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Die Form: Best of XXX
(3CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Trenta anni di carriera meritano un'adeguata celebrazione, ecco quindi Best of XXX, opera che sarebbe limitativo liquidare come il solito "best of". Philippe Fichot ha fatto le cose in grande, curando molto, come sempre, l'aspetto estetico oltre a quello sonoro: un elegante box limitato a 1999 copie, con confezione nera rigida che racchiude tre cd ed un booklet che riprende l'artwork dei dischi da cui sono tratti i brani qui inclusi: una splendida galleria di immagini erotiche stampate su carta lucida. Per dare ulteriore "appeal" alla raccolta, tutti i pezzi sono stati remixati e vengono quindi proposti in versioni diverse dalle originali. E' così in una nuova veste che sfilano davanti a noi pezzi storici come "Silent order", "Savage Logic", "Bite of God", "Slavesex", "Chronovision", "Telemat", "Cantique", "Doctor X", ecc... il mondo sensuale e visionario di Philippe ed Eliane prende forma tra le note dei loro brani. La sterminata discografia del duo francese viene riassunta in 28 brani che ci offrono una panoramica esaustiva sulla musica dei Die Form, progetto in cui Philippe Fichot riversa il suo talento sonoro e visivo (per quei pochi che non lo sapessero, è lui l'autore delle foto che corredano da sempre i suoi lavori). Non è certo esagerato definire i Die Form come un gruppo storico della scena elettronica "oscura" e Best of XXX ne è la migliore testimonianza: uno dei "must" del 2008, un'opera imperdibile tanto per chi ha già tutti i loro dischi, quanto per i neofiti.
Web: http://www.myspace.com/dieformofficial.
(Candyman)
Down In June: Covers... Death In June
(CD - Nerus/Audioglobe, 2008).
I Down In June sono una cover-band svedese di Death In June cresciuta grazie al solito MySpace. Un bel giorno Douglas P. si accorge di loro e, col suo solito orgoglio autocelebrativo, decide di produrre per la sua etichetta il loro primo album. Come si possa tirare fuori un disco del genere partendo da canzoni che già di per sé sono dei classici del genere è cosa a me ignota, dato che si oscilla tra la sufficienza di “The Enemy Within” e “But, What Ends When The Symbols Shatters?” alla banalità di “Heaven Street” riletta in chiave elettronica fino all'imbarazzante versione rockettara di “Fall Apart”. Curioso come la cover migliore, una versione pianistica di “Rose Clouds Of Holocaust” sia relegata a bonus track. Ma, al di là della qualità del disco stesso, vale la pena chiedersi se abbia davvero senso l'esistenza di un gruppo dedito a coverizzare un universo così intimo e autoreferenziale come quello di Death In June. La risposta sta a voi (e al vostro portafogli).
Web: http://www.myspace.com/downinjune.
(Softblackstar)
Dunkelschön: Nemeton
(CD - Curzwehyl, 2008).
I Dunkelschön sono un gruppo a me sconosciuto, fino ad oggi, che si inseriscono nell’affollato sottobosco folk che si ispira alle sonorità medievali. Si tratta della loro terza fatica pubblicata su Curzweyhl, etichetta che si sta proponendo come punto di riferimento per questa scena, potendo vantare tra le sue fila nomi del calibro dei Faun e dei Daemonia Nymphe (ma, va anche specificato, il suo roster non è privo di cadute verso il basso, annoverando nomi come i simpatici ma non certo eccellenti Aisleng e i crucco-coattissimi Van Langen). Proprio i Faun sembrano essere un po’ l’ispirazione principale di questo gruppo tedesco, che ama fare uso di strumentazione acustica in grande abbondanza: ognuno dei musicisti è piuttosto versatile e il quintetto riesce a creare un suono ricco e intenso. Li posizionerei a metà strada tra i suddetti Faun e i gruppi come i Corpus Corax: decisamente più solidi dei primo, con a tratti un forte accento sulle percussioni (che danno alla miscela sonora anche un sentore rockeggiante che li rende abbastanza personali), meno teutonicamente “caciaroni” dei secondi, pur non disdegnando brani tipici da taverna (come l’immancabile “In Taberna”, qui rinominata “Bacchus”, tratta dai Carmina Burana e qui cantata con forte ma simpatico accento tedesco). Anche le capacità vocali della cantante e quelle corali del resto del gruppo sono interessanti e piacevoli, ricordando, queste ultime, i primi lavori dei Clannad più folk. Nel complesso un gruppo che non è probabilmente in grado di stagliarsi sui numerosi altri della scena ma che ha realizzato un CD di piacevolissimo ascolto e consigliabile agli appassionati del genere.
Web: http://www.dunkelschoen-musik.de/.
(Ankh)
Elegant Machinery: A soft exchange
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Svezia-synthpop-Elegant Machinery: tre termini saldamente connessi. La band di Robert Enforsen torna dopo un lungo silenzio con A soft exchange, album che ne ribadisce il ruolo di primissimo piano all'interno di questa scena; la band svedese è una garanzia per gli amanti del synth-pop e le dieci tracce qui incluse ne sono la migliore testimonianza. Sonorità sintetiche semplici ed essenziali (ascoltate la minimalista "Hold on", che sembra uscire da uno dei primissimi dischi dei Depeche Mode e che, come altri brani dell'album, paga pegno alla miglior elettro-wave anni'80) per un disco da godere dalla prima all'ultima traccia. Un sound melodico, velato di nostalgia, che ci regala ottimi brani come la magistrale "With grace", "Do you know", "Firm" ed i due singoli che hanno anticipato l'album, "Move" e "Feel the silence". Gli Elegant Machinery sono il synth-pop ed A soft exchange è un disco imperdibile per gli amanti del genere, nonchè uno dei migliori dischi "elettro" del 2008.
Web: http://www.myspace.com/elegantmachinery.
(Candyman)
Embellish: Black tears and deep songs for lost lovers
(CD - Erzsebet Records/Masterpiece Distribution, 2008).
Oggetto: ristampa inutile? E’ proprio una domanda, quella che apre codesta mia dissertazione (leggasi oltre la rece di Siva Six per meglio comprendere il significato dell’incipit). Si potrebbe rispondere negativamente, essendo questo disco originariamente uscito appena due anni or sono per GOI Music. Ma avendo questa praticamente snobbato il prodottino, non premurandosi di promozionarlo a dovere, ed essendo il genere gradevole oltre modo, giusto concedergli ancora una chance; ripongano fede in Erzsbet Records, gli Embellish, e chissà che stavolta la carta non venga giuocata con maggior giudizio. Il genere? Ma il più edulcorato goth-love-metal, come si evince da “Romeo’s dead” (ricordo che all’epoca lessi un articolo che riportava il titolo errato di “Romeo’s distress”, fu così, ritenendolo una cover dei Christian Death, che conobbi il gruppo di Barcelona!), da “This wind” e sopra tutto dalla diabetica “Falling”, compendio di quando sia nefasto per le anime più sensibili a sonorità sì stucchevoli abbandonarsi all’ascolto di simili canzoni (recisione delle vene assicurata!). Quest’ultima l’avrete già ascoltata millanta volte, con altri titoli e proposta da altri gruppi, tanto variando i fattori il risultato finale non cambia, ripeteva il coriaceo Prof. di matematica all’asinaccio Hadrianus, a disagio con somme, equazioni, etc. Ecco, se volete far comprendere ad un indotto cos’è una ballata metallico-gothikeggiante, allora fategli ascoltare “Falling”. Due i possibili risultati: o se ne innamorerà, o vi manderà a… (più probabile quest’ultima). Ma gli Embellish hanno fatto loro la materia con incredibile naturalezza: avendo calcato i palchi in compagnia di Charon, Leave’s Eyes, To/Die/For, hanno avuto modo di perfezionare il loro stile, giungendo ad una forma di estatica precisione. Nulla in un brano degli iberici suona fuori posto, e la produzione di un guru come Mika Jussila (reo di altri simili delitti) completa l’edificante quadretto. Rileviamo che negli Embellish militarono Lady Nott e Sathorys Elenorth (Narsilion ed Ordo Funebris), e che la presente riproposizione può vantare ben due bonus-track: una piano version di “Black tears and deep…” (titolo da guinnes dei primati in quanto a lunghezza), oltre al remix di “Don’t believe in you” (una porcata). Se volete passare un’oretta in compagnia di musica senza altro piacevole, ma assolutamente priva di spessore, BTaDSfLV fa al caso vostro. Altro da aggiungere non v’è, se non che la voce di David è davvero irritante.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Escape The Fate: This war is ours
(CD - Epitaph Records, 2008).
Che gli Escape the Fate fossero dei soggetti un po’ particolari lo si capiva già guardando le vecchie foto promozionali, ma a confermare tale impressione ci sono anche le notizie arrivate negli ultimi due anni, riguardanti i problemi di droga di alcuni dei componenti, i vari cambi di line-up e soprattutto i grossi guai con la giustizia avuti dall’ex cantante Ronnie Radke, che attualmente si trova in prigione per scontare una pena di quattro anni. Per quanto strano, però, tale incasinata situazione ha avuto un’influenza assai positiva sul più recente album della band, infatti sia la performance del nuovo vocalist (l’ex Blessthefall Craig Mabbitt…) che le canzoni convincono all’istante, e con ogni probabilità queste ultime sono destinate a diventare dei classici per tutti i fan dell’emo-post-metalcore. La produzione super-scintillante di John Feldmann (The Used, Atreyu, Good Charlotte) aiuta alla grande, come sempre quando si tratta di gruppi di questo tipo, ma i ragazzi di Las Vegas sono davvero bravi in fase di composizione e sanno sempre scovare la strada giusta per valorizzare un brano, riempiendolo di melodie ad effetto (ma non banali!) e anche di qualche tecnicismo. Il buon Craig, poi, ci mette del suo e non fa rimpiangere chi l’ha preceduto (il suo timbro è più cristallino di quello di Radke, inoltre le parti vocali sono molto varie…), ma ciò che diventerà la vera dannazione degli ascoltatori saranno i ritornelli-tormentone di pezzi come “Ashley”, “The flood”, “Something” e “On to the next one”. C’è poco da fare, se siete fan del genere musicale sopracitato vi basterà sentirli una volta e non ve li toglierete più dalla testa, ma è sicuro che i più “malati” di voi, non contenti di averli già stampati nel cervello, vorranno spararsi tutto il disco almeno due/tre volte al giorno. E questo perché, se non si fosse capito, This war is ours è una delle release più belle dell’anno, e gli Escape The Fate uno di quei nomi che tra poco saranno sulla bocca di tutti.
Web: http://www.escapethefate.com/.
(Grendel)
Exultet: Constantinopolis
(MCD - Autoprodotto, 2008).
Gli Exultet sono un duo palermitano, giunto con questo Constantinopolis al loro terzo demo. E' fautore di una proposta musicale che pesca a piene mani dal black metal sinfonico variamente arricchito da accenti epic, inserti acustici, folk e melodici e melodie di ispirazione mediorientale. Ideologicamente, invece, mi pare siamo dalle parti di quello che viene definito Unblack Metal o White Metal e cioè un metal estremo che prende tutto dal Black, tranne il satanismo, per sostituirlo con tematiche più o meno esplicitamente cristiane. Ebbene sì, c’è anche questo: e pare che anche in Italia la cosa abbia un qualche estimatore, dato che ho rintracciato una recensione dei nostri in un sito dedicato (www.whitemetal.it): ma fermiamoci qui con i tentativi di esegesi, ché incorreremmo senza meno in un qualche errore che verrebbe censurato da qualcuno in preda a puntiglioso delirio classificatorio. Torniamo all’aspetto musicale, dunque. Gli Exultet propongono 5 brani, fra cui un’intro, per un totale di circa 25 minuti: l’impegno c’è, e la ricerca musicale pure.
Dicevamo, dunque, ritmiche di tradizione black, composizioni epicizzanti e maestose, con l’idea di utilizzare suoni della tradizione mediorientale e della tradizione folklorica siciliana (che, d’altra parte, dalla musica araba è fortemente influenzata), benché questa strada sia stata già presa e con ben altri clamorosi esiti da loro corregionali come Inchiuvatu. Alla fine il lavoro potrebbe piacere a chi apprezza l’atmosfera dei concept di Furvus, ad esempio. Ma il problema sta nella discrepanza fra teoria e pratica, fra il programma che c’è dietro ad una ricerca estetica e culturale e il suo risultato finale. Verrebbe facile dire che 25 minuti per cantare e celebrare l’assedio e la caduta di Costantinopoli del 1453 sono forse troppo pochi (ma il Guccini di “Bisanzio” – non sto scherzando- ha tratteggiato magistralmente, mutatis mutandis, la fine della civiltà occidentale in 5 minuti), ma il punctum dolens, qui, sta nell’eccessiva descrittività dei brani, nel loro eccessivo didascalismo, in una “cinematograficità” fuori posto dove coloro che dansi coi pomi, infelloniti e crudi e che cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi, andrebbero evocati più che mostrati, con tanto di clangori e nitriti. Di più, leggo nelle note che accompagnano il promo che “ i testi sono scritti in maniera descrittiva e raccontano le varie fasi della battaglia attraverso la cronaca degli eventi e le gesta dei loro personaggi” e che “la novità assoluta è l’uso della lingua italiana, ritenuta più consona per descrivere eventi che hanno visto protagonisti soldati italiani”: ecco, peccato che lo screaming black, complice anche un mixaggio che lo copre col tappeto sonoro, rende praticamente incomprensibili le parole, tanto che non ho neppure capito –sarà un limite mio- se i testi siano davvero quelli che corredano il booklet. Forse, azzardiamo, la confezione grezza, probabilmente volutamente cercata e tipica della produzione black, diciamo così, old school, mal si addice agli intenti di un concept di tal fatta.
Web: http://www.myspace.com/exultet.
(Manfred)
Faun: Faun & The Pagan Folk Festival – Live 2007
(CD - Banshee Records/Masterpiece Distribution, 2008).
Non è un mistero che i Faun siano un gruppo che apprezzo molto. Mi piace questo loro melange di musica medievale e folk con inserti delicati di elettronica: mi piacciono le loro canzoni e anche a livello di performance su disco il gruppo si è sempre dimostrato all’altezza delle aspettative. La loro proposta è facile e piacevole, quasi pop direi, senza il rigore o la compostezza (e anche l’eleganza visto che i Faun in certe occasioni corrono il rischio di sembrare un po’ pacchiani) di altre formazioni dedite al genere “ethereal". Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di vederli dal vivo, nemmeno nei loro sporadici concerti in Italia, così questo CD live mi permette un pochino di sopperire a questa mancanza. Sono undici gli episodi qui presentati, in buona parte provenienti da una performance in Olanda, dove il gruppo dà un’ottima prova di sé. Ad arricchire il tutto c’è poi la presenza sul palco di ospiti d’eccezione quali Matt Howden/Sieben con il suo straordinario violino e B'eirth/In Gowan Ring. Insieme al primo i Faun propongono la ripresa del traditional “Aisi Sisikka”, una versione da brividi della loro “Rad”, oltre al bel pezzo di Sieben “Love’s promise” cantato dallo stesso Matt Howden. In Gowan Ring propone qui due sue canzoni, “Dandelion Wine” insieme ai Faun e “The Trip Goes On” in cui compare anche Matt Howden. Questo Live 2007 non sarà un CD indimenticabile ma in un “annus horribilis” come è stato musicalmente questo 2008 i Faun fanno sempre la loro ottima figura.
Web: http://www.faune.de.
(Christian Dex)
Final Selection: Clockworks
(CD - Flashpop Media, 2008).
Le cose preziose sono spesso conosciute da pochi e questo, ahimè, vale anche per i Final Selection, band "di culto" anche in patria, quella Germania dove solitamente un pò di gloria non la si nega a nessuno. Così, un pò in sordina, ecco Clockworks, terzo album del duo tedesco ed autentico gioiello a cavallo tra darkwave ed elettro-pop. Undici canzoni malinconiche e sognanti, che ben si sposano con la stagione autunnale, per un disco da apprezzare dalla prima all'ultima traccia, ma che trova in "Lifelines", "Red line" e la title-track alcuni dei suoi migliori rappresentanti. Brani melodici e malinconici, che incarnano lo spirito della migliore darkwave (pensate a degli In My Rosary in chiave maggiormente elettronica); un cantato caldo e pulito, molto simile a quello di Eskil Simonsson dei Covenant, completa la ricetta vincente del duo tedesco. Clockworks è uno dei dischi piu' belli del 2008, se potete, non fatevelo scappare.
Web: http://www.myspace.com/finalselection.
(Candyman)
Giddle & Boyd: Going Steady With Peggy Moffitt
(7" - Discriminate Audio, 2008).
Se siete anche voi nella lista di coloro che aspettano speranzosi un altro Spell, nel frattempo potete consolarvi con questo Going Steady With Peggy Moffit. Certo, non c'è Rose McDowall, ma Giddle Partridge (della famigerata Partridge Family) fa la sua bella figura in questa collaborazione all'insegna del pop-psych. Rispetto a Seasons In The Sun l'atmosfera è molto più dichiaratamente scanzonata e bubblegum, valga su tutte la “finta" cover di “Rocket USA” dei Suicide montata sulla base di “1969” degli Stooges, il tutto in pieno stile Boyd Rice.
Ma la vera chicca della raccolta è la conclusiva cover di “Bonnie & Clyde”, nella quale i due giocano a fare i Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot della situazione.
Peccato si tratti solo di un EP da sei tracce, perché a questo punto l'attesa per un album dato per imminente è alta. Curiosa anche la confezione: 1000 copie in vinile rosa a forma di cuore. Affrettatevi prima che vada esaurito!
Web: http://www.giddleandboyd.com/.
(Softblackstar)
Heimataerde: Vater
(MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2008).
Già presente nella sua versione originale nell'ultimo album di Heimataerde, Leben geben, leben nehmen, "Vater" viene ora riproposta in due nuove versioni in questo mcd a cui dà anche il titolo. Sei le tracce che l'elettro-crociato ci offre, nel suo consueto stile che mescola elettronica ed elementi medievaleggianti; una formula a cui si poteva forse guardare anche con simpatia in virtu' della sua originalità dopo il primo album, ma che ora, dopo tre full-lenght e qualche singolo, mostra chiari segni di cedimento. Dopo il superfluo prologo "Mutter" (che ritroveremo nella sua versione integrale in chiusura di cd), ecco "Aura lusus mixtura", la prima delle due versioni di "Vater" qui incluse ("Saltatio mixtura" è la seconda); si tratta di due pezzi tutto sommato anche gradevoli, ma che non aggiungono nulla di nuovo sul conto di Heimataerde. Beats incalzanti, cornamuse e cori gregoriani campionati; la formula di Ashlar Von Megalon è questa, nel bene o nel male, ed anche se alcuni passaggi sono pure discreti (si veda in particolare "Mutter" ed il primo remix di "Vater") il tutto inevitabilmente sa tanto di già sentito (nonchè di terribilmente kitsch).
Web: http://www.myspace.com/heimataerde.
(Candyman)
I Am Ghost: Those we leave behind
(CD - Epitaph Records, 2008).
A due anni dall’uscita del debut Lovers’ requiem torna a farsi vivo il gruppo di Steven Juliano, con una line-up piuttosto diversa e un sound che, a sua volta, si è molto evoluto rispetto a quello delle origini. Pare infatti che la violinista Kerith Telestai e suo marito Brian abbiano abbandonato gli I Am Ghost perché il loro essere dei “cristiani devoti” (!) si scontrava con l’attitudine degli altri componenti della band, ma tutto sommato si può dire che tale cambiamento è stato molto utile e positivo. Attualmente l’unico difetto della formazione di Long Beach è di assomigliare abbastanza ai The Used, ma lo stesso discorso vale per un sacco di gente che si è messa a suonare emo negli ultimi tre/quattro anni e quindi non lo si può considerare un gran problema, almeno finché certe cose non verranno definitivamente a noia… Per il resto Those we leave behind è un bel cd dal sound super-pulito (la produzione, in questo genere, gioca sempre un ruolo fondamentale…) che include brani gradevoli e d’impatto, ricchissimi di belle melodie e riff azzeccati. Di novità non ne troverete neanche una, ma se andate pazzi per le canzoni toste e tirate che rimangono impresse fin dal primo ascolto non riuscirete a ignorare né la titletrack né le varie “Bone garden”, “Saddest story never told” o “Buried way too shallow”, che oltre ad essere orecchiabili sono anche tecnicamente ineccepibili (vedi l’ottimo lavoro svolto dal chitarrista Timoteo Rosales, che con i suoi assolo riesce a “nobilitare” molti dei pezzi contenuti nel disco). Insomma, gli I Am Ghost saranno anche parecchio prevedibili, ma “spaccano” (non le scatole, però…) alla grande!
Web: http://www.iamghostmusic.com/.
(Grendel)
In The Nursery: The Passion Of Joan Of Arc
(CD - ITN Corporation, 2008).
Gli infaticabili In The Nursery oltre a scrivere dischi da tempo hanno anche intrapreso un'opera di sonorizzazione per classici del cinema. Questa volta tocca a La Passion de Jeanne d'Arc, girato da Carl Theodore Dreyer nel 1928. Essendo quest'ultimo uno dei miei film preferiti, ne ho approfittato per rivederlo con questo accompagnamento musicale. Da questo punto di vista la colonna sonora funziona molto bene, sposandosi perfettamente con le immagini del processo di Jeanne d'Arc e al livido bianco e nero del cinema d'epoca senza sovrapporsi al film; d'altronde si tratta pur sempre di un commento musicale per un film che nasce in partenza muto. Splendida in particolare “Abjure” durante la sequenza della camera delle torture. Il problema si pone ascoltando il disco senza guardare il film, e purtroppo preso così com'è lascia poco e niente all'ascoltatore se non una serie di bozzetti strumentali dall'andamento più o meno soffuso e minimale. A conti fatti se non avete intenzione di guardare il film questo CD è un acquisto inutile, perciò valutate bene.
Web: http://www.inthenursery.com/.
(Softblackstar)
Leaether Strip: Retention no.2
(2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008).
Retention no.2 arriva ad un anno circa di distanza dal primo volume e prosegue l'opera di ristampa del catalogo di Leaether Strip. E' oggi la volta dell'album Science for the satanic citizen, uno dei capisaldi della discografia di Claus Larsen; il disco è stato rimasterizzato e la tracklist "allargata" a 13 tracce, con l'aggiunta di brani originariamente inclusi nell'EP Object V. Pezzi come "Zyclon B", "Cast away" e "Nosecandy" hanno contribuito a loro tempo, a definire le coordinate dell'ebm ed anticipato i tratti di quella che poi sarebbe divenuta "harsh-elettro" (genere, ahimè, ormai allo sbando): nonostante gli anni che gravano sulle loro spalle, questi brani non hanno perso il loro smalto e ribadiscono la rilevanza storica del progetto danese. Se questa serie di ristampe ha il pregio di rendere nuovamente disponibili album che segnano il periodo d'oro dell'EBM, nonchè della discografia di Leather Strip (il confronto con i suoi piu' recenti lavori è penalizzante per questi ultimi), decisamente piu' discutibile è l'operazione legata al secondo cd. In Science for the satanic spawn infatti non troviamo nient'altro che dieci brani tratti dal cd1 ed ora riscritti e ri-registrati con le nuove tecnologie. A mio avviso, un secondo dischetto superfluo: meglio sarebbe stato includere materiale inedito o limitarsi ad un solo cd e conseguentemente ad un prezzo piu' abbordabile.
Web: http://www.myspace.com/leaetherstrip.
(Candyman)
Les Fragments De La Nuit: Musique Du Crépuscule
(CD - Equilibrium Music, 2008).
Equilibrium Music immette nel mercato discografico questo nuovo progetto francese, il cui nome mi era, fino ad oggi, sconosciuto; si tratta, almeno per quanto riguarda questo lavoro d’esordio, di un ensemble di cinque elementi che ruotano, però, intorno alle figure di Michel Villar e Ombeline Chardes, in precedenza già attivi nell’ambito delle colonne sonore cinematografiche. Il quintetto è costituito da tre violini, un violoncello e un pianoforte e, dalla formazione, si può ben intuire quale sarà il suono che ci possiamo aspettare: si tratta infatti di una forma musicale dal suono molto classicheggiante, vicina a certa musica da camera contemporanea; il paragone che mi viene più spontaneo è on i quartetti d’archi di minimalisti come Michael Nyman, a cui si aggiunge però il suono, molto presente e spesso in evidenza, del pianoforte. Musique du crépuscule è costituito da 16 brani che, nella maggior parte dei casi, sono puramente strumentali; in alcuni compaiono cori femminili utilizzati come se fossero strumenti a complemento di quelli suonati dai musicisti; si tratta di brani in qualche modo dedicati al mondo delle fate, come “Eveil des Fées”, “La Ronde des Fées”, “La Chambre des Fées” e “Le Château Enchanté”. Nel complesso si tratta di un’opera, a mio giudizio, assolutamente consigliabile e assolutamente degna dell’acquisto, anche se credo sia giusto specificare che non vi è nulla delle atmosfere pompose e magniloquenti che spesso caratterizzano la scena ethereal: si tratta, come detto poco più su, di musica da camera che sa suscitare allo stesso tempo calma e inquietudine, soprattutto laddove fanno la comparsa i cori o il violoncello, con il suo suono cupo e avvolgente, cerca di prendere il sopravvento.
Web: http://www.myspace.com/lesfragmentsdelanuit/.
(Ankh)
Lost Area: Man Machine
(CD - Thexoomo Records, 2008).
Sono indubbiamente i Blutengel il termine di paragone piu' immediato per descrivere la musica dei Lost Area, band tedesca dedita ad un elettro-dark che trova piu' di un punto di contatto con la band di Chris Pohl. Questo accostamento (inevitabile a mio parere) avrà già mal disposto la maggior parte dei lettori, ma rispetto ai Blutengel i Lost Area sono decisamente meno "kitsch" e questo disco ha la stessa freschezza e le stesse potenzialità che alla band di Chris Pohl manca dai tempi di Seelenschmerz. Senza ricorrere a clichè vampireschi, i Lost Area si producono in 15 tracce di puro elettro-goth di classica matrice teutonica per un disco assolutamente piacevole che trova in brani come "Unborn", "Amnesia", "Soulfoe" e "Changes" i suoi potenziali hits. Man Machine (che fa seguito al debut Dare to dream di due anni fa circa) non si prefigge certo il compito di essere innovativo o di rivoluzionare la scena "elettro" ma riesce perfettamente nel suo ruolo: musica di puro entertainment, semplice ma efficace, tanto per l'ascolto casalingo quanto per il dancefloor.
Web: http://www.myspace.com/lostarea.
(Candyman)
Lux Interna: A lantern carried in blood and skin
(CD - Projekt, 2008).
Quello dei Lux Interna è un nome che, non so neppure io perché, ho sempre approcciato con una certa superficialità; possiedo da lungo tempo Absence and Plenum ma, a dire il vero, l’ho ascoltato veramente poco ed è sempre rimasto in un angoletto nascosto del mio personale dimenticatoio. È stato necessario l’intervento dell’etichetta di Sam Rosenthal per risvegliare in me la curiosità e spingermi a riascoltare nuovamente questo quintetto che, indubbiamente, avevo sottovalutato. Per chi non li dovesse conoscere, i Lux Interna vanno posizionati all’interno del filone neofolk che potremmo definire “poco neo e molto folk”: la loro proposta musicale è infatti fortemente spinta verso la strumentazione acustica e porta con sé un vago retrogusto rurale, arricchito di una vena malinconica grazie al violoncello e ammorbidito dall’uso del violino. Risulta dunque chiaro che, date le premesse, non ci si possano attendere grande innovazione e sonorità sorprendenti, ma rimane il fatto che i nostri sono in grado di creare melodie convincenti e capaci di coinvolgere e affascinare, che è in fondo quanto è lecito aspettarsi da loro. Belle entrambe le voci, calda e baritonale quella di Joshua L. I. Gentzke, morbida e suadente quella della sua consorte Kathryn, accompagnate da un ensemble senza dubbio all’altezza della situazione. Questa collezione di brani tratti dai primi tre album si pone lo scopo di far conoscere i Lux Interna negli Stati Uniti, dove la Projekt ha sicuramente una presa maggiore rispetto alla Eis&Licht (etichetta europea a cui si appoggiano) ma ha avuto il merito di spingermi a riascoltare un gruppo che avevo sottovalutato.
Web: http://www.luxinterna.com/.
(Ankh)
Madre del Vizio: Un mondo dove...
(CD - Indépendante Noire Musique/Masterpiece Distribution, 2008).
Mi sono beato di questo bel ciddì a partire dal booklet, perché negare alla vista il piacere di un’operina così ben fatta, Mark Hofmann e Janusz Zaremba (responsabili di questa graditissima uscita, la quale dovrebbe precedere il nuovo parto ufficiale del trio italo-teutonico sotto l’egida autorevole di Apollyon, della quale INM è una dipendenza), non ci hanno negato proprio nulla. Bellissime immaginette conformi al concetto lirico/musicale di Madre del Vizio, con scatti rari, copertine dei loro dischi, disegni erotico/horrorifici, tutti i testi (in italiano, of course, con traduzione in inglese), eppoi le pagine centrali riportano la discografia intiera del gruppo, come una preziosa guida all’ascolto, cosa chiedere di più? Il mio corregionale Fulvio Tori (che con “R’n’R machine 2000” diede sfogo alla sua anima più rockettara), colla sua voce carica di sinistri effetti, un Rozz Williams all’europea, ed i due citati compagni d’avventura attraversarono gli anni novanta con una serie di pubblicazioni che lasciarono decisamente il segno, pur se solo in ambito indipendente, lungo la via lastricata di marmo nero della nostra musica preferita, non mancando neppure canzoni tratte da compilazioni quali “Hex Files volume I” o “The new face of Apollyon”, e dallo split-Ep con gli allora Les Fleurs du Mal, ora Engelsstaub, (del 1990, con le storiche “Amore, fede e speranza”, “Bestie metalliche”, la title-track della raccolta e “Paura”) poi presenti pure su “The crypt”. Post-punk spigoloso ed irrorato da abbondanti dosi di death-rock di derivazione americana, con Alien Sex Fiend ed Andy Sex Gang/Sex Gang Children ad ombreggiare litanie funebri e contenuti sonori, questo in sintesi quanto proposto dai MdV, senza che per questo le testimonianze da loro sparse come ossa calcinate dal sole del deserto trasmettano all’ascoltatore quel senso di già sentito che altrove produce devastanti danni sulla struttura di similari operazioni. Perché i Madre del Vizio restano unici nel loro genere, e questa manciata di pezzi non fa altro che confermarne la freschezza e l’attualità. Se davvero ne seguiranno altri inediti, questi contenuti in Un mondo dove… sono ancor più indispensabili, per riannodare i fili del presente con quelli del passato. “Madre, sono angeli della morte, orrore e sangue…”.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Martiria: Time of Truth
(CD - Underround Symphony, 2008).
Un’aura misticheggiante adombra le tracce di Time of truth, quasi che il crepuscolo non intenda cedere alla notte incombente, allungando ancora le sue ombre sul campo ove s’è consumata la tragedia della battaglia. I Martiria appongono il terzo sigillo alla loro onorevole carriera, ed ancora una volta è l’epic metal più puro ed incompromesso a levare alto il suo lucente scudo, mentre le schiere si rinserrano a difendere il glorioso stendardo. Ma la musica astera che essi propongono fa da arena per la componente più importante ed inscindibile di questa iniziativa, ovvero i testi. Che mai come in Martiria trovano la loro sublimazione: collocando al centro delle composizioni le parole, attribuendo loro un valore troppe volte altrimenti disconosciuto. Se “The eternal soul” si muoveva principalmente tra i boschi di Britannia e di Gallia, e “The age of the return” cantava il ritorno delle genti d’Israele nella propria terra (non gli unici temi trattati, però, sto solo sunteggiando una materia più articolata), in Time of truth la coppia Menarini/Capelli rilegge il mito di Prometeo e di Ulisse (“Prometeus” e “The storm”), interpreta la vicenda dell’incarcerazione di Giacomo di Molay, ultimo Maestro del Tempio (“13th of October 1303”), fa proprio il gusto della metafora (“Like dinosaurs”, “Your law”), lasciando che sia l’ascoltatore ad decodificare le sue parole. Interpretate magnificamente dalla espressiva voce di Rick Anderson, colui che fu il terzo Damien King dell’epopea Warlord, e da musicisti virtuosi quali Andy Menario (chitarre, tastiere, arrangiamenti), Derek Maniscalco (basso) e Fabrizio La Fauci (batteria), fautori di un sound sobrio, come nella migliore tradizione del genere. Il seminale combo di Tsamis e di Zonder viene omaggiato colla personale versione dell’austera “Soliloquy”, uno dei picchi più intensi di quella breve parabola. Come sempre, l’apporto grafico risulta ben più che un semplice orpello, integrando perfettamente il significato più profondo di questa opera.
Per informazioni: www.martiria.com.
Web: http://www.undergroundsymphony.it.
(Hadrianus)
Metal Music Machine: Angels Of Destruction
(CD - Rustblade/Masterpiece Distribution, 2008).
EBM never dies! Potrebbe essere la frase ad effetto con cui descrivere questo ritorno su CD dei Metal Music Machine, alla loro terza prova discografica. Il gruppo, in cui ricordiamo milita Pietro Zanetti ex-Templebeat, conferma la proposta musicale del precedente EP In Cold Blood basata su un’elettronica danzabile “old school”, ruvide inserzioni chitarristiche di tipo industrial-rock, il tutto arrangiato e prodotto con suoni moderni. Il risultato è abbastanza interessante, anche se a mio avviso si tratta di una proposta meno originale rispetto a quanto i Metal Music Machine avevano sperimentato con il CD d’esordio Feedback (e che rimane perciò il mio preferito dei tre). La voce di Zanetti, pesantemente distorta da effetti, è sì efficace per il genere proposto ma forse un po’ troppo uniforme nei pezzi di questo Angels Of Destruction. L’album presenta dei brani riusciti con un paio di episodi particolarmente accattivanti che spiccano sul resto, come l’oscura “The dark side of the spoon” o “Can your pussy do the dog” con il suo andamento ipnotico, quasi trance. Il lavoro di produzione, affidato alla stessa band insieme a Giorgio Ricci (Templebeat, Ran, Hysterie), è stato davvero certosino e l’album “suona” davvero molto bene. Buone canzoni, ottimi arrangiamenti, un paio di pezzi particolarmente riusciti (da non dimenticare poi “Teen Distortion” che dal vivo dovrebbe essere una vera e propria “killer track”): eppure Angels Of Destruction alla fine non mi ha davvero convinto al 100% perché è un album che, pur con tutti i suoi pregi, si presenta come un lavoro da manuale dell’EBM-Industrial. Si ha l’impressione che la band abbia deciso di non “osare” sperimentando cose più originali e di puntare invece verso una proposta più canonica. Comunque si tratta di un album decisamente piacevole a cui gli amanti della EBM possono prestare senza indugio attenzione. Da segnalare è infine l’artwork del CD, molto curato e d’effetto pur nella sua semplicità.
Web: http://www.myspace.com/metalmusicmachine.
(Christian Dex)
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