Recensioni Dicembre 2009

 


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30 Seconds to Mars: This is war (CD - EMI/Virgin, 2009). Giusto pochi giorni prima della fine di questo 2009 esce l’attesissimo nuovo cd della band capitanata dall’attore/musicista Jared Leto, all’inizio partita un po’ in sordina e poi diventata uno dei punti di riferimento della scena alternative-rock americana. Di differente rispetto al passato c’è soprattutto il fatto che, a questo giro, il bel Jared sembra aver messo un po’ da parte il make-up e gli abiti scuri (come già avevano fatto altri suoi colleghi del giro proto-emo…), mentre per ciò che riguarda la capacità di scrivere brani-tormentone e micidiali pseudo-ballad non è cambiato nulla poiché i nostri sembrano essere più in forma che mai. A dimostrare tale affermazione ci sono sia l’anthemico singolo “Kings and queens” (anche se il gruppo non vi piace non potete far altro che rassegnarvi perché da ora in poi lo sentirete ovunque!) che episodi altrettanto coinvolgenti come “Stranger in a strange land” (forse la canzone più bella, oscura e fascinosa dell’intero album), “Closer to the edge”, “Night of the hunter” (ottimo mix pop-rock-elettronico caratterizzato da atmosfere molto intriganti…) o la titletrack, che ben rappresentano un disco dal sound praticamente perfetto ma anche capace di emozionare l’ascoltatore, cosa del resto comune a tutti i lavori finora pubblicati dai 30 Seconds to Mars. È proprio buffo: qualche anno fa molti non avrebbero scommesso granché sul futuro di questa band, e ora invece corrono il rischio di sentirsela propinare pure come sottofondo di qualche spot pubblicitario! Web: http://www.thirtysecondstomars.com/. (Grendel)

[die!]: Still (CD - Echozone/Masterpiece, 2009). I [die!] non sono certo musicisti di primo pelo e, proprio perché in Italia nessuno li conosce, è giusto sottolineare che come band esistono da più di un decennio e hanno all’attivo quattro album. La loro nuova fatica in studio esce dopo tre anni di lavoro ed è, senza ombra di dubbio, un bell’esempio di industrial-metal grezzo e senza tanti fronzoli, peraltro molto ben strutturato e assai carino da ascoltare. Di sbavature o di brani non all’altezza della situazione qua non ce ne sono, l’unico problema è che i quattro tedeschi assomigliano davvero tanto ai Rammstein e, purtroppo per loro, hanno un nuovo disco in uscita negli stessi giorni in cui viene pubblicato anche quello di Till Lindemann e allegra compagnia. Insomma, definirei il tutto come una mossa un po’ ingenua della label, che avrebbe dovuto anticipare o posticipare questa release di almeno quattro/sei mesi, ma che invece deve aver fatto i suoi conti in maniera molto diversa. Non so fino a che punto un gruppo del genere possa far presa sul pubblico italiano, mentre è certo che in Germania farà faville visto che, da quelle parti, lo stile musicale in questione è apprezzatissimo. Web: http://www.myspace.com/diemusic. (Grendel)

[S.I.T.D.]: Rot (2CD - Accession Records/Audioglobe, 2009). Curiosità e timori hanno preceduto la pubblicazione di Rot. Il precedente Bestie:Mensch era stato per molti (sottoscritto incluso) una mezza delusione e spesso i S.I.T.D. si sono dimostrati piu' validi nel remixare il materiale altrui che nel comporre per se stessi; fortunatamente Rot rialza le quotazioni del trio teutonico, rivelandosi disco piu' che buono, capace di rinnovare l'entusiasmo suscitato ai tempi del loro primo full-lenght Stronghold. Le undici tracce del nuovo disco (nel cd2 della "limited edition" troviamo invece una serie di remix) ci restituiscono una band capace di creare eccellenti pezzi elettro-dark e sicuramente buona parte del merito nel corposo e spettacolare sound dei brani di Rot spetta al lavoro di mastering del signor X-Fusion. Brani come l'ottima "Redemption", "Rot V1.0", "Pride" e "Catharsis (Heal me, control me)" sono la migliore testimonianza dell'ottimo livello di questo album in cui ebm, elettro-dark e future-pop sono miscelati al meglio. Alla voce continua l'alternanza tra Carsten Jacek (il vero e proprio vocalist del trio) e Thomas Lesczenski (synth): sul fatto che la voce del secondo sia migliore di quella del primo siamo tutti d'accordo, ma tant'è...questo continua ad essere un limite alle potenzialità della band, ma (almeno per questo disco) il valore dei brani fa passare questo aspetto in secondo piano. Sul cd2, spazio all'extended version di "The insanity of normality" e l'esclusiva "Heldenhaft", oltre che a "Rot" (riletta da Reaper, S.A.M. ed Aesthetic Perfection) e "Redemption" affidata alle cure dei Project Pitchfork, per un dischetto non imprescindibile ma comunque di assoluta qualità, a ribadire lo stato di grazia ritrovato dai [S.I.T.D.] Web: http://www.myspace.com/xsitdx. (Candyman)

Aa. Vv.: Wave Records Sampler 2009 (CD - Wave Records, 2009). La Wave Records è una label brasiliana che ha avuto il grosso merito di mettere sotto contratto i Beata Beatrix, di cui qui in Ver Sacrum stiamo tessendo le lodi da tempo immemore. Questo sampler di undici pezzi è un assaggio dei vari gruppi che compongono l'eterogeneo roster dell'etichetta. Intanto ci sono i già citati Beata Beatrix, qui con il nuovo brano "In the garden of ecstasy" in pieno stile synth-pop: la cosa inizialmente spiazza un po' ma il pezzo è carinissimo, Hatria ha al solito una voce splendida, le chitarre entrano proprio al punto giusto e alla fine non vedo l'ora di ascoltare il nuovo CD del gruppo di Massa. Ho trovato buona anche "Neuromance" dei Florence Foster Fan Club con le sue atmosfere wave-electro un po' retrò. Gli In Auroram sono poi bravi ed è inevitabile pensare a loro come ad una versione wave dei Qntal: la loro cantante non sfigura affatto di fronte ad un paragone così impegnativo e la cosa non è affatto da poco. Carini anche se inevitabilmente "già sentiti". Bella sorpresa trovare poi gli Opera Multi Steel che qui figurano con un brano nel loro elegante ed inconfondibile stile "coldwave": pare che il gruppo francese stia per tornare con un nuovo album dopo quasi 8 anni e la cosa non può che rendermi felice. Piacevoli anche i Tearwave con la loro "Holding On", un brano pop/darkwave che esalta una dolce (anche se non potentissima) voce femminile. Abbastanza d'effetto infine, sarà per il cantato in tedesco, la ballata electro-pop dei Wintry "Unreale Welt". Anche il resto, tranne rare eccezioni si ascolta con piacere, passando, come è tipico dei sampler delle etichette tra vari stili diversi, dall'harsh (Nahtaivel) alla synth-wave (Pink Industry), dalla darkwave (Scarlet Leaves) all'EBM (Pecadores). Non un CD imperdibile ma va dato atto alla Wave records di essere un'etichetta vivace e appassionata. Per informazioni: http://www.myspace.com/waverecordsmusic. Web: http://www.waverecordsmusic.com/. (Christian Dex)

Allgrena: Ursprung (CD - Erdgut, 2009). La prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando questo CD, è il suo essere decisamente fuori moda; così fuori moda che, al primissimo impatto, mi aveva lasciato alquanto indifferente. La musica da loro proposta sembra posizionarsi all’interno di un genere ormai desueto, simile a quella che, diversi anni fa, avremmo genericamente chiamato ‘musica industriale’, visto che, all’epoca, le decine di sottogeneri a cui oggi siamo tranquillamente abituati ancora non erano stati individuati e classificati. In questo Ursprung troviamo i segni lasciati da gruppi storici: un po’ di Einsturzende Neubauten nelle sonorità metalliche di strumenti autocostruiti, un po’ di Cabaret Voltaire nello sfruttamento di strumentazione più ‘usuale’ a creare un muro umoristico distorto, un po’ di Laibach nelle forme declamatorie (anche se, in genere, prive della marzialità degli sloveni), un po’ di Throbbing Gristle nell’approccio generale ai suoni. Insomma Franz Nigl, mente unica alle spalle del progetto, riesce a scomodare buona parte dei soci fondatori del genere musicale in cui si inserisce, riuscendo a produrre un disco piuttosto interessante pur se non innovativo; d’altro canto, non mi sentirei nemmeno di dire che si tratta di un’opera derivativa, in quanto le fonti sono citate ma non pedissequamente imitate: nel complesso, l’impressione che mi è rimasta è quella di simpatia nei confronti di una scelta sicuramente controcorrente ma, in fondo, nient’affatto spiacevole. È difficile, d’altra parte, immaginare un possibile mercato per un prodotto come questo e la cosa, un pochino, mi dispiace. Web: http://ams.astro.univie.ac.at/~nendwich/Allgrena/allgrena.html. (Ankh)

Andreas Gross: We Like Ghost Girls (CD - Echozone/Audioglobe, 2009). E' il quinto album dell'artista tedesco che con la sua band dimostra di essere davvero un musicista interessante nel suo approccio al dark wave. Il cd è molto godibile, con sonorità delicate. Perfettamente in linea con la tradizione che passa per Cocteau Twins a This Mortal Coil, le diverse tracks ci propongono un ethereal molto ricercato, raffinato, caratterizzato da esecuzioni sostanzialmente semplici ma incisive, toccanti ma a volte al limite del banale. Indubbiamente grande merito va riconosciuto all'incantevole voce di Thabita Anders, che pur non raggiungendo le vette interpretative di Liza Gerrard o Elizabeth Frazer comunque si distingue per un'onirica dolcezza. Davvero sognanti "Coming Around" e "Roads", mentre un po' easy si rivela "Agnus Die". Un classicissimo pianoforte sostiene la voce di Thabita nell'introduzione di "Memento" che però si tramuta in canzonina di facile apprezzamento. Una tendeziosità verso il mistero sembrano invece proporre le sonorità di "Serious Play", la track che mi piace di più, dove si avverte un maggiore pathos creativo. L'espressione poetica dell'artista, come si sviluppa nel seguito del cd, è abbastanza evidente nella sua ricerca di un lirismo romantico dalle tinte decadenti. Le songs, con alti e bassi, si susseguono comunque rilassanti e carezzevoli, con il rischio di divenire, a tratti, un po' stucchevoli e noiosine. Comunque il cd è nel suo complesso ben fatto e godibile, da assaporare in un grigio pomeriggio autunnale quando maggiormente lo spirito si volge alla melanconia Web: http://www.myspace.com/andreasgross. (S*Tox)

Angelo Branduardi: Futuro antico V – Musica della Serenissima (CD - Lungomare, 2009). “Che cosa ci fa Branduardi in mezzo alle recensioni di Ver Sacrum”? Immagino che molti possano essersi posti questa domanda, scorrendo i nomi degli artisti recensiti questo mese. Eppure, a mio modo di vedere, la domanda che avremmo dovuto porci da lungo tempo, è: “Come mai Branduardi non è mai stato recensito da Ver Sacrum”? In effetti, siamo sempre alla ricerca di nuovi progetti ed ensemble, provenienti dai lidi più disparati del globo terracqueo, ispirati dalla musica antica mentre tendiamo a trascurare l’unico musicista italiano che è riuscito a raggiungere la vetta delle classifiche di vendita andando proprio a riscoprire un patrimonio musicale che era stato in buona parte abbandonato se non dimenticato. Certo, i tempi in cui questa ispirazione era più evidente sono ormai lontani e, all’epoca, nessuno ancora immaginava un avvicinamento di gruppi nati (o quantomeno ascoltati) in ambito post punk alla musica medievale, rinascimentale, barocca o classica; credo però giovi ricordare come alcune delle melodie proposte dal musicista italiano sul finire degli anni ’70, attinte dalla tradizione antica, sono poi ricomparse in lavori di musicisti che sono da sempre nella nostra sfera d’interesse, come, per citarne uno, Sopor Aeternus. Certo, l’approccio all’epoca non era esattamente filologico (ma questa è cosa comune a quasi tutti i gruppi neomedievali) e negli ultimi anni tale ispirazione era ridotta, in favore di un approccio più tipicamente folk (e, anche qui, sono tantissimi i gruppi folk che ormai militano in quest’ambito). Forse è proprio per questo motivo che, dal 1996, il nostro ha iniziato una collana denominata Futuro antico in cui esplora, stavolta in maniera più filologica (almeno dal punto di vista strumentale) le tradizioni musicali medievale e rinascimentale. Qui ho indicato la quinta uscita della serie, anche se dovrebbe già essere uscita anche la sesta; l’idea è comunque quella di segnalare tutta la collana, in quanto assolutamente meritevole di un ascolto. I vari CD sono stati realizzati collaborando con ensemble differenti (Chominciamento Di Gioia, Finisterrae, Scintille Di Musica) e, tranne il primo (che probabilmente in origine non era stato pensato come inizio di una serie), caratterizzati da un tema. Li accomuna tutti la grande passione per la musica antica e la voce di Angelo Branduardi, probabilmente l’elemento non filologico ma che, a mio parere, non rende assolutamente meno piacevoli e interessanti questi lavori, a mio parere, assolutamente da non perdere. Web: http://www.angelobranduardi.it/. (Ankh)

Anni Hogan: Kickabye (CD - Cold Spring/Audioglobe, 2009). Anni Hogan è un'artista che negli ultimi trent'anni ha lavorato praticamente con tutti: Marc Almond, Nick Cave, Foetus e altri ancora, oltre ad essere stata una DJ del leggendario Batcave. Un curriculum di tutto rispetto, ma curiosamente questo è il suo primo album. In realtà si tratta della ristampa di due EP, il primo uscito nel 1985, il secondo nel 1988, al quale si aggiungono rarità, demo, inediti e alcuni pezzi ri-registrati di recente. L'andamento del disco è variabile: si passa da un indiavolato Marc Almond in “Burning Boats” all'andamento blues-jazzy di “Just Like Drowning Kittens”, al pianoforte delicato di “Marat”. Altre tracce, quelle del secondo EP, rimandano a certo pop al femminile degli '80. Ciononostante, le ballate intrise di jazz restano la materia principale. Ciliegina sulla torta le quattro tracce originariamente scritte per Marc che Anni reinterpreta al piano, davvero ottime, e per certi versi anche meglio delle versioni originali. Non tutti i pezzi sono all'altezza, ma senza dubbio un gran recupero da parte di Cold Spring. Web: http://www.myspace.com/annihogan. (Softblackstar)

Asylum: Mare tranquillitatis (EP - Autoproduzione, 2009). Nato dalla mente di Cryos nel 1999, il progetto musicale denominato Asylum ha finora realizzato diversi demo e l’album Rattus in sanguine, pubblicato nel 2005 dalla Dead Love Records. L’uscita più recente è però rappresentata da Mare tranquillitatis, una produzione che colpisce immediatamente per la varietà e per il sound - a tratti davvero inusuale - che la caratterizzano. Al suo interno troviamo brani di grande impatto, vedi ad esempio l’iniziale (e assai strano!) “New technological order” o il successivo “Faster harder industrial!” (come già preannunciato dal titolo qua abbiamo a che fare con un industrial-noise martellante e d’effetto, che potrebbe tornare utile ai tanti dj desiderosi di passare la roba più estrema…), ma anche altre cose particolari come “Eratosthenes” o “Technological humanity”, due pezzi nei quali convivono beats incalzanti e atmosfere che sono tipiche di certo dark-experimental-ambient oscuro e inquietante. C’è da augurarsi che gli Asylum riescano ad attirare l’interesse di qualche label specializzata in sonorità “oltre ogni limite”, perché potremmo davvero vederne delle belle. Web: http://www.myspace.com/asylumcryos. (Grendel)

Avoid-A-Void: Abyss Desires (CD - Echozone/Masterpiece, 2009). Ennesina synth-pop band dalla Germania, gli Avoid-A-Void sono un duo costituito da Falo e Rico, che dopo aver militato in altre bands, hanno creato questo progetto, oggi all'esordio con Abyss Desires. Il disco, pur non brillando per originalità, si rivela indubbiamente piacevole e ci offre dodici brani di ottimo elettro-pop, in grado di elevarsi sopra la media delle innumerevoli bands synth-pop che hanno nei Depeche Mode l'inevitabile punto di partenza. Abyss Desires è un disco godibilissimo, con tanti brani degni di nota ("Ignorant", "A hell of heaven", "Deja Vu"), dove l'elettro-pop incontra la wave anni '80 (si ascolti "Many souls"); i fans di De/Vision, Camouflage, Depeche Mode, ecc... troveranno pane per i loro denti. Web: http://www.myspace.com/avoidavoid. (Candyman)

Birch Book: Vol. III (CD - Little Somebody Records, 2009). Non ho mai capito bene che differenza passa tra Birch Book e In Gowan Ring, entrambi progetti del talentuoso B'eirth. A parte una tendenza più orientata alla musica folk americana, e un approccio più schietto alla chitarra, meno psichedelico e sperimentale, Birch Book si allontana sì dal progetto madre, ma lo scarto non è poi così grande. “Feet of Clay”, se non fosse per quel leggero tocco di armonica, sarebbe potuto stare benissimo su un IGR, ad esempio. Certo, poi ci sono le influenze country di “Nothing More” che vengono prepotentemente a galla, ma alla fine si tratta solo di dettagli, perché la manciata di ballate è di ottima fattura, canzoni per voce e chitarra e poco più, suonate con grazia e cantate dalla particolare voce di B'eirth. Non ci sono sorprese né scossoni in quest'album, è tutto quello che ci si aspettava da questo terzo capitolo discografico, e chi ha apprezzato fino ad ora la sua musica continuerà ad apprezzarla senza stare troppo dietro a nomi ed etichette. Web: http://www.myspace.com/birchbook. (Softblackstar)

Blind Cave Salamander: Troglobite (CD - Shayo, 2009). Cosa è lecito attendersi dalla collaborazione di Fabrizio Modonese Palumbo (chitarrista dei Larsen nonché solista abbastanza prolifico), Julia Kent (ex Rasputina, collaboratrice di gruppi come Angels Of Light e Anthony And The Johnsons), Marco Milanesio (DsorDNE e agitatore della scena torinese anni ’80 e primi anni ’90) e Paul Beauchamp? Considerata la diversa estrazione e il differente approccio alla musica dei vari elementi, credo non sia facile immaginare a priori il contenuto di un’opera come questa; di certo, l’aspettativa da parte mia era piuttosto alta e, mi sento di dire subito, non è stata delusa. Troglodite è un album non immediato, certo, ma che contiene numerosi spunti interessanti, lacerato com’è tra le tentazioni di un post rock pulito ed elegante ma mai noioso, la presenza gentile ma, allo stesso tempo, a tratti straniante ed oscura del violoncello, docili deviazioni ambient ed uno strato elettronico di fondo e gli interventi, sempre piacevoli del pianoforte. La cosa più interessante è che tali derive riescono ad amalgamarsi con grande facilità e tutto sembra scorrere in grande armonia, anche nei momenti in cui la tensione sale un pochino (“Magma” e il finale di “Used to be last”) o nei tratti in cui assume una parvanza più psichedelica (la pinkfloydiana “Set the control for the heart of the sun”). Molto accattivante l’incipit del disco, che si apre benissimo con una splendida “Moonfish”, degno dei Godspeed You! Black Emperor tranne poi rimanere docile e imbrigliata per tutti i suoi sette minuti. Mi auguro che questo CD non passi inosservato, perché sarebbe un vero peccato. Web: http://www.blindcavesalamander.com/. (Ankh)

The Bravery: Stir the blood (CD - Island Records, 2009). A due anni e mezzo dall’uscita di The sun and the moon i The Bravery tornano a farsi vivi con un disco che piace fin dal primo ascolto e davvero non potrebbe essere più immediato di com’è. Quelli che del revival wave-post-punk non ne possono più farebbero bene a smettere di leggere qui, gli altri invece dovrebbero continuare perché il cd, pur rasentando lo zero in quanto a originalità, è molto carino e pieno zeppo di brani efficaci e ballabili. C’è chi ha affermato che tante di queste canzoni ricordano band come i Killers o gli Strokes, ed in effetti è difficile negare che certe affinità ci siano (a dire il vero ci sono anche casi in cui i newyorkesi fanno venire in mente l’accoppiata BRMC/JAMC, vedi ad esempio in “She’s so bendable”…), ma come già affermato il contenuto dell’album scorre via che è una bellezza, ed episodi come “Jack-o-lantern man”, “Red hands and white knuckles” o “Hatefuck” fanno proprio pensare che il gruppo di Sam Endicott abbia un talento compositivo fuori del comune. Mentre molte delle formazioni “minori” della scena si sono un po’ perse per strada nel corso degli anni, i Bravery hanno proseguito il loro cammino senza grossi problemi portando avanti un discorso musicale coerente e dignitoso, che anche stavolta non mancherà di soddisfare chi ha sempre creduto nelle loro potenzialità. Web: http://www.thebravery.com/. (Grendel)

Bring Me The Horizon: Suicide season: Cut up! (CD - Visible Noise, 2009). Definire bizzarra questa release è dir poco, difatti non è cosa strana ascoltare il remix di un brano metal, ma la situazione cambia se il pezzo in questione lo ha scritto, in origine, uno dei death-core acts più in voga del momento. Il bello è che l’iper-tatuato Oli Sykes e i suoi degni compari non si sono fatti remixare soltanto una o due canzoni, ma hanno addirittura pubblicato la versione elettronica dell’intero Suicide season, che di sicuro sconvolgerà più di un fan e lascerà di stucco anche i detrattori della band. Se avete una vaga idea di come suonava l’album originale (per i più inconsapevoli dirò che il sound era davvero pesante e aggressivo…) non potrete non rimanere shockati dopo aver sentito le versioni dance di “Chelsea smile”, “It was written in blood” e “The comedown”, tra l’altro particolarmente ben riuscite, ma per gli appassionati di alternative-metal questo disco contiene anche altre chicche impedibili, come ad esempio il brano manipolato da Ben Weinman dei Dillinger Escare Plan (e non scherzo quando dico che, nella parte iniziale, è puro rhythmic-noise!) o quello su cui ha lavorato Shawn Crahan degli Slipknot (che si intitola “Sleep with one eye open” ed è grezzissimo!). C’è da domandarsi quale possa essere il potenziale commerciale di un prodotto del genere, ma di certo l’idea che sta alla base della sua realizzazione è molto coraggiosa, e come tale merita apprezzamento. Web: http://www.myspace.com/bmth. (Grendel)

C-Drone Defect: Dystopia (CD - NoiTekk/Audioglobe, 2009). Sono occorsi ben cinque anni a Marc Horstmeier per realizzare il successore di Nemesis, lasso di tempo che ha consentito al nostro di mettere a punto un album decisamente buono, che specialmente nel contesto del mediocre catalogo della NoiTekk, brilla come un diamante! Dystopia è un disco di harsh-elettro che privilegia atmosfere oscure ed apocalittiche, epico e solenne, sin dall'iniziale "Ribellis", che si apre con il rumore della pioggia e dei tuoni e canti gregoriani in sottofondo. La successiva "Morituri te salutant" è una delle punte di diamante del disco: potente e melodica al tempo stesso, in essa affiora palese la similitudine tra il sound di C-Drone Defect e The Retrosic. Le dieci tracce del disco (tutte con titoli in latino) si sviluppando lungo queste coordinate dark-elettro, alternando i brani piu' "tirati" ("Mundus Vult Decipi" è un altro potenziale hit) con quelli maggiormente "atmosferici". Pur senza far gridare al capolavoro, Dystopia un disco decisamente apprezzabile e anche originale nel contesto del piatto panorama "harsh" che la NoiTekk è solita proporci. Web: http://www.myspace.com/cdronedefect. (Candyman)

The Cinematics: Love and terror (CD - The Orchard, 2009). Finalmente, a due anni e mezzo dalla pubblicazione del debut A strange education, esce il nuovo lavoro di questo quartetto scozzese che tanto aveva fatto parlare di sé, attirando l’attenzione di coloro che hanno sempre visto di buon occhio il revival post-punk e new wave messo in atto da certe band britanniche. A Scott Rinning e soci le cose sono però andate un po’ storte, tra il fallimento della loro vecchia label e il cambio di line-up che ha portato alla sostituzione del chitarrista Ramsay Miller con Larry Reid dei Blitzhoney, ma per fortuna adesso tutto sembra essersi sistemato e siamo qui a parlare di Love and terror, che pur essendo di qualità inferiore rispetto al precedente cd è comunque all’altezza delle aspettative. Era difficile riproporre qualcosa di simile ai piccoli capolavori contenuti nell’esordio, inoltre c’è da considerare che il genere in questione è ormai super-inflazionato, ma brani come “Wish”, “Hospital bills”, “All these things” e “You can dance” fanno ricordare che i Cinematics hanno una marcia in più rispetto a tante formazioni anche molto blasonate, e in quanto ad abilità nel songwriting sanno il fatto loro. Al solito parliamo di canzoni immediate e d’effetto, proposte dal gruppo con la grinta e l’impeto che da sempre lo contraddistinguono, e che tra l’altro lo rendono particolarmente apprezzabile anche in sede live. Web: http://www.thecinematics.com/. (Grendel)

Corazzata Valdemone: Corazzata Valdemone Ha Sempre Ragione! (CD - Marks Of Deceased Prod., 2009). Questo cd-r (digipack lim. 99 copie) è una miscela esplosiva di musica Industrial e concettualità che attingono linfa dal Futurismo. Le immagini e le sonorità invocate, secondo uno specifico programma di impatto artistico dalle scarse ambiguità politiche, sono di grande durezza, tese a provocare stimoli sia fisici che emotivi. Nelle tracks si susseguono sonorità evocate dagli antri più inquietanti del nostro passato non troppo remoto (bombardamenti, colpi di mitraglia e di cannone mischiati con inni marziali e discorsi politici carichi di enfasi nazionalistica), il tutto disciolto nella rumorosità più aggressiva ed ossessiva. Spicca su tutte le composizione la suggestiva interpretazione de "Il Manifesto Futurista", carico dell'enfasi di chi credeva (e forse crede ancora) nel potere e nei divini orizzonti del Progresso e del Dinamismo. Il programma artistico del progetto è denso di energia, forza, durezza oltre ogni limite. La provocazione diventa suggestione, il suono si tramuta in un colpo basso. L'ascoltatore non può restare indifferente al caos ragionato che viene fuori dai diffusori, ma può solo ritrovarsi attonito, disturbato o esaltato dal veleno che scivola via attraverso incubi ed incanti suscitati dalle forti evocazioni di questo cd. Quando da un falso ordine sorge il disordine, dal falso disordine può sorgere un ordine nuovo. Tremate, gente ... e meditate ! Web: http://www.myspace.com/corazzatavaldemone. (S*Tox)

Corde Oblique: The Stones Of Naples (CD - Prikosnovenie, 2009). Lo scorso aprile, in una (tanto per cambiare) piovosa serata, andai ad assistere all’Ethereal Folk Festival, che aveva in scaletta Edo Notarloberti, Ashram, Corde Oblique e Argine. All’epoca non recensii la serata, vergognandomi di ammettere di essere giunto (ri-tanto per cambiare) in estremo ritardo, al punto di perdere le prime due esibizioni. Le ultime due, però, ho potuto godermele comodamente seduto; non sarei onesto se dicessi che l’esibizione dei Corde Oblique mi piacque incondizionatamente: in effetti, rispetto alle precedenti esibizioni dei progetti di Riccardo Principe, rimasi abbastanza deluso, sfavorevolmente colpito da una cantante dalla voce potente ma, a mio sentire, troppo “urlata”, utilizzante tecniche oggi molto usate ma inadatte alla musica proposta. Trovai anche alcuni brani un po’ più leggeri rispetto a quanto mi aspettassi, ma questo non necessariamente è un difetto, e lo dimostra questo nuovo album, il cui ascolto mi ha decisamente tranquillizzato rispetto all’esibizione dal vivo. La musica proposta è senza dubbio meno impegnativa da ascoltare rispetto a quella dei Lupercalia, ma non per questo meno piacevole da ascoltare: minore è l’ispirazione alla musica dei secoli passati, ma sia nei brani cantati da dolci voci femminili, sia in quelli strumentali (splendido il duetto piano-chitarra di “The quality of silente”). Personalmente, non ritengo che si tratti del lavoro migliore del progetto partenopeo, anche a causa del livello elevatissimo a cui ci aveva abituato, ma rimane un cd di ottimo livello. Web: http://www.cordeoblique.com/. (Ankh)

Dead Guitars: Flags (CD - Echozone/Masterpiece Distribution, 2009). Siamo alle solite. Un solido guitar-driven-dark-rock, nulla di eccezionale, ma ben congegnato, tre membri della Missione a dar man forte su altrettante tracce (il fido Mark Gemini Thwaite, il gregario Richie Vernon e sopra tutto Lui, Signore e Signori Mr. Wayne Hussey), ed ecco che Had ci casca di nuovo. Ma lo fanno apposta? Parte l’opener "Pristine" e provo una stilettata al cuore, di quelle forti che ti fanno temere il peggio, una track (featuring MG Thwaite) memorabile, col solo della sei corde che par non voler mai più terminare. Eccellente prova vocale di Carlo Van Putten (ex-The Convent), della chitarra ho già scritto, basso e batteria la loro parte la fanno, siamo all'AOR del goth? Sisisisi, lo so, cosa avrà di così trascendentale, ma è terribilmente catchy, bisogna convenire. "Watercolours" esalta tonalità beatlesiane, periodo psichedelico, ed avanza pigra come certe giornate di inizio autunno, colla luce del sole che non vuole cedere alle ombre della sera. Non per nulla è Wayne Hussey a collaborare alla buona riuscita di "Isolation", gradevole episodio in prevalenza acustico (eh, vecchio W.!) che pare estratto dal songbook degli inglesi (coi quali i Dead Guitars divisero gli europei prosceni nel 2007), più che dei semplici padrini per Pete Brough e compagni. Le ben delineate capacità interpretative e compositive rendono piacevole l’ascolto di un disco dalla durata considerevole (un’ora ed un quarto circa per quattordici canzoni complessive), arpeggi liquidi ed un percussivismo mai sopra le righe, discreto ma sempre presente, tracciano il solco nel quale s’inseriscono le vocals, ed il quadro d’ogni uno dei pezzi che via via si susseguono è bell’e definito. Ulteriori citazioni non mancano, e potrete divertirvi ad individuarle, senza soffermarvi troppo a lungo sui più volte citati mentori. “Goodbye wildlife” cresce e v’avvolge nei suoi caldi vapori, rendendo i contorni sfocati, come se visti attraverso un vetro appannato, ancora bucolica psichedelia carezza la delicata “Raise of flags”, percorrendo campi baciati dall’astro, nell’arsura del meriggio estivo che stordisce piacevolmente i nostri sensi. “Slowdown” è garage edulcorato, “Miss America” ricalca le orme di “Pristine”, essendo sua sorella minore, unendosi alla recitata “On a trip to elsewhere” (ehi, in alcuni tratti s’intravvede l’ingombrante sagoma di Damon Albarn, giuro!), otto minuti tra folk americano e canzone d’autore; “Silver cross river” chiama addirittura in causa gli ultimi Marillion (ecco, finalmente l’ho individuata, l’altra fonte è proprio la band di Steve Hogarth!), con la riproposizione del solo liquido e dilatato che è uno dei marchi di fabbrica del quintetto. “Lazy moon” è l’ultima delle dodici composizioni originali, alle quali si aggiungono i due in fondo trascurabili remix di “Goodbye wildlife” e di “Isolation”, curati da Ralphonzo66, più che altro dei riempitivi di una lista già ricca (meglio comunque il primo). Flags è la prova matura di un gruppo che, lo auspico, saprà regalarci ulteriori soddisfazioni in futuro. Le chitarre sono morte? Direi proprio di no! (Hadrianus)

Downstairs Left: Nothing But Memories (EP - Echozone/Audioglobe, 2009). Questo bel Ep è un assaggio del debut album che il terzetto tedesco sfonrnerà nell'imminente prossimo anno. Il disco si apre con una dolcissima ballata "The Rose" romantica e decadente, intrisa di di delicate ma prodonde emozioni. Davvero encomiabile l'archiettura del brano, delicata ma comunicativa, nostalgica e dolcissima. Anche "Out Of Reach" segue più incalzante ma carezzevole. Tra le onde emotive del suono echeggiano ricordi di verità dimenticate, di disperazioni sotterratte, luci soffuse che si perdono nell'oscurità. Le tracks si inseguono quindi secondo un leitmotiv di rèverie e sottile tormento. Un po' meno convincente la terza traccia, "Come And Go", un po' più scontata nella sua ritmica più sollecita. Più inquitante invece "Salvation", dai suoni arcaici evocati da un cosmo dimenticato di solitudine. Lo spleen domina la creatività di questa nuova band che invero si presente in modo molto convincente. Il decadentismo, che forgia con la sua sensibilità la dark wave, ha trovato un suo nuovo interessantissimo cantore. Web: http://myspace.com/downstairsleft. (S*Tox)

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