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Agonoize: Hexakosioihexekontahexa
(2CD - Out of Line/Audioglobe, 2009).
Nuovo (doppio) album per gli Agonoize e...vecchia recensione! Eh sì, mettiamo subito le mani avanti e parliamoci chiaro: se il trio berlinese propina la solita sbobba harsh-elettro, il recensore di turno non può che ripetere la solita recensione. Hexakosioihexekontahexa (che immagino tutti chiameranno "il nuovo album degli Agonoize" per ovvi motivi di sintesi e semplicità) ci riserva ben 22 tracce (suddivise in due dischetti) che non riservano nessuna sostanziale novità: certo, a voler cercare il pelo nell'uovo si potrebbe apprezzare un brano come "Paradox" o sottolineare come in "My battlefield" il cantato sia quasi pulito (ricordando quando già fatto da Mike Jonson e soci col progetto Infekktion), ma sono casi isolati nell'arco di un disco al solito spropositato nelle dimensioni (22 tracce come già detto) ed in cui prevalgono i soliti temi (riassunti nel brano "Blut, sex, tod") e le solite sonorità a cui gli Agonoize ci hanno abituato da tempo. Harsh-elettro in salsa splatter quindi, con le varie "Bis das Blut gefriert", "Seelenbrecher" e "Pornomagcenterfold", sugli scudi (??!!)... per un'estenuante maratona che darà soddisfazione solo ai fans piu' incalliti del terzetto berlinese. Incorreggibili.
Web: http://www.myspace.com/agonoize.
(Candyman)
Akanoid: Civil demon
(CD - Echozone/Masterpiece, 2009).
A dispetto della giovane età gli Akanoid possono vantare una discografia piuttosto nutrita (hanno finora realizzato quattro Ep e l’album Cocktail pop) e un bel numero di concerti fatti, con particolare riferimento ai lunghi tour a fianco di formazioni come Cruxshadows e De/Vision. Benché la loro etichetta li proponga come band “electro-rock”, trovo che i quattro non abbiano ancora le idee chiare su quanto sono intenzionati a fare, per lo meno a livello stilistico: l’album è, infatti, un po’ disomogeneo, con pezzi accomunabili al genere sopraccitato (“Headless”, “All the noise”, “Jump into the hive” ecc.) ed altri che invece sono più che altro definibili come “melodic rock” (vedi ad esempio “Nexxus” e “Climax”), oppure non sono né carne né pesce. A tutto ciò si aggiunge un songwriting curato e preciso, ma lontano anni luce dall’essere esaltante, e proprio questa è la pecca maggiore del cd: nessuno dei brani mostra grosse carenze a livello strutturale, ma allo stesso tempo non c’è una di queste canzoni che riesca a entrare in testa e rimanerci per più di mezzo secondo. Trattasi quindi di un lavoro formalmente buono che però, in sostanza, risulta alquanto “insapore” e tende a creare indifferenza in chi lo ascolta, ma come già affermato in precedenza il gruppo è giovane e avrà tutto il tempo per cercare di percorrere una strada più interessante e personale.
Web: http://www.akanoid.de/.
(Grendel)
Assemblage 23: Compass
(2CD - Accession/Audioglobe, 2009).
Vi sono gruppi su cui si può sempre contare ed Assemblage 23 è uno di questi. Se il singolo "Spark" (vedi recensione dello scorso mese) non mi aveva entusiasmato in maniera particolare, l'ascolto di Compass, nuovo album del progetto di Tom Shear, spazza via ogni dubbio e ci restituisce l'artista che in questi anni abbiamo imparato ad apprezzare. Le dieci tracce del disco (altre cinque sono incluse nel secondo dischetto della "limited edition") ci offrono il consueto stile elegante ed accattivante di Assemblage 23: future-pop ed ebm convivono in perfetta simbiosi, in brani dagli ottimi arrangiamenti, con refrain immediati e non banali; ritmi pulsanti e melodie ariose, sulle note di nuovi hits come "Smoke", "Collapse", "Greed", "Alive" e la stessa "Spark" acquista un nuovo valore nel contesto globale dell'album. Un disco veramente bello, che non segna passaggi a vuoto in praticamente nessuna delle sue tracce. Decisamente valido anche il secondo dischetto, che include due remix di "Spark" e "Greed" e le inedite "Grind ", "Alone again" e "Chosen", tre brani che non sono assolutamente inferiori a quelli del cd1. Forte di una coerenza stilistica che ha prodotto solo dischi validi (al di là delle personali preferenze), Tom Shear realizza con Compass un altro ottimo album: acquisto obbligato per i fans di Assemblage 23.
Web: http://www.assemblage23.com.
(Candyman)
Autumn Grieve: Stray Birds
(EP - Corbel Stone, 2009).
Nuovo mini EP di sei tracce per Autumn Grieve, che non fa che confermare quanto già di buono espresso da questa cantautrice con alle spalle solo altre due uscite brevi, ma che può già vantare qualche collaborazione illustre (è apparsa sull'album di The Triple Tree di Andrew King e Tony Wakeford ed è un membro della Orchestra Noir sempre di Wakeford).
Le nuove tracce non si discostano dalle precedenti, e cioè folk pastorale e bucolico in punta di chitarra, con la delicata voce di Autumn Grieve a ricamare versi. Non c'è nulla di nuovo in questa musica, anzi, il rischio di già sentito in questo genere è sempre dietro l'angolo, ma vuoi per la splendida voce (ascoltate la bella “Shades”), vuoi per quel senso di glaciale tristezza che riesce a creare, seppure senza brillare questo EP si lascia ascoltare con piacere.
Web: http://www.myspace.com/autumngrieve.
(Softblackstar)
Bad Lieutenant: Never cry another tear
(CD - Triple Echo, 2009).
La storia dei New Order sembra giunta ormai al capolinea, ma non cessa la vena creativa e la voglia di fare musica di Bernard Sumner. Bad Lieutenant è il nuovo progetto del nostro, accompagnato in questa avventura da Phil Cunningham (da tempo presente come secondo chitarrista nei concerti dei New Order) e da Jake Evans, talentuoso musicista/vocalist del gruppo inglese Rambo And Leroy proveniente (guarda caso) da Macclesfield, cittadina natale di Ian Curtis. Never cry another tear è un gradevole disco "pop", in puro "british-style"; idealmente si prosegue sulla linea già tracciata nei piu' recenti album dei New Order, con un sound affidato quasi esclusivamente alle chitarre, con la componente elettronica pressochè assente; non si può negare che anche l'assenza del basso di Peter Hook si faccia sentire (presenzia invece, ma solo in alcuni brani, Stephen Morris alla batteria), ma in fondo Bad Lieutenant è un nuovo progetto e quindi, evitiamo i raffronti e giudichiamo Never cry another tear per quello che è, ovvero un onesto e piacevole album, che offre diversi buoni pezzi, da "Sink or swim" (brano che ha anticipato l'album), a "Twist of fate", "Summer days on holiday", ecc.. Sumner si alterna con Evans come vocalist in alcuni brani dell'album e quando è quest'ultimo a cantare, la vena "brit-pop" si fa ancora piu' marcata (in alcuni passaggi mi è sembrato di ascoltare gli Oasis). Tra alti e bassi, un disco apprezzabile sopratutto se si evitano imbarazzanti confronti col passato.
Web: http://badlieutenant.net.
(Candyman)
The Big Pink: A brief history of love
(CD - 4AD, 2009).
Siamo sinceri, il brit-rock è un genere musicale “a fasi alterne”: in certi periodi sono tante le band interessanti che vale la pena seguire, in altri invece bisogna impegnarsi parecchio per trovare qualcosa che sia davvero meritevole, e non solo per ciò che riguarda le formazioni più giovani e inesperte. In questo momento la situazione non è pessima ma neanche esaltante, per cui l’uscita del debut dei The Big Pink ha rappresentato un piacevole diversivo, difatti il gruppo di Robbie Furze (già chitarrista di Alec Empire) e Milo Cordell ha quella fatidica marcia in più che rende particolarmente apprezzabili i brani contenuti in A brief history of love. Trattasi nello specifico di deliziose composizioni noise-shoegaze-electro-pop dense e stratificate, ma per certi versi anche molto leggere e lineari, che non potranno non attirare l’attenzione dei fan di The Jesus and Mary Chain, Black Rebel Motorcycle Club e Glasvegas. “Velvet” e “Dominos” sono singoli da dieci e lode, ma se dovessi indicare gli eventuali episodi discutibili contenuti in questo lavoro sarei in seria difficoltà perché a dire il vero non esistono, così come non c’è un pezzo troppo simile a un altro. Grande band e grande esordio, senz’altro tra i migliori del 2009.
Web: http://www.musicfromthebigpink.com/.
(Grendel)
Claire Voyant: Lustre
(CD - Dependent/Masterpiece Distribution, 2009).
Mi ha fatto davvero piacere sapere che i Claire Voyant sono ancora in attività. Negli anni '90 mi avevano conquistato con i loro primi due album ( Claire Voyant e Time And The Maiden) e le loro delicate melodie tra il pop, la darkwave e la splendida e sensuale voce di Victoria Lloyd a impreziosire il tutto. Nel 2000 Time Again servì a farli conoscere in tutto il mondo sebbene, anche a distanza di quasi 10 anni, sul senso e sulla qualità dell'operazione conservo dei dubbi. Il CD infatti assemblava remix in chiave electro di loro canzoni a cura di vari artisti (VNV Nation, Assemblage 23, Front 242, Love Spiral Downwards, …): in particolare ebbe un buon successo la versione di "Love The Giver" remixata dal cantante dei Covenant, che veniva passata spesso in discoteca. Il successivo Love Is Blind era invece un'opera un po' interlocutoria, carina ma non indimenticabile. Dopo ben sette anni di silenzio arriva questo Lustre un'opera inattesa e visto il risultato anche gradita. Anche se non siamo di fronte ad una pietra miliare della darkwave Lustre è sicuramente un disco piacevole, con un paio di pezzi davvero splendidi, la solita grazia di Victoria Lloyd nell'interpretare i brani, arrangiamenti carini con una marcata ma mai invasiva presenza dell'elettronica, un songwriting genericamente buono insieme a qualche stucchevolezza di troppo e a un paio di episodi dimenticabili (su tutti "Into Oblivion"). Partendo dai punti di forza va senz'altro citata "Shine", un piccolo gioiello dark-pop irresistibile, con un giro di chitarra che cattura al primo ascolto e quel giusto pizzico di elettronica che impedisce di stare fermi sulla sedia. "Shine" rappresenta una vetta che gli altri brani non raggiungono anche se l'album è di media decisamente carino. In Lustre la band ha deciso di ricorrere anche agli archi nell'arrangiamento di alcune canzoni. Abbiamo così "Mercurial" che sembra quasi un pezzo di Enya vista la prevalenza di suoni acustici: è un brano per certi versi spiazzante che all'inizio mi è sembrato davvero brutto ma che poi dopo qualche ascolto ho cominciato ad apprezzare un po' di più. Più interessante è "Broadcast", una canzone abbastanza oscura con degli inserti quasi industrial e in cui gli archi fanno giusto dei brevi ma efficaci interventi. Curiosa nei suoni, pieni di glitch e di altri interventi elettronici minimali, è la finale "Washaway" che suona comunque un po' come un riempitivo. Nonostante qualche incertezza Lustre è decisamente un ritorno felice ed è la dimostrazione della classe di un gruppo sì minore ma sempre onesto con se stesso e i propri ascoltatori.
Web: http://www.clairevoyant.com/.
(Christian Dex)
Der Blaue Reiter: Nuclear Sun
(CD - Ars Musica Diffundere/Audioblobe, 2009).
Terzo album per il duo composto da Sathorys Elenorth & Lady Nott, Nuclear Sun è un concept di dieci tracce incentrato sulla tragedia di Chernobyl. Der Blaue Reiter realizzano quello che è probabilmente il loro miglior disco e indubbiamente si tratta di un lavoro di altissimo livello, caratterizzato da melodie neoclassiche e potenti percussioni; opera che si contraddistingue per intensità emotiva e ricercatezza delle soluzioni strumentali. Nuclear Sun è l'ideale colonna sonora di quella tragedia e si snoda attraverso gli oscuri clangori industriali di "Fourth reactor", le cadenze da marcia militare di "Radioactive", i passaggi pianistici di "The last days of Pripiath"; non mancano richiami alla tradizione musicale russa, come nell'iniziale "The children of Chernobyl" e nella conclusiva "End credits-In memoriam" che contengono parti della famosissima "Katyusha" o in "1st of May" che inizia con l'inno nazionale russo per poi lasciare spazio a incalzanti percussioni militari che rimandano agli In The Nursery ed alla Camerata Mediolanense. Tra gli altri migliori episodi del disco non possiamo non ricordare "The fall of light", con testo declamato dai due artisti e le percussioni a scandire il ritmo, i toni plumbei (quasi alla In Slaughter Natives) della title-track e la successiva "The Liquidators" che sembra voler riportare il sereno dopo il buio dell'apocalisse. Disco di eccellente livello, da annoverare tra le migliori pubblicazioni del 2009.
Web: http://www.myspace.com/derblauereitermusic.
(Candyman)
Division Kent: Gravity
(2CD - Echozone/Masterpiece, 2009).
I Division Kent di Andrea B. & Sky Antinori sono una band svizzera che ha esordito un paio di anni fa con l’album Monsterproof e adesso si ripropone con Gravity, disco nato anche grazie alla collaborazione di personaggi come Peter Scherer (David Byrne, Sakamoto), Peter Schmidt (Beatsteaks, Klee) e Gareth Jones (Depeche Mode, Interpol, Nick Cave). Il primo ha prodotto un paio di brani mentre gli altri si sono occupati del mixaggio dell’intero lavoro, è quindi inutile dire che a livello di qualità sonora questa release è più che convincente e che, al limite, i dubbi possono sorgere riguardo altri elementi che la contraddistinguono. Il genere proposto dal gruppo di Zurigo è un mix tra pop, indie e certa elettronica essenziale e raffinata, al quale si unisce la voce sottile sottile e quasi da bambina di Andrea B.: proprio quest’ultima particolarità può risultare, a tratti, un po’ stucchevole, ma in generale l’album non è affatto malvagio e si lascia ascoltare con piacere. Un po’ meno interessante è invece il disco di remix incluso nella special edition, che per la maggior parte contiene versioni decisamente troppo pop e mainstream dei pezzi del duo, e aggiunge ben poco di nuovo. Meglio quindi concentrarsi sul primo cd, da consigliare soprattutto al pubblico indie.
Web: http://www.myspace.com/divisionkent.
(Grendel)
Editors: In This Light And On This Evening
(CD - PIAS/Self Distribuzioni, 2009).
Dal nuovo album degli Editors mi aspettavo grandi cose e fortunatamente, per una volta, le attese non sono andate deluse. In This light… è un grande disco che, come da copione, sta riscuotendo un grande successo in tutta Europa. Le reazioni degli ascoltatori non sono state però unanimi e questo un po' mi ha stupito. Intendiamoci, non tutti i brani sono dei capolavori e non manca qualche momento un po' più debole (anche se mai si va sotto un'ampia sufficienza). Ma a queste incertezze gli Editors sono stati capaci di rispondere con pezzi capolavoro come la title-track che apre magnificamente il disco, "Bricks and Mortar", "Like Treasure" e soprattutto "Papillon", primo singolo e probabilmente destinata a "durare" come una delle canzoni più rappresentative (e belle) di questi anni. Si è molto parlato della svolta elettronica degli Editors che in effetti ha marcato un cambiamento abbastanza netto, ma tutt'altro che traumatico, rispetto a ciò che abbiamo ascoltato nei loro primi due dischi. Il nuovo album suona quindi come una naturale evoluzione della loro musica, che ora vira di più verso sonorità sintetiche, la cui naturale freddezza viene compensata dal calore e dal pathos della voce di Tom Smith, qui in questa prova più in forma che mai. Gli Editors d'altra parte sin dall'inizio della loro carriera sono stati in grado di mediare le ispirazioni della new wave con un approccio moderno e originale, che guarda sì al passato ma parla del tempo presente e con un linguaggio attuale. In This light… non fa eccezione: in rete molti dicono che gli Editors sono passati dall'avere come riferimento principale i New Order al posto dei Joy Division, cosa in parte poco generosa riguardo al talento del gruppo inglese ma d'altra non totalmente inesatta. Gli stessi Editors hanno ammesso di aver ascoltato abbondantemente i New Order (nonché la colonna sonora di Terminator!) durante la composizione dei pezzi del disco, e se si ascolta l'incipit di "Like treasure" la cosa non stupisce affatto. La cura del suono in In This Light… è poi davvero certosina e il lavoro in studio svolto da quel geniaccio di produttore che è Flood sicuramente ha portato degli ottimi frutti. Si diceva all'inizio che non tutte le ciambelle di questo In This light… sono riuscite con il buco (o perlomeno con un buco perfettamente centrato): non si tratta di pezzi brutti veri e propri ma certo episodi come "The Big Exit" o "Walk The Fleet Road" sfigurano rispetto alle canzoni migliori citate sopra. Tra l'altro non è che gli Editors fossero a corto di canzoni per In This Light… visto che hanno aggiunto nell'edizione limitata dell'album un secondo CD con 5 pezzi inediti, alcuni dei quali, in particolare "My Life As A Ghost" davvero niente male. Una domanda sorge spontanea, anche se decisamente prematura: cosa ci sarà nel futuro musicale degli Editors? Saranno in grado di evolversi e regalarci ancora momenti così intensi? Personalmente spero ardentemente di sì perché di questi tempi di band come questa ce n'è davvero bisogno.
Web: http://www.editorsofficial.com/.
(Christian Dex)
Eigensinn: Die wahrheit
(CD - Echozone/Masterpiece, 2009).
Leggendo le note biografiche degli Eigensinn, e notando che venivano in qualche modo associati alla scena gothic metal, ho avuto il timore che il quartetto tedesco capitanato dalla vocalist Nemesis fosse l’ennesimo clone di cui nessuno sentiva la mancanza, ma per fortuna l’ascolto del loro debut ha subito fugato ogni mio dubbio e non si è rivelato noioso come avrei creduto. A scanso di equivoci va detto che la band non è fenomenale, la qualità dei brani è variabile e il songwriting decisamente da perfezionare, ma almeno i ragazzi di Stoccarda hanno evitato di proporre le solite soluzioni trite e ritrite, dedicandosi a sonorità grintose e d’impatto alle quali si abbinano vocals altrettanto “energiche” e d’effetto, ma allo stesso tempo piuttosto raffinate ed eleganti. Senz’altro l’efficacia del disco è stata molto ridotta in fase di produzione, visto che il sound non è ben valorizzato e certe ingenuità potevano essere evitate, ma in linea generale l’alternative-gothic-metal degli Eigensinn si lascia abbastanza apprezzare e fa presagire che, per loro, un futuro nel music biz potrebbe anche esserci…
Web: http://www.myspace.com/eigensinnlive.
(Grendel)
Emily Jane White: Victorian America
(CD - Talitres Records, 2009).
Victorian America è un disco chiaro fin dal titolo su quella che è l'impostazione del secondo disco dell'affascinante Emily Jane White. La strumentazione ha un tono più orchestrale, e la voce dal tono ora più secco ora più caldo, è sempre l'elemento posto in primo piano, ma l'album è sicuramente più maturo rispetto agli esordi; la capacità di scrittura, già notevole, è nettamente migliorata, basta la seconda traccia, “Stairs”, per rendersene conto, con quella accelerazione improvvisa e il contrappunto dei violini che fanno tanto gotico americano, o per meglio dire vittoriano. E se la title track tradisce retaggi più country, la vena è sempre triste e decadente, anche quando non esita ad imbracciare la chitarra elettrica (”Baby”). E se le coordinate non fossero ancora chiare, c'è sempre una imponente “The Ravens”, debitamente ispirata all'immortale poesia di E. A. Poe, a fissare una volta per tutte quello che è il nume tutelare di Emily Jane White. Non fatevi assolutamente scappare questo Victorian America, piccolo gioiello di una cantautrice che da semplice promessa si è trasformata in splendida conferma.
Web: http://www.myspace.com/emilyjanewhite.
(Softblackstar)
En Declin: Domino/Consequence
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2009).
Fautori di un sound intrigante e melancolico, i romani ED ripropongono in Domino/Consequence il tipico trademark del gruppo, sviluppando le ottime idee già evidenziate in "Trama" del 2005 (già pubblicato come promo due anni prima), arricchendole di rinnovellate sfumature. Ed eccoci giunti alla piena maturità, essendo queste undici tracce (in realtà sono dodici, v'è una ghost), fra le quali pure la riuscita cover di "While my guitar gently weeps" dei Beatles, che sono paradigmatico esempio di come tecnica, classe sopraffina e melodia possano convivere perfettamente. Echi tooliani emergono in "Over", dal cantato centratissimo e partecipato di Mao, dallo strumentismo sopraffino della coppia d'asce Tristano/Daniele e della duttile sezione ritmica fornita da Massimo e da Marco, nuances dark screziano “Envied routine” e la riuscita accoppiata “Domino” e “Consequence”, unite dall’unica, forte carica emotiva ch’esse sprigionano. “Keyworth out of context” si ferma e riparte, rallenta ed accelera, scorrendo senza sobbalzi, “Leave apart a sense” incrocia indie rock ed A Perfect Circe, accrescendo la netta sensazione che si prova all’ascolto di queste mirabili canzoni, ovvero di trovarsi dinanzi ad un album completo e compatto. Manca davvero poco agli En Declin per raggiungere una perfezione stilistica che è davvero di pochi, almeno in Italia, e Domino/Consequence li rappresenta come band solida, dotata convinzione e di qualità, pronta a dichiarare le proprie ispirazioni, facendole sue e rielaborandole con un gusto assolutamente personale ed unico.
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Ext!ze: FallOut nation
(CD - Trisol/Audioglobe, 2009).
Ancora non ci eravamo abituati all’ignoranza e alla ruvidezza dei brani contenuti nell’Ep Hellekrostar, uscito solo poche settimane fa, che ecco arrivare fresco fresco anche il primo full-lenght della colorata, plasticosa e iper-tecnologica cricca capitanata da Cyb3rella (nome che è tutto un programma, non c’è che dire!!). A differenza della precedente release, quest’ultima propone anche qualche pezzo in cui fanno capolino linee melodiche piuttosto marcate (vedi ad esempio “Bad little girl”, “Gothic pussy”, “Poser” e altri…), ma in realtà il quadro generale non è che cambia molto e si continua a parlare di cyber-industrial-trance martellante e poco votata al compromesso, ossia lo stile musicale grazie a cui i nostri, ultimamente, hanno iniziato ad acquisire una certa notorietà. I dj più estremi li ameranno alla follia, perché quasi tutte le track contenute nei loro dischi possono tranquillamente entrare a far parte del set di una serata, mentre gli appassionati di hard-dancing si faranno trascinare da questa valanga di beats abrasivi ed efficaci, che non lasceranno scampo proprio a nessuno. Al solito la ciliegina sulla torta sono le vocals, che variano parecchio e convincono soprattutto quando Cyb3rella la butta sullo stridulo, cimentandosi così in qualcosa di abbastanza fuori dall’ordinario per le produzioni di questo genere. Disco divertente oltre che interessante, da consigliare ai fan dell’electro più oltranzista.
Web: http://www.myspace.com/ext1ze.
(Grendel)
Future Trail: Breaking new ground
(CD - Rupal Records, 2009).
A ben cinque anni di distanza dal precedente Big sky horizon, nuovo album per Future Trail, band formata da Melanie Guentzschel (voce e testi), Renè Mueller (membro dei DavaNtage) e Gunnar Bock. Breaking new ground è un discreto album: nelle sue dodici tracce possiamo apprezzare un elettro-sound che passa da momenti piu' marcatamente ebm/industrial ad altri piu' prossimi alla trance-ambient. La voce di Melanie (in passato già presente in alcuni brani dei DavaNtage e piu' recentemente apparsa sull'album The Grey Line di Wynardtage) è il tratto saliente di questo disco, visto che non è frequente imbattersi in progetti elettronici con voce femminile e ben si combina ad esempio con quella di Dirk Steyer degli Accessory in "Panic" (uno dei potenziali hits di questo disco) e con quella di Dirk Ivens (Dive, Sonar) nella piu' sperimentale "Landslide": due brani che ben rappresentano le due anime di un disco tutto sommato apprezzabile e godibile e che trova in "Patience", "One time focussed", "Never farewell", "Far beyond" e "Players" altri validi episodi (tracklist chiusa dalla cover di "Satellite", vecchio pezzo dei Depeche Mode).
Web: http://www.myspace.com/futuretrail2005.
(Candyman)
The Hare and The Moon: The Hare and The Moon
(CD - Reverb Worship, 2009).
The Hare and The Moon è un oscuro duo britannico alla prima prova su disco. Le radici del gruppo affondano nel folk tradizionale inglese, andando a ripescare le istanze più cupe e buie di quel genere. Due sono le caratteristiche che rendono riconoscibile e identificabile il loro suono in mezzo a un marasma di cloni, e sono i profondi rulli di tamburo e l'utilizzo di una chitarra sporcata dalle distorsioni, che invece di apparire fuori posto si inserisce alla perfezione nel contesto malaticcio e asfissiante. Molto presente è anche il mandolino, altro strumento utilizzato in maniera poco canonica. Alcuni brani virano verso un percorso più sperimentale, gonfio di bordate di distorsione o conditi da campionamenti presi da vecchi film horror, “Children of the Stones” e “Psychomania”, ma non mancano gli elementi tipici del genere, come l'alternanza delle voci maschili e femminili, e alcuni traditional riletti con gusto e personalità, come "The Rolling of the Stone" o “John Barleycorn”.
L'ultima ristampa in CD-R dell'album è in sole 50 copie, troppo poche, perché della Lepre e la Luna sentiremo ancora parlare.
Web: http://www.myspace.com/thehareandthemoon.
(Softblackstar)
H.E.R.R.: The Twelve Caesars
(CD - Cold Spring, 2009).
Era già da un po' che non si avevano notizie dell'accoppiata Michiel Spapé e Troy Southgate, alfieri di una musica figlia tanto dell'industrial marziale quanto di certa neoclassica da camera.
Il disco si apre con l'esuberante “The Queen of Bythinia”, talmente ricca e frizzante che pare quasi impossibile che questo sia lo stesso duo di The Winter of Constantinople. Poi purtroppo parte il recitato di Southgate e finisce la magia.
Il disco è un concept piuttosto impegnativo, essendo basato sulla figura dei Cesari dell'antica Roma, con tanto di suddivisione ideale dell'album in tre movimenti ispirati al periodo giulio-claudiano, all'anno dei quattro imperatori e al periodo flaviano. Sembra pesantuccio? Lo è. Il grande problema degli H.E.R.R. è che si prendono maledettamente sul serio, laddove un po' di sana ironia avrebbe giovato ai proclami del neo-tradizionalista radicale Southgate. È solo per miracolo che non si scade nel pacchiano puro. Maneggiare con cautela.
Web: http://www.myspace.com/herrenliga.
(Softblackstar)
Ikon: Love, Hate and Sorrow
(2CD - Apollyon/Audioglobe, 2009).
Preceduto da un paio di EP e con un tempo di gestazione di circa tre anni, ecco finalmente Love, Hate and Sorrow, sesto album degli Ikon, band che celebra i 18 anni di onorata carriera con (come di consueto) un ottimo disco. La formazione australiana (Chris McCarter e Dino Molinaro sono oggi accompagnati da Anthony Cornish) si è meritatamente creata un vasto consenso in tutto il mondo nel corso di questi anni, grazie al suo stile gothic/post-punk che, partendo dal riferimento dei Joy Division e dei primi Death in June, ha saputo via via evolversi e diventare assolutamente personale. Il nuovo album si sviluppa in maniera coerente con la tradizione musicale degli Ikon, ma risulta a mio avviso uno dei loro lavori meglio riusciti: disco fresco e compatto, ci regala dodici brani in equilibrio tra momenti piu' marcatamente gothic-rock ed altri piu' prettamente dark-wave, con i tre elementi che danno il titolo all'album a farla da protagonisti. Aperto da "A line on a dark day" (già inclusa nell'EP League of nations), l'album ci regala altri ottimi pezzi come "Torn Apart", "Before the dawn", "Among the runes" (già title-track dell'omonimo EP), "Love, Hate and Sorrow", ecc...Il secondo dischetto ospita invece dieci tracce (di cui 6 tratte dal nuovo album) eseguite in versione acustica/unplugged. Gli Ikon ancora una volta non ci deludono e Love, Hate and Sorrow è decisamente un tassello imperdibile della loro discografia.
Web: http://www.myspace.com/ikonwave.
(Candyman)
Inade: The Incarnation of the Solar Architect
(CD - Cold Spring, 2009).
Un nuovo disco di Inade è sempre un evento, dato che il duo tedesco rappresenta da anni quanto di meglio si possa trovare in ambito dark-ambient. E seppure non si possa parlare di capolavoro, questo nuovo album resta comunque solido, algido e lunare. Con un suono che sembra provenire da qualche parte imprecisata dello spazio e del tempo, perso tra droni colossali, paesaggi siderali, immense profondità, Inade ci trasporta ai confini dell'universo e ritorno. Davvero incredibile il lavoro dietro un brano come “The World Behind the World”, tra le cose più inquietanti ascoltate ultimamente.
Epici, solenni nei passaggi orchestrali, gli Inade erigono un “Altar to Unknown”, con le quattro incisioni che trovate all'interno del disco, “To Will, To Know, To Dare, To Be Silent”, come pietra angolare di un lavoro dalla qualità eccellente.
Sicuramente tra i migliori dischi dark-ambient dell'anno.
Web: http://www.myspace.com/audiomythology.
(Softblackstar)
Katatonia: Night is the new day
(CD - Peaceville, 2009).
Ormai è proprio il caso di dirlo: con i Katatonia si va sempre sul sicuro. Jonas Renske e soci non hanno mai fatto cavolate nella loro lunga carriera musicale, e meno che mai ne stanno facendo in questi ultimi anni, durante i quali sono usciti piccoli capolavori come Viva emptiness e The great cold distance. Night is the new day è l’ultimo capitolo di una bellissima storia iniziata nel lontano 1993, ma l’inesorabile trascorrere del tempo non ha affievolito minimamente la grande carica emozionale che rende uniche le produzioni della band svedese, così come rimane intatta la capacità di quest’ultima di dar vita a composizioni malinconiche ma anche contraddistinte da un sound potente e compatto. Non c’è però mai nulla di scontato nei pezzi del quintetto, basti pensare al bellissimo singolo “Day & then the shade”, all’oscuro “Nephilim” (no no, non s’intitola così per caso, i Fields Of The Nephilim sono uno dei gruppi preferiti degli scandinavi, come anche di recente affermato sia dal frontman che dal chitarrista Anders Nyström), o ai vari “Liberation”, “The longest year” e “Forsaker”, tutti splendidamente costruiti e arrangiati. Superlativa come al solito la performance vocale di Renske, ma di motivi per cui commuoversi all’ascolto di questo cd ce ne sono davvero parecchi, e come già detto in precedenza la cosa non sorprende neanche un po’!
Web: http://www.katatonia.com/.
(Grendel)
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