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Agonoize: For the sick and disturbed
(MCD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
C'è un dato di fatto che porta punti a For the sick and disturbed, nuovo mcd degli Agonoize: il disco è uscito contemporaneamente ai nuovi album di Amduscia e Cephalgy (anche questi tra le recensioni di questo mese) e vicino a cotante schifezze, anche l'ennesimo lavoro mediocre del trio berlinese fa la sua (modesta) figura... insomma, se non è meglio degli altri due, è certamente meno peggio! Sarà che oggi sono particolarmente accondiscendente, ma nelle sette tracce del mcd (cinque inediti e due remix), trovo anche qualcosa di buono: "In deinem grab" ad esempio è un buon pezzo, almeno per quanto riguarda le musiche, osservazione valida anche per "A cut inside my soul" e "Staatsfeind"; la vocals continuano invece ad essere pessime ed asservite (come i testi), all'harsh-elettro ed al binomio "evil and blood" tanto caro a Mike Jonson e soci. Piu' convenzionalmente "harsh" e ad alto tasso diI bpm, la title-track e "Schaufensterpuppenarsch", prossimi cavalli di battaglia degli Agonoize sui dancefloor. For the sick and disturbed (di cui va sottolineata la copertina, cafona ma originale ed auto-ironica nel suo concept fumettistico) è quindi un classico prodotto "alla Agonoize" ma si fa preferire ad altri loro dischi ed è (clamorosamente) meno peggio di quanto mi sarei atteso.
Web: http://www.myspace.com/agonoize.
(Candyman)
Alkaline Trio: Agony & irony
(CD - Epic, 2008).
Gruppi come gli Alkaline Trio e gli AFI sono stati tra i primi a creare dei punti di contatto tra la scena punk-rock e quella gotica, iniziando già molti anni fa a sfornare album che potevano stuzzicare/incuriosire gli ascoltatori di entrambi i generi musicali. In questo caso ci concentriamo sul nuovo lavoro della formazione di Chicago, da sempre dedita a un sound diretto e immediato che affascina sia per la sua semplicità, sia per quel mood oscuro che è ormai diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Agony & irony scorre via che è una bellezza, proponendo bellissime (e per certi versi raffinate…) melodie che vanno di pari passo con quella velata malinconia tanto apprezzata dai fan del trio alcalino, che rende così speciali brani come “Live young, die fast”, “Love love, kiss kiss”, “Do you wanna know?”, “Over and out” e tanti altri. Sempre a proposito di malinconia e tristezza (tematiche da sempre molto care alla band…), pare che il buon Matt Skiba abbia scritto il singolone “Help me” dopo aver visto Control di Anton Corbijn, e pensando al risultato si può affermare che il film ha avuto un influsso più che positivo sul cantante/chitarrista originario dell’Illinois! Sulla produzione, invece, c’è poco o nulla da dire perché i nostri si sono affidati a Josh Abraham (famoso per le collaborazioni con Linkin Park, Slayer, Atreyu e 30 Seconds To Mars), che ha sapientemente “levigato” il sound senza renderlo troppo pomposo o eccessivamente pulito. Grande disco e soprattutto grande gruppo, che in poco più di dieci anni di carriera si è ritagliato uno spazio assai significativo nella scena alternative rock mondiale.
Web: http://www.alkalinetrio.com/.
(Grendel)
Amduscia: Madness in abyss
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Se è vero che l'album d'esordio degli Amduscia, Melodies for the devil, pur non essendo un disco innovativo, era stato accolto da pareri piu' o meno unanimemente positivi, il successivo From abuse to apostasy aveva fatto registrare un netto peggioramento nella musica del trio messicano, incanalato nell'harsh-elettro piu' becero e convenzionale. Il nuovo Madness in abyss, ahimè, non sconfessa questo trend e si rivela disco assolutamente mediocre e noioso, appiattito su un sound ormai trito e ritrito, che può compiacere solo i fans piu' oltranzisti di questo genere. Nel contesto delle dodici tracce che compongono il cd1 (disponibile anche la "limited edition" con un secondo dischetto) si può anche apprezzare qualche passaggio strumentale, ma le parti vocali sono pessime ed i pezzi sono veramentre troppo simili tra di loro, senza alcun cambio di ritmo o melodia. Alla fine, Madness in abyss non è nient'altro che l'ennesima voce dello sterminato elenco di dischi "harsh" che vengono pubblicati ogni anno: da ascoltare e da dimenticare. Il punto di riferimento degli Amduscia (chi ha detto Hocico?) continua ad essere un miraggio inarrivabile.
Web: http://www.myspace.com/amduscia.
(Candyman)
Ashes Divide: Keep telling mself it's alright
(CD - Island Def Jam/Universal, 2008).
Accantonata la sigla A Perfect Circle (congelata momentaneamente o definitivamente archiviata), Billy Howerdel torna a proporsi come Ashes Divide, ove dà libero sfogo alle sue urgenze artistiche affidando tutto il suo estro ad undici trace che ovviamente risentono della matrice APC. Il buon Billy suona a canta (ehi, la frequentazione assidua di Mainard James Keenan non poco ha giuovato alla sua interpretazione!), mentre alla batteria troviamo il fidato Josh Freese, aggiungiamo inoltre che “Denial waits” è co-scritta assieme a Paz Lenchantin, ed ecco che chi ha frequentato assiduamente il cerchio perfetto si sentirà di casa. Ma Keep telling myself it’s alright rifulge di luce propria, rappresentando uno dei più incisivi episodi mai appartenuti al libro sacro dell’alternative. Destinato forse, almeno io lo spero, a raccogliere ampi consensi, perché il suo Autore lo merita, davvero. Anche se “Stripped away” e la stessa “Denial waits” inizialmente non mi hanno impressionato più di tanto, è comunque un disco che cresce dentro ascolto dopo ascolto, piazzando già con la terza traccia, “Too late”, il primo affondo decisivo: una canzone dagli umori chiaroscurali, ove Howerdel esprime tutta la sua poetica disillusa, un pezzo che mi ha indotto a pigiare più e più volte il tasto repeat, inducendomi a quel sonnolento dondolio estatico che l’ascolto in cuffia produce, essendo tutto il nostro spirito compenetrato dalla musica e dalla voce, ispiratissima inteprete di liriche profonde, eppoi le sciabolate della chitarra che qui non difettano ci sollevano letteralmente. Quante volte lo suonerò? Certamente tante! Ma sono i quattro minuti scarsi di “The stone” a rappresentare la vera pietra fondante (ehm, permettetemi, so che ho scritto una banalità), di KTMIA, non ci sono parole, nessuno le ha ancora inventate, pur nel ricco lessico italico!, che possono descrivere le mie emozioni: vi sia sufficiente sublime, perché tale è! “The prey” possiede tutta la carica sbarazzina dell’indie-rock, “Sword” coi suoi suoni aspri è la degna ed ovvia conclusione di uno dei dischi che più mi hanno coinvolto in questi mesi. Auspico di risentirli presto con nuove canzoni, considerato il valore elevato di queste AD potrebbe rappresentare davvero una realtà più importanti dell’intiera scena alterna contemporanea!
(Hadrianus)
Auto Auto: Celeste
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Non potevano che arrivare dalla Svezia, patria incontrastata dell'elettro-pop, gli Auto Auto, autori di Celeste, apprezzabile secondo album del duo scandinavo, che nelle sue tredici tracce celebra la melodia ed il sound sintetico tanto apprezzato da quelle parti (e non solo, ovviamente). Echi di Elegant Machinery (ascoltate "Empire Home") e similari affiorano da quasi tutte le tracce dell'album (fa eccezione "I like it", piu' prossima alla techno-trance); dall'iniziale "Do you need some space?", passando attraverso "Toadboy" e "Where the buffalo roam" per arrivare alla deliziosa "Hastwerk" ed all'hit "Shadowlands" che si snoda (giustamente, visto il titolo) su coordinate maggiormente elettro-dark. Autentica celebrazione dell' elettro-pop piu' melodico e spensierato, prodotto "leggero" ma non per questo di scarsa qualità, Celeste è un disco veramente piacevole e consigliatissimo a chi ama queste sonorità.
Web: http://www.myspace.com/autoautose.
(Candyman)
Bleeding Through: Declaration
(CD - Trustkill/Roadrunner, 2008).
In questo periodo ricchissimo di uscite discografiche importanti tornano sulle scene anche i californiani Bleeding Through, da molti considerati come uno dei migliori metalcore acts in circolazione. Chi ha già familiarità con il sestetto sa che a quest’ultimo i suoni troppo raffinati non sono mai piaciuti, e infatti ascoltare il nuovo Declaration è come ricevere una bella mazzata tra capo e collo, una di quelle capaci addirittura di stordirti… Mentre il sound che caratterizza il suo predecessore ( The truth, pubblicato nel 2006) può essere definito come “hardcore meets brutal death”, quello attuale appare influenzato soprattutto dal black di matrice scandinava, un genere che a Brandan Schieppati e soci deve piacere parecchio se hanno deciso di dargli così tanto risalto. I brani inclusi sono piuttosto belli, potentissimi (non a caso sono stati prodotti da Devin Townsend degli Strapping Young Lad!) e vari (le parti di tastiera ad opera di Marta Peterson risultano fondamentali in tal senso…), ma di sicuro chi da anni ascolta metal estremo non può che rimanere un po’ interdetto di fronte a questa release, che per quanto gradevole e ben fatta aggiunge davvero poco di nuovo a quanto già si sapeva. Del resto i Bleeding Through non hanno mai spiccato per originalità, e così come altre band appartenenti alla stessa scena sono bravissimi tecnicamente, ma da altri punti di vista appaiono un tantino limitati. Sono senz’altro perfetti per le giovani generazioni, ma molto meno per i metallari stagionati…
Web: http://www.bleedingthrough.com/.
(Grendel)
Bring Me The Horizon: Suicide season
(CD - Visible Noise, 2008).
Ne hanno fatta di strada i Bring Me The Horizon: soltanto due anni fa i cinque di Sheffield erano uno dei tanti deathcore acts a spasso per il pianeta, oggi invece sono una delle band più importanti e lanciate della scena metal inglese. Il loro precedente album, Count your blessings, non aveva convinto granché a causa della poca originalità e dello scarso impatto dei brani inclusi, mentre Suicide season rappresenta una vera e propria sorpresa per chi, a conti fatti, non si aspettava poi molto dal gruppo. Evidentemente Oli Sykes e soci sono maturati tantissimo in questi due anni, acquisendo maggior sicurezza e fiducia nei loro mezzi, ma anche focalizzando bene gli obiettivi da raggiungere e la strada da percorrere. Ad aiutarli in tutto ciò è arrivato il super-producer Fredrik Nordström, uno che sa tirare fuori il meglio dalle formazioni con cui lavora, e che ha reso il sound di questo cd a dir poco micidiale e devastante. Brani come “Death breath”, “It was written in blood” o “Sleep with one eye open” sono di una pesantezza inaudita ma scorrono via che è un piacere tra riffoni corposi, cambi di tempo arzigogolati e vocals incazzose, a metà strada tra lo stile death e quello HC più ignorante e sfrontato. Davvero belle e vagamente inquietanti le linee melodiche, che aggiungono quel tocco in più alla maggior parte dei pezzi e che il “mago” Nordström ha dosato nella giusta maniera, tanto per non correre il rischio di far assomigliare troppo i BMTH alle altre band della scena. Un “discone” insomma, da avere assolutamente se avete già familiarità con le devianze più estreme del metal, e di conseguenza non vi spaventate di fronte a nulla. Concludo però con una curiosità: se non le avete mai viste date un’occhiata alle foto del cantante del gruppo: i tatuaggi che ha su braccia, mani e collo sono impressionanti almeno quanto la musica che fa!
Web: http://www.bringmethehorizon.co.uk/.
(Grendel)
Cephalgy: Herzschlag
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Imbarazzante. Con questo commento si potrebbe già chiudere la recensione di un album che si candida al titolo di "peggior disco del 2008" (ma la concorrenza non manca, basti pensare che contemporaneamente a questo, la Out of Line mette sul mercato le ultime nefandezze a firma Amduscia ed Agonoize, per tacere dell'album d'esordio di Miss Construction, uscito mesi fa e mio personale favorito alla vittoria in questa classifica). Herzschlag è già il terzo album dei Cephalgy (altra cosa su cui riflettere.. se questi sciagurati sono giunti al terzo album e l'Out of Line continua a dargli fiducia, vuol dire che un minimo di mercato ce l'hanno) ed il trio teutonico non si riesce a sollevare dalla mediocrità che li ha contraddistinti sin dal primo Engel sterben nie (forse il meno peggio dei tre): elettro-dark di imbarazzante bruttezza, canzoni fatte con lo stampino, brutti arrangiamenti, pessima voce, testi su cui è meglio sorvolare (e per fortuna il fatto di essere in tedesco li renderà incomprensibili ai piu', al di fuori dei patrii confini). Si dice spesso che certa musica può piacere solo ai tedeschi, ebbene, io mi chiedo come anche il piu' becero fan teutonico possa arrivare a tanto!
Web: http://www.myspace.com/cephalgy.
(Candyman)
Das Ich: Kannibale
(MCD - Danse Macabre/Audioglobe, 2008).
Nuovo singolo per gli inossidabili Das Ich, Kannibale fa da apripista all'album Ritual, la cui pubblicazione è annunciata per la primavera del 2009. A mia memoria, è la prima volta che il duo Ackermann/Kramm cede alla tentazione di realizzare un singolo e se è vero che per l'occasione si è puntato su un brano piu' che buono (classico esempio del sound gothic-industrial del duo tedesco), è altresì vero che il dischetto ospita ben sette variazioni sul tema della title-track: dal mio punto di vista, come espresso piu' volte anche in passato, decisamente troppe, anche se i risultati apprezzabili non mancano, come nel caso dei remix realizzati da Patenbrigade:Wolff ed Eisenfunk. A completare la tracklist, altri due pezzi: "Sing mir dein Lied" e "Die Hand an der Wiege", dove il cantato "disturbato " di Stefan Ackermann è ancora una volta in pefetta simbiosi con le musiche di Bruno Kramm. Kannibale è dal mio punto di vista un acquisto superfluo, ma le premesse per un ottimo nuovo album ci sono tutte.
Web: http://www.myspace.com/dasich.
(Candyman)
Deviate Damaen: Religious as our Methods- powered decemnalis edition
(CD - Space 1999, 2008).
Ho recensito la versione originale di Religous as our methods nella primavera del 1998, in Ver Sacrum IX, allora nella gloriosa edizione cartacea. Ebbene, se Volgar ci propone la “powered decemnalis edition” del suo lavoro, io farò lo stesso con la mia recensione, anche a beneficio degli sfortunati mortali che non hanno il numero della rivista in questione.
Anno 1998
"Avevamo chiesto a gran voce il CD dei Deviate Ladies e finalmente siamo stati accontentati. Il risultato è senza dubbio un lavoro che inserisce di diritto i Deviates Ladies fra i maggiori gruppi nell’ambito del crossover gothic/doom/metal in circolazione, con in più quella potente dose di eclettismo kitsch che è la caratteristica fondamentale del progetto di Volgar. Come nei demo anche qui sono presenti ampi spazi lasciati a campionamenti e a inserti parlati ( mitica la registrazione di una vera confessione…) ed i pezzi sono tutti di buon livello. Unici nei: l’opaca versione della fondamentale “Lyturgical Obsession”, la tremenda cover kitsch di “Venus” e le sempre più fastidiose dosi di razzismo e ideologia nazistoide che paiono ficcate nel CD come il mangime nella gola delle oche per fare il patè".
Anno 2008, mutatis mutandis (?)
A distanza dieci anni, ne è passata di acqua sotto i ponti della scena alternativa e oscura italiana. Consentitemi, comunque, di rimanere sostanzialmente d’accordo con me stesso. Tuttavia, nella nuova versione “powered”, “Lyturgical Obsession” mi sembra molto meno opaca di allora (ah, il potere di una produzione ben fatta...) e si conferma un pezzo bellissimo, mentre “Nec Sacrilegium, Incesti Gratia!” con l’inserzione della terrificante confessione, rimane davvero un colpo di genio che potrebbe fare di Volgar – come fattomi notare da Christian Dex- un membro onoris causa (e con buona pace sua) dell’Internazionale Situazionista. Dal punto di vista ideologico, poi, il fegato dell’oca è ormai abbondantemente esploso… Ma, ormai lo sappiamo, questo è Volgar, queste sono le Dame Deviate: prendere o lasciare. E prendere o lasciare anche “No More”, il nuovo singolo che è anche la novità proposta a questo giro. Si tratta sostanzialmente, musicalmente, di quattrominutiemezzo di una specie di house superballabile e popeggiante, che cita scientemente la disco italiana anni ’80, ma dove un Volgar in (ahimè) gran forma canta un testo, in inglese, davvero imbarazzante. Della serie come fare ballare masse di adolescenti ignari all’insegna politicamente scorretto(issimo).
Al di là di tutto, e al di là del peso da dare a certe sue posizioni, è ammirevole nel buon (?) Volgar, l’attitudine cocciutamente underground, completamente estranea, dopo anni, a logiche mainstream, attitudine di cui spesso non c’è manco l’ombra in realtà dalla faccia più pulita e dalla correctness immacolata.
Alla prossima.
Web: http://www.deviatedamaen.it.
email: info@deviatedamaen.it.
(Manfred)
Die Form: Her(t)z Frequenz
(CDS - Out of Line/Audioglobe, 2008).
La prima release dei Die Form per Out of Line, nuova label del duo francese, è Her(t)z Frequenz, singolo che nelle sue quattro tracce ospita due versioni della title-track e due nuovi remix della famosissima "Bite of God".
Riguardo ad "Her(t)z Frequenz" c'è da dire che si tratta di un ottimo brano, dalle spiccate potenzialità "dance", sulla scia dei vecchi hits "Silent order" e "Savage logic". Un brano in cui ritmo e melodia vanno sottobraccio, nel consolidato stile dello storico gruppo francese, una dimostrazione di classe e stile a cui molti possono solo aspirare. Buona anche la rilettura di "Bite of God": i beats sono piu' pulsanti e la voce femminile è molto piu' presente rispetto alla versione originale. Riguardo al secondo remix di entrambe le tracce, le variazioni sono minime e quindi il prodotto avrebbe forse potuto essere piu' appetibile con l'aggiunta di altro materiale, ma considerando l'ottima qualità delle tracce qui incluse ed il fatto che questo singolo è limitato a sole 1000 copie (questi brani non saranno inclusi nel "best of" in uscita a fine Ottobre), l'acqusito per i fans dei Die Form è obbligatorio.
Web: http://www.dieform.net.
(Candyman)
Dvar: Zii
(CD - Art Music Catalog, 2008).
Chissà se qualcuno ricorda il nome dei Dvar, progetto russo comparso sulle scene qualche anno fa e che, per qualche tempo, ha avuto un minimo di visibilità anche dalle nostre parti. Ricordo di aver ascoltato per la prima volta un paio di loro brani intorno alla metà del 2001, scaricandoli dal sito gothic.ru; il loro primo CD ebbe una qualche diffusione e ricevette qualche recensione anche dalle nostre parti, grazie alla particolarità del suono da loro espresso. Dopo di che ho completamente perso le loro tracce, al punto che pensavo si fossero rapidamente sciolti. In realtà così non è stato, anzi, i nostri sono ad oggi autori di un buon numero di CD (credo si aggirino intorno alla decina, compresa una compilation). C’è da dire subito che, con quanto si poteva ascoltare nel primo lavoro, c’è oramai ben poco in comune: quella volta, la musica dei DVAR era costituita da suoni molto scuri ed era caratterizzata dalla voce del cantante, estremamente simile al gracchio di un corvo; ne risultava una miscela alquanto orrorifica ma, in fondo, dotata di un particolare sense of humor. Quest’ultimo e la voce corvina sono le uniche caratteristiche in comune tra questo Zii e l’esordio intitolato Piirrah; per il resto, l’elettronica la fa ormai da padrone a tutti gli effetti e i brani sembrano sbeffeggiare certe forme di musica elettronica troppo seriosa; se avessero sonorità più cupe e industriali potrebbero essere considerati gli eredi, molto più ridicoli e scanzonati, dei grandissimi Calva Y Nada, il cui lavoro, purtroppo, nessuno è riuscito a continuare. Personalmente non riesco a dire che questo disco mi sia veramente piaciuto, anche se si tratta di materiale decisamente originale: probabilmente se le sonorità complessive fossero più vicine a quelle dei miei ascolti normali, lo troverei molto più interessante.
Web: http://www.myspace.com/dvarofficial.
(Ankh)
Evergrey: Torn
(CD - SPV/Steamhammer/Audioglobe, 2008).
Ero davvero curioso di ascoltare il nuovo lavoro di una delle mie band preferite di sempre, il primo sotto l’egida della potente SPV/Steamhammer (pronta la ristampa dell’intiero back-catalogue?), e “Broken wings” mi ha subito rassicurato: eccoci dinanzi ad un ennesimo disco potente, dark ed incredibilmente heavy come di prammatica, essendo questi gli Evergrey. Dopo i modernismi di “Monday morning Apocalypse” (un mezzo passo falso?), quivi si torna all’antico, a quel groove maledetto, a quei chorus irresistibili, a quel chitarrismo peso ma intrigante, avvolgente… Sesto album di studio, settima prova se includiamo il live “A night to remember”, e la voglia di Tom Englund e soci di suonare tosto non è venuta meno, tutt’altro. Il decennale degli svedesi si compie al meglio, con una produzione (affidata allo stesso main-man ed al batterista Jonas Ekdahl) pulita e precisa senza essere asettica e sterilizzante, che esalta tutti i classici ingredienti dell’impasto soniko al quale i nostri padiglioni auricolari sono stati avvezzati: batterismo tronituante e chitarre possenti ma duttili, pronte all’a solo in funzione del brano, mai auto-compiacenti (“Fail”), cantato aggressivo senza esagerare (quanto mi piace nell’oscura title-track), eppoi tastiere mai di complemento (anche se spesso in secondo piano) ed il basso perforante della new-entry Jaru Kainulainen (ex-Stratovarius), eccoci a “Soaked”, ed il livello continua ad innalzarsi! Ormai gli Evergrey sono una certezza, lo dimostrano le partecipazioni ai festival che contano, od i tour con In Flames, Nevermore, Children of Bodom, Iced Earth, “Fear” ci riporta ai fasti di “Recreation day”, aggiornandoli al presente, tanto da suonare attualissima senza snaturare il tipico trademark del combo, ora più che mai chiamato a confermare i successi ottenuti in patria (nominations ai Grammy svedesi, Top 20 e Top 10 delle classifiche raggiunti con puntualità). Forse a qualcheduno la metallizzazione spinta del sound darà fastidio, apparendo magari studiata apposta per raggiungere fette di pubblico più ampie che in passato (“Nothing is erased” si schianta contro un muro di scandi-death), ma di fronte a tanta rabbia, credetemi, è impossibile resistere! Si potrebbe pure obiettare che, ad ascolto ultimato, residui una sensazione di appiattimento, una certa assenza di creatività, ma “When Kingdoms fall” ed “In confidence” da sole asfaltano centinaia di gruppuscoli intenti più alla forma che alla sostanza. E che dire dell’epica e sanguigna “Still walk alone”, qui non si scherza di sicuro: un turbine irresistibile che travolge ogni cosa, e quegli inserti sinistri, disturbanti, prima che il canto si liberi in urlo di battaglia (la catchy “These scars” chiude omaggiando il più anthemico classic-metal). Torn vi si insinuerà sotto pelle, penetrando le vostre carni piano piano, finchè proprio non potrete più estirparlo. Ennesima missione compiuta, si torna alla base!
Web: http://www.audioglobe.it.
(Hadrianus)
The Evpatoria Report: Maar
(CD - Get A Life! Records, 2008).
Il CD di esordio sulla lunga durata di questo gruppo svizzero mi colpì molto positivamente nel 2005, quando per la prima volta questo nome giunse ai miei padiglioni auricolari: ricordo che si tratta di un ensemble che si posiziona all’interno della scena post rock, nella scia di alcuni progetti dell’etichetta Constellation. Il brano che mi colpì maggiormente in quall’album era quello che chiudeva l’album, che riusciva a coniugare lo stile del gruppo con un’orchestra e un coro, con risultati a mio parere notevoli. In questo secondo CD, uscito ben tre anni dopo l’esordio, il gruppo prosegue solo in parte in quella direzione, non so se per motivi di “budget” o per una scelta artistica: a tratti gli archi fanno la loro comparsa, ma purtroppo non c’è più l’apporto intenso del coro; si inseriscono qua e là degli arpeggi di chitarra che ricordano da vicino i Pink Floyd dei tempi andati, nelle loro vene più psichedeliche. Rimangono un po’ più melodici rispetto al gruppo con il quale viene più spontaneo paragonarli, cioè i Godspeed You! Black Emperor e i loro crescendo sono comunque meno esplosivi e possenti. Nel complesso il CD si fa ascoltare molto volentieri anche se, dato il livello qualitativo dell’esordio, per questo secondo lavoro speravo nel miglioramento che mi avrebbe fatto urlare al miracolo, cosa che invece non è accaduta.
Web: http://www.the-evpatoria-report.net/.
(Ankh)
Faderhead: FH3
(CD - L-Tracks Records, 2008).
Lasciata la Accession Records, Faderhead approda su L-Tracks Records per realizzare il suo terzo album, FH3. Pur riconoscendo l'originalità e la validità della proposta musicale del ragazzo di Amburgo, non ne sono mai stato un grandissimo estimatore e non sarà nemmeno questo nuovo album a farlo diventare uno dei miei artisti preferiti, ma è innegabile che (anche) il nuovo album sia un buon disco e forse il migliore della sua discografia. Il sound di Faderhead non è variato rispetto agli altri dischi, ma in FH3 c'è una leggera prevalenza di brani lenti, a mio avviso molto belli ed è in virtu' di questi che motivo il mio giudizio positivo; per chi vi scrive infatti sono decisamente apprezzabili le cadenze lente e le atmosfere malinconiche di pezzi come "Still missing", "Let me go" e "Here with you" piuttosto che la ruvidezza di "Acquire the fire" o "Another dead boy". Apprezzabile anche l'iniziale "Electrosluts extraordinaire", mentre alle ballabilissime "TZDV" e "Zigzag Machinery" è invece affidato il compito (che presumo non verrà mancato) di far breccia sul dancefloor.
Web: http://www.myspace.com/faderhead666.
(Candyman)
Frozen Plasma: Tanz die revolution
(MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2008).
Il ritorno sulle scene dei Frozen Plasma di Vasi Vallis e Felix Marc è affidato a Tanz die revolution, nuovo singolo e primo brano in assoluto in lingua tedesca della loro seppur giovane discografia. Forse perchè troppo impegnati rispettivamente con Reaper e con il proprio album d'esordio da solista (l'apprezzabile Pathways di cui abbiamo parlato lo scorso mese), Vasi e Marc non offrono granchè in questo mcd, che ci propone due versioni della title-track, tre tracce per la debole "Touching ground" e l'ennesimo remix della ben nota "Warmongers". "Tanz die revolution" non è forse da annoverare tra i migliori brani dei Frozen Plasma, ma è comunque un pezzo discreto, che sciorina ancora una volta l'elettro-pop di matrice teutonica a cui il duo ci ha abituato; melodia e ritmo (questo particolarmente accentuato dai beats pulsanti del "dj remix") per una canzone che sicuramente, sopratutto in Germania, avrà successo. Su coordinate maggiormente melodiche si snoda invece "Touching ground", brano senza infamia e senza lode nella sua versione principale, ma di cui avremmo volentieri rinunciato al prologo, "Preparation", ed alla zuccherosa versione "Sentiment" posta in chiusura di disco. A completare la tracklist, come detto, un nuovo remix di "Warmongers", brano che fa sempre la sua figura, ma la cui riproposizione sa tanto di contentino per allungare il minutaggio del mcd; aspettiamo il prossimo full-lenght dei Frozen Plasma, confidando in qualcosa di meglio.
Web: http://www.myspace.com/frozenplasma.
(Candyman)
Funeral: As the light does the shadow
(CD - Indie Recordings/Audioglobe, 2008).
Rientrati sulle scene nel 2006 con "From these wounds", i norvegesi Funeral ci propongono il quarto capitolo della loro tribolata saga. Assurti allo status (talora ingombrante) di cult-band in grazia dei primi lavori pubblicati a metà degli anni novanta, hanno superato con coraggio la perdita prima di Einar Fredriksen (scomparso nel gennaio del 2003), poi di Christian Loos (2006). Anders Eek, rimasto l’unico membro fondatore ed impegnato pure coi The Fallen, non ha inteso ammainare lo stendardo Funeral, ed eccoci così al cospetto del convincente As the light does the shadow, disco di puro doom melancolico (inserirli nella lista dei depressive-doomsters è davvero fuori luogo). Il sound epico ed obscurissimo degli scandinavi trova la sua naturale manifestazione in pezzi magniloquenti, lenti senza esserlo disperatamente, con un cantato che evita inutili forzature prediligendo un’interpretazione salmodiante. La presenza di Rob Lowe dei divini Solitude Aeturnus (e Candlemass!) impreziosisce gli otto minuti dell’epica “In the fathoms of wit and reason” (dal titolo chiaramente candlemassiano, permettetemi il neo-logismo!), le atmosfere nerognole che velano As the light… sono rese ancor più solenni dall’uso delle tastiere, le chitarre intessono assoli convincenti (“The absence of Heaven”), “Let us die alone” pare davvero il canto del guerriero morente, il quale, disteso tra l’erbe insanguinate del campo di battaglia, osserva il sole tramontare pell’ultima volta. Pur con tutti gli auspici, temo però che questo nuovo lavoro, per quanto sicuramente profondamente vissuto da Anders e compagni di mesto viaggio, non eleverà i Funeral al rango di gruppo di prima divisione del settore, essendo questa già affollata di validissimi acts di livello chiaramente superiore.
(Hadrianus)
Imperative Reaction: Minus All
(CD - Metropolis/Audioglobe, 2008).
Cosa attendersi dagli Imperative Reaction, dopo l'ottimo Redemption ed il tutto sommato deludente As we fall (analisi ovviamente limitata agli ultimi due album)? Il nuovo Minus All si colloca in una sorta di "terra di mezzo", alternando ottimi episodi a brani che invece non mi piacciono affatto, sopratutto per via della voce troppo strillata (si vedano ad esempio la title-track o l'irritante "Torn down") e per un atteggiamento maggiormente "industrial-rock" rispetto al passato. La voglia di evolversi e di non produrre album in fotocopia ha evidentemente portato gli Imperative Reaction a certe scelte, che però, a mio avviso, non si sono rivelate del tutto convincenti; il che mi fa evidentemente preferire gli episodi dalla connotazione maggiormente "melodica" ed elettro-pop, ovvero quelli piu' riconducibili allo stile che caratterizzava Redemption; in tale categoria possono rientrare "Drown", "Functional", "Without" e "You remain" purtroppo, una minoranza nel contesto delle dodici tracce che compongono l'album. Gli Imperative Reaction rimangono un punto di riferimento ben preciso nel panorama elettro-industrial americano, ma da Minus All mi sarei aspettato qualcosa di piu'.
Web: http://www.myspace.com/imperativereaction.
(Candyman)
Kaiser Chiefs: Off with their heads
(CD - Universal/B-Unique, 2008).
Grazie all’esaltante debut Employment (pubblicato nel 2005) i Kaiser Chiefs sono diventati uno dei nomi più importanti della brand new wave e, a differenza di altre formazioni della stessa scena, sono riusciti a ottenere un grosso successo anche con il secondo album ( Yours truly, angry mob, del 2007…), per cui è normale che fossero in molti ad attenderli al traguardo del terzo cd, curiosi di scoprire quanto realmente valessero. In realtà Off with their heads, così come il suo immediato predecessore, contiene parecchi brani carini e qualche episodio un po’ meno convincente, ma tutto sommato è all’altezza delle aspettative e probabilmente non deluderà né la critica né i fan del gruppo di Leeds. Tra le canzoni più incisive e “scoppiettanti” ci sono senz’altro “Never miss a beat”, “Can’t say what I mean”, “Spanish metal”, “Half the truth” e “Good days bad days” (quest’ultima può apparire un po’ sempliciotta e ruffiana in alcuni momenti, ma ha un ritornello davvero molto piacevole…), mentre “Remember you’re a girl”, “Addicted to drugs” e “Always happens like that” sono quelle un po’ più deboli del mucchio e possono essere considerate dei riempitivi veri e propri, necessari a far sì che il disco non risultasse troppo corto (la durata totale è, infatti, di trentasei minuti scarsi!). Insomma, stiamo parlando di un lavoro onesto e ben fatto ma senza troppe pretese e poco impegnativo per chi deve star lì a sentirlo, però se conoscete bene i Chiefs sapete perfettamente che la loro bravura la manifestano più sul palco che in studio, per cui direi che va bene così…
Web: http://www.kaiserchiefs.co.uk/.
(Grendel)
Lachaise: Silent cries for help
(CD - M.P. & Records, 2008).
Non tragga in inganno l’iconografia esibita in copertina, i veneti Lachaise non appartengono al filone, in via d’esaurimento creativo, del sympho/goth/metal. Au contraire, il verbo sonoro da essi professato è di matrice chiaramente dark-rock-melodica, con una spiccata vena decadente ad arricchirlo, rendendolo in alcuni casi riconducibile alla proposta dei miei favoriti Belladonna. Silent cries for help conta dieci tracce (più una bonus), alcune delle quali denotano buone qualità compositivo/esecutive, anche se alla lunga distanza emergono alcune criticità, in parte dovute ad una registrazione che relega in secondo piano gli strumenti, penalizzando sopra tutto la sei corde. Registriamo nel frattempo l’avvicendamento alla voce, non più appannaggio di Annalisa Monticelli, e certamente i pezzi andrebbero riascoltati con la nuova vocalist Xenya dietro al microfono, essendo questo un ruolo assai importante per quanto riguarda l’aspetto interpretativo delle composizioni dei Lachaise, impostate proprio sull’enfasi che viene posta sulle liriche. “Short life”, “Doomed” e Wasteland” rifulgono di propria luce, questo è solo il primo passo del gruppo, coraggioso nel cimentarsi su di una distanza lunga, non posso adunque esimermi dal complimentarmi per quanto quivi esibito con padronanza tecnica e convincimento.
Web: http://www.lachaise.it.
(Hadrianus)
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