Recensioni Gennaio 2009

 


Ver Sacrum | Musica | Recensioni | Recensioni Gennaio 2009 (pag. 1 - 2) Indice


  Gruppo Facebook di Ver Sacrum | Commenta le recensioni sul forum del gruppo Facebook


Aa.Vv.: Nikolaevka (CD - Palace of Worms/Audioglobe, 2008). Decisamente pregevole questo sampler assemblato dalla Palace of Worms, che trae il suo nome dalla battaglia di Nikolaevka (Seconda Guerra Mondiale), nella quale fu coinvolto l'Ottavo Reggimento degli Alpini italiani. 65 anni dopo, l'assalto dell'armata italiana viene (fortunatamente) portato a colpi di musica, attraverso 18 progetti del panorama apocalyptic/neofolk/marziale nostrano. Un'alternanza di nomi già affermati e "belle speranze", che ci regala in massima parte brani decisamente buoni; per quanto riguarda i primi, citazione d'obbligo per "Der Morgen", splendido brano dei Der Feuerkreiner, che ci danno l'ennessimo esempio della loro bravura. Molto validi anche i pezzi di Albireon, con un brano dai toni minimali ed intimisti ispirato a "Il deserto dei tartari" di Buzzati, All My Faith Lost con "Icy dawns" ed Hexperos (progetto dell'ex Gothica Alessandra Santovito)con "The warm whisper of the wind". Tra i nomi meno noti (o che io conoscevo sin'ora solo per sentito dire), sugli altari i brani di At The Funeral Of My Violet Rabbit (ottima la sua "Bird of ill omen"), Sala Delle Colonne (il titolo del pezzo, "Un' impresa di valore", dice già tutto: musica che pare un'ideale colonna sonora per un film epico-bellico), mentre Das Lange Messer e Lia Fail ci propongono due discreti brani che si rifanno al piu' canonico neofolk. Sulla lunga distanza di 18 brani, non tutto è indimenticabile (continuo ad esempio a restare del tutto indifferente dinanzi ad un progetto come i Calle della Morte, qui di nuovo alle prese con la già nota "Cartoline dall'inferno", ora proposta in una versione che differisce ben poco dall'originale), ma nel complesso Nikolaevka è un sampler piu' che buono e che non può mancare nella collezione di chiunque apprezzi i generi qui proposti. Web: http://www.palaceofworms.com. (Candyman)

Aa.Vv.: Interior (CD - Invisible Eye Productions, 2008). Interior – Obscure Sounds From The Inside, titolo non certo originalissimo visto l'ambito musicale, è una compilation dell'etichetta italiana Invisible Eye Production di Marco Grosso. Si tratta di una raccolta di tracce esclusive o rare di gruppi minori della scena dark ambient e industrial, con l'eccezione di Runes Order, unico nome piuttosto conosciuto della raccolta. La qualità media della musica proposta è molto, molto altalenante, ma compilation come questa hanno l'innegabile pregio di presentare anche nomi completamente sconosciuti ma degni di maggiori approfondimenti in futuro. Curiosamente il meglio della compilation si trova nella parte centrale, con quattro brani uno dopo l'altro. Davvero splendido il brano di Aleph Naught, in bilico tra neoclassicismo e taglio cinematografico, a cui fa eco Colossoth con la sua elettronica sporcata di noise e pianoforte. Discreti i brani di Corpoparassita (recensito un paio di mesi fa su queste pagine) e Permafrost. Per il resto siamo di fronte alla solita fuffa: droni a più non posso (i brani di Camisole e Neuropa sembrano fatti dalla stessa persona), scricchiolii, rumorismi assortiti spesso e volentieri gratuiti, insomma, tutto già sentito e risentito, e soprattutto fatto meglio, tanto che ad ascoltare il brano di Runes Order lo scarto con il resto della compilation è quasi imbarazzante. Web: http://www.myspace.com/interumtape. (Softblackstar)

Aesma Daeva: The Thalassa Mixes (MCD - Self-produced/Club Inferno En., 2008). Suoni imponenti, vere e proprie cattedrali liquide, obscure e minacciose. “Tisza’s child – Sunken cathedral” pare ergersi dalle abissali profondità oceaniche, tra canti di sirene e romori indefinibili. Poi le chitarre innalzano muri imponenti e granitici, sui quali s’arrampica l’operistica voce di Lori Lewis (ben impostata ma non trascendentale). Questo progetto vede la luce nel 1998, e fino ad oggi ha rilasciato oltre al presente tre ciddì, ospitando tra le proprie fila pure Melissa Feerlak (ora nei sopravvalutati Vision Of Atlantis), nel trienno 2002/05. Un lavoro ambizioso “The Thalassa mixes”, anche per la sua non facile fruibilità, intenzione manifestata da John Prassas (che di AD è il compositore principe, oltre che il chitarrista) e dal bassista Chris Quinn, che con la citata cantante e con Michale Platzer (sue le liriche), costituiscono la più recente versione del gruppo. La stromentale “The garden I long for” s’adagia sull’acustica e tratteggia ambienti bucolici e sereni, la pace dopo la furia dei marosi descritta dall’opener, torna Lori ad intepretare la sacrale “Loon – Thalassa”. Si potrebbe avanzar qualche riserva circa l’opportunità di tale pubblicazione, essendo queste tracce apparentemente scombinate tra loro (se non per la vena drammatica che le innerba), e troppo poche per meglio definir un giudizio (attribuirlo però non è compito nostro, che ci limitiamo a riportar quanto più fedelmente per iscritto le emozioni provate all’ascolto), comunque TTM evidenzia una ben precisa volontà d’esulare da schemi triti e di fin troppo facile applicazione (la chiusura “Loon – Swamp” soffre però di staticità). Detto che i nostri si sono avvalsi in passato della collaborazione di Neil Kernon, sarebbe interessante reperire testimonianze dal vivo di AD: la loro proposta si presta all’interpretazione live, se supportata doverosamente da adeguati mezzi (in tal caso mi sorge spontaneo un collegamento all’operato dei Therion). Web: http://www.club-inferno.org. (Hadrianus)

At The Funeral Of My Violet Rabbit: Scrutando tra ruggini post-industriali (CD - Self-produced, 2009). Ecco la prima, piacevole sorpresa del nuovo anno. Essa ci giunge dal bravo Morgan, l’artista triestino che già ebbi modo di recensire sulle nostre pagine. Una volta tanto, mi piace soffermarmi sulla confezione, essendo particolare e palesando una sua soggettiva ragione d’essere. Non un banale raccoglitore, bensì una busta in polipropilene grigia racchiude questo autentico dono del nostro fecondo autore, il cartoncino richiudibile in tre parti magistralmente illustrato da Aaron Nagy (una proficua collaborazione che continua, come quella con Michela Scagnetti, il suo “Cinque milioni per millimetro cubo” ispira le liriche della conclusiva “Voice of Hibakusha”) ne riporta liriche, note, riferimenti. Il tutto nell’asciuttezza di un tratto discernibile, che pare il disegno d’un bimbo assediato da incubiche paure, spaventevolmente razionale nella sua infantile innocenza. Polvere di ferro e di carbone, nere volute di miasmi bituminosi che s’innalzano in un cielo immoto, sospeso nella decadenza dell’era industriale che sta volgendo alla sua fine. Un concept visuale che introduce e guida il contenuto sonoro del dischetto, custodito a sua volta in un elegante fodero nero. L’intro inquietante “1983” precede le raggelanti tracce che costituiscono la scheletrica ossatura di Scrutando tra ruggini post-industriali, ennesimo passo in avanti compiuto con fermezza dal suo creatore, seguito e successiva maturazione de “La rivolta dei tulipani” e de “Al funerale del mio coniglio viola”. Trattasi di ambient spoglia che percorre paesaggi poco rassicuranti, mentre le note fluiscono lente, compassate, generando un senso di disagio e d’aspettativa snervante, come se un evento tragicissimo dovesse consumarsi tra breve, atteso ma nello stesso tempo sconcertante, perché la nostra immaginazione suggestionata non è in grado di misurarne la terrorizzante portata. Che si cela nella caligine della nostra memoria ottenebrata dal moderno vivere, frammento insanguinato del passato pronto a riemergere in tutta la sua nefanda malignità (“Cheyne Stoke breathing”). “Blind monkey in a cage” sacrifica incolpevoli esseri deformi in onore di Divinità aberranti, come la nostra tanto declamata civiltà si premura di occultare il diverso, fingendo magari di dimenticarsene l’esistenza, “Life and death of Ludwig Kristiansen” simboleggia drammatiche vicende, come la vita che si spegne nel fragore della battaglia, fra scoppi di granate e raffiche di mitraglia, lasciando un corpo dissanguato a giacere tra le rocce denudate. “L’esodo dei corpi senza nome pt. 1” è una litania senza fine, processione d’anime private di tutto, appunto pure del loro nome, del distintivo che le rende riconoscibili nella massa inerme nella quale sono precipitate. Ardono incensi esotici nei bracieri di Templi sconsacrati, monaci esaltati percuotono polverose pelli d’antichi timpani, accompagnando il salmodiare strascicato d’un officiante reso folle dagli stessi riti da lui officiati, evocanti mali assoluti ed ingovernabili. “Voice of Hibakusha” sospende il Tempo rendendolo una entità indefinita ed incommensurabile. Fra gli ingranaggi di macchinari arcaici, residuati di rivoluzioni che per una crudele legge del contrappasso portarono alla schiavitù l’umanità intiera che la acclamò, abbruttita dal ritmo sempre eguale scandito dal lavoro, un velo di polve s’è depositato e s’è fatto sempre più denso, mischiandosi ad oli ed ad altre sostanze untuose, tanto che le ruote immense e le catene che scorrevano tra di esse, non più lubrificate e rese scorrevoli dalle loro essenze, si sono fermate, per poi spezzarsi nell’attrito provocato dal loro istesso movimento inesorabile. Dalle alte e sghembe ciminiere esala ancora del fumo, chissà ancora per quanto. Il Coniglio viola si allontana, mentre una radio rimasta ancora accesa diffonde nell’etere proclami ed incitamenti ad un ultimo, insensato sacrificio (“1983” potrebbe essere il 1938, lugubri bagliori s’intravvedono all’orizzonte, la formula in questo caso è già stata sfruttata da troppi e si dimostra logora), l’ascolto ripreso dal primo episodio concretizza il senso di circolarità di questo prodotto artistico che non si fissa solo nella sua componente sonora, ma procede ben oltre. Foriero di miglioramenti, ATFOMVR non riscrive le regole ferree dell’ambient, limitandosi ad elaborare le sue formule, è però chiaro che il manuale è stato letto con puntiglio, e che il suo patrocinatore è già pronto per affrontare ulteriori prove, che ne confermino la verve creativa che fino ad ora ha evidentemente dato i suoi frutti. Per informazioni: www.myspace.com/atthefuneralofmyvioletrabbit. Web: http://www.thefuneralofmyvioletrabbit.com. (Hadrianus)

Ataraxia / Allerseelen: Ultima Thule (7" - eclipsis, 2008). Ho faticato un bel po' per procurarmi una copia dell'ormai esauritissimo split su sette pollici uscito per l'etichetta greca eclipsis che vedeva da un lato il solito Allerseelen, da sempre dedito ad operazioni del genere con gli artisti più disparati, e dall'altro i nostri Ataraxia. Tema del disco è il viaggio di Pitea (o Pytheas), salpato da Marsiglia nel 330 a.C. e giunto sulle coste di un'isola “dove il sole non tramonta mai”, ribatezzata poi Thule. Il brano degli Ataraxia, “Lunar Ocean”, è una bella ballata liquida e delicata come da sempre ci ha abituato il gruppo, e farà la gioia degli ascoltatori. Il brano di Allerseelen invece ha come prevedibile una cadenza più elettronica, assestandosi nella media della produzione del progetto. A conti fatti è una piccola chicca se siete fan dell'uno o dell'altro gruppo, ma la ricerca non sarà facile. Web: http://www.ataraxia.net. (Softblackstar)

Babylone Chaos/Lambwool/Le Diktat: Shi (CD - OPN Records, 2008). Sono tre le band che condividono la paternità di questo cd un po’ inusuale, nel quale sono incluse più che altro “canzoni” nate dalla collaborazione tra le suddette, ma anche tracce su cui ognuna ha lavorato individualmente. Per quanto riguarda lo stile proposto da Lambwool, si può parlare di ambient corposo e strutturato e di un approccio che tende alla ricerca della melodia (del resto cos’altro potevamo aspettarci da qualcuno che si è scelto un monicker del genere??), mentre Le Diktat e Babylone Chaos sono orientati verso la corrente noise e ci propinano i patterns ritmici più svariati. Premesso che nessuno di questi acts la butta sull’estremismo o sull’esagerazione, c’è da sottolineare la netta superiorità qualitativa dei pezzi in cui mette lo zampino Lambwool, che avrà sì il nome più trash dell’intero ambito electro-experimental, ma almeno sa cosa significa assemblare musica in maniera personale ed evitare la monotonia. Detto questo avrete capito che i brani creati dagli altri due non sono esattamente il massimo dell’originalità e non riescono a lasciare il segno, a dimostrazione del fatto che, specie nel caso dei generi sopracitati (ovvero di roba che molti “compongono” con il solo ausilio di un computer e di qualche programmino ad hoc…), non è poi così facile tirar fuori materiale interessante. Da anni le formazioni appartenenti a questa scena non fanno che riproporre le stesse identiche cose, e sinceramente non mi pare proprio un buon segno… Web: http://www.opn.fr/. (Grendel)

Beatrice Antolini: A due (CD - Urtovox, 2008). Ogni tanto dal ricco sottobosco musicale italiano arrivano delle gradite sorprese, solo che stavolta non si tratta del solito gruppo alternative-rock o metal, ma di una gentile fanciulla che risponde al nome di Beatrice Antolini. Non si sa il perché ma dalle nostre parti le artiste dedite a generi particolari e non “mainstream” sono rare, anzi rarissime, e l’autrice di A due rappresenta proprio una delle poche eccezioni che confermano la regola, visto che il materiale da lei prodotto è difficilmente inquadrabile in una categoria ben precisa, oltre che assai valido. È la deliziosa simil-filastrocca “New manner” ad aprire il disco, subito seguita dall’incalzante e caleidoscopica “Funky Show” (grazie alla quale la brava Beatrice dimostra anche una certa versatilità come vocalist…) e dalla dolce e raffinata “Morbidalga”. Ma è con la quarta traccia, dal titolo “A New Room For A Quiet Life”, che la nostra dà la prova definitiva dell’originalità della sua proposta, difatti la canzone in questione va persino oltre il dark-burlesque-cabaret-rock che caratterizza le prime composizioni, e ci presenta un riuscito connubio tra le suddette sonorità, lo sperimentalismo puro e qualche accenno di musica latina. Definire questo lavoro intrigante, fresco e diverso è dir poco, e considerando che la qualità media dei brani è molto alta (i quattro menzionati in precedenza non sono gli unici davvero belli e interessanti tra quelli presenti nell’album!) non mi rimane che raccomandarvene caldamente l’ascolto… Web: http://www.myspace.com/beatriceantolini. (Grendel)

Bionic Angel: Digital violence (CD - Schwarzdorn Production/Masterpiece Distribution, 2008). Terminato l'ascolto di Digital violence (lavoro suddiviso in due parti, denominate "Chapter 1: Biomechanical warfare" e "Chapter 2: Hybrid technology"), permane un vago senso d'incompiutezza, se non di aperta irritazione. Perchè i Bionic Angel carte da giuocare ne possiedono, ma non sanno estrarle dal mazzo al momento opportuno (la cadenzata "Another day" gode di una voce finalmente al di sopra della sufficienza e di un buon arrangiamento, peccato che sia seguita da "Live to die" la quale, se non fosse per certe gradevoli porzioni melodiche, risulterebbe disastrosa). Ecco che, delle quattordici tracce che compongono il disco, niuna, dicasi niuna ostenta meriti tali da renderle memorabili. Vi sono degli episodi decisamente imbarazzanti come "Living a lie" o "Du mein Gott", o peggio ancora come "Du (nur Du)", con delle tastierine e dei coretti d'una tale pochezza da lasciare attoniti, ed altri che potrebbero venir meglio elaborati come "Stars & dust" e "Pink", i quali trarrebbero maggior beneficio da una loro più puntuale definizione. Sarebbe da evitare il cantato in growl od in simil-black-style, soluzioni che appaiono decisamente sempre fuori contesto. Il pompatissimo (ma caotico) goth-metal con input industrial dei BA non è né innovativo, tantomeno personale, il percorso sonoro delle canzoni si ripete in fatti fino allo sfinimento, consiglio ai nostri tedeschini di ripassare per benino la lezione (maestri in patria non mancano), prima di presentarsi al pubblico con una nuova pubblicazione. Web: http://www.masterpiecedistribution.com. (Hadrianus)

Bohren & Der Club Of Gore: Dolores (CD - PIAS, 2008). Il quartetto tedesco torna dopo tre anni di silenzio dall'ultimo Geisterfaust, andando ad aggiungere un altro splendido capitolo alla loro corposa e ventennale discografia. I quattro, una volta dediti a metal e hardcore, hanno da tempo abbandonato la chitarra per sostituirla con un sassofono, e oggi si muovono tra un suono di chiara derivazione jazz, ma che flirta amabilmente con un'ambient scura come la pece, frammenti industrial e toccate downtempo. Immaginate l'Angelo Badalamenti più noir, rallentate il tutto e aggiungete alla mistura una colata di suoni densi e cupi e potete farvi un'idea del suono di Bohren & Der Club Of Gore. Dolores segna un discreto cambiamento di rotta rispetto ai predecessori: le tracce si fanno più brevi, i suoni meno rarefatti e quasi sembra scorgere uno spiraglio di luce nella notte che avvolge perennemente il gruppo, questo senza per nulla tralasciare l'aspetto emotivo, inalterato. Ad uscirne rafforzato è il lato melodico, si vedano ad esempio “Still Am Sresen” o i delicati tocchi di vibrafono di “Von Schnäbeln”. Dolores è un disco elegante e sofisticato, non fatevi trarre in inganno dalla definizione di jazz, dategli la possibilità e fatevi avvolgere nella sua notte. Web: http://www.bohrenundderclubofgore.de. (Softblackstar)

Brethren Of The Free Spirit: The Wolf Also Shall Dwell With The Lamb (CD - Important Records, 2008). Il duo composto da James Blackshaw e Jozef van Wissem prende il nome da un culto eretico sviluppatosi nel nord dell'Europa durante il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, Brüder und Schwestern des Freien Geistes. Questa seconda uscita discografica, uscita a pochi di mesi di distanza dall'esordio, non si discosta molto dalla prima: quattro composizioni molto minimali per liuto e chitarra acustica a 12 corde, con gli strumenti che si compenetrano e si incontrano dando luogo a un folk ora molto free ora con palesi reminiscenze medievali. L'apertura, affidata alla scheletrica “The Sun Tears Itself From The Heavens And Comes Crashing Down Upon The Multitude” è caratterizzata da pochi tocchi sparsi degli strumenti che giocano con i pieni e i vuoti del silenzio, mentre gli appassionati del talentuoso chitarrista inglese non faranno fatica a riconoscere il suo stile caratteristico nella successiva “The Wolf Also Shall Dwell With The Lamb”. Il terzo brano, “Into The Dust Of The Earth”, suona come John Fahey che gioca con melodie medievali, mentre con l'ultima traccia si ritorna verso orizzonti più aperti e dilatati. Quattro tracce per circa mezzora di musica, ma assolutamente imperdibile. Non fatevi scappare l'edizione in vinile, 500 copie di cui le prime 100 su vinile bianco. Web: http://www.myspace.com/thebrethrenofthefreespirit. (Softblackstar)

Claire Vezina: Cybr Neptune (CD - Unicorn Digital, 2008). Sicuramente un disco particolare, Cyber Neptune, ove prevale un’atmosfera soffusa ed avvolgente, indotta dalla bella voce della cantante canadese. Anche la strumentazione elettrica, quando compare, mai si rivela invadente, sopra le righe, contribuendo alla perfetta definizione di queste tracce che piaceranno ai cultori di Sylvian, Barbieri, Jansen e Karn. Ovvero da quanto offerto con tanta grazia dagli ex-Japan nel corso delle loro opere soliste, percorsi difformi nel loro sviluppo, col comune denominatore della classe innata e della ricerca. Ma capace di sorprenderci, allorquando in “Jeanne” pare di trovarci al cospetto d’un pezzo degli ultimi Oasis, o come in “De l’ouest une brise souffle”, quasi un’outtake di “Children” dei The Mission. Claire è dotata di una vocalità delicata e calda che ben si sposa al suono emesso da mellotron e piano rhodes, i quali elevano il valore di questa prova, da assaporare con calma, canzone dopo canzone, suggendola a poco a poco nella tranquillità d’un meriggio invernale, trascorso pigramente tra le mura domestiche, al riparo dai rigori stagionali. Unico difetto, a parte qualche concessione di troppo al pop (“Tant de guerres”), la collocazione di nicchia di questo prodottino, che ne renderà difficoltosa la sua diffusione. Web: http://www.unicorndigital.com. (Hadrianus)

Death In June: The Wörld Thät Sümmer 20th Anniversary Extras (EP - New European Recordings/Audioglobe, 2008). Sembrerebbe uno scherzo di cattivo gusto, e invece purtroppo non è così. Ormai a cadenza regolare ogni tot mesi esce un CD più o meno inutile targato Death In June. Questa volta tocca al bonus CD pubblicato due anni fa come extra per l'edizione marmorea di The Wörld Thät Sümmer. Evidentemente Douglas Pearce ritiene questo materiale bonus talmente valido da essere meritorio di una pubblicazione singola, ma la realtà è ben diversa, perché non si tratta altro che di fondi di barile riciclati alla buona per spennare gli appassionati duri e puri. Ma poi c'è davvero chi acquisterà questo mini-CD contenuto in un misero cardsleeve? La maggior parte dei fan più oltranzisti ha già l'edizione precedente, mentre il fan medio a che pro dovrebbe spendere denaro per acquistare un mini-CD di sei tracce di cui tre prese direttamente da The Corn Years? Senza contare che le tre tracce rimaste, cioè tre brani ri-registrati tra il 2005 e il 2006, non reggono assolutamente il confronto con le originali. Un'uscita discografica che definire patetica è fare un complimento. Web: http://www.deathinjune.net. (Softblackstar)

Eisbrecher: Sünde (CD - AFM Records/Audioglobe, 2008). Avete voglia di farvi del male con un album che è la quintessenza della tamarraggine? Allora Sünde dei crucchissimi Eisbrecher fa davvero al caso vostro, con tutti i suoi annessi e connessi… Chiariamo subito che il terzo full-lenght prodotto dal gruppo di Alexx Wesselsky e Noel Pix farà felici sia i fan dei Rammstein, sia chi è convinto che in giro ci siano troppo poche formazioni dedite all’electro-industrial-metal, ma è anche bene sottolineare che il cd in questione non porta nessuna “ventata di freschezza” nella suddetta scena musicale. Insomma, i pezzi inclusi sono belli, grezzi, corposi e di certo funzioneranno benissimo in qualsiasi dancefloor (c’è da scommettere che faranno da riempipista persino alla classica “serata sfigata” da club di provincia…), ma non aspettatevi cose che non avete già sentito centinaia di volte, perché rischiate una cocente delusione. In poche parole gli Eisbrecher fanno parte di quella categoria di band bravissime nello scopiazzare a destra e a manca (talmente abili da far quasi dimenticare che da qualche parte, là fuori, ci sono pure gli originali!), e la dimostrazione di ciò la danno veri e propri concentrati di energia come “1000 Flammen”, “Die durch die hölle gehen”, “Heilig”, “Kann denn liebe sünde sein?” e “Mehr licht”, impossibili da ascoltare senza muovere almeno un po’ la testa e il piedino… Se di dischi del genere ne uscissero di più ci sarebbe da star allegri, tutto sommato, ma purtroppo oggi come oggi anche i “bravi cloni” sono merce abbastanza rara. Web: http://www.eis-brecher.com/. (Grendel)

The Eternal Afflict feat. Qntal: San Diego 2K9 (MCD - Afflict:Me/Audioglobe, 2009). Già piu' volte abbiamo avuto modo di ricordare quanti ottimi gruppi abbia partorito la scena tedesca nei primissimi anni '90: tanto per fare solo qualche nome citerei Das Ich, Calva Y Nada, Project Pitchfork e appunto, The Eternal Afflict. Per anni la loro "San Diego" è stata un vero e proprio tormentone sui dancefloor oscuri, ed ora, 18 anni dopo, i nostri la "riesumano", con la prestigiosa collaborazione dei Qntal, in un mcd che vede questa grande hit riproposta in alcune nuove versioni, unitamente all'ormai introvabile mini-album Luminographic Agony, rimasterizzato per l'occasione. Ammetto che ero curioso ed anche un pò perplesso al pensiero di cosa sarebbe venuto fuori da quest'insolita collaborazione ed invece le due tracce che coinvolgono i Qntal (rispettivamente il "radio edit" ed il remix a cura degli stessi) non sono affatto male: il brano rimane piuttosto fedele alla sua struttura originaria e su questa, la band "mittel alter" innesta gli inconfondibili vocalizzi fatati di Syrah a fare da contraltare alla voce di Cyan. "San Diego" viene poi rivisitata da Patenbrigade Wolff, Jesus on Extasy e Project Pitchfork: tre buoni remix tra cui brilla in particolare quello della band di Peter Spilles. E' quindi la volta delle sei tracce che costituiscono il leggendario EP Luminographic Agony, un pezzo di storia dell'elettro-dark tedesco, con la versione originale di "San Diego", l'ottima cover di "Paint it black", "Agony, I like", ecc... Con il successivo album Trauma Rouge si tratta dell'apice della produzione discografica degli Eternal Afflict e questa nuova ristampa costituisce una bella occasione per i piu' giovani per mettere le mani su uno dei dischi "fondamentali" della scena "elettro-dark" anni'90. Web: http://www.myspace.com/theeternalafflict. (Candyman)

Fire On Fire: The Orchards (CD - Young God Records/Audioglobe, 2008). Qualcuno di voi probabilmente ricorda il collettivo prog/post rock Cerberus Shoal, passato più volte in tour anche dalle nostre parti oltre che autori di una discografia piuttosto ampia. Terminata quell'esperienza, quattro ex-membri, dopo un paio di anni di silenzio, reclutano un altro elemento e decidono di tornare in scena con un nuovo progetto, Fire On Fire, e Michael Gira, talent scout sopraffino, li prende sotto la sua ala protettiva. L'EP uscito un annetto fa non mi aveva fatto una buona impressione, ma con questo The Orchard hanno superato ogni più rosea aspettativa. Dismesse le arzigogolate e prolisse ramificazioni prog, la musica si è spostata verso un folk country prettamente americano, che può ricordare i compagni di etichetta Akron/Family ma in una versione più diretta, con il banjo, la chitarra e il contrabbasso a dettare le coordinate di una musica che affonda le radici nella musica tradizionale statunitense, soprattutto quella di inizio '900, alla quale però si aggiunge una onnipresente fisarmonica, che dona un retrogusto particolarissimo al tutto, e strumenti della tradizione dell'Europa dell'est come la tamburica e l'oud. La registrazione in presa diretta molto lo-fi e l'uso corale delle voci esaltano l'aspetto volutamente rustico e grezzo dell'album, richiamando costantemente alla mente le vecchie jug band di paese e i loro scatenati bluegrass. La chiave di volta dell'album la troviamo direttamente nel ritornello del primo brano: "If we tear this kingdom down let it be with a deserving and joyous sound". Parole sante, perché scegliere una traccia invece che un'altra è una vera impresa, dato che la qualità della scrittura è molto alta, ed è un delitto che questo gioiello sia limitato a 1000 copie ottenibili solo tramite il sito della Young God. Affrettatevi a recuperarlo. Web: http://www.myspace.com/fireonfiremusic. (Softblackstar)

Friendly Fires: Friendly fires (CD - XL Recordings, 2008). È buffo pensare che a inizio carriera i Friendly Fires suonavano post-hardcore, perché il tipo di sonorità che ci propongono adesso è davvero lontano dagli estremismi del suddetto genere. Per la verità, volendo individuare un particolare stile musicale al quale il quartetto dell’Hertfordshire (UK) potrebbe essere accostato, si dovrebbe parlare di new-rave e di conseguenza fare un paragone con gli ottimi Klaxons, che tante giovani band hanno influenzato nell’ultimo paio d’anni. Il secondo nome che è giusto fare, sempre riferendosi alle somiglianze con altri gruppi, è quello dei Talking Heads, ma per fortuna i Friendly Fires sono tutto tranne che dei cloni, e hanno saputo realizzare un disco incisivo e convincente, che può ricordare molte cose ma per fortuna risplende di luce propria. In poche parole il loro debut è caratterizzato da sonorità in bilico tra indie, pop ed elettronica, inoltre include canzoni abbastanza diverse tra loro ma di pari livello qualitativo, ed è destinato a diventare un must per coloro che apprezzano il british sound in tutte le sue forme e trasfigurazioni. Di sicuro questi ultimi andranno in brodo di giuggiole ascoltando pezzi come “White diamonds”, “Jump in the pool”, “Paris” e “In the hospital”, che rappresentano al meglio la band e che non mi stupirei affatto di sentire nel corso di qualche serata nei locali alternativi. Un gran bel cd insomma, ma speriamo che i suoi autori non si stufino di nuovo e non vogliano cambiare ancora genere! Web: http://www.wearefriendlyfires.com/. (Grendel)

HIV+/Babylone Chaos: Split 10" (EP - OPN Records, 2008). Per dare un po’ di gioia e soddisfazione ai feticisti del vinile, e in particolare alla sottocategoria di “malati mentali” che ancora vanno alla ricerca di rari picture-disc, quelli della OPN Records hanno pensato bene di pubblicare uno split 10” che contiene tre brani degli HIV+ e un altro paio ad opera dei Babylone Chaos. Chi ha dimestichezza con la “nuova” scena industrial avrà sentito parlare delle due band francesi, che nel 2005 avevano già collaborato per la realizzazione del cd Univers carcéral, ma per chi invece sa poco a riguardo, e nutre una certa curiosità, è bene dire che esse sono piuttosto diverse tra loro. Mentre gli HIV+ propongono musica abbastanza varia (vedi ad esempio il ritualistic-dark-ambient di “La croix noire/Black cross” e il rhythmic-harsh-noise minimalista di “New dawn crash”…), i Babylone Chaos “straniscono” l’ascoltatore con un sound mai troppo denso o stratificato, che potrebbe essere definito semplicemente come experimental-ambient-noise, e che tutto sommato appare meno convincente del materiale citato in precedenza. Inutile dire che si tratta di una release adatta solo ai cultori dei generi in questione, o in alternativa di un bell’oggettino per collezionisti. Web: http://www.opn.fr/. (Grendel)

The Human Voice: Exit Lines (CD - Eibon, 2008). The Human Voice è il progetto parallelo di Hærleif Langås, meglio conosciuto col suo moniker Northaunt. Rispetto al progetto principale la differenza sostanziale che salta all'occhio è una propensione verso sonorità più malinconiche e meno oppressive. Strumento cardine del disco è la chitarra, che si snoda placidamente su distese di ambient ovattata e notturna, appena sporcata da field recordings, rumori e suoni metallici. A tratti ricorda certe esperienze post-rock di qualche anno fa, in particolare dei cataloghi Constellation e Kranky, soprattutto nei momenti in cui l'approccio drone è più marcato, ma questo non è necessariamente un male perché l'album, col suo incedere ipnotico e glaciale, cattura e affascina fin dalle prime note. In origine questi brani non erano stati pensati per essere pubblicati, si trattava di piccoli esperimenti casalinghi che Hærleif Langås ha tirato fuori dal cassetto dando loro forma compiuta e omogeneità. Considerando la media attuale dei dischi ambient, questi cosiddetti “scarti” sono molto meglio di buona parte dei dischi di genere usciti nel 2008. Splendido, come da tradizione in casa Eibon, l'artwork del disco. Web: http://www.myspace.com/1thehumanvoice. (Softblackstar)

Icydawn + Aimaproject: Il Tagliacarte, L'Angelo, I Fantasmi (MCD - Show Me Your Wounds, 2008). Senza dubbio è la particolare confezione la prima cosa che cattura la curiosità: un libricino con serigrafia argentata, un set di cartoline, i testi del CD 3" incluso e una garza, per sole 99 copie in circolazione. Il contenuto però non è alla stessa altezza del curatissimo packaging, dato che le due sigle coinvolte si limitano a proporre tre tracce, per un totale di venticinque minuti, che non si discostano molto dai canoni del genere, con un risultato senza infamia e senza lode. Nello specifico è una dark ambient molto reiterativa sporcata da loops ed effetti sulle quali si poggiano i pur interessanti testi recitati da Aimaproject (Les Jumeaux Discordants), spesso con voce fortemente effettata. Se siete feticisti delle confezioni particolari, il dischetto è imperdibile, altrimenti non c'è poi molto altro da recuperare qui. Web: http://www.myspace.com/aimaproject. (Softblackstar)

Innerpartysystem: Innerpartysystem (CD - Island Records, 2008). Nel mondo musicale le cose cambiano ad una velocità impressionante, ma quasi sempre in Italia le novità arrivano dopo un bel po’ di tempo: è sempre stato così e (purtroppo) continua ad esserlo, anche se ormai tutti usano Internet e hanno accesso a qualsiasi tipo di informazione. Tra gli ultimi trend che sembrano aver preso piede negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e di cui nel nostro paese non si sa praticamente nulla, c’è quello portato avanti da un manipolo di band che mischiano alternative-rock ed elettronica, creando ibridi assai strani e interessanti. Tra queste ultime spiccano gli americani Innerpartysystem, che nel loro album di debutto hanno inserito brani spiazzanti e difficili da etichettare, ma anche ricchi di fascino e piacevoli da ascoltare. L’impressione è che i quattro abbiano trovato il modo di mettere insieme, oltretutto con buoni risultati, l’emo e il synth-pop, difatti basta sentire le prime due/tre canzoni del cd (con una particolare attenzione verso la terza traccia, intitolata “Don’t stop”…) per rendersi conto di avere a che fare con qualcosa di diverso dal solito. Il sound proposto dal quartetto è abbastanza dinamico e corposo da poter essere assimilato al rock, ma allo stesso tempo ha caratteristiche tali da somigliare a certe produzioni super-leggerine che ogni “alternativo” con cognizione di causa definirebbe commerciali, per cui c’è da chiedersi chi saranno i fruitori di questo tipo di musica, fatta apposta per dimostrare quanto le distanze tra i generi vadano via via accorciandosi. Non c’è dubbio, gli Innerpartysystem sono una di quelle formazioni che faranno discutere pubblico e critica, ma personalmente non posso che apprezzare il loro tentativo di essere differenti da tutti gli altri. Web: http://www.innerpartysystem.com/. (Grendel)

  (Successive 18 recensioni)