Recensioni Aprile 2009

 


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Aa.Vv.: Re:Covered - A Tribute to Depeche Mode (2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009). Quasi contemporaneamente alla pubblicazione di Sounds of the universe, nuovo album dei Depeche Mode, l' Alfa Matrix realizza questo doppio-sampler "tributo" alla band inglese. In realtà, vista la qualità meno che mediocre di buona parte delle tracce che compongono i due cd, ci sarebbe molto da discutere sul termine "tributo", ma va beh... ormai dilungarsi in commenti sulla qualità dei gruppi del roster dell'etichetta belga equivale a sparare sulla Croce Roosa, quindi lasciamo perdere e vediamo un po' cosa ci riservano i due dischetti. Cd1: definire pessime le versioni di "Master and servant", "Stripped" ed "A question of time" rispettivamente a cura di Krystal System, Mesmer Eyes e Kant Kino (ma da dove arrivano questi gruppi??) è ancora poco!! Decisamente brutte anche "Personal Jesus" nella rilettura "blues" di Komor Kommando (che con Jean Luc de Meyer concede un altro pessimo bis con "John the revelator") e "New dress" by Klutae. Veniamo a ciò che c'è da salvare: su tutte, "Lie to me"; quella che a mio parere è una delle più belle canzoni dei Depeche Mode (tratta da quel Some Great Reward a cui sono particolarmente affezionato) viene rifatta in maniera più che buona dai Technoir, non a caso una delle poche band decenti del catalogo Alfa Matrix. Sicuramente inferiori, ma comunque apprezzabili "Photographic" by Nebula H, "Sacred" rifatta da Diffuzion e "Any second now" by Dunkelwerk. Sul cd2 le cose vanno ancora peggio: dopo la scolastica cover di "Leave in silence" ad opera di Schwarzblut, è l'irritante voce di Ayria a re-interpretare "In your room"; in fatto di voci orribili, fanno ancora peggio gli Essence of Mind con "Strangelove". Quando anche gente come 32 Crash, Plastic Noise Experience e Leaether Strip sforna un prodotto mediocre ("Get the balance right", "World in my eyes" e "Black celebration"), si capisce quanto basso possa essere il livello di questo disco, meglio quindi sorvolare sui lavori di Inure, Tamtrum, Psy'Aviah, ecc... L'unico pezzo che riesco a salvare è "Shake the disease" nella rilettura di Seize. Un disco che più che un tributo è un affronto. Web: http://www.alfa-matrix.com. (Candyman)

Aleph: Seven steps of stone (CD - Fuel Records/Sweet Poison Records/Self Distribuzione, 2009). Se dovessimo attribuire nuove coordinate al dark metal, aggiornandolo secondo i codici moderni, più confacenti all’evoluzione del genere dai suoi primordi fino ai giorni nostri, potremmo prendere a valido paradigma Seven steps of stone degli Aleph. Finalmente i bergamaschi ci propongono il loro esordio di lunga durata, concretizzando anni di continua evoluzione e costante perfezionamento. Le atmosfere agghiaccianti di “The cradle and the blade” massimizzano il concetto di oscuro e di malvagio applicato in ambito heavy e, senza eccedere in inutili prove di forza, ma nemmeno acconsentire alla tentazione di lanciarsi in improvvide e sterili esibizioni di bravura (che i nostri posseggono, altrochè!), Lorenzo Fugazza (chit.), Giulio Gasperini (keys), Dave Battaglia (voce e chit.), Manuel “Ades” Togni (drums) ed Antonio Ceresoli (bass) rendono il pentagramma una sdrucciolevole e buia scalinata che ci porterà direttamente al cospetto colle porte dell’Inferno, spalancate le quali per noi non ci sarà più scampo. Ecco che Seven steps… si candida autorevolmente al titolo di sorpresa di questo primo scorcio di 2009, rileggendo con attenzione le note a margine di pagina iscritte dai Merciful Fate sul Libro Nero che riporta le loro insane gesta, ammorbandole con un sound malato, glaciale, al cospetto del quale più di un combo dedito al più feroce black rimpicciolisce fino a scomparire del tutto. “Bringer of light” e “The voices from below” sono malvage e cupe, i solos sferzanti di Fugazza si intrecciano con i fili intessuti con fredda determinazione da Togni, Ceresoli e Gasperini in un ordito che vi soffocherà come il cappio di canapa del boia, inesorabilmente stretto attorno al vostro collo. Devastante la lunga ed articolata “Chimera”, partita in due sezioni che pagano il giusto ed onesto tributo al progressive più fosco, ma la cavalcata non ha ancora fine! “An Autumn colder than Winter” imparenta il rifferama sinistro dei Black Sabbath era-“Headless Cross” colla quiete, gelida ed apparente, evocata dai sublimi Opeth nei loro momenti più riflessivi, “Tidal Wave” è l’ennesima verifica di resistenza (si sfiora il quarto d’ora) superata in scioltezza, “Epitaph lies” mi è apparsa troppo canonicamente thrash rispetto alle precedenti, la vecchia “El Aleph”, una delle prime composizioni della band, rimanda alle jam strumentali care ai Dream Theater. Un gran bel disco, Seven steps of stone, lo rimarco, auspicando che l’attuale crisi, che taglieggia i nostri spossati portafogli, non rechi nocumento a questa opera! Non scaricatela, amici miei, bensì appropriatevi dell’originale! Web: http://www.pocione.com. (Hadrianus)

Anahita: Matricaria (CD - Important Records, 2009). Anahita è il progetto che vede coinvolte Tara Burke (Fursaxa) ed Helena Espvall (Espers), qui alla seconda prova su disco. Questa volta le due musiciste propendono verso territori meno convenzionali, abbandonando completamente la forma canzone per concentrarsi su una sorta di free folk naturalista, solido, ancorato alle radici, e che spesso sfocia in vere e proprie invocazioni sciamaniche. Sono le voci sono l'elemento cardine del disco: salmodianti, stridule, sovrapposte, accompagnano l'ascolto per tutta la sua durata, con il contrappunto di flauti, di occasionali suoni percussivi, dei tipici drone di organo di Fursaxa e delle tessiture di violoncello della Espvall. È un disco intriso di spiritualità, – Anahita è il nome della divinità persiana delle sorgenti d'acqua, della fertilità e della maternità – figlio delle elucubrazioni personali e da certo sentire comune delle due autrici. L'ascolto non è dei più facili, e anche se dalle due ci si aspettava qualcosa di più, non si può negare che il disco abbia un certo fascino. Web: http://www.importantrecords.com. (Softblackstar)

Arts Of Erebus: Dawn of the dead (EP - Sonorium/Danse Macabre, 2009). I volonterosi AoE ambiscono a ritagliarsi un posticino nell’affollata Bundesliga del goth/dark/alterna/etc. teutonico, ma ho l’impressione che il tanto agognato salto di qualità dovrà ancora attendere. Gruppo onesto, autore in passato di qualche brano vincente, peccato che manchi ancora qualcosina… Ecco che ci viene presentato questo EP opportunamente allungato (come di moda va oggidì), e nella track-list ri-trovo con mia gioia una canzone che tanto amai, quella “Heroes in the dark” che sfolgorò nel debut del 2003, e pure (che diamine! L’impressione iniziale muta al bello!) l’incisiva “Brotherhood of sleep”. Ma il pezzo forte della collection è rappresentato da “Dawn of the dead”, ovvero la hit della loro più recente fatica discografica “Icon in eyes”. Coi suoi oltre sei minuti di durata risultava un pochino scomoda per i diggei, ed allora ecco pronte alcune versioni adattissime ad incendiare i dance-floors, come la single-mix, mentre non mi è piaciuta per nulla la “Dead bodies dancing mix”, con quell’irritante vocoder; molto meglio la “Aftermath”! Intrigante assai l’inedito strumentale “Pitch black”, completano il bignamino “Watching demons (version 2009) e “Zeit und traum (Orchestral version). Magari perfezionando la formula, chissà che non si conquisti infine la promozione! (Hadrianus)

Ataraxia: Oil On Cavans (CD - Ultra Mail Productions/Audioglobe, 2009). Questa edizione limitata (800 copie), prodotta da una label con sede in Hong Kong, è una collection di songs della band impreziosita da un confanetto ricco di immagini e suggestioni. Il booklet è un vero e proprio volumetto di 96 pagine contenente immagini ffotografiche di Livio Bedeschi, Mick Mercer e Raffaella Graziosi nonché versi di Francesca Nicoli, proponendosi un vero e proprio connubio tra arti visive, poesia e musica. Oil On Cavans è una celebrazione che gli artisti intendono offrire al loro ideale estetico, che possiamo ritenere compendiato nella massima, da loro riportata all'interno del digipack: << La Musica è il dono delle Muse>>. I pezzi, estrapolati dalla loro corposa produzione, costituiscono quindi momenti sapientemente scelti al fine di rappresentare, come quadri esposti in una galleria, i paesaggi emozionali dei loro orizzonti artistici. Vero tesoro del genere neoclassico, goth ethereal, la sequenza delle tracce è chiusa dall'inedita "Rashan", ulteriore gemma che si incastona nella collezione. Immancabile per gli appasionati degli incanti della band Web: http://www.ataraxia.net. (S*Tox)

Caisaron: Tief in mir (EP - Lukotyk Records, 2009). Occheccavoli, ecco un altro EP mascherato. Sì, perché TIM consta di tredici pezzi, ma a parte l’intro, dalla traccia sette in poi ci imbattiamo nella solita sfilza di remix. L’elettro-pop dei tedeschi mi aggrada, perché gradevole nella sua algida perfezione, “Deep inside”, “Diese Buerde” e “Wenn der letze Tag verblasst” mi sono piaciute, un pochino meno alcune loro rielaborazioni. Buono il lavoro alle keys del songwriter Daniel, le voci di Angela Blackfield e di Frank si incrociano con gusto, il ritmo non è mai esagerato, queste canzoni fanno muovere il piedino (“Two souls”)! Per quanto riguarda le rielaborazioni, Soman (“Wenn der letze Tag verblasst”) e Herr Stolz confermano le loro qualità di manipolatori, gli altri (dimenticavo il “Negativ mix” di “Knebel” curato da Dirk Laux – Pleasant fiction) fanno solo atto di presenza. Stavolta erano più che sufficienti gli originali, in ogni caso per il vecchio Hadrianus i Casairon rappresentano una più che positiva sorpresa! Augh! (Hadrianus)

Christabel Dreams: The broken toy (MCD - Self-produced, 2009). Mi sono accorto in ritardo di loro (l’omonimo promo l’ho ascoltato per la prima volta solo alcune settimane or sono), per fortuna ho recuperate in fretta il tempo perduto (del quale sono sempre alla ricerca…). Il trio romano (originariamente un quartetto) si propone in un austerissimo dark ottantiano ma, come i miei corregionali Moth’s Tales (che coincidenza, pure loro rimasti in tre…) non cedono alle lusinghe che hanno reso grandi Interpol, Editors ed ultimamente i meritevoli White Lies. Un sound spartanissimo, ossa ripulite con cura dalla carne e dal sangue, con un basso che ti trapana lo sterno e ti frantuma le costole, un cantato epico che si arrampica con coraggio sul muro di cocci eretto dalla chitarra (“Guilt persistant”), rievocando i fantasmi dei primi The Cure addentratisi nel fondo della foresta (“The broken toy”), ma pure concedendoci porzioni di grazia decadente e melancholica che suggellò i capolavori firmati Associates (“Don’t step on the Momeraths”), indulgendo a tratti sui ricami tanto cari ai gemelli Cocteau. Senza per questo apparire derivativi o meri esecutori di arie fritte. Bravi i CD, che pure nella cura della confezione dimostrano quanto chiare siano le loro idee! Web: http://www.myspace.com/christabeldreams. (Hadrianus)

Client: Command (2CD - Out of Line/Audioglobe, 2009). Quarto album (secondo su Out of Line) per le Client, che con Command si confermano ottime interpreti di un elettro-sound fascinoso e glamour. Nel loro nuovo disco le tre ragazze inglesi ci offrono dieci frizzanti episodi nel loro classico stile elettro-pop leggero e sensuale; l'album si apre molto bene con "Petrol" e "Can you feel?", certamente (con "Son of a gun") tra i migliori episodi del disco: canzoni ballabili e dalla melodia immediata. Si prosegue con una serie di altri pezzi più che buoni, che alternano episodi meno ritmati, dalle sonorità notturne e sensuali ("Don't run away", l'ottima "Ghosts") con altri maggiormente club-oriented ("Make me believe in you", "Satisfaction" e "Black heart"). Con buona pace dei loro detrattori, la formula delle Client che miscela elettro-clash ed elettro-pop con reminescenze dei primi anni' 80 ha fatto nuovamente centro: le tre ragazze non sono solo immagine, ma sanno anche creare musica piu' che buona. Cinque le tracce presenti sul secondo cd: tre remix di "Can you feel?", uno (a cura degli Auto Auto) per "Petrol" e l'inedita "Soldier"; un bonus-disc non fondamentale, ma rimane il buon livello del cd1 a promuovere Command ed a consigliarne l'acquisto a tutti i fans delle Client. Web: http://www.client-online.net. (Candyman)

Crossover: Space death (CD - Punch Records/Audioglobe, 2009). I Crossover (al secolo Mark Ingram e Vanessa Tosti, alias Rat Boy e Rat Girl…) non potevano davvero scegliersi un monicker più adatto di quello che hanno, non a caso il genere cui sono dediti è indefinibile e lascia a dir poco spiazzati… I dieci brani inclusi nel loro nuovo lavoro sono piuttosto diversi l’uno dall’altro: l’iniziale “Black mess”, ad esempio, è caratterizzato da sonorità electro-folk molto particolari e da lyrics ancor più strane, mentre i successivi “Lost sheep” e “Computer simulated mountains” virano rispettivamente verso un art-pop-rock assai intrigante e verso un electro-punk minimale e schizoide. La quarta traccia, intitolata “Hard winter” e cantata dalla sensuale Rat Girl, può ricordare un po’ i The Kills ed è molto orecchiabile, mentre la seguente “The weight” (sempre con Rat Girl alla voce…) propone un sound più oscuro ma ugualmente affascinante. Proseguendo nell’ascolto ci si rende conto che la musica prodotta dal duo è tutto tranne che scontata o prevedibile: in alcuni casi si può quasi parlare di sperimentazione, ma in altri bisogna pure considerare l’appeal commerciale che parecchi dei pezzi hanno (a volte le due cose vanno anche di pari passo, vedi ad esempio nella titletrack…), per cui risulta difficile prevedere che tipo di pubblico potrà apprezzare questa release. Di certo c’è che Space death merita tutta la vostra attenzione, specie se siete molto “open-minded” e sempre alla ricerca di novità. Web: http://www.myspace.com/crossoveranticvlt. (Grendel)

Cyclamen: Dreamers (EP - Self-produced, 2009). Buon esempio di tech-metal, questo di Cyclamen, solo-project del nipponico Hayato Imanishi (che vanta come collaboratore l’ex SikTh Mikee Goodman), il quale nelle tre tracce di Dreamers sintetizza il suo credo musicale fatto di assalti strumentali all’arma bianca (“Djent Djent!”), ma pure di inattese virate melodiche (la giuovanil-MTV-iana ”Forgotten sky” fa il suo bel figurone). Chiude la furia hc di “Never ending dream”, la tecnica non manca, la volontà pure, Cyclamen questa prova la supera in scioltezza, chissà che si confermi pure in futuro! Web: http://www.myspace.com/thiscyclamen. (Hadrianus)

Dead Man’s Hill: Songs from the upcoming apocalypse (CD - Midnight Productions, 2008). Devo confessare che, fino ad oggi, pur avendoli sentiti nominare, non avevo mai ascoltato lavori dei vari progetti di Bart Piette, (musicista belga che forse, sotto questo aspetto, sta cercando di eguagliare il record del grande Peter Andersson) mentre me ne sono capitati tra le mani due nel giro di pochissimo tempo. C’è da dire che, in effetti, la musica di Dead Man’s Hill è sufficientemente diversa da quella di Experiments In Darkness, che troverete recensito poco più in basso, da giustificare la creazione di due nominativi differenti; il tratto comune è la presenza di una base ambient scura, mentre per il resto le differenze sono evidenti. Le atmosfere qui presenti si avvicinano molto alle realtà industrial doom e possono rievocare certi lavori più vecchi dei Godflesh; le differenze sono però abbastanza nette: la chitarra ha un ruolo molto meno centrale, perché è in realtà sommersa da dosi pesantissime di tastiere che conferiscono un tono epico che il vecchio progetto di Justin Broaderick non aveva; nel complesso, nonostante il minor peso dato al suono delle chitarre, Dead Man’s Hill sono molto più spinti verso il metal. L’aria è meno cupa e soffocante e gli effetti applicati sulla voce le impartiscono un tono metallico e aspro, a tratti quasi dissonante, e molto meno tenebroso; è forse questo il maggiore limite di una produzione che, in linea di massima, non mi è dispiaciuta: la voce effettatissima risulta, alla lunga, un po’ piatta e fa fatica a reggere tutta la durata del CD. È forse per questo che, sul finire dell’album, ci sono alcuni brani in cui si cerca di uscire dagli schemi che ho appena cercato di descrivere: ad esempio “...And Back To What Happened In 2012” è un brano più spinto verso suoni death industrial a cui vengono sovrapposte voci campionate e devo dire che ha un impatto non indifferente. Nella successiva “The Earth Falls, And Will Not Rise Again” si perdono le caratteristiche distruttive del noise mentre fanno la loro comparsa percussioni etniche e alcune voci corali (suppongo provenienti da un campionatore) emergono con maggiore forza dal magma ambient scuro. Nel brano di chiusura, invece, si ritorna sulle atmosfere consuete. Web: http://www.myspace.com/deadmanshill. (Ankh)

Death In June: Lesson One: Misanthropy (DVD+CD - Neroz, 2009). Edito originariamente in vinile nel 1986, viene ora stampato in cd Lesson One:Misanthropy, disco che raccoglie materiale realizzato dai Death In June tra il 1981 ed il 1984 ed in buona parte già disponibile sui vari Burial e The Guilty have no pride. In scaletta brani leggendari come "Heaven Street", "All alone in her nirvana", "Fields", "In the night time", "The death of the west", ecc... ad incarnare il meglio della prima fase della "morte in giugno", quella prettamente post-punk. Inutile aggiungere parole sul valore di canzoni che non è esagerato definire storiche, primi capitoli di una stupenda epopea musicale e fonte di ispirazione per innumerevoli epigoni. Due i pezzi aggiunti rispetto al vinile: la versione originale di "Black radio", qui denominata "Some of our best friends live in South America" e "Sons Of Europe (Slaughtered)". Meno interessante, nonostante la sua valenza storica, il dvd che testimonia le reunion (avvenuta per soli due pezzi) della formazione originale, con Tony Wakeford e Patrick Leagas, in occasione dei bis del concerto dei Death In June all'Underworld di Londra, il 6 Novembre 1998. Qualità video (cameraman d'eccezione, Boyd Rice) ai livelli di un bootleg. Ulteriore bonus riservato alle prime 2.000 copie, una toppa di stoffa con il logo "politically correct" che vedete effigiato sulla copertina del cd (digipack grigio molto simile al vinile originale). Documento storico prezioso ma non imprescindibile se si possiedono già il vinile e gli album sopracitati. Web: http://www.deathinjune.net. (Candyman)

Depeche Mode: Sounds of the Universe (CD, 2009). Per chi scrive, i Depeche Mode non sono un gruppo qualunque. Nell'ormai lontano 1984, con gli acquisti del loro Some Great Reward e The Collection degli Ultravox iniziò la mia epopea "oscura", che tutt'ora prosegue e per lungo tempo il quartetto di Basildon è stato di gran lunga il mio gruppo preferito. Nel corso di 25 anni, tante cose cambiano nella vita di chiunque e questo vale ovviamente anche per Martin Gore e soci, la cui evoluzione musicale è stata costante e non sempre vista di buon'occhio dai fans di vecchia data come il sottoscritto. La pubblicazione del mediocre Exciter è stata un colpo che non ho mai digerito, mentre il successivo Playing the angel, pur offrendomi un sound che solo a sprazzi era quello della band che per tanti anni avevo incondizionatamente amato, aveva rianimato il mio interesse nei loro confronti. Il 2009 ci porta in dono Sounds of the Universe, dodicesimo album dei Depeche Mode, nonchè uno dei dischi piu' attesi dell'anno, vista la fama ormai planetaria raggiunta dai nostri; il disco, come tutti sapete, è stato preceduto da "Wrong", un singolo che aveva legittimato in me delle buone aspettative verso questo album, ma ahimè, mi sbagliavo: dopo diversi ascolti, Sounds of the Universe non mi convince affatto e, dopo il pessimo Exciter, non esito a definirlo il lavoro meno riuscito dei Depeche Mode. Ciò che manca sono proprio le canzoni: "Wrong" è l'inevitabile singolo di un disco che per il resto sembra una raccolta di scarti o b-side. Martin Gore non deve passare una fase artistica particolarmente ispirata, sopratutto alla luce del fatto che tre delle canzoni che preferisco di questo album sono state scritte da Dave Gahan. In totale, Sounds of the Universe racchiude tredici brani contraddistinti da un sound minimale e da un ritorno (molto parziale ovviamente) a sonorità analogiche: la classe e l'esperienza maturata in tanti anni si riflettono in un prodotto tecnicamente impeccabile, ma assolutamente carente dal punto di vista emozionale, con canzoni piuttosto piatte, che si susseguono senza lasciar traccia nell'ascoltatore. In un contesto di prevalente noia, si salvano solo alcuni episodi: "Hole to feed", "Come back" (due pezzi scritti da Gahan), "In Sympathy", la conclusiva "Corrupt"), che comunque sfigurano totalmente se rapportati al passato (e nemmeno a quello piu' remoto). Disco che venderà comunque molto, perchè i Depeche Mode sono una di quelle bands i cui dischi si comprano ormai "a prescindere", ma da loro era lecito attendersi molto di piu'. Web: http://www.depechemode.com. (Candyman)

Diary of Dreams: (if) (CD - Accession Records/Audioglobe, 2009). A solo un anno e mezzo di distanza da Nekrolog 43, è già tempo di un nuovo album per i Diary of Dreams. L'ultimo capitolo della discografia del progetto di Adrian Hates è (if), ottimo lavoro che, se da un lato non riserva nessuna particolare sorpresa ai fans dei Diary of Dreams, al tempo stesso ribadisce l'eccellente livello qualitativo della loro musica. Il modus operandi della band tedesca segue ancora una volta i binari di una simbologia criptica ed oscura per rappresentare i sogni/incubi di Adrian Hates. La musica è al solito ottima: dodici brani di darkwave che alternano malinconia e tristezza ma anche squarci di luce e rabbia; volendo fare qualche titolo, citazioni per l'iniziale "The wedding", "Poison breed", "Choir Hotel", "Wahn!Sinn", "The Chain", ma si tratta di un album che non accusa passi falsi e che si mantiene su un livello d'eccellenza dall'inizio alla fine. Il disco è al solito, imperdibile sia per la musica che per l'artwork come sempre curatissimo: la "limited edition" ci offre infatti un box di cartone che include due cd (il secondo, G(if)t, esclusivo per questa versione, contiene quattro brani assolutamente ottimi, in particolare "Momentum" e "Regicide"), uno splendido booklet di 46 pagine con tutti i testi, belle foto ed un poster double-face. L'ennesima gemma dei Diary of Dreams ed un disco che ha ottime possibilità di finire nella mia personale Top 5 di fine anno. Web: http://www.diaryofdreams.de. (Candyman)

Din [A] Tod: Westwerk (CD - Out Of Line/Audioglobe, 2009). Dopo essersi messi brillantemente in luce con il loro primo album The sound of crash, i Din [A] Tod replicano e si migliorano con l'ottimo Westwerk, disco per altro completamente diverso dal precedente. Il trio berlinese abbraccia ora un sound post-punk e lo fa con brillanti risultati, con dodici tracce che sembrano arrivare direttamente dai primi anni '80 e che centrano pienamente l'obbiettivo. Il basso, la chitarra ed i synth analogici sono i grandi protagonisti di un disco che non conosce passaggi a vuoto dalla prima all'ultima delle sue dodici tracce. Si parte alla grande con i ritmi serrati di "Some kind of hate", "Westwerk" e "Glory in the highest", un trittico che già basterebbe a promuovere l'album, ma non da meno è la sensuale "Cold star", cantata da Claudia Fasold. Tra le strumentali "Spartakus" e "Corridors" sono racchiusi due brani forse un gradino al di sotto degli altri ("Patron of the young" e "The Clockwork"), ma anche la riuscita cover di "Warsaw"; è però con il trittico finale costituito da "Fertile, yes!", "Flames on calvary" e "Vorwaerts, Wir muessen zurueck" che i Din [A] Tod assestano altri tre micidiali colpi, che valgono a Westwerk la promozione a pieni voti. Senza inventare nulla di nuovo i berlinesi hanno realizzato un gran bel disco; al momento uno dei migliori album del 2009. Web: http://www.myspace.com/dinatod. (Candyman)

DNR – Do Not Reanimate: Breakout and live (CDS - Self-produced, 2009). Come già annunziato in sede di news, proviene da Bologna DNR (Do Not Reanimate), combo ascrivibile alla categoria J-rock, che col presente rilascia due tracce (più un remix) denotanti un approccio decisamente più rock rispetto a quanto proposto solitamente dalla maggioranza dei colleghi nipponici. Mantis (vocs), Sieg (chit.), Kira (bass), Ash (drums) e DeLord (keys) in “Follow me” riprendono e riattualizzano il sound edulcorato e glamour che imperversava nei locali losangeleni più a la page negli ottanta, con riff e cantato ruffianissimi, mentre “Breakout and live” è più obscura e gothikeggiante. Presto (a maggio, probabilmente) dovrebbero dare alla stampe il full-lenght d’esordio, li attendiamo con fiducia. Web: http://www.myspace.com/dnrofficial. (Hadrianus)

Eli: When will fall (CD - Lion Music/Frontiers Records, 2008). Esordio made in Finland per la vocalist romana Elisa Pezzuto, in possesso di una buona timbrica che pone in essere paragoni con Annette Olzon e con Ami Lee, pur distinguendosi da queste due ultime per le sfumature adottate nel corso dei nove pezzi che compongono Darkness will fall. Le esperienze maturate al servizio di ensemble operanti nell’ambito della musica antiqua e medievale vengono messe a buon frutto, peccato che il lavoro risenta di una produzione piuttosto spartana, come peraltro abbiamo potuto rilevare in altre uscite targate Lion Music. “To slowly far away” e “Leave me here” rappresentano gli episodi più movimentati, con begli accenni a la Within Temptation ed accoliti, in altri motivi prevale una atmosfera più umbratile, piacevolmente arricchita di aromi celtici in “My emptiness” (brano che trovo adattissimo alla discografia degli ultimi Dare), e che nella title-track, in “Turn this world around” ed in altre canzoni rivela il lato più romantico di Eli. Non una pietra miliare del genere gothic/symphonic, comunque un disco piacevole e ricco di spunti pregevoli. Lars Eric Mattson conferma con Elisa le sue indubitabili qualità di talent-scout, se riuscisse a donare ai suoi prodotti un maggior corpo, potrebbero senza tema rivaleggiare con quelli di label ben più celebrate. Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

Epochate: Chronicles of a dying era (CD - Subsound Records, 2009). I martelli degli Dei percuotono instancabili incudini colossali, forgiando armi dalle fogge sconosciute che legioni d’esseri infernali vomitate dai ventricoli oleacei d’una Terra ammorbata, brandiranno nell’ultimo attacco all’umanità annichilita dalla sua stessa ignavia, tra morte e caos primordiale. Intro cupissime che paiono tratte dai lavori più autarchici della CMI (“1600 A.D.”, “Needle hive”, “The flood”), un percussionismo profondo ed abissale, un impasto di suoni grandiosi ed immaginifici caratterizzano un lavoro arricchito da una produzione perfetta, scintillante, risaltante ogni singolo aspetto di questo multiforme Chronicles of a dying Era. Ottimo il giuoco di squadra praticato da Victor Love (Dope Stars Inc. e producer sempre più apprezzato) e Noras Blake (Edenyzed, Spineflesh), le visioni apocalittiche evocate dalle nove canzoni che compongono la possente ossatura del disco vengono inoltre ulteriormente levigate dall’accurato mastering operato da John Golden nei suoi studi californiani, donando all’opera un respiro internazionale. La voce glamour di Victor ed il sound vischioso che la sostiene parrebbero una forzatura, messe così assieme, in vece risultano la vera e propria carta vincente calata da CoadE, che in alcuni episodi (“Substantia”, “Introspection”) rimanda ai DSInc. senza apparir auto-referenziale, la grandeur cinematografica di “Creators” e della coda strumentale “Of shade and light” richiamano invece i Punish Yourself alle prese colla rielaborazione della sound-track di “Last of the Mohicans”; la title-track, “Burning” e la già citata “The flood” sono epiche e dannatamente dark, ma il disco si fa apprezzare nella sua totalità. E ricordate che “Epochate non è un nuovo inizio/Epochate è la fine”… Per informazioni: www.subsoundrecords.it. Web: http://www.epochate.com. (Hadrianus)

Essence of Mind: Watch Out (EP - Alfa Matrix/Audioglobe, 2009). "Volevamo essere gli Icon of Coil"... questo l'innegabile obbiettivo degli Essence of Mind, che dopo il non propriamente entusiasmante album d'esordio Insurrection, tornano con il nuovo EP Watch Out. La band norvegese ci offre 12 tracce suddivise tra cinque inediti e sette remix in cui si sviluppa un sound elettro-industrial che suona come un ibrido tra Icon of Coil, Combichrist e Zeromancer (band con cui gli Essence of Mind sono attualmente in tour): synths e chitarre (oltre ad una voce che ricorda tantissimo quella di La Plegua) caratterizzano brani finalmente convincenti, evidenziando un netto passo avanti rispetto all'album d'esordio. I cinque nuovi brani sono un buon esempio di elettro-industrial e promettono di funzionare egregiamente sia sul dancefloor che dal vivo; particolarmente buone sono "Nightmare", "Not again" e la title-track. L'unico nome "famoso" tra i remixer è Northborne, che ci offre una bella versione di "Watch out" (ovviamente maggiormente technoide rispetto alla versione originale); buono anche il remix di "Nightmare" a cura di Industriegebiet, mentre decisamente troppo techno-maranza (almeno per i miei gusti) il remix di "Watch out" di tali Ex.Es. Nel complesso un EP piu' che buono, in cui gli Essence of Mind paiono piu' convinti dei propri mezzi e mettono a frutto le incertezze del passato, lasciando intravedere interessanti prospettive per il prossimo album. Web: http://www.myspace.com/essenceofmind. (Candyman)

Experiments In Darkness: From the heart (CD - Midnight Productions, 2008). Experiments In Darkness è un progetto piuttosto nuovo, gestito dal prolifico Bart Piette, che incide anche sotto altri nomi, come Dead Man’s Hill, Alle Sagen Ja e Clophill. Il CD in oggetto è costituito da sonorizzazioni tra classicheggianti a cui si sovrappone la voce recitante dell’autore; le sensazioni suscitate sono di profonda angoscia e disperazione, anche a causa dell’uso della voce, che spesso simula apertamente il pianto e lo sfondo sonoro, decisamente sfarzoso e magniloquente, alterna pomposi momenti neoclassici a tratti in cui emerge un riferimento più vicino alle sensazioni create dalla musica barocca, probabilmente a causa dell’uso, più o meno in primo piano, dei suoni dell’organo e del clavicembalo (usato qui a scopo quasi ritmico) che di quell’epoca sono strumenti elettivi. Dovendo dare un’idea di come suona questo CD, direi che possiamo pensare ad una posizione a mezza via tra i francesi Eros Necropsique e Sopor Aeternus: più pomposi dei primi, con i quali condividono la struttura recitata dei brani e la modalità declamatoria, si avvicinano (senza però eguagliarne la qualità compositiva) alle atmosfere barocche del secondo. Nel complesso un disco abbastanza gradevole che rischia però di diventare piuttosto pesante, un po’ a causa dell’uniformità della proposta, un po’ perché spesso la voce appare un po’ forzata e a volte poco versatile: probabilmente utilizzando più voci e alternandole il risultato complessivo sarebbe stato più coinvolgente. In chiusura, l’inserimento (a mio giudizio un po’ forzato e che sa di posticcio) della batteria in “Firework of inhumanity” non riesce a dare a modificare realmente la sensazione di uniformità complessiva dell’opera. Il progetto è relativamente nuovo (prima di questo era stato pub bulicato solo un CD-R) quindi le possibilità di evoluzione e miglioramento ci sono. Web: http://www.myspace.com/experimentsindarkness. (Ankh)

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