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Late Of The Pier: Fantasy black channel
(CD - Parlophone, 2008).
Fantasy black channel è uno dei debut più convincenti che mi sia capitato di sentire da parecchi mesi a questa parte, difatti i quattro giovanissimi ragazzi di Castle Donington (UK) sono riusciti in un’impresa che di recente era risultata ardua per la maggior parte dei loro connazionali del giro alt-rock, ossia far uscire un album dai contenuti originali. Per rendersi conto che Samuel Eastgate e compagni hanno una certa stoffa basta sentire i singoli “Heartbeat”, “Space and the woods” (vero e proprio omaggio a Gary Numan…) o “Bathroom gurgle”, che sono in grado di risollevare il morale anche al più disilluso e scettico degli ascoltatori, nonché ai tanti che vanno continuamente in cerca di novità. In questo dischetto il nuovo c’è eccome, ed è espresso pure in una forma giocosa e divertente poiché i brani inclusi sono ballabili, canticchiabili, bizzarri e neanche lontanamente noiosi. Nella loro ricetta musicale i Late Of The Pier hanno messo una sacco di belle cosette, mescolandole in maniera tale da farle apparire allo stesso tempo particolari e in qualche modo vicine a certo brit-sound delle ultime due decadi, vedi ad esempio le palesi influenze synth-pop e post-punk. A questo, poi, si aggiunge il fatto che i nostri amano moltissimo sperimentare con i suoni elettronici accostandoli all’indie rock, e che sono stati capaci di tirar fuori gioiellini come “White snake” o “Broken”, tanto per citare qualche titolo. Band consigliatissima a chi già aveva apprezzato i Klaxons, e di cui sentiremo parlare parecchio nei mesi a venire…
Web: http://www.lateofthepier.com/.
(Grendel)
Lord Agheros: As a sin
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2008).
Ambient melancolica esprimente una dolente epica virile, come la disperazione di chi ha perso in battaglia il commilitone appresso al quale ha diviso la gloria degli stendardi insanguinati ed il dolore cagionato dalla perdita di troppi fratelli d’arme. La misantropica fermezza di queste nove tracce rimembra la visione di paesaggi sterminati, sui quali domina una percezione di muta imponenza, ma As a sin sa sorprendere ad ogni svolta, come nel salmodiare di “Sacrilegium”, inserito nella consueta trama intessuta da Evengelou Gerassimos, che dimostra di possedere pure una inattesa vena melodica nel finale. “Ash to ash and dusk to dark” illustra il viaggio del guerriero, di ritorno dalla stagione del bottino, attraverso luoghi che più che alla realtà corporea e tangibile appartengono allo spirito, all’anima, la title-track evoca umori mediterranei, gioiosa nel suo scivolare lenta come l’ala del falco librato nel cielo color cobalto. L’arcano recitato ci richiama al presente, destandoci dal sogno, ed è poesia… Ma l’ora della ripartenza, della separazione e degli addii è nuovamente vicina, ed il romore della risacca che chiude “Escape” e l’intero disco ce lo rammenta. Forte è l’impatto descrittivo di As a sin, e la sua componente sinfonica rafforza l’impressione di un lavoro vissuto dal suo autore, il quale musica la colonna sonora della propria anima e del proprio pensiero. Pur se in un ambito di nicchia, As a sin sa farsi apprezzare proprio per la sua genuina partecipazione, facendolo sentire immediatamente proprio dall’ascoltatore più sensibile alle tematiche in esso illustrate.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Mindless Self Indulgence: If
(CD - The End Records/Masterpiece, 2008).
Per qualche oscuro motivo in Italia quasi nessuno conosce i Mindless Self Indulgence, e considerando che il frontman dei My Chemical Romance è sposato con la loro bassista è lecito immaginare che quei pochi che ne hanno sentito parlare siano proprio i fan più accaniti del famosissimo gruppo emo. Peccato però che sia così, difatti la formazione newyorkese capitanata dal bizzarro vocalist Jimmy Urine meriterebbe molto di più, e non solo perché è attiva da ben dieci anni o perché è formata da musicisti di grande esperienza… Sentendo l’ultimo loro album, intitolato semplicemente If, ci si rende subito conto che i quattro avrebbero tutte le carte in regola per piacere a più categorie di ascoltatori, e che i meccanismi che regolano il music biz sono così contorti che talvolta anche le band molto valide possono rischiare di passare inosservate. Brani come “Never wanted to dance”, “Prescription”, “Revenge”, “Evening wear” o “Pay for it” sono così freschi, dinamici e divertenti da apparire adattissimi all’alternative dancefloor, ma in realtà il mix di elettronica, industrial-metal, hip-pop e punk proposto dai MSI potrebbe adattarsi (quasi) ad ogni contesto, vedi ad esempio l’eventuale utilizzo come “sfondo” per qualche spot pubblicitario, film o serie tv!! Battute a parte, il buon Jimmy e la sua colorata ciurma hanno confezionato un disco davvero piacevole e interessante, che sfugge a qualsiasi catalogazione e ha il grosso pregio di essere vario nei contenuti e “facile” da comprendere. Ignorarlo sarebbe un peccato, per cui se siete ascoltatori curiosi e dalla mentalità aperta cercate in tutti i modi di procurarvelo…
Web: http://www.mindlessselfindulgence.com/.
(Grendel)
Nadja: Bliss torn from emptiness
(CD - Profound Lore Records, 2008).
I Nadja sono un duo canadese, dedito a sonorità doom-drone-ambient che, almeno in questo Bliss torn from emptiness, si arricchisce di forti inclinazioni psichedeliche. Nati originariamente come progetto solista di Aidan Baker, successivamente si sono allargati grazie all’arrivo dalla bassista Leah Buckareff. Raramente una definizione di genere è stata più azzeccata: il suono da loro espresso racchiude in sé le caratteristiche del metal più lento e funereo, sia nel suono distorto ma allo stesso tempo dilatato delle chitarre sia nel lento avanzamento delle percussioni (il secondo brano ha risvegliato in me il ricordo della bellissima prima versione di “Sear me”, tratta dall’esordio su lunga distanza dei My Dying Bride), dell’ambient meno rilassante, quello pieno di strane e inquietanti tensioni che spingono l’ascoltatore a guardarsi sempre alle spalle, perché non si sa mai chi potrebbe esserci. Questo lavoro non è esattamente nuovo: si tratta, infatti, di materiale autoprodotto già pubblicato nel 2005 e distribuito sotto forma di CD-R, qui ripreso, ampliato e rimesso a nuovo grazie all’apporto di James Plotkin (in passato collaboratore di musicisti del calibro di Michael Gira, Mick Harris e John Zorn); sono tre lunghissimi brani, di oltre 17 minuti ciascuno, in cui il duo ci trasporta in un lungo incubo in cui elettronica, lente percussioni, drone e infinite svisate chitarristiche cercano di condurci dall’inizio alla fine, alla quale difficilmente si arriverà sani e salvi. Un gruppo che non conoscevo e che cercherò di approfondire nel prossimo futuro.
Web: http://www.nadjaluv.ca/.
(Ankh)
Narsilion: Namarie
(CD - Ars Musica Diffundere, 2008).
Con questo Namarie i Narsilion raggiungono quota tre CD di lunga durata, proseguendo una carriera che sembra alquanto fruttuosa e in costante miglioramento: se infatti gli esordi li vedevano, da un lato, troppo strettamente legati ai cliché del genere e a certi esempi del passato e, dall’altro, troppo attratti dalla tendenza ad alleggerire il suono e ammorbidire le melodie, col passare del tempo i catalani hanno iniziato a scrollarsi di dosso queste tentazioni e ad assumere una personalità propria, aggiungendo tracce più marziali (“Despierta ferro!” mi ricorda certi brani degli Ordo Equitum Solis) arrangiamenti più articolati, melodie meno ordinarie; il tutto ben si adatta alla passione per i mondi tolkieniani a cui spesso i loro testi si ispirano. Il risultato non si discosta poi tantissimo dai precedenti lavori che, in effetti, risultavano già piuttosto piacevoli anche se, alla lunga, potevano risultare un po’ stucchevoli: in questo caso, per fortuna, questo effetto tende ad essere molto ridotto rispetto al passato. D’altro canti, c’è da dire che, purtroppo, i Narsilion non riescono ancora ad emergere in maniera vistosa nell’ambito della musica eterea o a spiccare per particolare originalità o personalità.
Web: http://www.narsilion.com/.
(Ankh)
Raison D’Être: The luminous experience
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2008).
Dopo 17 anni di onoratissima carriera, anche per Raison D’Être è giunta l’ora di incidere una release ufficiale dal vivo sulla sua etichetta storica, la Cold Meat Industry. In effetti l’anno scorso il musicista svedese aveva già reso disponibili alcune registrazioni dal vivo del suo progetto principale, distribuendole attraverso la sue etichetta personale Yantra Atmospheres in formato mp3 (per chi fosse interessato, può seguire questo link), ma in effetti questo rimane il primo album in cui viene riportato un concerto intero, nella fattispecie registrato a Enschede, in Olanda, nella notte tra il 20 e il 21 giugno di quest’anno. Del tutto inutile credo sia parlare di cosa abbia rappresentato questo progetto per l’ambito della musica dark ambient, essendone, subito dopo Lustmord e insieme a pochi altri musiciti, uno dei riferimenti principali. Più interessante può essere cercare di capire cosa ci si possa aspettare da una sua performance dal vivo: lo vidi (ormai troppi) anni fa dal vivo in Belgio, in occasione di un Eurorock Festival particolarmente fortunato (sia dal punto di vista dei musicisti ospitati sia da quello meteorologico); il suo concerto mi colpì moltissimo da un punto di vista visivo e tecnico, grazie al suo chiaro richiamo a musicisti industrial d’altri tempi, mentre da un punto di vista emozionale era stato necessariamente meno coinvolgente delle sue registrazioni in studio. In ogni caso il concerto mi piacque moltissimo. Quello che stupisce ancora, nella musica di Raison D’Être, è la complessità della stratificazione sonora, presente anche nell’esecuzione live; la sua musica non è costituita esclusivamente da infiniti drone ma da un intero sottobosco di rumori, tensioni, fratture, collisioni, fruscii e strofinamenti a cui i drone fanno solo da sottofondo. Malgrado i numerosi anni di attività e il sovraffollamento dell’ambito musicale in cui si muove, il signor Peter Andersson continua a produrre lavori di notevole livello: come tutti gli altri dischi di questo progetto, si tratta di un CD imperdibile per gli appassionati del genere.
Web: http://raisondetre.coldmeat.se/.
(Ankh)
Silence is sexy: This ain't Hollywood (Original score for)
(CD - My First Sonny Weissmuller Recordings, 2008).
Sarà derivativa, la wave degli olandesi Silence is Sexy, ma dinanzi alla grandeur di una balata come “On the beach” ogni possibile resistenza viene meno, obscurata dalla composta eleganza di questa immaginifica canzone. Pim e soci si sono superati, confezionando un disco che segna una naturale progressione rispetto all’esordio “Everything you should know”, e se la title-track già la suono da qualche settimana, anche gli altri brani mi hanno immediatamente convinto, a principiare dall’opener “Come back to you”. Certo che i batavi continuano a mantenere stretto il contatto con Interpol (ma i SiS sono più leggieri) ed altri insiemi i nomi dei quali ci sono noti, evitando di recidere il cordone ombelicale che li lega a questa scena, come i Brillig nei confronti degli Suede, ma lo fanno con consapevolezza e sopra tutto con intelligenza. Eppoi, “1984”, “You are a mirror” e “Where were you” vi convinceranno, statene certi, e grazie a This ain’t Hollywood trascorrerete una quarantina di minuti in compagnia di una musica piacevole, semplice ed efficace. I titoli di coda scorrono (“Closing titles”), le luci si accendono, la sala lentamente si svuota…
(Hadrianus)
Soglia del dolore: 2984
(CD - Finalmuzik, 2008).
Che cosa siano stati gli anni ’80 per il movimento punk e alternativo italiano l’ha perfettamente fotografato Marco Philopat nel suo bellissimo “Costretti a sanguinare”, libro in cui ha finalmente messo ordine in ricordi disordinati ed emozioni lontane, rendendo “storia” ciò che per molti di noi che abbiamo vissuto quel periodo rischiava di rimanere solo un graffio sulla pelle, sbirciato ogni tanto con un filo di nostalgia. Fra la miriade di gruppi che davano vita alla scena italiana di allora c’erano i friulani Soglia del dolore, autori di un unico 7’ , uscito postumo nel 1986, due anni dopo lo scioglimento della band. Erano fautori di un anarco - punk fortemente politicizzato, pacifista, animalista che aveva come modello i grandissimi Crass e tutto il mondo che ruotava intorno alla Crass Records. Poi il gruppo non ha più prodotto nulla, e i membri si sono sparsi nel mondo in vario modo, continuando ad operare nella scena alternativa e incrociando financo il mondo goth, attraverso la collaborazione dell’attuale cantante con gli In the Nursey. Poi, nel 2004 la band si riforma con parte dei membri originali, ed ora che bel regalo questo 2984!
Dietro all’orwelliano digipack si celano 15 brani, che solo in minima parte sono la riproposizione dell’introvabile 7’ d’esordio: dal vinile provengono “Non voglio”, “Veste i tuoi sogni”, “Non sopporto” e “Ipocrisia di Pace”. In questi pezzi, benché riarrangiati e con l’aggiunta in alcuni di una seconda voce femminile, ritroviamo intatto tutto il suono tipico di quegli anni irripetibili: velocità al fulmicotone in alcuni, suono ipnotico, grezzo e distorto in alcuni altri, cantato esasperato e spesso con la metrica italiana dei testi esplicitamente politicizzati a fare a cazzotti con gli strumenti. E il pensiero va… Ma poi gli altri brani, che sorpresa! In parte, il gruppo ripropone gli stilemi del suo anarco – peace -punk storico, a ribadire come, sorprendentemente, lo spirito sia rimasto vergine, più di vent’anni dopo: ed ecco “L’Italia brucia” o “Vita morta” o “Senza televisioni”, ricostruzione quasi filologica del suono anni ’80, o l’anthemica (e ironica) “Alternativo standard” . Ma altrove, si aprono altri panorami: nella bellissima, durissima “Gaia” il testo, tipicamente peace - punk, è sorretto da un’intelaiatura sonora quasi post - punk; in “Chernobyl” colpisce l’originalità dell’insieme che mixa reading politico, suoni sotterranei quasi batcave e citazioni hardcore. In “Superstringhe” sembra di sentire i primi CCCP conditi in salsa industrial - noise, con sperimentale uso del sax. Sonorità wave e post-punk animano anche “La fine arriverà” o la particolarissima “Multinazionali”, dove torna il grido del sax. Insomma, davvero non un amarcord, ma una proposta totalmente nuova, radicale senza compromessi e forse per questo destinata a rimanere (ineluttabilmente?) di nicchia.
Complimenti.
Per informazioni: www.myspace.com/sogliadeldolore.
Web: http://www.finalmuzik.com.
(Manfred)
Stoa: Silmand
(CD - Alice in..., 2008).
Per chi, come me, segue la scena ethereal da diversi anni, il nome della Hyperium non è poi così lontano dalla leggenda; probabilmente segue - certo, alquanto distaccato - quello della 4AD nei cuori di molti appassionati; a questa etichetta erano legati alcuni tra i migliori gruppi della prima metà degli anni ’90 e, tra questi, gli Stoa erano sicuramente una delle punte di diamante, sia a livello qualitativo che di vendite. Si tratta di un progetto che nasce nel 1991 dalla mente del polistrumentista Olaf Parusel e della cantante e violinista Conny Levrow e pubblica due CD tra il 1992 e il 1993 ( Urthona e Porta VIII), partecipando inoltre a numerose compilation. La loro musica ha un’ispirazione fortemente neoclassica con belle e complesse partiture che coinvolgono gli strumenti “veri” e i suoni orchestrali sintetici e splendide e ariose melodie vocali che incantano l’ascoltatore. Dopo questi due lavori, il gruppo sembra scomparire nel nulla, anche a causa dell’abbandono da parte della Levrow e per diversi anni non si sa praticamente nulla finché gli Stoa non ritornano con una formazione rimaneggiata: Antje Buchheiser alla voce e al violino e Christiane Fischer al violoncello e alla seconda voce; con questa formazione incidono nel 2002 Zal, che prosegue il cammino intrapreso con i due album precedenti. Altra lunga pausa ed ecco che ritornano sul mercato con la loro quarta fatica, caratterizzata da una formazione ancora rimaneggiata (a quest’opera collaborano anche Louisa John-Krol, Mandy Benhards, Peter Nooten e Ralph Lehnert): di primo acchitto l’approccio è molto simile a quello dei tre lavori precedenti con bellissime strutture neoclassiche, il violino in primo piano e melodie non banali. È così che la strumentale “Sekrileg” apre l’album; già la successiva “Broken Glass” mostra invece che qualche cambiamento c’è: non tanto per l’intervento della voce, che non ha ispirazione classicheggiante ma più prossima ad un folk orecchiabile (potremmo dire “John-Krolliano”…), ma per le ritmiche sintetiche che mi lasciano un attimo perplesso. “La lune blanche” mi fa tornare indietro di quindici anni, ai tempi dei primi due CD dai quali sembra estratta. Lo stesso può dirsi di numerosi altri brani (“Daar”, “Iter devium”, “Modesty”, “So many clouds” e “Tacitum”). In “My last way” interviene la voce maschile avvicinando il brano ad alcune cose di Sopor Aeternus, mentre in brani come “Palldium [Night]”, “Hanuz Nist” e “So many clouds” ritornano le influenze folk e medievaleggianti. “A drinking song” è caratterizzata nuovamente da ritmiche abbastanza insignificanti. A parte due brani, che personalmente trovo decisamente bruttini, nel complesso il disco non mi dispiace: certo che da un gruppo del peso degli Stoa mi aspettavo un disco di livello eccelso, come nel caso dei tre lavori precedenti, mentre qui ho notato molti momenti di cedimento, forse alla ricerca di un rinnovamento nel suono. Personalmente, sono dell’idea che un gruppo che produce un disco ogni cinque o sei anni e che ha un nome come quello degli Stoa potrebbe tranquillamente passare sopra certe esigenze di originalità (in fondo stiamo parlando di un genere che hanno contribuito a creare) e cercare di esprimere al massimo le proprie capacità.
Web: http://www.stoa.de/.
(Ankh)
The Thirsty Coffin: Letters from Dusk
(MCD - Autoprodotto, 2008).
Viene da Palermo, Marco Massaro, mente unica del progetto Thirsty Coffin e ci presenta, con questo Letters from Dusk un mini cd, composto da 4 brani ed alla fine nemmeno troppo mini, dato che i pezzi puntano tutti verso i 7 minuti.
Allora, il progetto è palesemente e programmaticamente derivativo: un omaggio-citazione delle atmosfere gothic più "ortodosse" sia nello stile musicale che nelle tematiche proposte dai testi (e mettiamoci anche l'artwork, già che ci siamo). Ecco, forse sta tutto qui il limite del lavoro, non tanto nell'essere derivativo, quanto nei modelli che si propone di omaggiare.
"And Nothing More" sembra, di base, il pezzo che i 69 Eyes non sono riusciti ad inserire in Paris Kills, ma... ma la presenza nel refrain di una chitarra prestata dai Rosetta Stone, ci dice di come i modelli di Massaro vadano indietro nel tempo ben più di 6-7 anni.
Anche in "The Darkest Secret", i 69 Eyes tornano a farsi sentire (forse a braccetto dei Type O Negative), mentre il suono della tastiera ritmata e sognante e la voce paiono rimandare ai Nosferatu ultima maniera.
Notevole è poi "Every Dawn and Every Light", dove suoni di tastiera molto nosferatiani vanno a ricamare su un lento, cadenzato tappeto di chitarre dal bel colore acido e la parte vocale è davvero ben curata. Interessante, inoltre, l'arrangiamento della parte finale, dove il ritmo invece di decrescere, cresce come se dovesse da un momento all'altro cominciare un altro brano.
La finale "Somebody is Praying", mossa ed inquietante, è forse la più eighties di tutte le canzoni del dischetto, con le chitarre e la voce a muovere mille ricordi.
Insomma, se quattro brani, benché lunghetti, sono pochi per potere giudicare compiutamente l'opera di un musicista, ci sentiamo di dare almeno due consigli a Marco Massaro per la sua Bara Assetata: limitare la durata dei pezzi e -soprattutto- lavorare maggiormente alla compattezza degli stessi, cosicché alla fine dell'ascolto rimanga meno sul palato una poco gradevole sensazione di un irrisolto "copia e incolla".
Web: http://www.myspace.com/thethirstycoffin.
email: thirstycoffin@hotmail.it.
(Manfred)
Timecut: Timecut
(CD - Valery Records/Frontiers Records, 2008).
“Pianoloud” irrompe fra le pareti della mia stanza col suo nervosismo tooliano, ciminiere piantate nel cielo color cenere come dita ossute che s’aggrappano a qualcosa, qualunque cosa, pur di non scivolare nel vuoto. I Timecut dimostrano di possedere idee chiare, e di volerle sviluppare seguendo la via maestra tracciata da MJ Keenan e compagni, rileggendo il manuale dell’alterna non per farlo proprio in toto, bensì per trarne ispirazione, temi da sviluppare, immagini da descrivere. “The meat show” inquieta, ancor di più lo strumentismo obliquo di “’bout you selfish”, questo disco dimostra già alla terza traccia di saper procedere da solo, senza ingombranti maestri che lo precedano, tenendolo per mano. “Idol on the cross” è cattiva, graffia, brucia, ma la melodia è sempre lì, pronta a frantumare il granitico impatto del pezzo, insinuandosi tra le crepe di questo, allargandole in “Incubo” fino a provocare la frantumazione della struttura, violentata da una ritmica straniante, sottolineata dalla bella voce di Bait e dall’esplosione della chitarra. APC, NIN sono i punti di riferimento, ma le coordinate impazziscono, subendo improvvise deviazioni impresse dalle mani sapienti del trio (“Doublethink revival”). Timecut fonde rock ed elettronica (“Watch me”), segnando una bella serie di punti a suo favore, Bait, Alle e Joba dimostrano coesione e sicurezza, questo è solo un passo di un percorso che sicuramente permetterà loro di ottenere le soddisfazioni che meritano.
Web: http://www.valeryrecords.com.
(Hadrianus)
Underfloor: Vertigine
(CD - Suburban Sky Records/Materiali Sonori, 2008).
Vi sono dei dischi che, come le collezioni di figurine custodite gelosamente in qualche cassetto a casa della mamma, amiamo trarre con cura eppoi sfogliare, sfiorare coi polpastrelli, andando alla ricerca di schegge emozionali che ci facciano provare una volta più le emozioni dell’infanzia, raccolte via via dalla nostra memoria e catalogate con cura nei suoi recessi. Il pop obliquo degli Underfloor suscita tali sensazioni, e nobilita la scena alternativa italiana, andando a suggere umori già fatti propri negli ultimi anni da Marlene Kunz e da Afterhours (ascoltate la lunga, conclusiva “Dall’esterno” e lasciatevi travolgere dalla marea montante della melodia distorta e foggiata a piacere dal gruppo), declinandoli però personalmente, con una attitudine ancora vergine e sopra tutto decorrelata da generi e da tendenze. L’approccio cantautorale al testo delinea con maggiore chiarezza la vena chiaroscurale di “Vertigine”, ove gli archi disegnano traiettorie colte tra le quali si insinuano gli stromenti classici della tradizione del rock. Brani quali “Bianco” e “Novembre” accrescono il valore della raffinata ricerca lirica operata dai loro autori, i quali aggiungono alla tavolozza i colori tenui della stagione del sole declinante, dei tramonti immaginifici e dei paesaggi silenti. Cieli grigi solcati da compassate ali nere, come la musica degli Underfloor, sicuramente una delle realtà più interessanti scaturite dall’altrimenti avaro panorama musicale italiano. Da lodare la cura particolare riservata al booklet, esaustivo collage di note, d’immagini e di testi, e la nitidissima produzione curata dai fiorentini stessi e da Ernesto de Pascale
email: info@underfloor.ir.
(Hadrianus)
Underøath: Lost in the sound of separation
(CD - Solid State, 2008).
Il primo pensiero che viene in mente dopo aver ascoltato Lost in the sound of separation, ossia l’ennesima fatica dei floridiani Underøath, è che questi ultimi non saprebbero realizzare un brutto disco neanche se si mettessero d’impegno. Grazie al nuovo cd, infatti, il sestetto è destinato a diventare ancora più famoso e ancor più un punto di riferimento per tutti, non solo perché i brani sono fantastici ma perché dimostrano che anche i confini di un genere ben definito come il metalcore possono essere “allargati” se si smussano gli angoli giusti. La band di Spencer Chamberlain è unica e inimitabile come la musica che produce, ma la cosa più stupefacente è la facilità con cui questi ragazzi assemblano i loro intricatissimi pezzi, accostando sonorità potenti e aggressive a momenti decisamente più soft e lontani da qualsiasi cosa che possa essere etichettata come “metal” (vedi ad esempio le atmosfere rarefatte che caratterizzano buona parte di “Desolate earth: the end is here”). Davvero pazzesco il sound delle chitarre (solo gli Underøath riescono ad averlo così dissonante) e ottimo il lavoro svolto dall’ipertecnico drummer Aaron Gillespie, sicuramente uno dei migliori e dei più particolari del suo genere (basta ascoltare un brano a caso per notare di cosa è capace, ad ogni modo le circonvoluzioni che fa in “The only survivor was miraculously unharmed” o “Coming down is calming down” sono a dir poco impressionanti). Se a tutto ciò aggiungete che l’album regala emozioni in quantità e che è intenso come pochi riescono ad essere capirete come mai lo si può definire una delle migliori release del 2008 in campo estremo, e perché il suo attento ascolto andrebbe consigliato non solo ai fan del gruppo ma anche ai tanti aspiranti musicisti che ci sono in giro. Un capolavoro, punto e basta.
Web: http://www.underoath777.com/.
(Grendel)
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