Recensioni Febbraio 2008

 


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Ayria: The Gun Song (MCD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008). Ad anticipare il suo terzo album Hearts for bullets, attualmente in lavorazione in Canada e la cui produzione è affidata a Sebastian Komor, Ayria realizza il mcd The Gun Song; se già in passato i lavori della signorina Jennifer Parkin non mi avevano entusiasmato, non sarà certo questo mcd a farmi cambiare idea. Innanzitutto perché ci troviamo davanti al solito mcd infarcito di remix (otto) a fronte di due soli brani inediti (la title-track e "Six seconds") i quali non fanno altro che ribadire l'assoluta pochezza della musica di Ayria, che se possibile, mi pare addirittura peggiorata rispetto al precedente Flicker. In "The Gun Song", la Parkin mi pare voglia rifarsi a Pzychobitch (altra "artista" che definire sopravvalutata mi pare il minimo), meno peggio "Six Seconds" dalla struttura maggiormente industrial-dance; si tratta comunque di materiale veramente mediocre a cui può giovare veramente poco il tocco dei remixer chiamati in causa (Daniel B. dei Front 242, Spetsnaz, Leaether Strip, Headscan, Angelspit, ecc...). Cavare il sangue dalle rape è impresa ardua per chiunque e non so se l'Alfa Matrix abbia più coraggio nel produrre certa roba o nello scrivere le pomposissime "release sheet" che accompagnano i suoi prodotti. Web: http://www.ayria.com. (Candyman)

Bauhaus: Go Away White (CD - Cooking Vinyl, 2008). A 25 anni di distanza da quel Burning From The Inside che, come già il titolo lasciava presagire, avrebbe segnato la fine di una leggenda del "gothic" come i Bauhaus, il gruppo inglese pubblica Go Away White, disco che, dopo i due reunion-tour intrapresi nel 1998 e nel 2006, dovrebbe sancire in maniera definitiva la loro uscita di scena, consegnandoli alla storia. Ovviamente la notizia che Murphy & co. avrebbero pubblicato un nuovo disco ha dato il via a commenti e discussioni; in molti dei vecchi fans c'è curiosità, in altri scetticismo, altri addirittura hanno già bollato il nuovo disco (magari senza averlo ascoltato) come una porcheria o, nel migliore dei casi, una cosa che non si doveva fare. Forse è vero, che dopo così tanti anni di silenzio, era meglio lasciare di sé il ricordo del passato, di certo dal pubblicare un nuovo disco i Bauhaus hanno solo da perderci e quindi, fosse anche solo per questo coraggio, ritengo che sia giusto concedere una chance a Go Away White prima di liquidarlo in qualunque modo. Credo sia fuori strada chi pensa ad una mossa commerciale in tempi di vacche magre per la vendita dei dischi... e se anche fosse, visto che non stiamo parlando di un ente benefico, non vedo cosa vi sarebbe di male; è inoltre a mio avviso giusto ricordare che le schiere di scettici erano nutrite anche alla vigilia dei sopracitati "reunion-tour", che poi invece si rivelarono dei veri e propri trionfi (con "sold out" praticamente ovunque), mostrando una band in gran forma, ancora dotata di un carisma, classe ed energia che tanti altri "sbarbati" non hanno e mai avranno. Mi si dirà che un conto è mettere in scena un glorioso e collaudato repertorio, un altro comporre un nuovo disco. Vero. Cosa attendersi quindi da Go Away White? Era giusto farlo o era meglio lasciare di sé il ricordo della vecchia discografia? La domanda è probabilmente destinata a non avere risposta anche se forse vedrà prevalere la fazione della seconda ipotesi. Il modo migliore di approcciarsi al nuovo disco è, a mio avviso, quello di scordarsi il passato o quanto meno, non fare raffronti tra Go Away White e In The Flat Field, Mask, ecc... Fatto questo, si può (forse) apprezzare un disco in cui il marchio di fabbrica Bauhaus è sempre ben evidente (alcune peculiarità, come la voce di Peter Murphy e la chitarra di Daniel Ash rimangono inconfondibili), pur con le inevitabili differenze che 25 anni di silenzio non potevano non comportare. Go Away White è contraddistinto da una pura matrice rock esplicita sin dalle iniziali "Too much 21st Century" e "Adrenalin"; altrettante "rockettare", ma con gli inconfondibili tratti del sound dei Bauhaus sono "Endless summer of the damned" e "International bullet proof talent". "Saved" si apre con il sax che ha caratterizzato tanti pezzi del passato, per poi affidarsi quasi totalmente alla voce di Peter (forse un minutaggio ridotto avrebbe giovato al pezzo); "Undone" è tanto "vecchio stile" ed in certi passaggi fa riemergere l'ombra di David Bowie (idem per "Black Stone Heart"). "Mirror remains" è decisamente il pezzo piu' dark dell'album ed ascoltandola si viene riproiettati nelle atmosfere di "Rosegarden funeral of sores"; "The Dog's A Vapour" si apre come una lenta ballad oscura, sullo stile del Bowie piu' malinconico, per poi evolversi in un claustrofobico vortice di voce, sax e percussioni; chiusura affidata a "Zikir", minimale, ipnotica e francamente superflua. Il consuntivo finale è quello di un disco che non riesce quasi mai a convincere pienamente, dove qualche buona intuizione ed i graffianti tratti caratteristici del passato si alternano a passaggi a vuoto e momenti prolissi, Go Away White è comunque un lavoro onesto e dignitoso, ma come è ovvio, non sarà certo per questo disco che i Bauhaus verranno ricordati. E ora cali il sipario... Web: http://www.bauhausmusik.com. (Candyman)

Blank: Impact Zone (CD - Artoffact, 2008). A ben quattro anni di distanza dal precedente Artificial Breathing, tornano finalmente i Blank, duo parmense che da tempo rappresenta una delle massime realtà italiane in campo elettro-ebm e se è vero che la "scena" elettronica non è gran cosa dalle nostre parti, è altrettanto vero che ci sono tanti gruppi italiani (elettro e non solo) che non hanno nulla da invidiare a piu' reclamizzate bands straniere. Impact Zone avvalora pienamente quanto ho appena scritto: un ottimo album che giustifica la lunga attesa, visto il livello delle dieci tracce che include. Il lungo periodo di silenzio è servito a The Maze e Der Mate per perfezionare (rispetto al già apprezzabile primo album), suoni e parti vocali, arrivando ad un risultato finale veramente pregevole. Si parte subito alla grande con "Nuclear", uno dei tanti potenziali "hits" di questo disco, in cui ritmiche decisamente ballabili si fondono con linee melodiche oscure da cui traspare il background musicale dei due. La forza dei Blank risiede proprio nell'aver saputo comporre brani in grado di soddisfare sia il pubblico che ricerca solo (o principalmente) il ritmo per il dancefloor e chi invece vuole anche la "melodia" sviluppando un sound che se paga pegno a diverse bands elettro-industrial, al contempo non li rende cloni di nessuno in particolare (in passato avevo citato i Flesh Field, ma solo per una presunta affinità vocale tra Ian Ross e The Maze, ma oggi direi che questo accostamento non ha piu' ragione di esistere). In un disco che non accusa passi falsi (va beh, per i miei gusti "Sick and dead" è un pò troppo "ignorante") citazione per le varie "Lead me", "Hellbound", "Counterfeit" e la già ricordata "Nuclear"; tirando le somme, Impact Zone è un eccellente disco, che spero possa far raccogliere ai Blank le soddisfazioni che meritano. Di certo ha le carte in regola per imporsi come uno dei dischi da ricordare del 2008. Web: http://www.myspace.com/blankinyourmind. (Candyman)

Charlotte's Shadow: Eternal sleep (MCD - Self-produced/Alkemist Fanatix Europe, 2007). Trio attivo fin dal 2001, quando vide la luce in quel di Dublino, si propone con Eternal sleep promo contenente quattro brevi tracce le quali si possono inserire senza timor di smentita nel file identificato come brit-goth-rock. La voce stentorea si staglia su d’un tappeto sonoro scarno ed essenziale, col basso pulsante a far da spalla alla dinamica sei corde. “Cold” convince più dell’opener “The key”, mentre “The one” ricorda vagamente certe atmosfere care ai The Cure prima maniera. Più movimentata “Hush” (qui in versione radio edit), che ad un assunto sisteriano accompagna una voce femminile non sempre a tono. E’ certo che ci troviamo al cospetto di un gruppo appartenente alla seconda divisione del gothik championship, eppur a J. Català, A. Avalos ed a Blas Bernal vanno riconosciute doti come l’impegno e la ricerca di un sound che, seppur saldamente ancorato ai clichè tipici del genere, cerca almeno di apparir fresco e personale. La breve durata del prodottino pur troppo non consente una analisi vieppiù approfondita delle loro doti. Per informazioni: www.charlottesshadow.com. Web: http://www.alkemist-fanatix.com. (Hadrianus)

Comando Suzie: Pobres Chavales (CD - Punch Records/Masterpiece Productions, 2007). Lo split 7” di qualche mese fa insieme a O Paradis ne ha fatto conoscere nome e attitudine. Ma il duo catalano Comando Suzie ha diverse maniere per sfoderare le sue armi. E dopo quella ”El pequeño tamborilero”, in cui una tanto essenziale quanto efficace melodia acustica si accompagnava a lyrics di un’ironia pienamente apprezzabile da parte di chi, della prosopopea e del malcelato conformismo di certi “ambienti”, crede sia ormai il caso di ridere, rimane la medesima attitudine, trascritta in una diversa chiave. Per chi ama le armonie minimali e dirette dell’elettronica early 80s, Pobres Chavales non può che essere un must; ma l’effetto-nostalgia fa i conti con una personalità dirompente, e un modus operandi che fa sì che anche la combinazione apparentemente più semplice (e ciò che sembra per così dire facile, aggiungo, è spesso in realtà molto più sofisticato e studiato di tanti presunti virtuosismi) si dipani nelle sue mille sfaccettature una volta impiantatasi nella testa di chi ascolta. Perché le melodie racchiuse in queste 11 tracce, dalla volontariamente o meno sexy “Disciplina”, il sentore di micromusic d’antan di “Chicos Austriacos”, l’oscura disco-retrò di “Rumania mon amour” e quel capolavoro minimal che è “Larga vida al Rocanrol (y a Vincent Leone)”, dal mero farsi ascoltare passano in un attimo al farsi profondamente sentire; e su tutto emergono le vocals profonde, pacate, lievemente beffarde di Raul Lopez, crooner sui generis di una Barcellona che si scopre qui nella sua varia, complessa, assurda verità. Pobres chavales è un piccolo gioiello consigliato a chi, alle solite idee che fanno rumore, preferisce il rumore delle idee. E qui ce ne sono quante volete. Web: http://www.punchrecords.it. (LilleRoger)

Death SS: Death SS 1977-2007 - 30 years of horror music (DVD - Lucifer Rising Records/Self Distribuzione SpA, 2007). La definitiva celebrazione di un gruppo che ha contribuito a scrivere la storia del metal tricolore, al quale di diritto appartiene un intiero capitolo, quello titolato horror music. In cinque lustri di – non ininterrotta – attività, Steve Silvester ed il suo combo hanno fornito una versione personale ed assolutamente shockante di quanto genericamente indicato come heavy metal, risultando almeno nel nostro Paese originali ed a loro modo innovatori, riuscendo inoltre nella non indifferente impresa (per un gruppo italiano!), di farsi conoscere ed apprezzare pure oltre confine (con partecipazione al Wacken Open Air in Germania nel 2001,ove si esibirono come headliner sul Party Stage). Pare che l’enigmatico main-man voglia apporre il definitivo suggello alla vicenda artistica della maledetta creatura, e questo doppio, ricchissimo DVD giunge a proposito, raccogliendo in quasi quattro ore di immagini, alcune risalenti al passato remoto, clip inediti (con titoli storici quali “Vampire” e “Terror”, pur troppo non esistono testimonianze del primissimo periodo, quello che va dal ’77 al 1982), promozionali, video di concerti dalle origini del gruppo ai giorni nostri, oltre ad una sezione nella quale è stata collocata la discografia completa di tutti i singoli e gli album pubblicati. Un menù ricchissimo che pone il compiaciuto visitatore dinanzi a ben sette esaustive scelte che meglio non potevano definire l’oscuro e patologico universo marchiato D-SS! E non è finita certo a questo punto, assommando al primo un secondo disketto, un film-documentario titolato “A jouney into the world of Death SS” ove Steve Silvester (profondo conoscitore della storia del rock ed acuto ed onnivoro cinefilo) ripercorre la accidentata storia della band, avvalendosi pure di filmati rarissimi celati nella sua videoteca personale e tratti alla luce per l’occasione. I Death SS hanno saputo rinnovarsi, attenti a far proprie le varie tendenze succedutesi negli anni evitando di seguire o di subire le caduche mode, assimilando attentamente mutamenti di gusto e di tecnica ed innestandoli con naturalezza nel tessuto connettivo delle loro composizioni, sempre mantenendo in primo piano l’essenza dark ed horrorifica che costituisce il loro particolarissimo sigillo, apposto col fuoco su centinaia ormai di pezzi. Dal doom sepulchrale al metal ridondante, fino agli input elettronici e modernisti di “Humanomalies”, riuscendo così a superare la prova del Tempo, mantenendosi sempre fedeli ad una immagine volutamente forte e provocatoria al limite dell’arroganza. Senza mezzi termini, da amare o da odiare, impossibile comunque tacerne i meriti (fra i loro fan va annoverato pure Dany Filth, il quale non si esime di citarli quali suoi ispiratori). Non solo tette e culi,non solo sangue finto e trucco pesante, ma anche tanta ottima musica. Questi sono i Death SS. Confezione a forma di bara, con libretto, spilla e toppa commemorative, il tutto offerto ad un prezzo accessibilissimo. Per informazioni: www.myspace.com/deathssdvd. Web: http://www.deathss.com. (Hadrianus)

Diskonnected: Old School Policies (CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008). Old School Policies è il terzo album per Diskonnected ed indubbiamente siamo di fronte al suo miglior lavoro. In questo disco Jan Dewulf affronta in maniera molto critica i fanatismi religiosi e le politiche reazionarie e conservatrici che caratterizzano molti Paesi, attraverso un lavoro che pur mantenendo le caratteristiche techno-dance proprie del progetto belga, le arricchisce di tematiche apocalittiche, ispirandosi in maniera dichiarata alle opere di George Orwell. Un contributo decisivo alla buona riuscita del disco lo dà Frank Spinath (Seabound/Edge of Dawn) che canta in "Storm" ed "Adrenaline", due dei migliori pezzi di un disco dallo stile alquanto variegato; si spazia infatti dall' elettro-pop delle due tracce sopra citate, all' industrial-dance dell' iniziale "Pray Vote Donate Buy" (un pezzo che promette sfracelli in pista). "Prayer - Stand up" è un ottimo brano prevalentemente strumentale che mi ricorda gli Headscan; altrettanto valida è "Big imaginary friend", capace di disegnare orizzonti sonori che oserei definire "sognanti", mentre in "When I came to fall" è in bella evidenza una batteria decisamente rock ed un cantato che (non prendetemi per matto) mi ha ricordato gli Stone Roses! La sperimentazione e le contaminazioni di genere proprie di Diskonnected portano però anche ad un brano come "Anger" che si avvale della collaborazione di tale SMP: se le musiche sono pregevoli, altrettanto non posso dire per il cantato in puro stile "hip hop". Nel complesso Old School Policies è comunque un buon disco che eleva il livello medio delle produzioni Alfa Matrix e che conferma Diskonnected come uno degli artisti piu' interessanti ed innovativi all'interno del panorama "elettro". Web: http://www.myspace.com/diskonnected. (Candyman)

Elegant Machinery: Feel the silence (MCD - Out of Line/Audioglobe, 2008). Approdano su Out of Line gli Elegant Machinery, una delle bands simbolo dell'elettro-pop "made in Sweden". Da sempre artefici di un sound assai melodico a cavallo tra synth-pop e new wave, la band svedese realizza Feel the silence, mcd articolato in tre tracce (due versioni della title-track a cui si aggiunge "Beautiful world") che ha il compito di introdurci all'imminente full-lenght. Non c'è molto da dire su questo mcd che riproduce fedelmente il sound orecchiabile a cui la band svedese ci ha abituati in questi anni; "Feel the silence" è un pezzo gradevole e zuccheroso, che farebbe la sua onesta figura su qualunque stazione radiofonica (e questo probabilmente avviene anche in altri Paesi, ma non in Italia ovviamente). Altrettanto apprezzabile "Beautiful world", per un dischetto quindi godibile, all'insegna del synth-pop piu' classico e melodico: i fans degli Elegant Machinery e dell'elettro-pop in genere, non avranno da essere delusi. Web: http://www.myspace.com/elegantmachinery. (Candyman)

Elegy Of Madness: Another Path (MCD - Self-Produced, 2007). Partono col piede giusto i tarantini Elegy of Madness, fautori di un metal gothikeggiante assai interessante, graziato dalla buona preparazione tecnica dei suoi esecutori ed impreziosito da marcati riferimenti al progressive più vigoroso. L’opener “Another path”, piece che attribuisce il nome all’opra intiera, poggia sull’instancabile lavoro della chitarra di Tony Tomasicchio (ideatore del progetto), ed evidenzia l’ottima disposizione del combo alla esplicazione di un verbo sonoro ricco di spunti interessanti. Innanzi tutto, i nostri prediligono un approccio viscerale alla composizione, non lasciando prevalere l’aspetto meramente tecnico (pur possedendo un evidente bagaglio di tutto rispetto), eppoi la voce della brava Anja Irullo evita accuratamente percorsi (ehm, involontario giuoco di verbi con “another path”…) già abbondantemente sfruttati da sue colleghe più o meno illustri (con in alcuni casi risultati a dir poco imbarazzanti), offrendo una versione personale del suo ruolo. Ottimo l’apporto della sezione ritmica (Alex Martina al basso e Niko Spinelli alla batteria, il quale dopo la pubblicazione di “AP” ha lasciato il posto al neo-entrato Roberto Raio) e delle onnipresenti keys di Marcello Lombardi, che maneggia con perizia i suoi marchingegni donando al sound degli EoM magniloquenza e profondità. “Voices” cangia d’umore collo scorrere dei minuti (i pezzi, considerato il genere proposto, sono ovviamente di lunghezza piuttosto sostenuta), offrendoci un’interpretazione ora sofferta, ora decisamente più gagliarda; “William Wallace” è epica come il titolo (ed il personaggio) pretendono, “The curse” sorprende per certe soluzioni originali. Buono il suono, pur trattandosi di una auto-produzione, le idee ci sono, anche se in alcuni casi ovviamente vanno perfezionate (ma sono in attività appena dalla primavera del 2006!), le premesse per un futuro roseo (se sapranno perseverare ed avranno pazienza) sono tutte contenute in questi solchi (un plauso per l’abbondante materiale informativo allegato al dischetto). Auguri ragazzi! Web: http://www.elegyofmadness.it. (Hadrianus)

Krepulec: New Radical (CD - Beast of Prey, 2007). Questo New Radical, uscito a novembre 2007, è una vera sorpresa. Non avevo mai ascoltato prima i Krepulec, duo polacco dedito alla frangia più marziale dell'industrial, ma adesso sto correndo a recuperare tutto il recuperabile e a colmare la lacuna. I due, come accennato, sono da considerarsi parte di quella scena definita come martial industrial, ma aggiungono alla mistura una notevole dose di neofolk grazie all'uso accorto di chitarra acustica e soprattutto fisarmonica, vero elemento distintivo nel suono del progetto. Tematicamente l'album va a coprire il periodo postbellico della Polonia, periodo nel quale se da un lato si usciva dall'occupazione nazista, dall'altro si stava per entrare nella fase di occupazione comunista. Nulla di nuovo sotto il sole, dato che buona parte dei gruppi che ripropongono il genere rivolge lo sguardo allo stesso periodo storico. I Krepulec però si distinguono per lo più sul profilo prettamente musicale; il minimo comune denominatore è sempre presente, il tamburo marziale, le voci campionate, c'è tutto l'armamentario del genere che ogni ascoltatore si aspetta di trovare, ma una volta tanto la parsimonia con cui viene usato e l'utilizzo che i due fanno della tradizione musicale del proprio paese rendono piacevole l'ascolto di New Radical. Valgano su tutte l'ascolto di “Kongres Jedności” e soprattutto “Tango”, molto abili nel ricreare atmosfere retrò grazie all'uso della già citata fisarmonica. Qualche momento di stanca arriva con “Europa”, che a partire dal titolo sa troppo di già sentito, ma nel complesso l'album funziona. Oltre all'edizione normale l'album, come sempre, esce anche in edizione limitata con un CD bonus che ripropone l'esauritissimo primo album del duo. Web: http://www.beastofprey.com/krepulec.htm. (Softblackstar)

Leaether Strip: Civil Disobedience (3CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008). Ho perso il conto di quanti dischi, tra album, mcd e ristampe, Claus Larsen abbia realizzato da quando (Ottobre 2005) è tornato sulle scene. L'iper produttivo danese è già pronto ad offrire ai suoi fans il nuovo Civil Disobedience, doppio album che, nella "limited editon" diviene addirittura box da tre cd, con One Nine Eight Two, disco in cui Claus rende omaggio alle sonorità analogiche dei primi anni '80 e a qul 1982 in cui acquistò il Moog Prodigy destinato a cambiare la sua vita. Sei anni dopo infatti (1988) nasce ufficialmente Leaether Strip ed il nuovo album ha quindi il compito di festeggiare i vent'anni di questo leggendario progetto EBM. Attravero i brani di Civil Disobedience, Claus dimostra ancora una volta il suo essere "artista impegnato", urlando la sua rabbia e la sua frustrazione verso le ingiustizie e le storture della società, chiamando ad una reazione chi lo ascolta. Musicalmente il discorso non cambia molto rispetto ai lavori che hanno contrassegnato il "comeback" di Leaether Strip: elettro-industrial sviluppato attraverso brani ora piu' aggressivi ed incisivi ("Civil disobedience", "When blood runs dark", la quasi punk "Pissing on my territory") ed altri meno convulsi ("One day", "The devil's daughter", la bella "Soul collector" presente sul cd2) per un totale di 18 brani, equamente suddivisi sui due dischetti. Considerando anche il lungo minutaggio di parecchie canzoni, direi che l'opera ha un carattere sin troppo "monolitico" e che quindi è meglio assaporarla a piccole dosi. Il terzo cd come detto, cambia totalmente registro, offrendoci un Claus Larsen inedito, che si sbizzarisce con sonorità analogiche tanto retrò quanto gradevoli, per un esperimento magari spiazzante ma che non mi sento di bocciare. Web: http://www.myspace.com/leaetherstrip. (Candyman)

Love Spirals Downwards: Idylls (Remastered Reissue) (CD - Projekt/Audioglobe, 2007). Per usare una definizione ad effetto si potrebbe dire che la prima metà degli anni '90 ha rappresentato il culmine per il fenomeno delle "Heavenly Voices". Grazie ad etichette come la tedesca Hyperion (di cui ancora adesso ci sentiamo un po' orfani) e l'americana Projekt (che non a caso veniva distribuita in Europa dalla prima) le formazioni eteree con voce femminile si proposero all'attenzione della scena oscura dell'epoca. Certo, ad essere pignoli non si trattava di un fenomeno davvero nuovo ma gruppi come Stoa, Love is Colder Than Death e per l'appunto Love Spirals Downwards seppero coniugare con maestria, talento ed originalità la seminale lezione dei maestri Dead Can Dance e Cocteau Twins. Proprio dalla formazione di Liz Frazer i Love Spirals Downwards sembravano essere maggiormente ispirati: alle atmosfere wave ed eleganti del gruppo mentore il duo americano aggiunse un forte tocco di psichedelia (avete presente quale parola viene fuori dalle iniziali del loro nome, no?), una punta di "shoegazer" e con questa ricetta produssero Idylls, nell'anno di grazia 1992. L'album ancora oggi è una vera chicca, capace di emozionare con i suoi pezzi semplici ma terribilmente efficaci. La base della musica della band americana è il suono delle chitarre elettriche ed acustiche di Ryan Lum, pesantemente manipolato da un abbondante uso di effetti, a cui si aggiungono poche altre componenti sonore: un tocco di drum machine, qualche accordo di tastiera, delle linee di basso qua e là. Ma la vera perla del suono Love Spirals Downwards è la splendida voce di Suzanne Perry, che con i suoi toni caldi e sensuali enfatizza il lato onirico e sognante della musica di Ryan Lum. Dopo questo ottimo esordio il gruppo pubblicò due altri bei CD, Ardor ed Ever, mentre nelle prove successive via via le atmosfere wave lasciarono spazio a sonorità drum & bass e trip-hop, un po' trendy all'epoca ma assai meno emozionanti per gli amanti delle "heavenly voices". Dei Love Spirals Downwards avevo sinceramente perso ogni traccia fino ad ora, quando la Projekt, loro storica etichetta, ha deciso di ripubblicare in versione rimasterizzata i CD del gruppo, tra cui questo splendido Idylls. Oltre ai 13 pezzi originali questa ristampa contiene tre bonus track, due delle quali già edite in compilation uscite nello scorso decennio. Un'opera che a distanza di oltre 15 anni suona forse un filino "agé" ma che in compenso non ha perso un grammo della sua magia. Web: http://www.lovespiralsdownwards.com/. (Christian Dex)

Midnight Reign: Never Look Back (CD - The Hollywood Rx Records, 2007). Dalla feconda California ecco giungere i Midnight Reign, consigliatimi dall’amico Skully dei Seasons of the Wolf, coi quali condividono la comune passione per atmosphere introverse e darkeggianti. Più che di vero e proprio gruppo, trattasi piuttosto del solo-project dell’umbratile e geniale Joseph Michael, i quale si fa accompagnare dalla scosciata violinista Alma Cielo (vantante studi classici compiuti nelle prestigiose aule della Yale University), dall’enigmatica violoncellista Starla Baker (la quale suona uno strumento chiamato Stacia, dalle origini nebulose) ed infine dal duttile batterista Adam Gust (dal vivo sono supportati dal basso di Mark Dayton e dalle chitarre di Paul Sternquist). A dir poco spiazzante può definirsi l’opener “666 (is my area code)”, squassata letteralmente da violenti spunti death-metal che fanno impallidire “Zoon” dei Nefilim, mentre marcatamente rockeggiante è “The Hollywood Rx” (con un cantato vagamente mansoniano), la quale meglio definisce lo stile di Michael (che oltre a suonare un imprecisato numero di chitarre acustiche ed elettriche, fa uso dichiarato di “recreational drugs” e del “system”). “Breathe on me…” (dal quasi impercettibile outro pianistico dell’ospite Angela Jasmine) vanta un assunto chitarristico molto americaneggiante, ed è brano d’atmosfera che potrebbe fungere da perfetto singolo, offrendo una personale versione di certo rock vizioso assai in voga da quelle parti nella seconda metà dei dorati eighties (gli Skid Row virati seppia?), mentre nell’acustica “The mourning after..” fanno capolino pure i Poison (non scherzo, ascoltatela!), ed il risultato è assolutamente stupefacente! “Far away” si distende lungo otto minuti ed oltre, senza che l’attenzione dell’ascoltatore possa mai concedersi una pausa (sempre pronti alla sorpresa, con Michael), e conferma la positiva attitudine alla composizione di songs mai banali del main-man dei Midnight Reign. “XXX (playground)” e rock’n’roll oscuro, viziosetto ed ammiccante, e concede libero sfogo all’ego spropositato del nostro (che oltre a comporre tutte le canzoni è pure il produttore, in team con Brian Boland, di Never look back), “Kiss the flames” si risolve in un ferale cadenzato, “Goodbye…” è un lento epicheggiante e sofferto che rilegge il metal più tradizionale (qui la voce è un tantino forzata), “The last song” è la penultima (!) della track-list, e s’adagia su d’un soffuso tappeto melodico (molto sentita è l’interpretazione del singer, degna di una “last song”, appunto…), si chiude col bel rock moderno (che però affonda le sue radici nel passato) della title-track, positivo esempio di pezzo completo ed anthemico al punto giusto, adatto ad essere urlato dal vivo da torme di omaggianti fan. Devo annotare che, in mezzo a cotante schitarrate, Starla ed Alma non è che poi si impegnino molto, a parte i pezzi più tranquilli… Comunque, grazie Skully dell’ottima dritta, son in debito… Web: http://www.midnightreign.net. (Hadrianus)

Narsilion: Namarie (CD - Ars Musica Diffundere/Black Rain, 2007). La sub-label della Black Rain Records, Ars Musica Diffundère, patrocina il terzo lavoro di Sathorys Elenorth e dei suoi Narsilion (in elfico “il suono della luna e del sole”), che nel frattempo debbono registrare l’abbandono di Dark Wind. L’origine del gruppo va ricercata nel progetto solista che Sathorys intraprese nel 1999, e che nel ’03 assunse la attuale denominazione. Fecero indi seguito il demo “Return of the Silver forest” ed i cd “Nerbeleth” (2004, sotto la label Caustic Records) ed “Arcadia” (pubblicato nel 2006 ma già effettivamente ultimato l’anno precedente). Al leader, che si occupa di voci, percussioni, tastiere e chitarra classica, s’affianca la brava vocalist Lady Nott, pure violinista, dal tono evocativo che ben s’adatta al tema proposto dall’insieme. Il suono del carillon opportunamente introduce la prima song, “Retorn a la infancia” (per la quale è stata approntata pure una clip); la calda accoglienza riservataci ben dispone i nostri animi all’ascolto del valido repertorio sottopostoci, facendoci calare in una dimensione che ci appare, via via che le note si susseguono, assai distante da quella contemporanea. Forse questa è l’epoca pre-umana, allorquando altre misteriose creature popolavano la terra, forse stiamo percorrendo i freschi sentieri ombrosi di Lothlorien? Chissà, certo che “Desperta ferro”, “Enmig del silencio”, “Las puertas del mare” ed “Agmar” possiedono una vivace verve descrittiva, alternando delicatezza a composta austerità, e sopra tutto il dinamismo necessario per rendere questa opera varia al punto giusto, evitando così d’apparir, come molte analoghe, troppo omogenea e quindi alla fine spossante. La title-track, col romore sordo dei marosi montanti, ci avvisa che il viaggio deve continuare, ed altre terre dovremo approntarci ad iscoprire. Lande fatate ove l’orma umana mai s’è vista, e che per questo hanno potuto mantener ancora intatta la forza della magia. Quella che serbiamo nei nostri cuori, celata in un cantuccio e che, quando stimolata dalla fantasia, ci fa sognare! Web: http://www.blackrain.de. (Hadrianus)

Nebelung: Vigil (CD - Eis & Licht/Audioglobe, 2008). Vigil è quello che può essere a tutti gli effetti considerato il primo album dei tedeschi Nebelung, dato che il loro esordio di due anni fa, Mistelteinn, era un mini-album di sei tracce. E proprio dal predecessore occorre partire, ché il nuovo capitolo discografico poco aggiunge a quanto ascoltato allora: purissimo neofolk di matrice teutonica, di quelli con chitarra acustica dal suono molto pulito, accompagnato da voce baritonale e, sporadicamente, violoncello e flauto. Per capirci siamo dalle parti dei Forseti, progetto che più di ogni altro rende l'idea di dove vadano a parare i Nebelung. Vigil è un buon disco, molto orientato verso melodie ora malinconiche – “Ausklang” –, ora dai toni più epici – “Hoffnung” –, non disdegnando pezzi interamente strumentali – “Heimkehr” –; può forse peccare di scarsa originalità, ma nel desolante panorama che ormai attanaglia il genere proposto è da considerarsi un gradino più in alto rispetto ad altri progetti similari. A mio parere la vera palla al piede è però la voce di Stefan Otto, piatta e poco incisiva. Se migliorassero anche questo aspetto i Nebelung potrebbero riservare più di una sorpresa, andando magari ad occupare proprio il vuoto lasciato dal progetto di Andreas Ritter. Nel frattempo, sono comunque promossi a pieni voti. Web: http://www.myspace.com/nebelungmusik. (Softblackstar)

Nurzery (Rhymes): Thorns (CD - Cop International, 2008). Seguendo fedelmente gli ormai inflazionati canoni dell'harsh-elettro piu' cupo ed aggressivo, i Nurzery (Rhymes) danno alla luce il loro secondo album Thorns. Le 14 tracce del cd riversano sull'ascoltatore ritmi incalzanti, voce distorta ed ambientazioni apocalittico-industriali per una band che si rifà in maniera abbastanza palese ai soliti noti (Suicide Commando, Hocico e, sopratutto, Agonoize, con i quali, oltre alle affinità "sonore" condividono la passione per make up ed acconciature discutibili) e che non si discosta quindi molto dal plotone di bands statunitensi sotto Noitekk (Dawn of Ashes, Life Cried, Die Sektor, ecc...) Fermo restando che a chi vi scrive questo genere è da tempo indigesto, devo riconoscere che per chi invece fa dell'harsh-elettro il suo pane quotidiano, Thorns può riservare parecchie soddisfazioni. I pezzi per incendiare il dancefloor non mancano, da "Bloodline" a "Cuore Sanguinato" (2/3 dei Nurzery Rhymes hanno chiare origini italiane, ma evidentemente il loro italiano è un pò annacquato), da "Du!" a "My Babylon", brani indubbiamente molto simili tra loro e dove l'originalità sta a zero, ma se amate l'harsh-elettro, questo non dovrebbe essere un problema. Ribadisco, nel suo genere Thorns è un buon disco, ma da consigliare solo ai fedelissimi dell'harsh. Web: http://www.myspace.com/nurzeryrhymes. (Candyman)

Solar Fake: Broken Grid (CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2008). Dietro il monicker Solar Fake troviamo Sven Friedrich, vocalist di Zeraphine e prima ancora dei Dreadful Shadows. In questo nuovo progetto solista Sven concretizza l'idea che cullava già da diverso tempo: fare un disco dalle sonorità totalmente elettroniche. Messe quindi da parte le chitarre, il nostro realizza Broken Grid album articolato in dodici tracce che spaziano attraverso praticamente tutte le sfaccettature dell'elettronica virata in nero (synth-pop, elettro-industrial, ebm). L'inconfondibile voce di Sven dà il meglio di sè in brani come l'iniziale "Hiding memories from the sun" o "Here I stand", canzoni dal mood melodico-nostalgico che possono in qualche modo ricollegarsi al sound degli altri suoi progetti, mentre fa uno strano effetto nei pezzi piu' duri ed aggressivi come "Stigmata Rain". Tra le altre tracce del disco, menzione per "The shield", il pezzo con le maggiori potenzialità da singolo, "Hero & Conqueror", "Your hell is here", mentre non brilla la cover di "Creep" dei Radiohead. Fondamentalmente la qualità dei brani del disco si mantiene su livelli sufficenti, senza picchi particolarmente negativi, ma senza riuscire mai nemmeno ad esaltare; di certo i momenti migliori del disco sono quelli piu' melodici e prossimi all'elettro-dark, in cui Sven può sfruttare al meglio la sua voce. Senza infamia e senza lode. Web: http://www.myspace.com/solarfake. (Candyman)

Sonne Hagal: Jordanfrost (CD - Divine Comedy, 2008). A sei anni di distanza dal loro primo, folgorante full-lenght, Helfahrt, tornano con un secondo album i tedeschi Sonne Hagal. Il progetto di Oliver in realtà non è mai rimasto con le mani in mano, snocciolando in questi anni una sequenza di 7'' qualitativamente invidiabili, cosa che ha alzato enormemente il livello di attesa per questo secondo capitolo lungo. Che, diciamolo subito, non delude. Tra gli ospiti una pletora di artisti, tra cui :of the wand and the moon:, In Gowan Ring, Walteufel, Darkwood e Black Sun Production, solo per citarne alcuni, elemento che conferma lo status di culto che ormai circonda il gruppo. Il disco si avvicina prevalentemente alle sonorità già esplorate in Helfahrt, cioè neofolk sì, ma con elementi e inserti che raramente si incontrano nel genere e che contribuiscono a creare uno stile unico e perfettamente riconoscibile. Se “Flackerndes Feuer” è la ballata neofolk per eccellenza, tutta melodica e cori, “Midsummernight” è un classico pezzo alla Sonne Hagal di cui sopra, con le voci trattate e il basso a sostegno. “Vengeance” e “Das Letzte Lied” preparano all'ascolto di “Hidden Flame”, brano in cui l'andamento si fa più sostenuto, con la batteria a dettare il tempo e la tromba a ricamare, evocando sonorità memori di certo Death In June dei bei tempi. Il disco prosegue tra brani sempre di ottima fattura come “Ragnarök” e “Totentanzlied”, fino alla doppietta finale affidata prima al pianoforte di “The Hawk”, cantata dai Lux Interna, poi alla bella “Over the Stone”. L'album esce in un bel digipack con tre diverse copertine dipinte da Fabrice Billard, boss della Divine Comedy Records, e si consiglia fortemente l'acquisto del disco perché i Sonne Hagal, oggi 2008, sono IL neofolk. Web: http://www.myspace.com/sonnehagal. (Softblackstar)

Trisomie 21: Rendez-vous en France/25 Years (2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2007). I Trisomie 21 sono una band storica della "cold wave" francese, attiva sin dai primi anni '80. Il loro nome, per quanto famoso soprattutto nei paesi francofoni, non era sconosciuto all'epoca nemmeno dalle nostre parti. La carriera del gruppo vanta la pubblicazione di numerosi album, quasi tutti licenziati dalla prestigiosa etichetta Play It Again Sam. Il culmine della loro attività si è avuto dal 1983 ai primi anni '90: nel 2004 c'è il ritorno definitivo delle scene con una formazione che comprende i fratelli Philippe e Herve Lomprez, vere "colonne" della band francese, insieme a Bruno Objoie e Martin Blohor. La loro abbondante discografia è ormai materiale per collezionisti e così i T21, per far conoscere alle nuove generazioni il meglio del loro repertorio, hanno pubblicato questo Rendez-vous en France, una sorta di "best of" composto interamente con pezzi live. Gli amanti della wave più "asciutta" non rimarranno delusi dall'ascolto dell'album che contiene 17 canzoni davvero buone, tra cui episodi assolutamente perfetti come "La Fête Triste", "Red or Green", "Midnight of my life" o "A dirge for love". La formula del quartetto di Lille è tanto semplice quanto efficace: basi elettroniche di tastiere (stile eighties), arpeggi di chitarra pieni di effetti, robusti giri di basso e una pulsante drum machine a segnare il tempo sullo sfondo. La cosa un po' buffa è il cantato in inglese di Philippe Lomprez, caratterizzato da una marcatissima pronuncia francese che stride davvero molto con le atmosfere secche e austere create dalla musica. Una volta tanto la Alfa Matrix, non esattamente una garanzia in fatto di uscite di qualità, ha licenziato un CD interessante che mi sento di consigliare a tutti gli amanti della wave "ottantiana" (tanto per copiare una definizione del nostro Hadrianus). Segnalo poi che del disco esiste anche una versione limitata (chiamata 25 Years) con un secondo dischetto che farà la gioia dei fan più affezionati della formazione francese, in cui sono presenti 20 pezzi "da collezione", ovvero inediti, versioni demo di brani famosi e registrazioni live. Bentornati Trisomie 21 (ma che brutto nome vi siete scelti...). Web: http://www.trisomie21.tv/. (Christian Dex)

Uninvited Guest: Malice in Wonderland (CD - Uninvited Music, 2008). Davvero di ottimo livello la proposta degli Uninvited Guest, gruppo che conobbi all’epoca del precedente lavoro Faith in oblivion datato 2005 (ne trasmisi diversi pezzi con positivi feedback). Il trio di basato a Stoke-on-Trent (ehi, parteggeranno per lo Stoke City F.C., del quale addirittura possiedo una cravatta commemorativa, o per i cugini rivali del Port Vale?) si ripresenta all’esame della critica e del pubblico col presente Malice in Wonderland, lavoro scontato solo nel titolo, corredato da una grafica eccellente che impreziosisce un booklet ricco di fotografie accattivanti, testi e note esaustive. Non contenti di ciò, Dean Hathaway e bizzarri soci allegano pure un completo flyer, con commenti ad ogni brano e stringata ma accurata biografia. E la musica? Beh, il nostro Dean (vocals e liriche ed, udite, kazoos!!!), Lucas Swann (tastiere e programmazione) e Shaun Cope (chitarre, il basso è stato suonato dalla new entry Jane Dalton a.k.a. Miss 616, sostituto del dimissionario Robert Baker) non si privano di alcunché, arricchendo il loro personale sound di riferimenti teatrali (“Strange gothic romance”), di parti recitate (“The law of the playground”) narranti vicende assai particolari (in questo ultimo caso si denunzia la piaga del bullismo, dilagante non solo nelle Reali Scuole Britanniche), incentrati sui problemi ed il lato oscuro dell’umanità (Malice), ma pure sulle sue gioie (Wonderland). Non si tratta di un vero e proprio concept-album, i testi sono comunque tutti legati tra loro da queste sentite tematiche, interpretate con trasporto dal gruppo inglese. Assai coraggioso nell’inserire nel contesto delle sue songs un valzer (la citata “Strange gothic romance”, dal testo escapista), o passaggi jazz (“Jack Dandy”, lo Squartatore in versione Oscar Wilde, dovrebbe essere sottoposta all’attenzione di Tim Burton, gli piacerebbe!). “Join the dance” celebra il Whitby Gothic Weekend, “You are my kingdom” poggia su ritmiche tribali, tanto per variare vieppiù l’incipit di “Human” svela cori sinfonici a la Queen (riferimento imprescindibile per i gruppi britannici di qualsisia estrazione), il finale è appannaggio di “Double dare”, sentito omaggio degli UG ai loro maestri ispiratori Bauhaus. Non c’è dubbio, ecco un serio candidato alla Top Five del 2008! Web: http://www.uninvitedmusic.com. (Hadrianus)

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