Recensioni Giugno 2009

 


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[Seize]: Constant Fight (CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009). Sei anni: a tanto ammonta l'arco temporale che separa Constant Fight dal precedente The Other side of your mind. Un lungo periodo caratterizzato sia da problemi tecnici che personali che hanno ritardato la pubblicazione del nuovo disco del trio londinese, ma come si suol dire, la lunga attesa viene ripagata da un album che soddisferà i loro fans. Constant Fight ribadisce il gusto di Sandrine, Rosie e Steven per brani elettro-pop dalle atmosfere ariose, intriganti ed innegabilmente commerciali; la loro musica è infatti sempre piu' intrisa di elementi elettro-house, trip-hop e break beat. "Musica da aperitivo o da locale fighetto"; usai piu' o meno queste parole a suo tempo per recensire il disco precedente ed il concetto è oggi piu' che mai valido. Le iniziali "Am I just like you?" e "Wishful thinking" aprono l'album in maniera piu' che buona, rimandando ad un elettro-pop "alla Client", ma successivamente prendono piede le caratteristiche marcatamente "commerciali" sopra elencate, per un disco anche gradevole per l'ascoltatore piu' "open mind", ma che al tempo stesso lascia lo stesso retrogusto di un cocktail sin troppo zuccheroso. Web: http://www.myspace.com/seize. (Candyman)

A Spell Inside: LogInside (CD - Dark Dimensions/Scanner/Audioglobe, 2009). A ben cinque anni di distanza dal precedente Vitalizer, gli A Spell Inside realizzano LogInside, quarto album per questa band formatasi nel lontano 1989 (e quindi non particolarmente prolifica) e dedita ad un buon synth-pop che trova nei De/Vision il principale riferimento. Il nuovo disco palesa un ottimo songwriting che porta alla realizzazione di dodici tracce decisamente apprezzabili, dove il synth-pop incontra la wave anni'80, spaziando dagli episodi piu' ballabili (l'iniziale e trascinante "Keener", "Staerke 10", "I will", "Here to stay") alle ballads dai toni piu' intimisti ("Your eyes", "Waiting", "Chase") mentre alcuni pezzi, come "Secrets", "Reality" e "Not enough" rimandano decisamente allo stile "elettro-goth" dei connazionali Behind The Scenes. La lunga gestazione del disco è stata quindi ripagata dalla qualità piu' che buona del prodotto: LogInside, è un album assolutamente imperdibile per gli amanti dell'elettro/synth-pop. Web: http://www.myspace.com/aspellinside. (Candyman)

Aa.Vv.: Sky so grey - A Boston dark music compilation (CD - Decorative Records, 2008). Pensando a Boston mi sovvengono, chissà perchè, i Minutemen. Beh, quand’ero giuovine erano considerati imprescindibili da più d’un mio sodale, ispecie fra i più accorti. Eppoi ci sono best-seller Aerosmith, ancora sulla breccia anche se tanti loro coetanei si stanno godendo la pensione. Indubbiamente il Massachusetts vive nell’ombra ingombrante di Nuova York e delle sue scene ribollenti, e questa compilazione, nella sua modestia, intesa non come contenuti, ma come sorta di pudore, quasi che si sia scelto volutamente un profilo low, conferma che sì, a Boston si suona e pure bene, che le idee non difettano di certo e vengono pure sviluppate, manca però un riferimento preciso, un nome decisivo che possa emergere. Intendo in ambito dark, come indicato nel sottotitolo di Sky so grey, anche se questo termine è da considerare assai alla larga, come direbbe mia madre. Ideatore è Mathew Fuller dei Seven Sunless Days e degli Scissorkiss (entrambi i casi è un ex), i pezzi affastellati uno sopra l’altro con cura artigianale sono quattordici, si spazia dal dreampop, all’ethereal, al grunge virante seppia, non mancano effluvi gothic o divagazioni shoegaze… Buone prove dalla psichedelica poppeggiante degli Amber Spyglass, dai citati Seven Sunless Days, dai The Milling Gowns e da Thylacine e da Walter Sickert & the Army of broken Toys, stendiamo un velo sull’imbarazzante “Ave Maria” dei Dreamchild, Melt e Lucretia’s Daggers riportano la media al di sopra della sufficienza. Da una operazione siffatta, pretendere uniformità sarebbe utopia, questo bel compendio è utile come tale, per effettuare una ricognizione su territori altrimenti poco battuti. What Time Is It Mr. Fox prediligono atmosfere rilassate, con una batteria jazzy a dettare il ritmo blando di una pop song piacevole, ma nulla più, il vocione fondo di Mark McGettrick caratterizza la sua “Greening”, questa sì goth dai riferimenti brit, “To lure the swans and flies” dei Twelth Of Never (complimenti per l’originale nick!) è dark all’ennesima potenza, indubbiamente l’highlight del lotto, è una ballatona che piacerà anche agli appassionati del female-fronted-goth-metal (!!!!) tanto in voga, Sharon Crumrine le tiene testa a fatica (bell’esercizio a la Satie, ma “Nightporter” dei Japan si pone ovviamente su ben altro livello, per un pezzo che non decolla, complice una parte più dinamica che tende troppo all’auto-indulgenza), Aepril Schaile & The Judgement vorrebbero fare del brechtiano kabarett, ma pur troppo per loro falliscono la prova (Amanda Palmer se li pappa), Ultra Plush con “Celestine dream” strizzano l’occhio al catalogo Projekt. Non è possibile, ripeto, stilare un giudizio uniforme, nel complesso la prova tiene ed adempie al compito affidatogli. Web: http://www.myspace.com/skysogreycomp. (Hadrianus)

Aa.Vv.: United Vol.2 (CD - Noitekk/Audioglobe, 2009). A ben quattro anni di distanza dal primo capitolo, ecco il secondo atto di questo sampler consacrato all'harsh-elettro (e trattandosi di un disco della Noitekk, non potrebbe essere altrimenti). Il disco (digibox limitato a 1.000 copie, con poster ed adesivo) ci propone tredici bands fedeli interpreti di questo genere che, nonostante le pompose ed inevitabili note promozionali della label tedesca, non fanno altro che ribadire quanto questo genere sia ormai da tempo alla canna del gas. La monotonia assoluta è la costante che ci accompagna per quasi tutto il cd; canzoni in fotocopia, con gli stessi beats, le solite voci distorte, ecc... niente di nuovo insomma e veramente pochissimo da salvare, ovvero "Mundus vult decipi" di C-Drone Defect (una delle poche bands harsh non appiattita sui soliti clichè e che ci propone questo bel pezzo, che personalmente mi ha ricordato "Soilbleed" di Grendel) e le redivive band "gemelle" Aslan Faction e Tactical Sekt rispettivamente con "Seventh circle" e "Human catastrophe". Pur senza esaltare, i loro pezzi sono ampiamente preferibili al resto della tracklist; vi sfido infatti a cogliere differenze tra le nefandezze di Dawn of Ashes, Die Sektor, Life Cried, Distorted Memory, Panic Lift, ecc... United Vol.2 fa segnare un passo indietro rispetto al già non esaltante primo capitolo e potrà soddisfare solo i fans piu' oltranzisti di questo genere. Web: http://www.noitekk.de. (Candyman)

Absentia Lunae: Historia Nobis Assentietur (CD - ATMF, 2009). I triestini Absentia Lunae con questa loro terza creatura (dopo Marching Upon Forgotten Ashes e In Umbrarum Imperii Gloria) si pongono ai vertici del (post?) Avantgarde Black Metal, come una delle voci di maggiore originalità. E originali e personali gli Absentia Lunae lo sono sempre stati, fin dai loro esordi, distinguendosi sia tematicamente che a livello di immagine dal mare black che li circondava. Come estetica, infatti siamo molto vicini a quella di un gruppo neofolk/martial e così pure le tematiche trattate stanno da quelle parti: la decandenza dell’occidente, i valori della tradizione, la Storia (così con la S maiuscola). Insomma, siete avvertiti. Ma torniamo a questo Historia Nobis Assentietur, opera in cui l’impegno della chitarrista Climaxia e degli altri membri della attuale line-up è arricchito dall’apporto di MZ degli Urna nelle parti elettroniche. Davvero, non so dire se si tratti di un capolavoro (ma forse quasi quasi ci siamo), poiché la mia capacità di giudizio è rimasta lievemente offuscata: raramente mi è stato dato di sentire qualche cosa di più vertiginoso, stordente, spiazzante. E anche a tratti davvero inquietante. L’attitudine avant-garde degli Absentia Lunae è ancora tutta intatta, sorretta da una produzione impeccabile, in un gruppo di pezzi (sette in tutto per una quarantina di minuti di durata) la cui complessità, densità ed anche osticità possono rimandare in qualche modo al lavoro di gruppi (grandi) come i Deathspell Omega. “Neuropa Calling” sorta di lunga intro, è il biglietto da visita che apre il dischetto e che ben testimonia l’humus ideologico ed estetico in cui crescono gli Absentia Lunae (mi pare evidente la citazione dei Von Thronstal). Ambient/ industrial cupissimo e decadente, oppressivo e caratterizzato dalla performance teatrale del vocalist Ildanach (in italiano, come nel resto dei pezzi). La successiva “Sentenza al Criterio” invece ci butta nel mezzo di puro, furioso Black Metal à la Mayhem in cui le chitarre isteriche di Climaxia rincorrono l’incredibile drumming di Blastphemer (appunto…). Con “Nel Gelido Sentore di un Eterno Addio” il ritmo rallenta e si annebbia nella prima parte, per poi riprendere il volo a circa metà del pezzo, ma continui sono i cambi di tempo e di direzione stilistica nel corso dei suoi 7:40 minuti di durata. Da segnalare il lavoro di cesello di Blastphemer, che trova il tempo ed il modo di citare rullate marziali, in mezzo ai bombardamenti. Con “L’Urlo e il suo illuminante Eco” si va verso territori con influenze Doom, ma nevrotico e schizzato, dove le percussioni sfiorano il parossimo. Ed ancora Black spietato in “L’Immutabile Richiamo e il Suo Cruento Incontro”, ma ricamato da inserti sintetici e da inaspettati frammenti di parti vocali recitate e pulite. “Nel Segno dell’Ariete la Storia ci darà ragione” è forse, di tutto l’album, il pezzo in cui l’influenza dei Deathspell Omega si fa più sentire: struttura complessa e imponente, improvvise oasi dark ambient, cambi di tempo, riff ipnotici, richiami acustici. Chiude il lavoro “Il Sole Ritrovato degli Iperborei”: un outro ambient malinconico e desolato, che dà davvero la sensazione di una quiete (apparente?) dopo la tempesta, di una nebbia che lascia intravvedere un monumento, sì, ma in rovina. Web: http://atmf.net. email: erilar@atmf.net. (Manfred)

Adelema88: Adelema88 (CD - Self-produced, 2009). Assai intrigato da alcune note rilevate da un noto magazine musicale nazionale, ed arrendendomi alla mia onnivora fame di novità sonike, tosto ho contattato questo interessante duo, ricevendone in cambio il presente disketto, compilante sette tracce che dimostrano una positiva attitudine indie, ove per tale si intende quella simpatica presunzione, prevalentemente giuovanile, ma che a volte non si abbandona più (vedi Sonic Youth…), che induce a far proprio il pentagramma ed a disporne a volontà, incuranti di regole e dogmi. Tracce come la lunga “Pachiderma” (dieci/undici minuti di dilatazione psichedelica), od altre più ridotte nella durata, ma incisive assai (“Enoch”, “Tossicomania Aurea”), denotano oltre ad una sfrenata fantasia nel nominarle, pure una carica iconoclasta esaltante. Davide Galletti (chitarre, voci, basso, synth e parole) ed Elena Iovino (martellante drummer e synth) un decisivo passo l’hanno compiuto, esibendo un lavoro fresco che, pur derivativo di certe melancoliche derive grungettone, potrà svilupparsi in futuro, facendosi apprezzare da un pubblico ampio. Cantato in italiano, una volta tanto valore aggiunto e non palla al piede. (Non traggano in inganno elefante in copertina e prevalenza di bianco/rosso). Web: http://www.myspace.com/adelema88. (Hadrianus)

Aethere: In coma (CD - Rage In Heaven, 2009). Aethere è un progetto che Ver Sacrum segue fin dai suoi esordi, con il lavoro autoprodotto Pulvis et umbra sumus…; ad oggi, questo è il quarto CD che mostra, ancora una volta, la continua evoluzione di questo musicista nostrano e ne evidenzia ancora una volta le qualità compositive. Per i più distratti credo sia utile ricordare che ci troviamo nella contea desolata del dark ambient; se in origine l’influenza da parte dei corrieri cosmici tedeschi era notevolmente vistosa, oggi il suono si è ulteriormente scurito e stratificato, e tali ascendenti, pur ancora presenti, sono meno appariscenti. C’è il gusto dell’arrangiamento complesso, del suono pieno e intenso, che soffoca per eccessiva pressione piuttosto che per mancanza d’aria, come accade nei casi in cui è il minimalismo sonico a farla da padrone. In coma è articolato in sei brani piuttosto lunghi, per una durata complessiva di una cinquantina di minuti, per i quali viene confermata la tendenza, nata con il precedente lavoro, a non dare titolo; “Part V” sembra distinguersi dal resto per una vena più psichedelica rispetto agli altri brani, dovuta probabilmente al suono dilatato di una chitarra e di un organo. Ulteriore eccezione è il sesto ed ultimo brano, l’unico ad essere dotato di un titolo (“I am fucking dead”, dedicato a Marco Corbelli): non c’è però da aspettarsi che tale tributo sia nello stile power electronics di Atrax Morgue: si tratta invece di una lunga spirale sonora che avvolge l’ascoltatore riempiendolo di angoscia e inquietudine. Nel complesso, Aethere conferma le ottime qualità della sua proposta sonora, caldamente consigliabile agli amanti del genere. Web: http://www.myspace.com/aethere. (Ankh)

Antony and the Johnsons: The Crying Light (CD - Secretly Canadian, 2009). Non so voi, ma io ero rimasto molto deluso dal secondo album di Antony, quel I Am A Bird Now che l'ha definitivamente consacrato come star di livello internazionale. Troppi ospiti, troppa enfasi, una macchina di marketing perfetta, ma poco spessore. Mancava quel che Antony riesce a fare meglio, ballate malinconiche e orchestrali, sorrette da pianoforte e voce, la sua, l'unica in grado di creare quel trasporto emotivo necessario per le sue canzoni. L'EP uscito come anteprima del disco aveva alimentato nuove speranze, che con questo album sono in parte confermate in parte deluse. Perché smaltita la bulimia di ospiti e la strizzata d'occhio alle classifiche, Antony sembra gettare uno sguardo indietro nel tempo e costruire un disco figlio tanto delle sue esperienze recenti quanto del romanticismo esasperato degli esordi, tant'è che “Kiss My Name” è l'unica traccia dal ritmo un po' più andante, perché per il resto il mood del disco si mantiene sul placido e sul cameristico, con i pregi e i difetti del genere. Un disco dignitoso, non eccelso, ma neanche da dimenticare. Web: http://www.myspace.com/antonyandthejohnsons. (Softblackstar)

Bat For Lashes: Two Suns (CD - Capitol/EMI, 2009). Non è esagerato affermare che "Daniel", il primo e ormai famosissimo singolo estratto da Two Suns sia una delle migliori canzoni uscite in questa prima metà dell'anno. Probabilmente potrei azzardare a dire che si tratta di un capolavoro "dark" involontario, involontario nel senso che a produrlo non è una band propriamente gotica bensì un'artista decisamente mainstream come Natasha Khan, in arte Bat For Lashes. E' indubbio però che le atmosfere pop-spleen del singolo, il battito frenetico e molto eighties della drum-machine, nonché un video con elementi decisamente oscuri e perturbanti, abbiano colpito al cuore molte persone della scena oscura. Tali premesse possono naturalmente generare delle aspettative sbagliate per l'album: Two Suns non è decisamente un'opera gotica, ma "dark", nel senso letterale di "oscura", quello sì ci può stare. Natasha Khan è essenzialmente una cantautrice, fortemente a suo agio nello scrivere delle malinconiche ballate: è allo stesso tempo un'artista (nonché una polistrumentista) assai eclettica e sa interpretare queste sue romantiche composizioni usando degli azzeccatissimi arrangiamenti, che mescolano vari stili pur con una certa omogeneità nelle atmosfere e nelle ispirazioni del disco. Nelle ballate di Two Suns compaiono così suoni diversi che arricchiscono la tavolozza sonora usata dall'artista: dall'elettronica di gusto un po' d'antan in "Pearl's Dream" al nervosismo rock che infiamma "Glass", fino a "Sleep Alone" che mescola addirittura una base country all'elettronica. Nonostante il prevalere di ballate possa far pensare ad un album noioso in realtà la qualità delle composizioni di Two Suns è sempre decisamente alta: forse solo "Peace Of Mind" con la sua impronta folk-psichedelica rappresenta un mezzo passo falso. Natasha Khan dimostra in quest'opera tutto il suo talento: tra l'altro la sua voce è sì molto suadente e, come dimostrato in "Sleep Alone", anche dotata di una discreta estensione, ma non è eccessivamente potente. Tutto sommato però l'artista è brava a trasformare questo suo limite in un punto di forza perché i toni sussurrati con cui interpreta le sue canzoni donano un tocco particolare a tutti i pezzi, rendendoli, a seconda dei casi, malinconici o sensuali. No, decisamente Two Suns non è un album gotico, ma è davvero una gran bella sorpresa per tutti coloro che amano la musica pop di altissima qualità. Web: http://www.batforlashes.com/. (Christian Dex)

The Birthday Massacre: Show and tell (CD - Repo Records/Audioglobe, 2009). La scena gotica propriamente detta non ha offerto grandi novità negli ultimi anni, ma per fortuna ci sono tante band dedite a generi ad essa accomunabili che hanno dato alle stampe lavori davvero pregevoli. A questa categoria appartengono i Birthday Massacre, che con l’album Walking with strangers (2007) hanno conquistato schiere di ammiratori e fatto cambiare idea anche a chi, all’inizio, li aveva guardati con un po’ di sospetto pensando che fossero l’ennesimo gruppo che puntava tutto sull’immagine. Chibi e compagni si sono invece rivelati una formazione affidabile e piena di talento, e la dimostrazione arriva proprio da questo bel cd live intitolato Show and tell, nel quale si dice non siano presenti sovraincisioni e miglioramenti di sorta. Il synth-goth-pop dei canadesi, dal vivo, è piacevole quanto quello prodotto in studio, ma ciò che più colpisce sono i colori della voce di Chibi, front-woman dotata di un buon controllo e anche di quella duttilità utile a conferire sfumature particolari ai pezzi eseguiti (vedi ad esempio le piccole ma efficaci variazioni apportate, rispetto alla versione presente su disco, alla bella “Kill the lights”…). Ascoltando l’album, che alla fin fine non è che una specie di best of, viene senz’altro la voglia di andarsi a vedere un concerto dei Birthday Massacre, ma ancora di più viene da pensare che i nostri, una volta pubblicate le nuove canzoni (si parla della fine del 2009…), potrebbero trasformarsi nella “next big thing” della scena alternative-rock. Web: http://www.thebirthdaymassacre.com/. (Grendel)

Brighter Death Now: Where Dreams Come True (CD - Cold Meat Industry / Jinx/Audioglobe, 2009). Che senso ha ascoltare un live di Brighter Death Now? Quando la musica è un muro di suono brutale e massimalista, la distinzione tra live e studio è talmente esile che è quasi possibile scambiare l'uno per l'altra e non accorgersene. Non si può neanche parlare di registrazione sporca o resa dei suoni, dato che la materia trattata non prevede di certo lavoro di fino. Piuttosto, si può pensare a questo album anche come una sorta di strano best off, visto che le tracce includono chicche come "Sperm On Your Jacket" (da Obsessis), "Adipocere" (da Great Death II), "American Tale" (da Innerwar) e altre ancora, tutte risalenti a qualche anno fa, dato che questo concerto è stato registrato in quel di Chicago nell'ormai lontano 2003, con Karmanik coadiuvato sul palco per l'occasione da Project Hat. È anche un modo per fare un po' il punto della situazione, dato che ultimamente Roger Karmanik ha sfornato solo ristampe di vecchi classici, e l'ultimo album contenente materiale inedito è Kamikaze Kabaret, del 2005. Se vi siete persi l'altro live uscito qualche anno fa, Disobey, che però includeva anche un DVD, allora potreste anche accaparrarvi una delle mille copie stampate di questo album, altrimenti, a meno che non siate dei puristi di Cold Meat e del death industrial più violento, potete tranquillamente lasciarlo sugli scaffali. Web: http://www.myspace.com/brighterdeathnow. (Softblackstar)

Brillig: The red coats (CD - Black Rain Records/Audioglobe, 2009). Consideravo i tre wallabies tra i papabili eredi degli Suede (ah, i miei Suede…), avendo i brani dell’ep “The plagiarist” e di “Mirror on the wall” stesa con cura una patina glamour irresistibile, e la bella voce di Matt Swayne deponeva sicuramente a loro favore, così intensamente andersoniana. Ma la svolta intrapresa (definitivamente?) con The red coats lascia intravedere sviluppi assai interessanti. Aumentata la famigliola (a Swayne, alla graziosa Elizabeth Reid ed a Denni Meredith si è unito in pianta stabile il drummer Ben Macklin), i nostri propongono ora undici brani ove banjo, armonica, ukulele, accordion accentuano le screziature melancoliche da sempre componente essenziale del loro sound. Folk che sa tanto della terra natia, dei suoi spazi sconfinati, del senso di sospensione che si prova attraversandoli, anche solo coll’immaginazione. La definitiva maturità di un gruppo che potrebbe rappresentare una delle realtà più fulgide del panorama alternativo? Forse, certo è auspicabile che essi trovino finalmente il loro spazio definito. Curiosamente, il tema marino/lacustre, indi acquatico (“Death at sea”, “The old captain”, “The frozen lake”…) ricorrente, che stabilisce una interessante analogia, finanche stilistica, coi grandi cantori And Also The Trees, se mi fa andare alla spiaggia ghiaiosa di Brighton, ed a giuochi infantili coi ciottolo levigati dalla marea, ha suscitato in me pure un indolente senso si abbandono, come il viaggiatore che percorre spazi smisurati (appunto come potrebbero essere le lande australiane), e di tanto in tanto, all’occaso sopra tutto, si lascia andare al riposo, riassumendo mentalmente il percorso appena compiuto, le traversie e gli incontri succedutisi. Musica che culla i nostri sensi, la nostra anima… Web: http://www.blackrain.de. (Hadrianus)

Chainreactor: X-tinction (CD - ProNoize/Dark Dimensions/Audioglobe, 2009). Che mazzata! X-tinction è l'album di debutto di Chainreactor, progetto solista di Jens Minor che ci propone 15 tracce di elettro-industrial al fulmicotone. Un bombardamento sonoro tra ritmi technoidi, clangori industriali e campionamenti vocali che farà la gioia dei fans di progetti similari quali Xotox, Noisuf-X, SAM, ecc... Superfluo citare un pezzo piuttosto di un altro, visto che l'album mantiene altissimi i ritmi dalla prima all'ultima traccia, costituendo un lavoro che è pura manna per i djs (il rovescio della medaglia è una inevitabile ripetitività, ma certi dischi non sono certamente concepiti per l'ascolto casalingo). Pur non essendo un fans di queste sonorità, devo riconoscere che il disco ha un'innegabile coivolgente potenza e nel contesto del dancefloor promette sfracelli. Web: http://www.myspace.com/chainreactorxxx. (Candyman)

Chandeen: Teenage poetry (CD - Projekt, 2009). Chandeen è un nome che non può non riportare alla mia mente ricordi lontani: erano i primi anni novanta quando la Hyperium, raccogliendo l’eredità della 4AD, iniziò a pubblicare le famose compilation che si intitolavano “Heavenly voices”, titolo che divenne poi utilizzato come definizione di uno stile musicale; all’interno di queste raccolte si potevano trovare i nomi di molti dei gruppi che hanno poi costituito la spina dorsale di questo genere musicale (nomi come Stoa, Ordo Equitum Solis, Black Tape for a Blue Girl, Collection D’Arnell Andrea) e, sul lato più morbido e orecchiabile, c’era il nome Chandeen: probabilmente la loro musica può essere considerata la perfetta incarnazione del genere dream pop (più ancora di quanto non lo sia stata quella dei Cocteau Twins, troppo complessi e sofisticati per poterli definire realmente “pop”). Il suono è morbido, soffuso, mai sopra le righe, desta sensazioni vellutate e confortevoli; le voci che, nel tempo, si sono alternate non erano mai caratterizzate da vertici di particolare qualità ma calde e avvolgenti e il senso di malinconia che pervade la musica non sfocia mai nell’angoscia. Questo è ciò che ricordo di questo progetto tedesco di cui, devo ammettere, avevo da tempo perso le tracce; oggi la cantante è cambiata e il gruppo ha attraversato periodi non semplici con vari cambi di formazione ma quello che ritrovo nella loro musica è sempre molto vicino a ciò che ricordavo di loro; sicuramente sono molto più orecchiabili e accessibili della maggior parte della musica che ascolto ma non posso negare di trovare la loro musica comunque piacevole. Web: http://www.chandeen.com/. (Ankh)

The Cold: Last Embrace (CD - Alice in…/Dark Dimensions, 2009). Se siete appassionati di dark rock vecchia maniera, “Last embrace” fa per voi, garantito. Se invece ritenente questo genere ormai desueto, passate oltre, tenetevi alla larga da questo disco e sopra tutto dalle mie bislacche considerazioni (beh, consiglio sempre valido). L’irruenza molto brit infusa in queste canzoni dai cinque di Francoforte (start nel lontano 1997, erano un quartetto allora) li accosta ai grandi Ordeal By Fire (ce la faranno a pubblicare il loro nuovo disco? Io incrocio le dita!), il grande lavoro delle chitarre, il basso assassino, la batteria squadrata, e quel cantato enfatico, epico, beffardo in una punta, li elevano tra i pochi e più quotati esponenti del settore. “Profane advice” non poteva meglio rappresentarlo in quanto opener, “What would you say” è veloce e travolgente, Last embrace è davvero un gran disco, e non mancano riferimenti ai Cure (“Pain i still inside”), mentre la cover di “Set the controls for the hearth of the sun” lascia intravedere le evidenti similitudini coi loro conterranei The House of Usher. Se “After all”, il loro esordio del 2004 via Sonorium, li pose all’attenzione del grande pubblico, stazionando per cinque settimane nella GAC, e vantando la collaborazione di Monica Richards e di Andi Sex Gang, Last embrace non può che costituire un ulteriore passo in avanti, grazie alla solidità della sua struttura ed alla assenza totale di riempitivi. Web: http://www.darkdimensions.de. (Hadrianus)

Current 93: Aleph At The Hallucinatory Mountain (CD - Durtro/Goodfellas, 2009). "Almost in the beginning was the Murderer". A queste parole cupe e nere parte un riffone di chitarra elettrica. Sconcertati? Sì, lo sono anche io. Eppure, nonostante l'impatto iniziale, già dal primo ascolto ci si rende conto che siamo di fronte a un disco di Current 93 in tutto e per tutto. In fondo l'elettricità era già stata parzialmente introdotta nell'ultimo Black Ships Ate The Sky, senza dimenticare vecchie glorie come Lucifer Over London, Horsey o lo split con gli OM. Aleph At Hallucinatory Mountain altro non è che l'esplicitazione di quei piccoli assaggi. Già, perché a parte la patina metallica delle chitarre poco cambia davvero: l'album, incentrato sulla figura di Aleph, una sorta di Adamo, l'inizio della vita e nel contempo della morte stessa, racchiude tutte le ossessioni di David Tibet, e il termine "apocalittico" resta, come sempre, il più adeguato a descrivere una musica sempre inquieta e mutevole album dopo album. "Invocation Of Almost" è un ottimo biglietto da visita ai limiti di certo doom evoluto come quello dei già citati OM; l'acustica "Poppyskins" invece è principalmente farina del sacco di James Blackshaw e del suo particolare stile fingerpicking. Da sole queste prime due tracce bastano a definire gli orizzonti sonori del disco, dove nel complesso si viaggia dalle parti di una psichedelia “morbida” e tinta di elettricità, momenti di puro doom sabbathiano e inspessimenti elettrici. Memorabili i dieci minuti di distorsione di “Not Because The Fox Barks”, tra le cose migliori nel catalogo più recente di David Tibet. A giovare al disco è anche un minutaggio (stranamente) ridotto, in grado di compattare in una cinquantina di minuti e otto canzoni un disco che alla lunga sarebbe potuto risultare sfiancante. Su tutto bisogna aggiungere l'incredibile lavoro fatto in studio dal solito Steven Stapleton, capace di creare strati su strati di sonorità. La ricchezza del suono è stupefacente, provate ad ascoltare il disco con le cuffie cercando di cogliere ogni dettaglio, vi renderete conto che servono diversi ascolti per riuscire a coglierne tutte le sfumature. Un centro pieno, un altro disco monumentale che va a inserirsi in una carriera ormai più che ventennale, ma che non accenna a trovare un minuto di stanca. Web: http://www.durtro.com. (Softblackstar)

Die Form: Noir Magnetique (Cofanetto - Out of Line/Audioglobe, 2009). Passano gli anni, ma i Die Form continuano a deliziarci con la loro musica ed il nuovo Noir Magnetique ribadisce tutta la classe ed il talento di Philippe Fichot. Tralasciando lo splendido box celebrativo uscito lo scorso inverno, l'ultimo album del duo francese (ExHuman) risaliva al 2006; tre anni dopo ecco questo nuovo disco che non esito ad annoverare tra i migliori della discografia dei Die Form. Le undici tracce di Noir Magnetique sviluppano il consueto sound elettronico, notturno e sensuale, che stavolta però tocca vette d'ispirazione e di efficacia come da tempo non accadeva. Una tracklist che non conosce passi falsi, aperta dall'ottima "Voltaic Control System" classico brano "alla Die Form", caratterizzata da una ballabile frenesia elettronica che ritroviamo nelle varie "Nocturnal Emotions", "Autonomic", "Her(t)z Frequenz" e "Double Life". Splendide "Decadence" e "Deep Zone", pezzi dalle atmosfere avvolgenti, oscure ed erotiche; sonorità classiche/operistiche caratterizzano invece "Tristesse" e "Vox Angelica" (sopratutto quest'ultima sembra provenire dal Bach Project); da ricordare quindi le sperimentazioni claustrofobiche di "Inferno" e i movimenti iniziali di "Waves of dream" che rimandano alla miglior wave anni'80. Un disco eccellente, tra le migliori pubblicazioni di questa prima metà di 2009. Assolutamente imperdibile per i fans piu' incalliti la "limited edition" (999 copie) dell'album: box che oltre al cd include un esclusivo 7" con le inedite "Kobol" e "Action Theremin" e un book fotografico (come sempre si tratta di materiale realizzato da Phlippe Fichot e, ad onor del vero, si tratta delle stesse foto incluse nel booklet del cd) stampato su carta lucida. Web: http://www.dieform.net. (Candyman)

Die Weisse Rose: A martyrium of white roses (CD - Cold Meat Industry, 2009). L’esordio di questo progetto danese era probabilmente atteso da più di un sostenitore dell’etichetta svedese: infatti è già da un paio d’anni che il nome Die Weisse Rose compare nelle scalette di diversi festival in giro per l’Europa, spesso accanto a nomi molto noti della scena, pur non avendo, in realtà, nessun CD all’attivo. La loro proposta musicale si posiziona a metà strada tra le sonorità classicheggianti e quelle ipermarziali di certo folk apocalittico; devo ammettere che riescono a creare un mix che, pur suonando molto poco originale, riesce a tratti ad essere discretamente convincente, considerando che si tratta di un esordio; certo, l’opera non può dirsi scevra da difetti: tra i limiti più vistosi individuerei la mancanza di particolari picchi sia musicali e sia emotivi, che potrebbero convincere a non soffermarsi troppo su altri dettagli, come la scarsa originalità, che è sì tipica di tutto il genere ma si riesce ad accogliere con più tranquillità quando la proposta musicale è particolarmente coinvolgente. Gli ingredienti sono quindi i soliti: ritmiche lente di timpani, sottofondi classicheggianti, liriche declamate, numerosi campionamenti o registrazioni di musiche o discorsi di epoche passate (mi ha colpito in particolare, in chiusura di “At The Doorsteps Of Our Temple”, un frammento di un canto in italiano che sembrerebbe cantato da un coro alpino); secondo i brani, in primo piano può emergere il violino o il pianoforte, talvolta sullo sfondo c’è un bel suono d’organo, ma il tutto non riesce mai a costituire qualcosa che colpisca a fondo, dando vita a un’opera che rimane discreta ma nulla più. Una nota sul nome del gruppo: non so per certo se è a questo che si è ispirato Thomas Bøjden nella sua scelta (anche se, ovviamente, spero di sì), ad ogni modo Die Weiße Rose è il nome di un gruppo di studenti dell’università di Monaco che si oppose in modo non violento al regime nazista tra il 1942 e il 1943, finendo poi per essere catturati e condannati a morte; se fosse questa l’ispirazione, sarebbe un primo segno per dimostrare che avere interesse nella storia di quell’epoca non significa necessariamente accettare né in alcun modo condividere certe ideologie. Web: http://www.myspace.com/dieweisserose. (Ankh)

Doomraiser: Erasing the remembance (CD - Blod Rock Records/Black Widow Records, 2009). Fautori del doom più limaccioso e stordente, i romani Doomraiser (conservo il loro settepollici “The old man to the child” come una pretiosa reliquia) tornano ad investire i nostri padiglioni auricolari col loro moloch soniko, opponendo a quanti, troppi hanno travisato i veri valori della musica del destino una serie di tracce frastornanti ed ovviamente rallentate a dovere. L’inquietante “Pachidermic ritual” fa da degna intro a Erasing the remembrance, disco asservito al verbo che fu/è di Saint Vitus e degli alfieri della caduta (con onore!) Hellhound Records, e sono certo che il grande Wino si specchierà in “Another black day under the dead sun” (titolone, mi genufletto!) e nelle sadiche scudisciate che la seguono. Una processione lenta ed inesorabile che ci porta direttamente al pulsante cuore di questo genere (?) che non morirà mai, e che, pur frangendosi in mille rivoli, ritrova sempre la sua via maestra, in una sorta di fratellanza mistica che congiunge autori ed adepti sotto una unica, nera volta. Le rutilanti “The raven” e “C.O.V. (Oblivion)” sono episodi da annoverare come fra i meglio riusciti del lotto, l’incipit di “Vanitas” (quindici minuti) agghiaccia, coi suoi rimandi settantiani, nulla residuerà di noi, solo un pugno di cenere, sparsa al vento, l’interpretazione del singer Cynar è maestosa, “Rotten river” si scinde in due movimenti deliranti nel loro ciondolante avanzare, ma il passo solo apparentemente è incerto, e nel finale circolare, avvinghiato su se stesso come le spire di uno spietato costrittore, vi parrà d’impazzire, scivolando inesorabilmente in un vortice di malata putredine psych (la parte II, “On the first day of a new dark year for the world 01/01/08”, se non è insania questa…). Sì, lo so, quante volte abbiamo ascoltato questi riff, questo cantato salmodiante, questo rintronare del basso e della batteria… ma potremmo poi farne a meno? E’ doom, ed a noi sta bene così. Per informazioni: www.blackwidowrecords.it. Web: http://www.bloodrockrecords.com. (Hadrianus)

Dream Weapon Ritual: Like a tree growing out of a sidewalk (CD - Ticonzero, 2009). Dream Weapon Ritual è un nuovo progetto di Simon Balestrazzi e Monica Serra, ossia il nucleo dell’ultima incarnazione di un gruppo storico della musica industriale italiana, ossia i T.A.C. Fin qui tutto sembra semplice ma, quando si tratta con personaggi del calibro di Balestrazzi bisogna stare ben attenti ad evitare la convinzione di poter immaginare cosa ci si troverà ad ascoltare: infatti questo di certo non è (né deve essere considerato, a mio parere) il nuovo disco dei T.A.C. ma qualcosa di differente, direi senz’altro più ostico delle ultime produzioni del gruppo emiliano. Quello che appare centrale è l’aspetto rituale riportato nel nome stesso del progetto, ma tale aspetto viene estrinsecato in forma spesso molto differenti tra loro; più che un’evoluzione delle ultime opere dei T.A.C., si potrebbe vedere Dream Weapon Ritual come una costola del gruppo staccatasi ai tempi di Apotropaismo che, guardando sia indietro nella propria storia (ai tempi del primo, omonimo LP e di Ouvrez Vos Auditifs Canaux) sia a certe forme musicali avanguardistiche (compreso qualche astruso e sghembo accenno a certo jazz), si sia messa alla ricerca di una forma espressiva sua propria. La forma musicale è piuttosto varia all’interno dell’intera durata del CD. La melodia è quasi inesistente, la musica è un miscelarsi di suoni tratti da strumentazione acustica (in particolare fa mostra di sé il suono di strumenti etnici a corda) e l’ascoltatore si trova a muoversi in una sorta di lunga e complessa improvvisazione. Di certo non si tratta di un disco facile, né da ascoltare né tantomeno da recensire che, per essere compreso, richiede secondo me un ascolto in cui ci si lasci coinvolgere passivamente dal suono piuttosto che un’analisi accurata e razionale. Di certo, non un disco per tutti. Web: http://www.neurohabitat.it/. (Ankh)

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