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Aa.Vv.: Septic VIII
(CD - Dependent, 2009).
Uno dei tanti aspetti positivi della rinascita della Dependent è il ritorno degli apprezzatissimi sampler della serie Septic. I precedenti volumi sono indubbiamente da considerare tra le migliori compilation del settore e nel corso degli anni hanno portato alla ribalta tanti nuovi interessanti progetti, giusto quindi attendere con curiosità ed ottimismo questo nuovo capitolo. Septic VIII si articola in 17 brani, tra nomi già affermati e nuove realtà e spazia attraverso tutte le diverse sfaccettature dell'elettro-sound offrendoci una vera e propria panoramica a 360° sullo stato della scena elettronica alternativa. Tra i migliori episodi di questo ottavo capitolo citerei Necro Facility con la pregevole "Do you feel the same", Acretongue (convincente newcomer sul precedente volume ed oggi alla ribalta con l'ottima "Dragonfly") e Fix8:Sed8 ("Dormicum" è un inquietante brano di elettro-industrial oscuro come la pece, di cui avevamo già parlato quest'estate recensendo l'omonimo album d'esordio). Encephalon e Non Plus Ultra si erano messi in evidenza rispettivamente sui volumi VI e VII ed oggi segnano due punti vincenti con l' elettro-industrial di "Scar on scar" e l'elettro-pop di "Free falling". Synth-pop di classe coi Mesh e la loro "Who says?"; fa gli straordinari Frank Spinath dei Seabound qui presente con il già noto side-project Edge of Dawn (autori della discreta "Stage fright") e col nuovo Ghost & Writer, la cui "Nightshift" invece non mi entusiasma particolarmente (e poi non capisco la necessità di tutti questi progetti non troppo dissimili tra loro). Sorprendente è il brano di Velvet Acid Christ, letteralmente irriconoscibile rispetto al passato: "Black rainbow" è insolitamente melodica, con le chitarre in bella evidenza e la voce non è effettata come di consueto. Aerodrone è il nuovo progetto di Gary Zon: piu' "solare" rispetto a Dismantled, la sua "Ready to love" mi pare però uno dei momenti piu' deboli del disco unitamente alle proposte di Biomekkanik, Apparat ed Acid.milch&honig. Probabilmente non siamo al cospetto del miglior episodio di queste serie di compilation, ma nel complesso Septic VIII è un sampler piu' che buono che ancor oggi mette in evidenza nomi da tenere d'occhio.
Web: http://www.dependent.de.
(Candyman)
Acylum: The Enemy
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009).
Dopo un paio di album realizzati per Rupal Records, il progetto di Pedro Engel approda su Alfa Matrix per il nuovo full-lenght The Enemy ed a voler essere cattivi, potrei dire che con questo nuovo acquisto l'etichetta belga arricchisce ulteriormente la sua già pregiatissima scuderia! Al di là delle battute, il cambio di label non sottintende alcuna innovazione stilistica nella proposta musicale di Pedro: harsh-elettro era ed harsh-elettro è rimasto, (anche se meno ripetitivo e dozzinale rispetto alle bands della Noitekk); qua e là c'è anche spazio per soluzioni estemporanee ("Torture tactics" ha un bizzarro andamento e vedo che nel cd2 della "limited edition" è stata affidata alle cure di Von Thronstahl a voler sottolineare l'atmosfera vagamente folk-apocalittica del brano), idem dicasi per "Crazy" o per "Lightning child", ma nel complesso The Enemy non si sottrae agli stereotipi di questo genere: beats, distorsioni e samples, come ben documentato nella title-track, piuttosto che in "Run away", "Raise your fist", ecc... Meno peggio di tante altre cose pubblicate dall'Alfa Matrix, ma tutt'altro che un disco da ricordare.
Web: http://www.myspace.com/acylum.
(Candyman)
AFI: Crash love
(CD - Interscope, 2009).
Quando in Italia si è iniziato a parlare di emo (ovviamente in netto ritardo rispetto alla reale esplosione del fenomeno…), quello dei californiani AFI è stato uno dei primi nomi ad essere associato a tale genere musicale, basti pensare all’entusiasmo con il quale fu accolta l'esibizione all’Independent Days Festival del 2003. In effetti Davey Havok & family, già dai tempi di The art of drowning, avevano fatto capire che certe atmosfere wave-ottantiane non gli facevano per niente schifo, ed erano riusciti ad inglobarle nel loro sound diventando così gli alfieri di quel punk-rock melodico a tinte oscure che di lì a poco avrebbe conquistato schiere di estimatori in giro per il mondo. Con i successivi Sing the sorrow e Decemberunderground la cosa si è fatta ancora più palese, mentre il nuovo Crash love è un album più marcatamente pop-rock e per certi versi un po’ meno cupo di ciò che lo aveva preceduto. L’impatto iniziale non è stato dei migliori poiché questo lavoro, a dispetto della sua immediatezza, ha bisogno di tempo per “crescere” e arriva a convincere del tutto solo dopo numerosi ascolti. A livello di scrittura i nostri si confermano dei fuoriclasse, e la riprova arriva con episodi come “End transmission” (se volevate una vera “emotional song” con questa siete a posto…), “Medicate” (qui non manca proprio nulla, il mix melodia/ritmi incalzanti/vocals incisive abbinate ai soliti coretti “afiani” è davvero azzeccato, così come lo è l’assolo che il buon Jade Puget ha piazzato nel finale del brano…), “I am trying very hard to be here” (pezzo super-ruffiano ma molto efficace) e la simil-ballad “It was mine”, che lì per lì ti sconcerta ma che, così come tutte le altre track, ha una struttura piuttosto complessa e deve essere ascoltata con attenzione per essere apprezzata appieno. Insomma, il succo è che si parte dall’idea che il disco forse non è un granché, ma si finisce per pensare che invece è la solita figata che ti potevi aspettare dagli AFI, i quali avranno sì cambiato un po’ il loro look (basta andare su Internet per trovare discussioni infinite sul colore dei pantaloni che Davey Havok indossa in alcune foto promozionali!), ma la musica la sanno fare ancora piuttosto bene…
Web: http://www.afireinside.net/.
(Grendel)
Angelspit: Hideous and perfect
(CD - Metropolis Records, 2009).
A neanche un anno e mezzo dall’uscita del secondo disco, intitolato Blood death ivory, torna a farsi vivo il gruppo australiano formato da Destroyx e ZooG, ovvero due tra i personaggi più imitati (almeno per ciò che concerne il look…) dai fan di electro-industrial e generi similari. Se in passato era proprio l’immagine della band ad avere la meglio sull’aspetto squisitamente musicale, adesso le cose sono molto cambiate e senza ombra di dubbio migliorate, difatti il nuovo Hideous and perfect risulta essere, e tra l’altro fin dai primissimi ascolti, un lavoro “gustoso” e ben strutturato. Il salto di qualità tra le precedenti release e quest’ultima è notevole, e si può tranquillamente affermare che stavolta il duo ha curato i brani nel minimo dettaglio, riuscendo a comporre materiale assai efficace e immediato. La grintosa opener “Ditch the rest” è un ottimo esempio di come gli Angelspit abbiano saputo aggiustare il tiro, arrivando così a creare un ibrido industrial-cyber-punk in bilico tra l’attitudine old-school e un approccio che invece sa di fresco e moderno, ma di episodi che vale la pena citare ce ne sono anche molti altri, vedi ad esempio i convincenti “Fuck the revolution” “Hyperlust” e “Let them eat distortion”. Il mix tra certi riff super-robusti ed essenziali, i beats “secchi” e le vocals di Destroyx e ZooG non è di sicuro il più adatto al dancefloor, ma sembra fatto apposta per poter funzionare benissimo in versione live.
Web: http://www.angelspit.net/.
(Grendel)
Antonius Rex: Per viam
(CD - Black Widow Records/Masterpiece Distribution, 2009).
Rischieremmo di spendere vuote parole, al cospetto di un Artista che ha attraversato indenne quattro decenni di storia della musica italiana, tra periodi di silenzio ed in improvvise risurrezioni. I dischi targati Jacula ed Antonius Rex nei primi anni novanta furono assurti al rango di opere di culto dalla rinascente attenzione che molti, produttori, giornalisti e semplici appassionati, riversarono nei confronti di quella che viene, non senza un senso di compiacente auto-indulgenza, epoca aurea dell’italica arte canora (gli anni settanta, eh si…). Quel periodo che vide la contemporanea emergenza di gruppi che ottennero prestigiosi riconoscimenti e citazioni da grandi d’oltremanica, grazie ai quali poterono poi sopravvivere alle alterne fortune che il mestiere di musicante riserva. E che, conseguentemente, trascinarono nella loro scia una moltitudine di colleghi, più o meno meritevoli. Ma questi sono altri discorsi. Per viam è un lavoro essenzialmente strumentale, a parte scarni inserti recitati dall’Autore (in “Antonius Rex prophecy” decisamente amaro e quanto mai attuale), che non bada ad accattivarsi le simpatie degli adepti alle mode passeggere, rimanendo concettualmente ancorata la sua opera al passato. Si stagliano nell’ombra composizioni meditate, rifuggenti l’ardore espressivo, adagiate piuttosto su cuscini di seta di un sound rimandante al vintage senza esserlo nella sua essenza, e sicuramente espressione sincera, genuina del suo creatore. Non a caso, l’episodio più incisivo resta la riproposizione di “UFDEM” (“Uomo fallito dell’età moderna”) che trovò posto su “Tardo pede in magiam versus” del 1972 (ristampato dalla stessa Black Widow, e precedentemente dalla Mellow Records, andate a riscoprirlo, ne vale la pena, se non altro per il suo valore documentale). Tastiere magniloquenti, atmosfere sconfinanti nella new-age (questa si di maniera), begli organi, anche se decisamente moderni. Mi è piaciuta la chitarra di “Spectra”, molto nervosa e spiccatamente dark (sabbathiana, oserei). Un disco che va considerato come il tentativo (riuscito o meno dipende dai gusti di chi lo ascolta) di Antonius Rex di approcciarsi al presente, senza ricorrere a banali artifizi, rimanendo fedele alla propria indole. Soprattutto, un’uscita perfettamente allineata alla filosofia della etichetta patrocinatrice: la genoana (eh, non è un errore…) Black Widow si è spesa alquanto per donarle come suo costume un giusto involucro, la custodia cartonata ed il booklet rendono “Per viam” vieppiù intrigante, come giusto che sia.
Web: http://www.blackwidow.it.
(Hadrianus)
Assemblage 23: Spark
(CDS - Accession Records/Audioglobe, 2009).
Ad oltre due anni di distanza da Meta, nuovo singolo per Assemblage 23 ad anticipare l'album Compass in uscita a metà Ottobre. Sin dalle prime note "Spark" mette in evidenza le caratteristiche salienti della musica di Tom Shear: elettro-pop con un gusto per la melodia che ha pochi pari in questa scena e che nel corso di questi anni ci ha regalato dischi molto belli. Il singolo in questione, pur se buono, non ha comunque l'appeal immediato di altri hits del passato e come singolo pare un pò deboluccio; non migliorano la situazione i due remix firmati Combichrist (veramente pessimo) e Blaqk Audio. Come nei precedenti singoli di Assemblage 23, la tracklist è completata da due inediti: se "The poison moon" è discreta, pur se estremamente "convenzionale", decisamente sorprendente (ma in negativo) "Helicopter girl" strampalato brano dalla struttura oserei dire "sperimentale" ma che personalmente mi ha solo annoiato. In un panorama "elettro" che offre sempre piu' raramente spunti di interesse, Assemblage 23 resta a mio parere un punto di riferimento in positivo, ma certamente questo singolo non rientra tra le cose migliori della discografia di Tom Shear. Meglio attendere Compass confidando in un buon album.
Web: http://www.assemblage23.com.
(Candyman)
Berlin Lapidarium: Dark Tales
(MCD - Self-produced, 2009).
Ovvero, quando ci si applica con attenzione alla materia che meglio si conosce. E’ il caso dei BL, che già mi impressionarono favorevolmente colla track “Mistaken eyes”, pure compresa nel presente Dark tales. Certo che, ai più smaliziati od esigenti di voi, titolo dell’opera, nome del gruppo e sonorità proposte suoneranno come elementi scontati, già abbondantemente assimilati, ma io insisto, e ribadisco che il sound obscuro ed essenziale di “Burned by the sun”, di “The coral castle mystery” e di “Cheater or Prince” è senza ombra di dubbio frutto della genuina passione dei compositori/esecutori. Il tutto senza suonare patetico o nostalgico. La già citata è davvero un bel pezzo, e con una produzione più ricca non sfigurerebbe al cospetto di sciape hits artificiosamente assemblate da tanti prime movers frettolosamente assurti a tale immeritato ruolo.
Web: http://www.myspace.com/berlinlapidarium.
(Hadrianus)
Black Tape For A Blue Girl: 10 Neurotics
(CD - Projekt/Audioglobe, 2009).
Per questa nuova opera dei suoi Black Tape Sam Rosenthal ha fatto aspettare ben cinque anni. Se il precedente Halo Star rappresentava per chi scrive la vetta della produzione di questo storico progetto statunitense, 10 Neurotics costituisce in parte un "ritorno alla normalità". Non che l'album sia brutto, anzi, ma gli episodi si attestano, con poche eccezioni, sulla media. Nell'album è citato spesso il tema della trasgressione, con canzoni i cui testi sono costruiti come delle piccole storie raccontate dalla parte "debole" di una coppia, pronta a subire – non senza soddisfazione – piccole (e meno piccole) umiliazioni. La grafica del CD, davvero splendida nell'edizione digipack della Projekt, rimanda direttamente a questo tema ed è quindi piena di foto erotiche (molto soft) splendidamente patinate. Se il tutto vi suona un po' come una cosa fighetta, beh avete colto il limite principale di 10 Neurotics. L'album è innegabilmente un po' di maniera e nonostante il carattere struggente di molti dei pezzi presenti riesce in ogni caso a suonare "freddo". Sulla carta il CD aveva tutte le carte per essere un altro capolavoro: intanto in quest'opera è stato molto presente Brian Viglione dei Dresden Dolls, che non solo ha suonato in quasi tutti i pezzi ma ha anche co-prodotto il CD. Al solito Rosenthal si è circondato poi dei migliori musicisti della sua Projekt Records, tra cui Steve Roach, Michael Laird (Unto Ashes), anche se questi (e non è stato un bene per il disco) si sono limitati a poco più di una comparsata. Altra apparizione di lusso è stata quella di Lucas Lanthier dei Cinema Strange, che dona la sua stralunata voce a "Curious, Yet Ashamed". C'è poi Athan Maroulis, ex-Spahn Ranch, che è il vocalist maschile principale del CD, cosa che non è completamente positiva: non che la sua voce sia brutta, tutt'altro, ma il carico di enfasi che mette nell'interpretare i brani rende ancora più stucchevoli alcuni episodi già leziosi del CD. Tra l'altro è un difetto storico dei Black Tape quello di esasperare i toni enfatici nei brani più romantici: Rosenthal in questi episodi fa caricare di pathos le interpretazioni dei suoi cantanti, con risultati spesso al limite del fastidioso (per questo ero arrivato a detestare Oscar Herrera, uno dei primi collaboratori di Rosenthal). A causa di ciò "Tell Me You've Taken Another" e "Love Of The Father" (che ha comunque un testo davvero toccante) sono gli episodi peggiori di 10 Neurotics: troppa è poi l'enfasi in "The Perfect Pervert", anche se il pezzo non è in fondo male, e in "Marmalade Cat", tra l'altro anche un po' goffa nell'intepretazione vocale femminile. Se Halo Star era aperto alla sperimentazione dei suoni, in 10 Neurotics questa tendenza è meno accentuata visto che molti dei brani riprendono sonorità e atmosfere "tipiche" del gruppo. Ci sono comunque delle eccezioni: la "jazzy" (e debole) "Inch Worm", la ballad acustica "Love Song" e soprattutto una manciata di episodi di gusto dark-cabaret, uno stile che deve piacere molto a Rosenthal, visto che ha messo sotto contratto i francesi Katzenjammer Kabarett e lui stesso ha rilasciato lo scorso anno un CD del progetto Revue Noir, tutto dedicato a queste sonorità. Questa commistione in 10 Neurotics ha prodotto risultati tutto sommato interessanti come "Sailor Boy", la già citata "Curious, Yet Ashamed" e soprattutto la buona "Rotten Zurich Cafe". In realtà la novità principale del disco è proprio dovuta alla collaborazione con Brian Viglione, la cui presenza dona una solida base ritmica agli episodi del CD. L'album in generale cresce soprattutto nella seconda metà, dove sono presenti gli episodi migliori come "In Dystopia", la gotica "The Pleasure In The Pain" e soprattutto "Caught By A Stranger" (ecco, questo è davvero un picco, probabilmente uno dei migliori pezzi mai composti dai Black Tape). Forse questa recensione vi potrà sembrare troppo severa, visto che comunque 10 Neurotics non è un brutto disco e sicuramente svetta sul livello infimo della produzione musicale odierna. Di contro però non è nemmeno un'opera che riesce a catturare incondizionatamente l'ascoltatore, visto che sembra essere stata composta più con il cervello che con la pancia e il cuore.
Web: http://www.projekt.com/.
(Christian Dex)
Clan of Xymox: In love we trust
(CD - Trisol/Audioglobe, 2009).
Preceduto dal singolo Emily (di cui abbiamo parlato lo scorso mese), ecco In love we trust nuovo ed ennesimo album dei Clan of Xymox. Le note che hanno preceduto la pubblicazione dell'album (che parlavano di un certo ritorno a sonorità del periodo 4AD) ed il buon singolo avevano autorizzato certe aspettative che vengono soddisfatte solo in parte. L'esperienza ed il talento di Ronny Mooring hanno portato alla realizzazione di dieci tracce indubbiamente buone in cui la classica dark-wave della band olandese si fonde con elementi elettronici piu' moderni, senza mai cadere in toni eccessivi e denotando indubbiamente una fase creativa piu' ispirata rispetto, ad esempio, al precedente Breaking Point, ma al tempo stesso è innegabile (e tutto sommato prevedibile) che scomodare paragoni coi primi due album degli Xymox può solo arrecare danni al giudizio relativo al nuovo disco. Meglio quindi lasciar perdere il passato e godersi un disco che senza far gridare al miracolo fa comunque la sua onesta figura nella discografia della band olandese con brani dal livello medio piu' che buono, tra cui si distinguono "Judas", "Desdemona", "Emily" e la title-track. Per i fans dei Clan of Xymox un acquisto inevitabile (per convinzione e/o per abitudine).
Web: http://www.myspace.com/clanofxymox.
(Candyman)
Dialis: Precatio
(CD - Autoprodotto, 2009).
I Dialis presentano un progetto decisamente ambizioso, basato su una musica che sa unire, e anche piuttosto bene, un certo neo-folk, ballate rock oscure, un po' di prog nonché la tradizione della canzone d'autore italiana (cosa questa che potrà sembrare strana, visto che i pezzi sono tutti cantati in inglese). A livello musicale il gruppo ha curato la costruzione dei pezzi con estrema cura, ricorrendo ad arrangiamenti che fondono i suoni di molti strumenti diversi, da quelli tradizionali della musica rock al violino, dal flauto alla fisarmonica, dal pianoforte alle chitarre acustiche fino al sax. La musica ha una forte connotazione malinconica, un gusto spleen che è presente in tutti gli episodi di Precatio. Un primo limite del CD è quello di essere estremamente omogeneo e talvolta anche un po' monotono. Non è comunque il difetto principale, perché ciò che veramente rovina l'album è la voce di Franco Bottoni. Non che sia un cattivo cantante e anzi la sua voce baritonale è decisamente solida. Il problema è l'uso che ne fa negli undici brani di Precatio. Da una parte l'enfasi messa nel suo cantato è sempre eccessiva, ma soprattutto ricorre costantemente ad un fastidiosissimo vibrato nella voce. Il risultato è costantemente sopra le righe: un manierismo a mio avviso eccessivo e poco efficace. L'album ha comunque, come già detto dei momenti interessanti, come "As Judas Curses" con le sue belle melodie di sapore neo-folk, "A Sweet Eclipse" e "A Cliff Apart". Precatio è un'opera con degli innegabili punti di forza e forse basterebbe un po' più di naturalezza e semplicità nella loro proposta per far fare ai Dialis un significativo balzo in avanti. Alla prossima.
Web: http://www.dialis.org.
(Christian Dex)
Dunkelwerk: Hoellenbrut
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009).
A quattro anni di distanza dall'album d'esordio Troops, Dunkelwerk ci propone il suo nuovo full-lenght Hoellenbrut. Ancora una volta un concept-album: se il primo era incentrato sulla guerra e sui concetti di "perdita" e "sconfitta" nel senso più ampio del termine, il progetto tedesco questa volta punta su tematiche "gotico-vampiresche" attraverso dodici brani di elettro-dark oscura che ci portano in luoghi infestati da mostri e vampiri, alla ricerca dell'amata regina (N.B. non sono influenzato dalla lettura/visione di "Twilight" o "Underworld" mentre scrivo queste righe, ma sto semplicemente riportato quanto scritto nelle, come di consueto altisonanti, note promozionali dell'Alfa Matrix). La "saga" di Dunkelwerk si snoda attraverso dodici brani a cavallo tra elettro-dark/industrial-ebm che si mantengono su livelli tutto sommato discreti, ma che mancano di quel guizzo capace di sorprendere o coinvolgere l'ascoltatore, facendo prevalere, dopo una manciata di brani, un senso di noia che fa allungare la mano verso il tasto "skip" dello stereo... L'Alfa Matrix ci ha offerto di peggio, ma credo che difficilmente Hoellenbrut troverà consensi al di fuori della Germania.
Web: http://www.myspace.com/dunkelwerk.
(Candyman)
Helalyn Flowers: Spacefloor romance
(EP - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009).
Beh, più di qualcuno avanza (legittimi) dubbi circa la qualità delle ultime proposte di casa Alfa-Matrix,e non si può certo dar torto a queste voci. Nel caso degli HF, il valore del prodotto non si può mettere in discussione, in quanto NOemi e Max sanno indubbiamente costruire canzoni perfette, dal immediato e travolgente, e dalla carica inequivocabilmente catchy. Non mancano l’obiettivo le alternate versions di “Hybrid moments” e “Your killer toy”, mentre la poppeggiante “Never enough” non fa che accrescere la nostra curiosità, e l’impazienza di venir presto in possesso dell’imminente Stitches of Eden, il secondo ellepi del duo italiano! Come è costume di questi tempi, il dischetto è arricchito da diversi remix, ben tre riguardanti “Hybrid moments” (di Halo In Reverse, di Psy’Aviah e niente meno che di Leather Strip), uno di “Your killer toy” (manipolato da Studio-X). Nuove dimensioni mutanti di pezzi già validi di loro, che implementano un prodottino davvero valido.
Web: http://www.helalynflowers.com/.
(Hadrianus)
Informatik: Arena
(CD - Dependent Records, 2009).
Attivi da diversi anni (senza per altro risultare mai pienamente convincenti per il sottoscritto), gli Informatik approdano sulla rediviva Dependent per realizzare Arena, album di dodici tracce tra inediti e remix di brani tratti dai loro precedenti album. Il duo americano è composto da Da5id Din e Taylor Newman che riversano in Informatik il frutto delle diverse esperienze accumulate coi loro precedenti progetti (din_fiv e Battery Cage): il risultato sono brani che spaziano dall'elettro-pop piu' melodico a soluzioni maggiormente technoidi e sperimentali. Pur se con risultati non sempre convincenti, Arena offre anche dei buoni episodi ("Night and day", "Falling", "A matter of time", "Come together") in cui si evince l'abilità e l'esperienza dei due musicisti (decisamente piu' modesti come vocalist). Arena è tutto sommato un disco godibile anche se non credo riuscirà a far compiere agli Informatik quel salto di qualità atteso da ormai troppi anni.
Web: http://www.myspace.com/informatik.
(Candyman)
Janara: Crocus, Mint & Fennel
(CD - Friction, 2009).
Piacevole sorpresa questa opera prima dei Janara, quartetto di Modena tutt'altro "di primo pelo" visto che nelle sue file militano Davide Grimaldi e Davide Borghi che hanno fatto parte negli anni '90 di varie interessanti formazioni della scena, in particolare degli ottimi Diathriba. La musica di Crocus… è fortemente costruita su sonorità rock-wave ma il vero elemento caratterizzante è dato dalla voce davvero bella di Francesca De Filippis. Oltre a essere dotata di una buona potenza la cantante ricorre spesso a dei vocalizzi virtuosistici, dimostrando un'ottima padronanza dei suoi mezzi. Talvolta il gioco le prende però un po' troppo la mano e le sue performance vocali finiscono anche per distrarre l'ascoltatore dalle ottime linee musicali di base. Un po' più di controllo quindi sicuramente non farebbe male, anche perché il gruppo sa creare un "muro del suono" assolutamente intenso e compatto, che sicuramente è in grado di figurare più che bene in concerto. I Janara sanno comporre dei pezzi molto belli, con delle melodie innegabilmente "catchy", delle ottime linee di chitarra e un'efficace base ritmica. Il tutto è costruito perciò a partire da ingredienti semplici ma il risultato è davvero di rara efficacia. Seppur tutti i brani siano di qualità decisamente buona meritano una menzione speciale alcuni degli episodi di Crocus… in particolare "Forbidden Happiness" e "Sense", che chiude magistralmente la collezione: interessante è anche "Rotten Words" di gusto più sperimentale. Il CD presenta sette pezzi, per una durata di all'incirca una mezz'ora, altra scelta assai azzeccata in un panorama in cui la prolissità espressiva sembra essere la norma. Cosa dire d'altro se non "Bene, bravi, bis!"?
Web: http://www.janara.info.
(Christian Dex)
Kill Hannah: Wake up the sleepers
(CD - Original Signal, 2009).
Come già detto nella recensione del concerto tenuto nell’ottobre 2008, i Kill Hannah sono inspiegabilmente degli sconosciuti in Italia, e questo nell’epoca di Internet non è ammissibile né concepibile, tanto più che qui si sta parlando di un gruppo che sia negli States che in molti paesi europei ha un grosso seguito. Ma veniamo alla nuova fatica discografica di Mat Devine e compari, ennesima riprova del loro talento e della facilità con la quale riescono a tirar fuori canzoni electro-pop-rock di grande impatto ma anche di raffinata eleganza, che tante band più blasonate nemmeno si sognano di poter comporre. Gli ingredienti sono quelli di sempre, con le vocals “imperfette” (ma solo a livello di pronuncia…) del cantante sempre in primo piano abbinate a ottime melodie e a notevoli dosi di elettronica, che modernizzano il tutto senza però risultare troppo invadenti. Bello come sempre il sound delle chitarre, che poi è l’elemento che fa la differenza tra i Kill Hannah e tante altre formazioni, per non parlare dello strano timbro di voce di Mat, che pur avendo superato i trenta continua a cantare come se fosse un dodicenne, e probabilmente a molti piace proprio per questo! Essendo il cd di ottima fattura è difficile individuare i brani più rappresentativi, ma senz’altro l’opener “Radio”, “New York City speed” e “Strobe lights” (quest’ultimo nella parte iniziale sembra quasi un pezzo alla Apoptygma Berzerk!) hanno un appeal particolare, mentre canzoni come “Snowblinded”, “Living in misery” e “Mouth to mouth” si fanno notare, oltre che per la loro bellezza, per la presenza di ospiti del calibro di Benji Madden dei Good Charlotte, Amanda Palmer dei Dresden Dolls e Chibi dei The Birthday Massacre. Se Wake up the sleepers non è uno dei dischi dell’anno (almeno per ciò che riguarda certe sonorità…) poco ci manca, ad ogni modo ancora una volta i ragazzi di Chicago non hanno sbagliato praticamente nulla, e si spera che prima o poi anche in Italia un bel po’ di gente si accorga di loro…
Web: http://www.killhannah.com/.
(Grendel)
Lisa Hammer: Dakini
(CD - Projekt/Audioglobe, 2009).
Prima opera solista per Lisa Hammer, voce dei Mors Syphilitica e prima ancora degli stupendi e mai abbastanza rimpianti Requiem In White. Dakini è un'opera costruita principalmente sulla splendida voce della Hammer, che è talmente brava da riuscire a trasformare qualsiasi nota in una melodia celestiale. Sono presenti alcuni brani della tradizione del passato (tra cui l'immancabile ripresa dai Carmina Burana con "In Taberna Quando Sumus") ma la stragrande maggioranza degli episodi del CD è opera della stessa Hammer: si tratta di composizioni caratterizzate da una forte influenza, oltre che della musica antica e sacra, delle melodie del Medio Oriente e dell'Asia. Dakini cammina a metà tra queste due fonti di ispirazione, anche se il suono è aperto a tante contaminazioni diverse che fanno sì che mai il CD prenda, fortunatamente, la strada della citazione filologica di precisi stili musicali. Pur nella sua impostazione minimale, scelta opportunamente per dare massimo risalto alla voce, la musica è comunque piacevolmente costruita su tanti suoni e strumenti diversi, molti dei quali suonati dalla stessa Hammer. Il risultato rientra a pieno titolo fra i canoni del genere "etereo": episodi come "Samsara", "The Muses", "Mara" e "Trekcho" faranno felici gli appassionati – anche i più esigenti – delle "heavenly voices". I brani di Dakini singolarmente sono anche belli e non c'è mai la vera e propria caduta di stile. C'è comunque un però: la scelta di eseguire diciassette brani è stata assolutamente infelice. 72 minuti caratterizzati da composizioni sì belle ma tutto sommato un po' uniformi sono decisamente troppi. Cose da tagliare in fondo se ne possono trovare: pur valide, canzoni come "Eleison", "Be Not Afraid" o "Bardo" potevano tranquillamente rimanere nel cassetto visto che nulla aggiungono al valore complessivo dell'opera. Se la Hammer avesse ridotto di un buon terzo la durata del CD probabilmente Dakini sarebbe stato un capolavoro indiscutibile. E' proprio il caso di dirlo: il troppo stroppia...
Web: http://www.lisahammer.com/.
(Christian Dex)
Mely: Portrait of a porcelain doll
(CD - Silverwolf Productions/SPV, 2009).
Onesti mestieranti del metal gothikeggiante, gli austriaci Mely timbrano il cartellino del quarto studio album, un discreto curriculum considerato che sono attivi dal 1999 e che vantano una diffusa presenza on stage (con tanto di partecipazione all’arcinoto evento sloveno del Metalcamp, nel 2006). Chi si è perso le precedenti uscite non si percuota il petto in segno di contrizione, il quintetto carinziano non offre alcunchè di particolare, e Portrait of a porcelain doll non accrescerà la sua fama, citando Anathema ed affini, fra porzioni acustiche ed altre decisamente elettriche, non mancando di ispessire la proposta con inserti dark ambient. Atmosfere lente e dilatate, con un buon chitarrismo di base ed alcuni pezzi ("Grown of doom", "Brick against porcelain dolls", "Maybe yesterday" fra questi) di discreta fattura fanno comunque pendere il giudizio nel verso positivo. Esplicativo che l'highlight assoluto del disco giunga con la fine dello stesso, materializzando "My addiction" le aspettative finora in parte deluse. Davvero una gran bella canzone, indice che Andreas Mataln e compari sanno comporne di valide. Per gli amanti del genere, può essere più che sufficiente, di questi tempi.
(Hadrianus)
Mesh: Only Better
(CDS - Dependent Records, 2009).
A più di tre anni di distanza dall'album We Collide, riecco i Mesh! La band britannica si è accasata presso la rediviva Dependent, per cui firma questo singolo, ad anticipare il full-lenght A Perfect Solution annunciato per la fine di Ottobre. Only Better si articola in cinque tracce, di cui tre riguardano la title-track: classico pezzo "alla Mesh", con un refrain micidiale che entra in testa sin dal primo ascolto, è uno dei migliori esempi del talentuoso elettro-pop della formazione di Bristol, autentica colonna portante di questo genere. Se le versioni "Gritty" e "Club" non sono poi così diverse tra loro, merita una citazione l' "Alien6 Mix" veramente ottimo! Tracklist completata da "Shattered glass" ed "Everything I Made (Kloq remix)": la prima è un altro ottimo brano (esclusivo per questo singolo), che rimanda un po' ai Mesh dei primissimi dischi, quando il loro sound era un po' più ruvido, mentre l'altro brano lo ritroveremo sull'album in versione "edit". Coi Mesh si va sempre col sicuro e questo mcd costituisce un'ottima anticipazione in vista del nuovo album.
Web: http://www.myspace.com/meshwecollide.
(Candyman)
Mob Research: Holy city zoo
(CD - Echozone/Masterpiece, 2009).
Mob Research è il nome della super-band formata dal compianto Paul Raven (l’ex bassista di Killing Joke, Prong e Ministry, purtroppo scomparso nell’ottobre del 2007 a soli quarantasei anni…) e da musicisti del calibro di Kory Clarke (frontman dei sottovalutati Warrior Soul), Mark Gemini Thwaite (The Mission, Tricky, Peter Murphy) e Nick Lucero (ex Queens Of The Stone Age e attualmente anche lui parte del gruppo che accompagna Peter Murphy in tour). Sebbene Raven avesse terminato le registrazioni di Holy city zoo poco prima della sua morte, l’uscita del cd è stata posticipata al 2009, per cui soltanto adesso ci ritroviamo a parlare di questa release tutt’altro che banale o di second’ordine. L’industrial-rock proposto dai quattro è fortemente incisivo e interessante all’ascolto, e questo sia per la ricercatezza di certe soluzioni sonore che lo contraddistinguono, sia per il “tiro” che ha la maggior parte dei brani. A magnificare il tutto ci sono poi le fantastiche vocals di Clarke, il cui timbro si sposa davvero bene con la ruvidezza e l’aggressività del sound, basti pensare alla titletrack o a episodi come “New paradigm” (un pezzo che non si basa su ritmiche forsennate ma riesce ad essere intenso come pochi…) e i trascinanti “Skull and bones” e “This one’s for you”. Insomma, in questo caso si può parlare di mestiere ma anche di anima, perché ascoltando l’album si capisce che chi l’ha realizzato ha (o, ahimè, aveva…) non solo le capacità ma anche una passione per la musica che negli anni è rimasta intatta, così come la voglia di sperimentare sempre qualcosa di nuovo, per cui è ancor più un peccato che la formazione abbia perso uno dei suoi elementi fondamentali. Segnalo infine che a completare un disco già molto riuscito di per sé ci sono ben sette bonus tracks/versioni remix: tra esse spicca quella della già citata “Skull and bones”, e state pur certi che suona bene pure in chiave techno-hardcore!
Web: http://www.mobresearchinc.com/.
(Grendel)
Noble: Vampires chronicle Versailles
(CD - Sherow Artist Society/CLJ Records/Audioglobe, 2008).
Androginia manifesta, pose melense, trucco pesante, abiti da cortigiani del Re Sole... I Noble sono giapponesi, e guarda caso vanno ascritti esteticamente al filone Visual Kei. Ma, sorpresa, da punto di vista sonoro questo Vampires chronicle Versailles (titolaccio) riserva qualche sorpresa, in quanto il combo si cimenta in un symphonic-metal non trascendentale, ma per lo meno distante dal clima di colonna sonora da cartoon tipico di tanti conterranei. Così, tra una fuga su scale ardite (quelle del pentagramma, non dei palazzi della corte francese) ed il solito cantato (quello sì nella norma) qualcosa si salva, anche se alla fine risulta pochino ("Zombie" sfiora il thrash in alcuni inserti, le parti di chitarra, pur se pedisseque imitazioni di quanto proposto da altri, sono in generale di buon livello, il lento "Windress" è ben orchestrato, almeno fino a quando non entra la voce, poi... sono dolori!). Una produzione in linea con tante altre, il settore è presidiato da troppi illustri colleghi (in Finlandia li farebbero a pezzi), resta quella simpatia che, chissà perché, gli insiemi nipponici riescono sempre ad accattivarmi (però "To the chaos inside" la boccio senza possibilità d'appello, mentre la prova di resistenza “History of the other side”, si lascia superare senza giungere alla fine col fiatone). E sovente si va di doppia cassa ("Suzerain" fila via come un treno della metro di Tokio, fra fermate ed accelerazioni da infarto), "After Cloudia", poi, puro teuto-happy metal, farà saltare sulla sedia i fan di Helloween e discendenti, sapete che faccio, quasi quasi lo presento come un inedito dei Gamma Ray. Sì, e poi mi do alla macchia per almeno un mese, che se i seguaci di Kai Hansen mi prendono...
(Hadrianus)
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