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:Bahntier//: Venal
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2008).
Procede inesorabile l'ascesa di :Banthier// nell'empireo della scena elettro-industrial. Venal è ormai il quarto album del progetto di Stefano Rossello (coadiuvato anche in questa occasione da Justin Bennett e Filippo Corradin) ed i progressi compiuti disco dopo disco sono evidenti; il nuovo album si avvale di un suono piu' che mai pulito e ricercato e di una produzione di altissimo livello. Lo spirito degli Skinny Puppy è ovviamente sempre ben presente in tutte le tracce di Venal, tanto in "Roots" (singolo che anticipato l'album, nonchè brano piu' "melodico" del disco) quanto in pezzi piu' convulsi come "Diviner", "My God" o "Illusion ground", mentre l'inizio di "Loud" mi ricorda i Ministry. Le dieci tracce di Venal proiettano l'ascoltatore in un vortice di suoni industriali, clangori metallici e ritmi sincopati: una furia non fine a sè stessa ed in cui nessun elemento è lasciato al caso. Il risultato è un disco (corredato dall'artwork di un artista dello spessore di Saturno Buttò) che entra di diritto nella lista delle pubblicazioni da ricordare per il 2008.
Web: http://www.myspace.com/bahntier.
(Candyman)
Aa.Vv.: Re:Connected 3.0
(2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008).
Non si può cavare il sangue dalle rape e quindi non ci si può aspettare un granchè da una doppia compilation, con dvd allegato, che mette in campo tutto il roster dell'Alfa Matrix (a parte i Front 242 non manca nessuno); abbiamo piu' volte sottolineato in passato come il livello qualitativo della label belga sia attestato (salvo poche eccezioni) sulla mediocrità ed operazioni come questa non fanno che sottolinearlo. Vediamo quindi cosa ci offrono i due dischetti di quello che è il terzo capitolo della serie di sampler denominati Re:Connected e che ha il compito di celebrare il settimo compleanno dell'etichetta: sul cd1 le poche cose buone vengono innanzitutto da "Return", nuovo brano a firma Bruderschaft, il progetto creato da Rexx Arkana (con l'aiuto di gente come Ronan Harris, Stephan Groth, Joakim Montelius, ecc...) nel 2003 allo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, obbiettivo raggiunto grazie al brano "Forever", realizzato in svariati remix a cui presero parte moltissime bands della galassia elettro. "Return" (qui presente in un remix a firma Imperive Reaction), vede allo voce Tom Shear (Assemblage 23) ed è un classico esempio di "future-pop" vecchio stile; un pezzo decisamente buono! Altri momenti positivi ce li offrono Seize e Technoir, rispettivamente con l'inedita "Virtual Love" e "Dying star" (Mesh remix): ottimi esempi di elettro-pop con voce femminile. Un pò sottotono i "grandi vecchi", Leaether Strip e Plastic Noise Experience, rispettivamente con "One more reason" (Supreme Court remix) e la cover di "Smalltown boy" (a cui prende parte Claus Larsen stesso). I BPM salgono e la qualità scende quando ci spostiamo sul versante piu' prettamente "elettro-dance": da salvare (pur senza particolare entusiasmo) solo Diskonnekted con "Prayer" (Northborne remix) e Nebula H con un remix di "Hed off"; meglio dimenticare invece le nefandezze di gente come Tamtrum, Shaun F, Regenerator, Diffuzion, Klutae, Implant featuring Angelspit e le velleità "gothic-rock" e darkwave (che in questo contesto per altro stonano totalmente)di Star Industry e Agonized by Love. Sul cd2 ci sono ancora meno motivi per stare allegri: bene Erica Durham nella doppia veste Unter Null e Stray; sempre apprezzabile l'elettro-rock di I:Scintilla, ma per il resto è notte fonda. Sebastian Komor non fa altro che aumentare la nostalgia per gli Icon of Coil, sia quando opera con sua moglie sotto il nome di Zombie Girl (pessimi al solito), sia col suo nuovo progetto Komor Kommando; solo conferme, in negativo, of course, da Ayria; del tutto inutili Dunkelwerk, Mind State, Helalyn Flowers e Neikka RPM. L'esperienza di Monolith, Mentallo & The Fixer ed i redivivi Aiboforcen limita i danni ma non può bastare a risollevare le sorti del cd. Re:Connected 3.0 celebra in maniera assai mediocre il compleanno della label belga ed è fedele testimone della politica dell'Alfa Matrix che continua a privilegiare la quantità a totale discapito della qualità.
Web: http://www.alfa-matrix.com.
(Candyman)
Aa.Vv.: We're Punch addicted
(CD - Punch Records/Masterpiece, 2008).
Esce in edizione limitata a sole cinquecento copie questa prima compilation dell’etichetta Punch Records, contenente ben diciotto tracce che non verranno mai incluse in nessuna release futura. Piuttosto che suddividere e raggruppare le band a seconda del genere proposto è preferibile fare un discorso generale e parlare degli episodi più rappresentativi, vedi ad esempio “Luces blancas” dei Comando Suzie e “Teach me pain” dei Divine Muzak. I primi, con il loro electro-pop scarno e glaciale abbinato a vocals che definire bizzarre è dir poco, si confermano come una delle formazioni più interessanti della scena, i secondi invece ammaliano l’ascoltatore con un pezzo intrigante e sensuale che nasce dall’unione di sonorità folk-rock di scuola americana, dark-wave e synth-pop. A questi due si aggiungono poi le atmosfere inquietanti di “T.h.e.k.l.a. 9” (dei 1997EV) e di “I wanna be your mann…” degli Ait!, mentre un gradino più sotto si collocano brani come quelli di Ronin, The Plague Year Of Audioscope, Pierre Normal e Thomas Nola Et Son Orchestre (in quest’ultimo caso le parti vocali sono poco convincenti, ma la musica vagamente “nickcaveinana” fa un’ottima figura!). La compilation include anche alcuni episodi un po’ più scontati rispetto al resto (le sonorità “ambientali” di Erik Ursich o il martial-industrial di Luftwaffe non sono certo una novità…), ma per fortuna il livello qualitativo di questi ultimi è buono e la loro scarsa originalità non va a influire sul valore complessivo dell’album, che piacerà molto a chi apprezza quell’elettronica sperimentale che non è fine a se stessa, ma segue sempre un filo logico. Insomma, in We’re Punch addicted non troverete né divagazioni rumoristiche né la solita electro (s)pompata e tamarra, bensì tanto materiale che potrà stuzzicare la vostra curiosità…
Web: http://www.punchrecords.it/.
(Grendel)
Adam West: ESP: Extra sexual perception
(CD - People Like You/Masterpiece Distribution, 2008).
Fine della corsa. Jake Starr, Steve, Mario Trubiano e Jim Sciubba mollano tutto, e dopo aver pubblicato una diecina di ellepì, trentacinque (!) settepollici, un EP ed aver lasciato il segno su d’una trentina almeno di compilazioni, decidono che è ora di farsi da parte. ESP è un gran commiato, magari ai confini della materia solitamente trattata su codeste versacriane pagine, ma ci sentiamo in dovere d’omaggiare l’epitaffio del quartetto basato a Washington DC. E del suo rock fracassone, maleducato e sessista, hard rock/punk fuori moda perché non lo è mai stato, in-your-face, che piacerebbe a Beavis ed a Butthead. Sconsigliato alle signorine (i testi non sono proprio edificanti), è un disco fatto così, ed a loro non frega poi tanto se piacerà o meno. La title-track è immensa, eppoi ci sono almeno altri quattro/cinque episodi da Oscar del delinquenziale a tener alto il ritmo. Adam West, l’attore che interpretava il Batman dei telefilm di qualche decade or sono, andrà fiero di queste quattro sagome che hanno scelto proprio il suo nome per distinguersi? Play it loud, R.I.P.!
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
The Adicts: Songs of praise (25th anniversary limited edition)
(CD - People Like You Records/Masterpiece, 2008).
Se vi capita di incontrare per strada (o ai concerti) qualche giovanissimo punkettone conciato come si faceva ai bei vecchi tempi (ossia con la cresta colorata d’ordinanza, gli anfibi, la maglietta strappata ecc.) fate caso alle scritte che ha sul giubbetto, perché quasi certamente tra queste ultime troverete anche il nome dei The Adicts. Il gruppo originario di Ipswich è infatti una vera istituzione del punk inglese ed è tuttora in attività, ma se non avete idea di chi sia o di cosa abbia fatto allora potete scoprirlo grazie a questa ri-edizione dell’album con cui ha debuttato, originariamente uscito nel 1981 e adesso riproposto dalla People Like You Records. A beneficio dei neofiti si può dire che lo stile delle composizioni di Keith “Monkey” Warren e dei suoi compari “drughi” (la band è da sempre conosciuta per il look ispirato a quello dei personaggi del film Arancia meccanica…) è il più classico che uno si può aspettare, con pezzi semplici e diretti che, anche se datati, mantengono un fascino particolare e riescono a divertire, vedi ad esempio i mitici “Distortion”, “Calling calling”, “England”, “Numbers” e “Viva la revolution”. Per la verità commentare una release del genere non ha molto senso, e un gruppo come questo lo si può solo ringraziare per essere esistito e aver divulgato quella contro-cultura musicale che ha contribuito a cambiare la mentalità di tante persone, per cui non mi rimane che consigliarvi di farne la conoscenza se siete tra coloro che hanno poca familiarità con gli argomenti trattati fino ad ora. Se invece siete come quei punk di cui si parlava all’inizio, allora non avete certo bisogno di leggere queste righe per scoprire quanto grandi siano i The Adicts…
Web: http://www.adicts.us/.
(Grendel)
Al Andaluz Project: Deus et diabolus
(CD - Galileo, 2008).
Al Andaluz Project è un fantastico progetto di collaborazione di due interessantissime realtà musicali: L’Ham De Foc e gli Estampie. I primi, qui rappresentati da Mara Aranda, sono membri dell’emergente scena musicale folk spagnola, e amano indagare nell’ambito della musica tradizionale per creare, a partire da basi antiche, un suono più moderno; per i secondi non credo ci sia alcun bisogno di presentazioni, considerata la fama di cui Michael Popp e Sigrid Hausen, membri fondatori dei Qntal, dovrebbero godere. Questi tre musicisti si fanno aiutare da Aziz Samsoui e Iman Al Kandoussi, due musicisti marocchini, Ernst Schwindl, Jota Martínez, Aziz Samsaoui, e Sascha Gotowtschikow per creare un’opera di notevole bellezza, capace di creare veramente la perfetta colonna sonora delle meravigliose ambientazioni andaluse, e chi ha avuto la fortuna di visitare le incredibili meraviglie di Cordoba, Siviglia e Granada sa bene di cosa sto parlando: una perfetta fusione di sonorità mediterranee, proveniente da un’epoca in cui, nella penisola iberica, fioriva un mondo in cui era possibile la convivenza e la coesistenza di culture differenti che si arricchivano l’una dall’altra, mondo capace di creare i capolavori mudejar che caratterizzano quella parte di mondo. I nostri riprendono brani della tradizione sefardita, della tradizione cattolica (dai Cantiga de Santa Maria), della tradizione arabo-andalusa e deliziano il nostro udito per poco più di un’ora: il riferimento più vicino direi che sono i Sarband di “Libre Vermell”, a cui vanno aggiunte maggiori note mediorientali e va invece tolto il coro. Del tutto superfluo citare uno o più brani da favorire: sono tutti ad altissimo livello e il CD va ascoltato tutto facendosi coinvolgere e trasportare.
Web: http://www.myspace.com/alandaluzproject1/.
(Ankh)
Albireon: I passi di Liù
(CD - Palace of Worms, 2008).
Gli Albireon continuano ad essere uno dei progetti italiani più interessanti e proseguono il loro cammino attraverso una complessa selva di sonorità differenti. I primi brani che mi capitò di ascoltare risalgono, se non ricordo male, al 2001 e l’ultima loro opera che ho avuto modo di apprezzare è stata Il volo insonne, pubblicato ormai tra anni fa. L’evoluzione di questo progetto nostrano che, va detto, ha sempre avuto caratteristiche piuttosto personali è evidente, al punto che quest’ultimo CD potrebbe è difficilmente associabile ai precedenti lavori a me noti; ad esempio, la chitarra acustica è quasi assente e, laddove se ne sente (o, addirittura, intuisce) il suono, è assolutamente in secondo piano. Di fatto I passi di Liù è costituito da basi dark ambient su cui viene sovrapposta la voce, spesso recitante o caratterizzata da quel cantato minimale che ha sempre caratterizzato gli Albireon. Per quanto assurdo possa sembrare, quest’album mi ha fatto pensare ad un impensabile connubio tra un Arturo Stalteri all’epoca dell’esordio dei Pierrot Lunaire e un moderno gruppo di ambient scura ma non immobile: nn avrei mai pensato che liriche recitate in italiano potessero combinarsi così bene con una chitarra in lontano sottofondo e drone rugginosi. A concludere il tutto, un lungo brano (12 minuti abbondanti) che si distacca alquanto dai precedenti, caratterizzato com’è dai suoni di corde pizzicate e di un violino minimale che si sovrappongono e si vanno a stemperare in strutture noise ambient in continuo movimento e crescendo che, a loro volta, scompariranno in un arpeggio di chitarra accompagnato dalla voce. Chapeau!
Web: http://www.albireon.it/.
(Ankh)
Amanda Palmer: Who killed Amanda Palmer
(CD - Roadrunner Records, 2008).
Se c’è un personaggio che davvero si merita l’appellativo di “artista”, questi è sicuramente la poliedrica ed eccentrica Amanda Palmer, che non paga dell’attività svolta con la sua band principale (per chi non lo sapesse stiamo parlando dei grandi Dresden Dolls…) ha pensato bene di pubblicare anche un lavoro solista. E visto che la cantante/pianista americana ha un indubbio talento e praticamente mai ha proposto delle ciofeche, ecco che ci si ritrova ad ascoltare una sfilza di canzoni che sono un po’ più tranquille di quelle delle “bambole di Dresda”, ma non mancano certo di efficacia e intensità. La brava Amanda (che tra l’altro ha scelto un titolo che gioca con il suo nome e fa riferimento alla Laura Palmer del serial televisivo Twin Peaks…) ha quindi deciso di dare spazio a diverse “piano-ballads” e ad altre composizioni che non avrebbero trovato spazio negli album dell’altro suo progetto musicale, ma certo non sono roba da buttar via… In molti casi, infatti, operazioni di questo genere risultano abbastanza sospette e fanno pensare che le etichette discografiche siano disposte a pubblicare qualsiasi cosa pur di sfruttare il nome di un artista famoso, ma stavolta bisogna arrendersi all’evidenza e ammettere che il cd in questione è tutt’altro che inutile. A confermare tale idea ci sono sia episodi movimentati e divertenti come “Guitar hero”, “Oasis”, “Runs in the family” o “Leeds United”, sia brani più pacati e riflessivi come “The point of it all” o “Strenght through music”, che comunque hanno il loro perché e convincono fin dal primo ascolto. Come già dicevo all’inizio questa qua non ne sbaglia mai una, e ovviamente ai suoi (numerosi) fan la cosa non potrà che fare enorme piacere…
Web: http://www.whokilledamandapalmer.com/.
(Grendel)
Angelspit: Blood death ivory
(CD - Dancing Ferret, 2008).
A due anni dall’uscita del debut Krankhaus, il duo australiano formato da Amelia “Destroyx” Tan e da Karl “ZooG” Learmont torna alla carica con un album nuovo di zecca e un look ancora più estremo di quello a cui eravamo abituati. Peccato però che l’immagine della band sia molto più interessante, curata e apprezzabile della musica che produce, e che Blood death ivory sia l’ennesima fregatura spacciata per “grande novità” della scena electro-industrial… Se già il cd d’esordio suscitava non pochi dubbi, quest’ultimo delude appieno perché da un gruppo così “pompato” (dalla casa discografica, dai media ecc. ecc.) sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di buono, e invece quello che ci viene propinato è una minestra riscaldata e pure insipida. Trame sonore sempliciotte, esageratamente minimali e scontate si abbinano a parti vocali che in certi casi sfiorano il ridicolo (assurdi i “La-la-la” infilati in “Skinny little bitch”, per non parlare poi del modo scelto per interpretare un brano come “Lust worthy”, nel quale i due “canguri in PVC” sembrano fare a gara a chi è più svociato…), perciò c’è davvero poco da stare allegri con questa release, capace di togliere ogni speranza anche al più ben disposto degli ascoltatori. Insomma, Amelia e Karl saranno anche strani, buffi, super-colorati e carini da guardare, ma chi di dovere farebbe bene a impedirgli di proseguire la carriera di musicisti e a indirizzarli, semmai, verso quella di fetish-performer…
Web: http://www.angelspit.net/.
(Grendel)
Antony And The Johnsons: Another World EP
(CD - Secretly Canadian, 2008).
Dopo un secondo album tra alti e bassi – ma che lo ha lanciato come star di livello internazionale – e una pletora di collaborazioni più o meno discutibili, torna Antony Hegarty con un succoso EP di cinque brani anticipatore del nuovo album, The Crying Light, in uscita a Gennaio.
“Another World”, la title-track, probabilmente l'unica traccia a finire anche sull'album, ci riporta allo splendore romantico delle prime uscite dell'efebico performer, tutta pianoforte e voce singhiozzante come da programma. “Shake The Devil”, col suo retrogusto cupo e fumoso e l'andamento jazzato che spicca il volo a metà brano quando meno te lo aspetti, è uno degli apici dell'EP, e varrebbe la pena acquistare il disco anche solo per questo brano. La chiusura invece è relegata a una più canonica “Hope Mountain”. Se queste sono le premesse, attendiamoci un ottimo disco con cui passare l'inverno.
Splendida la copertina con una foto in bianco e nero di Kazuo Ohno, tra i fondatori del teatro Butoh, artista ancora attivo a 100 e passa anni di età.
Web: http://www.myspace.com/antonyandthejohnsons.
(Softblackstar)
Autumn Tears: The hallowing
(CD - Dark Symphonies, 2007).
È con colpevole ritardo che mi accingo a recensire questo quinto CD di lunga durata degli statunitensi Autumn Tears che, negli ultimi anni, sono stati a mio giudizio tra i migliori interpreti della scena ethereal. Infatti Legends of blood and light è uscito, ormai, da più di un anno ed è un vero dispiacere poterne parlare solo ora. Per i più smemorati faccio un breve riepilogo della carriera di questo gruppo: nati intorno alla metà degli anni ’90 negli ambienti del gothic metal, si sono immediatamente distinti per una vena creativa molto eterea, chiaramente evidente nella trilogia, in continua evoluzione e miglioramento, Love poems for dying children. Segue Eclipse, in cui il progetto inizia a prendere una forma più neoclassica, cercando di inserire strumentazione acustica da sostituire alle tastiere; tale percorso continua in quest’ultima opera, una perla di grazia ed impalpabile bellezza. Si aprecon “Dies Irae”, in cui fa la sua comparsa anche un organo, che con il suo suono splendido e possente aggiunge un’ulteriore carica di misticismo alla miscela sonora. Le capacità compositive di Ted Tringo si evidenziano nel fatto che riesce sempre a mantenere un perfetto equilibrio fra impalpabilità e pompa neoclassico, non risultando mai né noioso né stucchevole; un notevole aiuto lo danno anche le capacità vocali di Laurie Ann Haus e quelle strumentali dell’ensemble che l’accompagna. Peccato perdere un’opera così bella: meglio tardi che mai.
Web: http://www.darksymphonies.com/autumntears/.
(Ankh)
Beata Beatrix: Malinconica Autunno
(MCD - Autoprodotto, 2008).
Davvero una splendida conferma, i Beata Beatrix. Dopo quasi due anni li ritroviamo con questo Malinconica Autunno, un mini cd composto da quattro tracce che disegnano un’ulteriore, ricercata evoluzione nel suono della band toscana. Li avevamo lasciati, dopo avere abbandonato l’iniziale attitudine gothic rock, ad esplorare i territori del goth e del post-punk di matrice britannica: adesso pare abbiano fatto una capatina in terra germanica, dove sono tornati con una buona scorta di suoni electro ed anche ebm, hanno aggiustato gli arrangiamenti ponendo molta attenzione alla pulizia del suono e alla ricerca della melodia orecchiabile e ficcante e… hanno prodotto quattro perle.
Apre le danze "Love must die", quasi naturale prosecuzione dello spirito del precedente Delirium and Love: suoni graffianti ed eighties, ritmica tribale e batcave ed Hatria bravissima nel far rivivere non solo vocalità siouxsiane, ma nel proporre un’aggressività ed un’irriverenza tutta (post) punk. In "In the garden of ecstasy" ecco i suoni elettronici e danzerecci e puliti di matrice teutonica, forse un po’ convenzionali, ma arricchiti tantissimo dalla performance di Hatria, variegata ed intesa. "My mother is like a stereo", che tratta in tema della violenza sui bambini, è –invece- un capolavoro: ritmiche electro ed ebm, ma per nulla scontate, molto libere e sperimentali, permettetemi ancora di dire attitudinalmente molto punk, inserite un’impalcatura che è quasi reggae. Ed una partitura vocale splendida, istrionica e teatrale che alterna accenti disperati e sarcastici a momenti di virtuosismo classicheggiante. Un brano personalissimo che spero davvero sia seminale per i futuri sviluppi della band.
Infine, ancora elettronica potente, melodica e cadenzata in "Senti", l’unico brano in italiano, in cui Hatria rende compresibile ogni parola del testo.
Lasciatemi concludere con due note di merito: una per l’impeccabile produzione ed una per la cocciuta volontà di autoproduzione, anche se sinceramente rimane incomprensibile – considerando anche che ci tocca sentire- come un gruppo quali i Beata Beatrix non riescano a trovare un etichetta che li supporti.
Web: http://www.beatabeatrix.com.
(Manfred)
Bloc Party: Intimacy
(CD - Wichita, 2008).
Grazie al bel debut Silent alarm i Bloc Party erano diventati una delle band più importanti tra quelle della “new wave of british new wave”, ma il mezzo passo falso compiuto con il successivo A weekend in the city aveva fatto dubitare di loro e prevedere poco di buono per il futuro. Per fortuna, però, il nuovo Intimacy rappresenta una bella sorpresa per tutti quelli che avevano dato per (quasi) spacciato il gruppo inglese, e anche se non può essere considerato un album superlativo ha comunque parecchio da offrire. Per semplificare si può dire che il primo disco metteva in risalto il lato più rock della musica di Kele Okereke e soci, mentre il secondo era scialbo da far paura e quest’ultimo tende decisamente alla sperimentazione, con brani piuttosto particolari nei quali la componente elettronica ha un’importanza fondamentale. Qualcuno potrebbe obiettare che stavolta i Bloc Party hanno un po’ scopiazzato dai Radiohead, ma in realtà il loro approccio è più diretto di quello della formazione di Oxford e soprattutto non sono poche le canzoni con un ritmo sostenuto, vedi ad esempio “One month off”, “Halo”, “Ion square” e le stranissime (ma efficaci…) “Mercury” e “Ares”. Anche gli episodi più “rilassati”, comunque, hanno un certo fascino e contribuiscono a rendere gradevole l’ascolto del cd, vedi ad esempio l’emozionante “Biko” e gli altrettanto validi “Signs” e “Zephyrus”. Insomma, l’impressione generale è che il quartetto, dopo una piccola défaillance, si sia rimesso in carreggiata e abbia saputo tirar fuori qualcosa di nuovo (senza però cadere nell’errore di snaturare del tutto il proprio sound…), per cui è davvero il caso di rallegrarsi e di mettere definitivamente da parte il pessimismo del passato.
Web: http://www.blocparty.com/.
(Grendel)
Blutengel: Dancing in the light
(MCD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
I Blutengel ripetono l'operazione compiuta poco piu' di un anno fa con il singolo Lucifer, realizzando il nuovo Dancing in the light in due diverse versioni: Forsaken e Solitary, (titoli che ai fans di VNV Nation ricorderanno certamente qualcosa), in vendita sia separatamente che assieme. Ogni mcd racchiude 4 tracce: title track (presente nella stessa versione in apertura di entrambi i mcd), un diverso remix della stessa ed altri due brani inediti. Sbrigate le pratiche relative alle tracklists, che dire della musica? Come ho già avuto modo di scrivere in passato, se Chris Pohl non cambia registro continuando a sfornare dischi "fotocopia", non vedo come potrebbe essere originale chi è chiamato a recensire i suoi lavori, ergo, aspettatevi il solito disco dei Blutengel, nè piu' nè meno. Elettro-dark vampiresco, coretti e refrain immediati che trovano gli episodi piu' convincenti (o meno peggio, chiaro) nella traccia numero tre di entrambi i dischetti, rispettivamente "Black angels" per il cd Forsaken e "Not too late" per il cd Solitary: due pezzi ballabili e carucci ma che assomigliano a decine di altri pezzi firmati da Chris Pohl. Piuttosto scialba la title-track, tanto nell'edit quanto nei due diversi remix in cui ci viene proposta e da ordinaria amministrazione le tracce che chiudono i due mcd, rispettivamente "Good old days" e "You will be a woman". I fans dei Blutengel hanno pane per i loro denti, io, pur avendoli apprezzati a suo tempo e pur essendo stato abbastanza accondiscendente nei loro confronti sino a qualche tempo fa, ora non ce la faccio proprio piu'. Ci risentiamo per il prossimo album...la recensione potrei già iniziare a scriverla adesso.
Web: http://www.myspace.com/officialblutengel.
(Candyman)
Brighter Death Now: Necrose Evangelicum
(2CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2008).
È il 1995 quando esce per la prima volta Necrose Evangelicum. È il periodo d'oro della Cold Meat Industry e del death industrial più mortifero e violento, quello disperato e senza via di fuga. Roger Karmanik, dopo la sbornia power-electronic di Great Death, sposta il riflettore su una dark ambient sulfurea e malata, al limite del sopportabile. Non cambia poi molto rispetto ai capitoli precedenti se non la forma: se lì era rabbia e furia senza freni, qui le ossessioni sono incanalate in una soffocante coltre ambientale che all'orecchio poco attento potrà sembrare più accessibile, ma che in realtà rappresenta la stessa inesorabile discesa agli inferi. Se l'apertura di “Wilful” non desta particolari sorprese, è già da “Soul In Flames” che inizia a dipanarsi il lamento funebre. “Impasse” è uno sprofondare negli abissi, “Rain, Red Rain” sferza l'ascoltatore con rasoiate, sirene e voci che arrivano direttamente dall'oltretomba, mentre la calma apparente di “Deathgrant” altro non è che il preludio al gran finale in compagnia delle tastiere di Mortiis.
E dire che questo è considerato il disco più accessibile di BDN...
Web: http://www.coldmeat.se/.
(Softblackstar)
The Creepshow: Run for your life
(CD - People Like You Records/Masterpiece, 2008).
Non sempre c’è da esaltarsi quando si ha a che fare con le band del filone “psycho-horror-billy” (vedi ad esempio le deludenti prove offerte in tempi abbastanza recenti da formazioni come Tiger Army o Horrorpops…), ma nel caso dei canadesi Creepshow si può procedere tranquillamente all’ascolto senza chiedersi cose del tipo “Ma per quanto ancora dovrò sorbirmi questi qua??” e via discorrendo… Il quartetto capitanato dalla bionda Sarah Sin ci propone infatti una raccolta di canzoni di buona fattura, con testi ispirati agli horror-movies (ma che sorpresa, vero?) e musica che si rifà agli stilemi dello psychobilly, ma attinge anche dall’hardcore melodico di scuola californiana. Pezzi come “Long way down”, “Rue morgue radio” e “Buried alive” si mettono in evidenza per i ritmi serrati che li caratterizzano, le melodie “acchiappanti”, la voce grintosa e cristallina della cantante e i coretti che fanno molto HC-style, ma anche episodi un tantino più rétro (nel senso che ricordano maggiormente il rock anni cinquanta…) come “You’ll come crawlin’” o “Demon lover” hanno un fascino particolare e contribuiscono a mantenere alto il livello dell’album. È chiaro che da una release di questo tipo non si può pretendere l’originalità assoluta, ma di sicuro i Creepshow, oltre ad aver dato prova di essere dei buoni musicisti, hanno anche dimostrato di sapere reinterpretare il genere cui sono dediti in maniera personale, creando brani divertenti e di grande impatto. Detto ciò, l’unico appunto che mi sento di fare è relativo alla lunghezza del cd: ventinove minuti sono un po’ pochi, effettivamente, ma almeno non c’è da sorbirsi nessun riempitivo…
Web: http://www.thecreepshow.org/.
(Grendel)
Criminal Asylum: Zeit
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2008).
A ben otto anni di distanza dal precedente Choice, si riaffacciano sulla scena i Criminal Asylum. Il loro ritorno è affidato a Zeit, disco che, note promozionali docet, mantiene la promessa di offrirci tredici tracce gelide come il ghiaccio (e mi permetto di aggiungere: taglienti come la lama di un coltello). Sono principalmente due le anime che pervadono il disco: una piu' oscura, ma al tempo stesso dotata di ritmiche "dance", che rimanda allo stile di Kirlian Camera e, sopratutto, Siderartica (l'ormai defunto progetto di Elena Fossi, sulle cui ceneri è sorta Spectra*Paris) ed un'altra, piu' prossima all'industrial-noise.
Tra i brani che rientrano nella prima categoria, che è decisamente la mia preferita, su tutte le ottime "The white empty", "Spear of life" e la conclusiva strumentale, "When the gods call"; buone anche "Thanksless" e "Die by the code (The way of samurai)", mentre meno convincenti sono le iniziali "Erased" (in questa è sopratutto il cantato a lasciarmi perplesso) e "Fear of life eat my soul". Riconducibili alla seconda anima di Zeit, sono invece le varie "Rocket USA" (cover dei Suicide), "Seeing your pain again", "Paranoid disco dance" e "Ladies and gentlemen...welcome to violence" (queste ultime entrambe suddivise in due parti), brani dai ritmi ossessivi e dalle atmosfere claustrofobiche. Da notare le citazioni cinefile presenti nel disco: "Ladies and gentlemen... welcome to violence" e "Die by the code (The way of samurai)" contengono infatti sampler vocal tratti rispettivamente da "Faster pussycat! Kill!Kill!" di Russ Meyer e "Ghost dog" di Jim Jarmusch. Tra episodi ottimi ed altri meno convincenti, Zeit si rivela comunque un disco nel complesso valido ed interessante; speriamo che per il prossimo capitolo a firma Criminal Asylum non si debbano attendere altri otto anni.
Web: http://www.myspace.com/criminalasylum1.
(Candyman)
The Cure: 4:13 Dream
(CD - Geffen Records, 2008).
Con mia somma sorpresa questo CD dei Cure, pur non esaltandomi, non mi è nemmeno dispiaciuto. Eppure le premesse per un altro episodio totalmente deludente c’erano: intanto è davvero difficile qui rintracciare la vena wave-oscura che ha caratterizzato gli episodi migliori della discografia del gruppo. Aggiungiamoci poi che il basso di Simon Gallup è colpevolmente in secondo piano, visto che in fase di mixaggio si è dato maggiormente peso alle chitarre di Roberth Smith e Porl Thompson. L’album è difatti fortemente improntato su un pop chitarristico molto acido, quasi psichedelico a tratti; suona come la logica conseguenza di alcune atmosfere che era possibile scorgere negli album precedenti di Robert Smith e soci, come il penultimo The Cure, finanche certe cose di Wish. Di buono c’è che i pezzi sono mediamente discreti, con un paio di perle e qualche scivolone ma nemmeno troppo catastrofico. Partendo da quest’ultimi, a mio avviso i momenti deboli della musica dei Cure coincidono con gli episodi più pop dei vari dischi: 4:13 Dream conferma questa regola, sebbene gli episodi deludenti non provochino veramente fastidio ma si lasciano sempre ascoltare (magari un po’ distrattamente…). Fra questi sono da citare “Sleep when I’m dead” e “Freakshow”, gli episodi più facili (appunto) della collezione, guarda caso usciti anche come singoli. Decisamente bello invece è “Underneath the Stars”, il brano che apre il disco, con le sue chitarre graffianti e una linea melodica molto spleen che lo fanno quasi sembrare una outtake di Disintegration. Bella e ossessiva è anche Scream con un’eccellente prova di interprete di Robert Smith. Come detto l’album si lascia ascoltare: forse è un po’ poco per un’icona della musica alternativa quali sono i Cure. Robert Smith ha probabilmente sepolto da un pezzo i suoi demoni più profondi, le angosce che gli avranno sì rovinato la vita ma da cui attingeva ispirazione per creare della musica straordinaria: ora dà invece l’impressione di vivere un po’ di rendita sul suo passato. C’è chi lo odierà per questo, altri lo continueranno ad amare nonostante tutto: io un po’ “democristianamente” mi astengo e ho valutato questa sua prova senza preconcetti o attese eccessive. E voi, che posizione decidete di prendere per questo 4:13 Dream?
Web: http://www.thecure.com/.
(Christian Dex)
dARI: Sottovuoto generazionale
(CD - EMI, 2008).
Dopo averci tormentato per tutta l’estate con il ritornello “acchiappa-cervelli” di “Wale (tanto wale)”, i dARI se ne escono fuori con un cd di debutto sorprendente e pieno zeppo di brani efficaci e divertenti. Chi credeva che la band di Aosta non riuscisse ad andare al di là di un singolo azzeccato dovrà quindi ampiamente ricredersi, iniziando a capire che questi quattro ragazzi super colorati e dalle capigliature sparate sono molto più del “fenomeno per teen-ager” che hanno rappresentato finora… Sottovuoto generazionale è infatti un disco furbissimo che va a velocità alterne, con pezzi al fulmicotone abbinati a ballate power-pop, ma il fulcro della questione è che tali canzoni, a prescindere dal dinamismo più o meno accentuato, ti si stampano in testa dopo massimo due ascolti, e a quel punto lì sono solo cavoli tuoi perché difficilmente riuscirai a scordarle!! Escludendo il singolone di cui sopra ci sono un sacco di episodi degni di nota, vedi ad esempio i tiratissimi “Per piacere”, “Gp a 100 all’ora”, “Cambio destinazione” o i più rilassanti “Play and stop”, “Non pensavo” e “Come m’hai”, ma in generale tutto l’album scorre via liscio come l’olio lasciando una buona impressione. Per definire il sound del gruppo è stato tirato fuori il termine “emotronik”, ma per chiarire meglio di cosa si sta parlando potrei dire che le componenti che danno vita ai brani del cd sono un po’ di pop, un po’ di rock e parecchia elettronica in “stile videogame”, il tutto unito a un’attitudine da “figli illegittimi di Alberto Camerini” utile a rendere il prodotto ancora più gustoso e allettante. Che i dARI siano una party-band è indiscutibile, ma in loro c’è anche della genialità e il fatto di aver scatenato un putiferio (in Italia c’è chi li adora ma anche chi li odia a morte!) lo dimostra appieno: probabilmente in molti vorrebbero essere al loro posto, ma riuscire a fare un simile exploit non è certo da tutti…
Web: http://www.dariforce.com/.
(Grendel)
Der Blutharsch: Everything Is Alright
(CD - Hau Ruck!/Audioglobe, 2008).
Eccolo qua, il ritorno dell'Elvis d'accatto austriaco. Questa volta si ripresenta con un CD di 17 brani composto da materiale d'archivio, vecchi brani pescati da 7”, remix, split e fondi di barile vari dal 2002 ad oggi, un po' come già accaduto nel quadruplo Fire Danger Season di qualche anno fa, aggiungendo alla mistura anche un paio di brani nuovi. E con mio sommo stupore questa volta il risultato non è catastrofico come le ultime uscite, probabilmente perché per buona parte si tratta di materiale antecedente alla fulminazione sulla via di Damasco. Data la natura stessa dell'operazione, il disco si rivolge fondamentalmente a tutti coloro che non sono soliti acquistare le innumerevoli edizioni limitate che Albin Julius sforna periodicamente, ma anche per chi non ha gradito le ultime due uscite e vuole ritrovare il Der Blutharsch di qualche annetto fa. Certo, ogni tanto ci ricasca anche qui, vedi la traccia 14, ma per una volta pazienza, alla fine Everything Is Alright.
Spicca su tutte una bella versione alternativa di “Time Is Thee Enemy”, e c'è spazio persino per una cover di The Moon Lay Hidden Beneath A Cloud presa da The Smell Of Blood But Victory. Bei tempi.
Web: http://www.hauruck.org/.
(Softblackstar)
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