormentone rock-psichedelico (!!!) di “This Is Ginger Leigh” non è certamente da meno, soprattutto quando parte la voce filtrata. E si continua così per tutto il disco, senza sapere mai cosa ti aspetterà dopo. Avete presente il Bobby Conn di “Rise Up!”? Immaginate una versione ancora più fuori di testa ed estremista che invece del rock ha avuto un mancamento quando ha sentito per la prima volta i Throbbing Gristle e ci sarete vicini. Non funziona sempre, ma a tratti è esilarante.
Web: http://www.gingerleigh.com.
(Softblackstar)
Goja Moon Rockah: Disco Dracula
(CD - Echozone/Masterpiece, 2009).
Difficile prendere sul serio un album intitolato Disco Dracula, ancora piu' difficile dopo aver letto le note promozionali e visto le relative foto della band ed infine impossibile dopo aver ascoltato le quattordici tracce che compongono questo "capolavoro". Certamente i Goja Moon Rockah sono auto-ironici, sono i primi a non prendersi sul serio e vogliono divertire, ma in fin dei conti siamo davanti a ciò che potremmo sbrigativamente liquidare come l'ennesima "tamarrata tedesca", se non fosse che questo disco riesce nell'impresa di rivalutare molte cose che in precedenza avevo bollato con questa definizione. Musicalmente il gruppo tedesco cerca di sviluppare un sound elettro-pop minimale che potrebbe trovare i Welle:Erdball come uno degli ipotetici punti di riferimento, ma ovviamente i risultati sono ben diversi. Nella tracklist del cd qualche episodio salvabile lo si può anche trovare (su tutte il remix dei Patenbrigade:Wolff per il brano "Heavy Metal Computer"), ma nel complesso il prodotto è veramente scialbo e prettamente destinato al "consumo" sul territorio nazionale. Il fatto che questi signori siano sotto contratto con una label (questo è già il loro secondo album), mentre tanti validi gruppi italiani siano costretti all'autoproduzione (alcuni li trovate anche nel lotto di recensioni di questo mese) conferma la teoria che nascere in Germania piuttosto che in Italia, comporta non pochi vantaggi per chi vuol fare musica.
Web: http://www.myspace.com/gojamusic.
(Candyman)
Grendel: Chemicals + Circuitry
(MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2009).
Possiamo ancora considerare i Grendel una band "harsh-elettro"? La domanda sorge spontanea dopo l'ascolto del nuovo mcd Chemicals + Circuitry, disco contraddistinto sopratutto da vocals "pulite". La band olandese ha infatti abbandonato l'inflazionatissimo cantato distorto (che poi è uno dei trademark del genere) a favore di un cantato pulito e melodico che enfatizza il lato pop dei pezzi qua inclusi. La title-track e "Shortwired" sono quindi due brani che mantengono le loro radici "elettro-industrial" con indubbie potenzialità "dance", integrandole con elementi "pop" palesati sopratutto nei refrain melodici ed immediati. Decisamente buona anche la strumentale "Serotonin rush", che fa da cuscinetto tra i due brani precedenti ed una lunga (sette) serie di remix ad essi dedicati, che al solito, si rivolgono prevalentemente ai djs. Tra le quattro riletture dedicate a "Chemicals + Circuitry" ed alle tre di "Shortwired", mi limito a segnalare il remix di Komor Kommando della prima e quello di Synthetic Dream Foundation della seconda. Dopo un iniziale e comprensibile smarrimento, la svolta vocale dei Grendel convince e per quanto mi riguarda plaudo al cambiamento messo in atto dalla band olandese; non resta che vedere se questa svolta sarà confermata anche nel nuovo full-lenght.
Web: http://www.myspace.com/grendel.
(Candyman)
Heimataerde: Dark Dance
(MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2009).
Riecco Heimataerde! Dark Dance è l'ultima fatica del "crociato": mcd di sette tracce in cui Ashlar Von Megalon ripropone la sua collaudata formula a base di cornamuse e synth. La title-track (proposta in tre versioni) è un pezzo tutto sommato carino, ma che di certo non aggiunge nulla di nuovo a quanto Heimataerde non abbia sin qui già proposto: elettro e cornamuse per un prodotto tipicamente tedesco (da leggersi nel senso piu' tamarro del termine). Sulle medesime coordinate si snodano "Veni veni Emmanuel" (che mette maggiormente in evidenza il lato "medievale" del progetto tedesco, grazie a cornamus e cori in latino, ricordando certe cose dei Corvus Corax) e la piu' ritmata "Herr Mannelig"; a completare la tracklist, "Taenzer der nacht" (oscuro brano introduttivo) e la conclusiva "Heimataerde" eseguita dal vivo. Per chi ha apprezzato le precedenti releases del progetto tedesco Dark Dance è un capitolo altrettanto gradevole, gli altri passino oltre senza esitazioni.
Web: http://www.myspace.com/heimataerde.
(Candyman)
Iron Fist Of The Sun: Behavioural Decline
(CD - Cold Spring/Audioglobe, 2009).
Era da parecchio tempo che non sentivo un album di power-electronics come si deve. Iron Fist Of The Sun rimedia a questa mancanza con un album che pesta giù duro, mantenendo al contempo un livello piuttosto elevato. È il primo album vero e proprio per questo progetto dell'inglese Lee Howard, uscito per la benemerita Cold Spring, di solito garanzia di qualità. E infatti il disco non delude. Il genere è purtroppo altamente saturo, con uscite tutte uguali; molti pensano che basti spingere sui pedali o girare un paio di manopole e gridare in maniera ossessiva per fare un disco di power-electronics, ma Iron Fist Of The Sun evita il wall of sound fine a se stesso, puntando su un suono più minimale, con onde sinusoidali di rumore che disegnano geometrie maligne (“Smile Like Sword”), trapani elettronici che deragliano in un mare di distorsione (“Didn't Stop Me Trying”) e sciabolate di rumore puro, con i testi misantropici di Edwards a completare l'opera. Decisamente un disco da prendere se amate il genere.
Web: http://www.myspace.com/ironfistofthesun.
(Softblackstar)
Lisa Gerrard: The black opal
(CD - Gerrard Records, 2009).
Sulle qualità eccezionali della voce di Lisa Gerrard credo ci sia poco, anzi, direi nulla da discutere: stiamo parlando di una delle voci più affascinanti del panorama musicale di sempre, incredibile per profondità quanto, di fatto, versatile per le numerose ambientazioni in cui riesce ad inserirsi. Inutile anche perdere troppo tempo a parlare del suo passato, sia di quello con i Dead Can Dance che di quello solista (comprese le numerosissime colonne sonore a cui ha partecipato). La sua recente collaborazione con un’altra colonna portante della musica come Klaus Schulze non ha fatto che allargare la sfera d’interesse della musica della cantante australiana. Questo Black opal ci giunge a tre anni di distanza dal suo predecessore come solista, quel The Silver Tree che a me era piaciuto ma che aveva lasciato molte persone alquanto deluse o quantomeno perplesse: stavolta, invece, è il mio turno. Questa nuova fatica, infatti, mi dà l’impressione di essere alquanto tentennante, alternando alcuni brani molto belli (in alcuni tratti la nostra ci riporta ai tempi di The serpent’s egg, come in alcuni frammenti di “Redemption”) ad altri che, sinceramente, non ho problemi a considerare tra i più deboli della sua carriera. L’inizio (“Red horizon”) è bello ma sa un po’ di già sentito; la seguente “The messenger” ha arrangiamenti molto più deboli che non mi convincono granché mentre “In search of lost innocence” è uno dei brani migliori della sua carriera solistica, in cui la voce esplora le tonalità più basse e affascina come solo lei sa fare. “The crossing” riprende lo stile decisamente più etnico, per fortuna in maniera molto convincente, al contrario di “Tell it from the mountain”. “Redemption” ritorna al tipico stile classicheggiante mentre ritengo che gli arrangiamenti simil trip hop di “Black forest” e della cover di “All along the watchtower” non siano all’altezza di una musicista così importante (ben lontani dalla splendida incursione negli stessi territori della sua ex compagna d’etichetta Elisabeth Frazer). “The serpent & the dove” mi piace molto di più, trattandosi di un brano folk con begli arrangiamenti che pecca, forse, solo di poca personalità. Con “Solace” si ritorna in territori decisamente più “lisagerrardiani”, ricchi di quella sacralità che solo la voce della musicista sa infondere, “The maharaja” è potrebbe essere interessante ma dà l’impressione di essere più un bozzetto che un brano compiuto e “Sleep”, che chiude l’album, non è altro che la bella ninna nanna che concludeva i concerti dei Dead Can Dance nel 2005, all’apoca intitolata “Hymn for the fallen”. Per quanto io apprezzi tantissimo Lisa Gerrard, devo dire di essere rimasto in buona parte deluso da questo CD che, forse per la prima volta da quando ascolto la sua musica, non ha mai nemmeno sfiorato la possibilità di finire nella mia playlist di fine anno.
Web: http://www.lisagerrard.com/.
(Ankh)
Matenrou Opera: Anomie
(CD - Sherow Artist Society/CLJ Records/Audioglobe, 2009).
L’Opera piace assai ai nipponici, ecco allora che gli ex Jeniva Sono (vocs) e Yu (bt) la utilizzano astutamente per completare il monicker della loro recente creatura, battezzata non a caso Matenrou Opera, e pure l’intro di Anomie si ispira chiaramente alle arie tanto care ai melomani del Sol Levante. Il combo è attivo dal 2006 (ha subito però un periodo di inattività culminato nell’abbandono di alcuni musici e rappresenta una realtà di sicuro rilievo nell’affollato panorama VK, potendo contare sull’indubbie capacità dei suoi membri. Il già citato cantante è uno dei migliori della scena (ruolo questo che presenta le maggiori carenze…), gli strumentisti sono dotati, con un plauso particolare per il chitarrista Anzi (si ascoltino gli ispirati assoli che infiorano la bella title-track), con Yu, Yo (ehm, non è un giuoco di parole, quest’ultimo è il bassista) ed il keys-man Ayame a porre in evidenza tutto il loro bagaglio tecnico. A differenza di altre opera ascrivibili al mutevole Olimpo del J-rock, Anomie non presenta cadute di tono o scivolate imbarazzanti nel cattivo gusto, apparendo in vece disco omogeneo qualitativamente e gradevole all’ascolto. Nemmeno la, altrimenti cagione di fastidio, sensazione di essersi imbattuti nella soundtrack di un cartoon, che a tratti emerge, fa scemare un giudizio che non può non essere positivo. Non solo per gli stretti appassionati del settore, Anomie vi saprà stupire (il metal melodico di “Nemureru yoru” con le fisarmoniche a creare suggestive atmosfere parigine), a patto che, come sempre quando trattasi di visual kei, sappiate accostarvi ad esso senza pregiudizi. Ovviamente imbattibili nel barocchissimo look, che rende Steve Strange e tutta la generazione new-romantic un manipolo di straccioni (!).
(Hadrianus)
Minusheart: Disease
(CD - Echozone/Masterpiece Distribution, 2009).
Esordio discreto per i Minusheart, un duo tedesco che propone una miscela a base di EBM "old school" ed electro-pop. Questi due elementi sono in un certo senso sempre abbastanza bilanciati e spesso convivono in una stessa canzone, come è il caso di "Future Lies" o "Don't feed the cats", due brani dove sonorità più ruvide sono affiancate da accattivanti melodie di piano. Gli arrangiamenti, come è ovvio sono costruiti pesantemente su suoni sintetici, talvolta anche ostici ma è proprio il pianoforte a smorzare l'aggressività della musica: compaiono qua e là degli interventi di chitarra distorta o una linea vocale femminile. Il tutto contribuisce a creare un suono che inesorabilmente suona di già sentito, in particolare nei brani di matrice EBM in cui è riconoscibilissimo il debito del gruppo ai Nitzer Ebb (si ascolti su tutti "Feel No Pain"). Allo stesso tempo i Minusheart sono stati in grado di introdurre nei dieci episodi dell'album anche qualche soluzione più personale e in generale di interpretare in chiave più moderna lo stile "hard beat" del passato. Le canzoni di Disease sono ascoltabili ma non indimenticabili; mai si raggiungono delle vette ad eccezione di "Burning Star", il brano che chiude la collezione, con il suo ipnotico incedere e gli arrangiamenti che aumentano gradatamente l'intensità del pezzo introducendo anche sonorità orchestrali. Come da standard per questo genere di realizzazioni anche qui figurano dei remix come bonus track del CD, che in questo caso consistono di quattro brani dell'album manipolati da Fragment Machinery, Accessory, Confyg.Sys e Monolith. Disease non è un album destinato a rimanere negli annali del genere oscuro ma due o tre brani buoni da ballare in discoteca qui si trovano senz'altro. I patiti dell'EBM possono anche accontentarsi.
Web: http://www.myspace.com/minusheart.
(Christian Dex)
MUCC: Kyutai – Sphere
(DVD+CD - Gan Shin/Universal/Audioglobe, 2009).
Dischetto audio con allegato un DVD testimoniante la data del 7 dicembre 2008 all’Irving Plaza di NYC (ehi, ci sono passato davanti… ma non quando suonavano loro!). Kyutai è fedele specchio delle doti tecniche ed espressive di Tatsuro e conciati compari (beh, in confronto alla maggioranza del loro colleghi VK, sono assai sobri nel vestimento…), sempre assai legati a sonorità ed ad espressione europee. Miya (gtr e bvocs), YUKKE (bass) e SATOchi (drums) si dannano l’anima per incendiare le grandi “Howling” ed “Ageha”, intersecandovi le solite voci da j-rocker ad un vivace riffing. La sezione ritmica pretende la sua porzione di gloria, cosicché le dieci testimonianze rilasciate in Kyutai non lasciano indifferenti, dimostrando che pure in ambito j-rock (ma si sa che Had è di parte…) la qualità non difetta, tutt’altro! “Hide and seek” è un esercizio di velocità, “Heat Devil” semplifica la lezione imprescindibile (in ambito alterna) degli APC, mantenendosi comunque a debita e rispettosa distanza dai precettori, “Lemming” è heavy rock allo stato brado, “Oz” è moderna e modernista, un lentaccio come “Hymn”… meglio lasciarlo ad altri, troppo da FM americana e quindi fuori luogo, gran finale con “Sora to Ito” e con “Hanabi”, per un disco che mi piace, eccome se mi piace! Fanatici (e non solo) di j-rock, fatevi sotto! (PS: la parte video è… tutta per voi!).
(Hadrianus)
|