Recensioni novembre 2007

 


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Oblivio: Dreams are distant memories (CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2007). Ancora un gruppo romano, ancora Giuseppe Orlando (The Outer Sound Studios, e Carmelo presta la sua voce in “Distant memories”) alla produzione. Ormai s’è affermata una vera e propria corrente musicale, le coordinate della quale si possono identificare nei due punti nevralgici citati, e che trova nei Novembre un comune punto di partenza. Oblivio sono un insieme ancora giuovine, contando prima di questo disco un solo demo (“Songs for unforgettable suffering” del 2005), ma che muove i suoi passi con una certa padronanza, pur non distanziandosi dai modelli presi a riferimento. Dall’aura di pacata melanconia aleggiante sull’intiera opra si evince in fatti che i nostri sei musici abbiano dei gusti in comune, identificabili nella schiera di insiemi aderenti a quella vena decadente ed indugiante su paesaggi sonici soffusi ed emozionali che hanno fatte proprie le urgenze espressive della onorata wave ottantiana, aggiornata secondo gli stilemi dettati dal gothic-doom meno esasperato che trovò fortuna massima nel decennio trascorso. Come l’opener “Breeze of my heart” d’altronde evidenzia, e l’accenno di growling posto in apertura di “Overcome” ribadisce. Buona la prestazione del vocalist Massimo, la venuta del quale ha significato per Oblivio una vera e propria svolta nella carriera allor appena principiata, non una ugola indimenticabile la sua, non essendo nel contesto decisamente delineata, comunque adattissima al genere proposto dal combo capitolino, mentre la coppia di chitarristi Daniel/Mario svolge egregiamente il proprio compito, sostenuta dalla sezione ritmica offerta da Dario al basso e da Emiliano alla batteria. Decisivo l’apporto delle keys di Adriano, dinamiche portatrici di sfumature egregie, esaltanti vieppiù la prestazione corale del gruppo (coll’apporto del violino di Livia Foglietti e delle female-vocals di Francesca Iacorossi). Una manciata di canzoni (nove ne contiamo in totale) che, ne sono certo, pasceranno gli animi più inclini alla cogitazione, di coloro che un ciddì l’ascoltano coll’attenzione che si riserva alle esperienze particolari, che si vogliono ricordare a lungo, fra le quali vi sono diversi episodi da evidenziare, come il cantato in lingua italiana della maestosa “No sense of me”, o la bella sequenza strumentale di “The last illusion”; “Same sequence” richiama i Katatonia (che sia un pezzo di vecchia data?), “Distant memories”, in madrelingua, esplode poi in una epifania di emozioni. Al solito, curatissimo ilbooklet, un vero e proprio marchio di fabbrica della capace label dell’amico Francesco, degno di una major! Nulla in fatti al caso va abbandonato, e questo alla indomita My Kingdom Music lo sanno benissimo. Applausi, s.v.p.! Web: http://www.mykingdommusic.net. (Hadrianus)

One For Jude: Re Generation (CD - Autoprodotto). I One For Jude sono un trio francese attivo da diverso tempo: le nostre strade si erano già incrociate qualche anno fa quando ci capitò di recensire il loro maxi CD Hélice. Nelle note stampa che accompagnano questo Re Generation la band descrive la sua musica come dark-pop-folk-alternative tra Cure e Legendary Pink Dots, una definizione tutto sommato piuttosto precisa e azzeccata. Musicalmente il gruppo è davvero maturo: nel CD dimostra di saper comporre ed arrangiare dei pezzi in modo assai eclettico e accattivante. Si va dal pop-wave di "Et moi" e "Dimitri", alle atmosfere romantiche di "Gregoire l'Illuminateur" impreziosita da bei suoni di strumenti ad arco, dall'elettronica minimale di "Le Russe" e "Couer Vegetal (Russe)" ai toni neo folk di "L'ebloui" e "Line". Tutti i brani sono poi cantanti in francese, ad eccezione di "Klaus" che ha un testo in tedesco. Molta è quindi la carne al fuoco ma purtroppo il risultato è rovinato dalla voce del cantante, vero punto debole del terzetto. OK che spesso l'effetto "fuori tono" potrà essere voluto ma l'impressione è che il cantante (o i cantanti, visto che non è chiaro chi dei tre sia il lead singer) sia un po' stonato. La cosa diventa evidente e davvero fastidiosa nei brani musicalmente più impegnativi, due su tutti "Paul A." e "Le Russe" in cui la performance è davvero da "ritiro della licenza". Va decisamente meglio nei pezzi più elettrici e veloci dove il tono vocale monotono fa anche un gradevole effetto "Lindo Ferretti" che non ci sta male. Peccato davvero perché il materiale musicale è valido ma il risultato finale non raggiunge la sufficienza. Web: http://www.oneforjude.com. (Christian Dex)

Ordo Rosarius Equilibrio: Four (12" - Raubbau, 2007). E' affidato alla neonata label tedesca Raubbau (di cui questa è la prima release), la nuova pubblicazione a nome Ordo Rosarius Equilibrio. Four è un 12" contenente quattro nuovi brani (due per facciata) che ribadiscono (con buona pace dei detrattori) il ruolo di protagonisti assoluti degli ORE all'interno del panoramo folk-apocalittico. Decisamente buoni tutti i brani qui presenti, in particolare i due del lato A, "Singing for the angel of the east" e "Which word confines the truth"; si tratta di due pezzi dalle cadenze epiche e solenni, nella migliore tradizione del gruppo svedese. La facciata B vede invece prevalere atmosfere piu' intime e delicate, sopratutto con "The future was today", mentre "I am the sun" è piu' sinfonica e ossessiva. Il fascino del vinile e la qualità piu' che buona delle quattro canzoni fanno di Four un pezzo immancabile nella collezione di ogni fan degli Ordo Rosarius Equilibrio. Web: http://www.ordo-rosarius-equilibrio.net. (Candyman)

Poets to their Beloved: Embrace the Fool (CD - Equilibrium Music/Audioglobe, 2007). Embrace the Fool è il debut del duo Poets to their Beloved, in uscita per l’etichetta portoghese Equilibrium Music. Saskia Dommisse e Marcel Schiborr, titolari del progetto, si sono incontrati presso un workshop di Brendan Perry, e da lì in poi un comune sentire li ha portati a generare questo album di debutto. Come l’etichetta ci ha abituato, il disco si aggiunge alla già lunga lista degli epigoni del suono folk etnico di matrice prettamente romantica. Chi segue il genere sa già cosa lo attende: delicatezze acustiche con chitarrina predominante, leggere percussioni e voce maschile e femminile che si alternano, mentre titoli come “Ode on Melancholy ”, “I Drowned in You”, “The Golden Cage of Fateful Emotions” suggeriscono abbastanza chiaramente dove si va a parare, complici testi come “In our lives we pray, we find out different ways / in our lives we dream of love and anything in between” (da “The Disillusioned Nihilist”). I primi tre brani scorrono via abbastanza anonimi. “My Moments Of Tranquillity” molto alla lontana riporta alla mente proprio il nume tutelare Brendan Perry di Eye of the Hunter, senza tuttavia raggiungere le vette dell’australiano. Il primo guizzo arriva con “Ode On Melancholy”, brano tra i più riusciti, ma siamo già a metà del disco. Il resto dell’album procede più o meno sulla stessa falsariga, e il passo verso la noia è breve, molto breve. L’acquisto di Embrace the Fool è consigliato esclusivamente agli appassionati del genere, tutti gli altri farebbero bene a passare oltre. Web: http://www.poets.equilibriummusic.com/. (Softblackstar)

Priscilla Hernandez: Ancient shadows – The ghost and the fairy (CD - Yidneth, 2006). Priscilla Hernandez è una compositrice, cantante ed illustratrice nativa delle Canarie e trasferitasi a Barcelona, ove studia biologia molecolare ed ove si diletta a scrivere ed eseguire canzoni che illustrano il suo particolare mondo popolato di fate ed altre creature, immergendosi in una atmosfera sognante ispirata a stati d’ipnotismo e situazioni che essa stessa dice di sperimentare personalmente. Un universo che trova trasposizione in “Ancient shadows”, pubblicato dalla propria etichetta Ydneth (sigla sotto la quale patrocina pure le sue uscite editoriali), dopo aver declinato diverse offerte, avanzate pure da major, non ritenendole evidentemente adeguate alla sua peculiare proposta. La confezione è assai curata, con la custodia in lussuoso digi e ben due booklet (titolati rispettivamente “The ghost” e “The fairy”, a seconda dei contenuti si dividono i pezzi), che descrivono le varie situazioni nelle quali ci si imbatte via via che i solchi si susseguono, ed ove Priscilla fa sfoggio della propria arte pittorica. Ogni brano rappresenta una storia, debitamente descritta, ed i testi sono riprodotti sia in inglese che in castigliano. A cotanto ammirevole sforzo non corrisponde una elevata qualità in quanto a contenuti, visto che trattasi di musica, dobbiamo rilevare che “Ancient shadows” si risolve in una collezione di canzoni delicate e eteree, sicuramente ben eseguite e ben prodotte ma troppo omogenee, che magari piaceranno ai cultori dei suoni tipici di label come la Prikosnovenie, ed ove la gradevole vocina di Priscilla non contribuisce a far pendere il risultato finale in favore di una piena promozione. Resta comunque da apprezzare il grande impegno che è stato profuso in quest’opera, che coglie l’intento di donare all’uditore una oretta di pacata serenità. Web: http://www.yidneth.com. (Hadrianus)

Prong: Power of the Damager (CD - 13th planet records/Audioglobe, 2007). Ci troviamo a scrivere questa recensione poco meno di un mese e mezzo dopo la morte del bassista Paul Raven, attivo anche in Ministry e Killing Joke, e questo aumenta l’emozione. Perché, a parte gli ultimi due nomi citati, intensi ricordi sono smossi dal nome Prong. Incontrava i newyorkesi Prong, chi divoratore di suoni hardcore nello scorcio degli anni ‘80, cominciava a frequentare strade più nascoste ed impervie, che offrissero qualche cosa di più, di più potente, di più oscuro, di più elaborato, di più contaminato. Senza rinunciare ad energia tritaossa e ad un attitudine genuinamente anti-mainstream. Questa cosa non aveva un nome preciso, allora (crossover? post thrash? post hc?) ma sicuramente s’è rivelata poi il seme da cui sarebbe germogliato tanto industrial metal e anche tanto (purtroppo?) nu metal. E la ritroviamo tutta in Power of the damager questa energia tritaossa, in un muro sonoro di impressionante impatto e di incredibile classe. La mancanza di Raven pare poi quasi una beffa dato che il suo basso, evidenziato, elaborato e prepotente sembra volere rubare la scena alla pur granitica chitarra di Tommy Victor. E allora, ad esempio la title track e “3rd Option” non danno respiro nella loro struttura thrash quasi classica, “The Banishment” è indus-metal con puro marchio Prong, “Message Inside of Me” gioca con i ricordi di un certo hardcore americano incupendolo e velocizzandolo, “Channing Ending Trubling Times” sembra giocare con il death metal melodico, destrutturandolo e inacidendolo in un incalzare galoppante e senza tregua… (Manfred)

Re:\Legion: 13 Seconds (CD - E-Noxe/Masterpiece, 2007). Re:\Legion è un duo formato da Oliver Schmitz e Martin Cremers. Dopo che la rivista tedesca Gothic li aveva eletti tempo fa come miglior band senza contratto, i nostri approdano su E-Noxe per realizzare 13 Seconds, apprezzabile album d'esordio dalle cui tracce si erge in maniera concreta l'influenza dei primi VNV Nation. I brani dei Re:\Legion si caratterizzano infatti per la commistione tra coinvolgenti beats e linee melodiche; il tributo al duo britannico è palese in diversi brani, giungendo ad essere esplicito sin dal titolo con "Deception (Honoured)", che riprende paro paro alcune linee melodiche del celebre pezzo dei VNV Nation. Davvero tanti i potenziali hits di questo disco, da "Legion" a "Pests of flesh", da "Line B" alla strumentale "DN38416", per un disco decisamente gradevole, che si può descrivere come punto d'incontro tra il "vecchio" future-pop e l'elettro-industrial. L'unico appunto che mi sento di muovere al duo tedesco riguarda le parti vocali, sicuramente non all'altezza delle musiche, ma nel complesso il disco si dimostra un debutto positivo ed interessante. Speriamo non siano solo una meteora. Web: http://www.myspace.com/relegion. (Candyman)

Realgar: Promo 2006 (CD - Autoproduzione, 2007). Che sia un segno dell’età? Non saprei dire, fatto sta che per la seconda volta nel giro di poco tempo, mi trovo a dovermi confrontare con il fatto di non riuscire a cogliere, al primo ascolto, la reale essenza e la qualità di un lavoro che devo recensire, malgrado le buone premesse. Buone premesse che derivavano sia dal curriculum di Claudia Florio (collaboratrice di Riccardo Prencipe nei Lupercalia e nel nuovo progetto Corde Oblique) e di Roberto Marino (a me noto grazie alla sua collaborazione con gli Argine dopo l’abbandono di Marco Consorte ma con una interessante storia alle spalle), sia dalle recensioni lette qua e là, sia dai commenti entusiastici di chi aveva già ascoltato questo Promo 2006. Eppure di primo acchito non ero riuscito a farmi realmente coinvolgere da questi cinque brani che, ben presto hanno però rivendicato, e con forza, il loro valore. La loro musica intende miscelare le sonorità della musica antica (grande passione del soprano) con un’elettronica semplice e glaciale (gestita da Roberto Marino): date le premesse si può facilmente capire come il primo riferimento che viene in mente è quello dei Qntal, in particolare dei loro primi due CD, in cui l’elettronica aveva un peso più elevato rispetto alle loro ultime produzioni. L’ascolto più approfondito però rivela ulteriori sorprese (come la la vena che, in “Brücke”, ricorda i brani cantati in tedesco dalla Bedesky della Camerata Mediolanense) e il tutto è supportato dalle notevoli doti vocali di Claudia Florio: non credo sia necessario consigliare l’ascolto della sua versione di “The wind that shakes the barley” (che, peraltro, eseguiva meravigliosamente anche dal vivo) per rendersene conto. Superata l’iniziale (e vistosamente errata) impressione, direi che il difetto principale di questo promo è nella sua durata, di poco più di venti minuti. Ma i due musicisti sono già all’opera per la realizzazione del loro primo CD, che uscirà per un’etichetta americana, tematicamente dedicato al lavoro di un alchimista/giurista del ‘500, Vincenzo Percolla. Non ci resta che attendere pazientemente e sperare che i nostri riescano a realizzare la loro opera in tempi brevissimi. Web: http://www.myspace.com/realgarmusic. (Ankh)

Remember November: Funeral doom session vol. 2 (MCD - Apulian Destruction, 2007). Un nero monolite alla deriva nelle algide immensità siderali, adorato da remote civiltà aliene estinte da eoni. Remember November graffiano le sue pareti levigate dai venti cosmici, iscrivendovi litanie di plumbeo dolore, psicotiche e dissonanti, ove la melodia, in qualsisia sua forma, è definitivamente bandita. "Funeral doom sessions vol. 2" consta di cinque estenuanti tracce abbeverantesi al verbo del doom più rozzo e primordiale, fissato nei secoli dai canoni dettati dall'immenso "Epistemological despodency" degli Esoteric, e dall'imprescindibile "Forest of equilibrium" degli Dei dell'obscurità, gli allor giuovini e scossi da sincero nichilismo soniko Cathedral. "Lament from the crypt" è il canto funebre dell'umanità morente, soffocata dai suoi istessi spasmi d'istolta onnipotenza, "Slow march for the day of your funeral" non va commentata, per non violarne l'intimo ed esoterico messaggio, destinato alla polvere dell'eternità, "Violet drape" si distende sui poveri resti di coloro che ci hanno lasciato in eredità un mondo in putrefazione, come le loro carni altrimenti esposte al sole ed agli elementi; è il brano più breve, e nella sua assurda non-forma immola sugli altari del vuoto i suoi sei minuti scarsi. La rantolante "Litany of death" prega per le nostre anime corrotte e vermicolose, "Voice from the spectral wood" è il richiamo ancestrale che proviene da foreste pietrificate popolate di spiriti piangenti. Murnau è il responsabile del batterismo (catatonico) che detta la inesorabile marcia che fissa per sempre "Funeral doom sessions" nell'immaginario vischioso e purulento della musica più solenne ed incompromessa, le chitarre di Doomenicus (monolitiche) ed il suo canto (psicotico) ci ammoniscono: quella è la meta, definitiva ed ineludibile, delle nostre sofferenze. Neri Cavalieri d'una Apocalisse annunziata, entrambi militano pure nell'altra criatura ctonica partorita dalla Apulian Destruction e dalla loro tenace aderenza ai sacri libri del doom, ovvero i plumbei Doomenicus, ai quali vi rimando in quest'istesso ispazio. Se i Penance ed i Godsend hanno reiterato la soffocante tradizione, e gli Evoken ed i Pantheist ne hanno perpetrato ulteriormente il sanguinolento messaggio, esiste una schiera di bands popolanti l'underground pronta a raccogliersi sotto le bandiere innalzate da questi onorevoli combos. Milizie d’un esercito di spettri, pronti a materializzarsi come i nostri peggiori incubi. Il disco è stato registrato in presa diretta in qualche cunicolo scavato nelle campagne, il suono risente ovviamente di questo stato. Ma non è questo che conta. Doom on! Web: http://www.apuliandestruction.com. (Hadrianus)

Samsas Traum: Heiliges Herz- Das Schwert Deiner Sonne (CD - Trisol/Audioglobe, 2007). Ma quanto è brutto questo Heiliges Herz – Das Schwertz Deiner Sonne, brutto quasi quanto la copertina, nel senso che questa, pur terrificante, è meglio… Il buon Alexander Kaschte vorrebbe proporre una sorta di symphonic/melodic black metal ultrascremato contaminato da suoni gothic/ gothic metal molto teutonici ( e se faccio i nomi di Lacrimosa e Umbra et Imago ci siamo capiti?) e frullato con qualche sonorità elettronica. Il risultato è una polpetta indigesta di cui doppia cassa inutile e roboante, riff vetero metal, melassa di tastieroni onnipresenti, voce insopportabile che alterna vaghe reminescenze di pessimo screaming black a tirate pulite pulite e molto crucche e sinfonismo d’accatto sono gli ingredienti avariati. E dove Samsas Traum vuol fare il melodico ed il meditabondo (“Liebesliede”, con quegli arpeggi acustici!), si arriva ad un pop-metal che fa sembrare gli Him dei giganti. Pare che il lavoro sia in commercio in doppio CD, uno con l’album vero e proprio ed uno con i remix. A noi è giunto solo il cd principale, ma sinceramente è meglio così, perché ci viene già dato da assaggiare un brano remixato (“Auf den Spiralnebeln, presente anche nella versione di Peter Tägtgren, che tenta disperatamente di dare respiro ad un pezzo nato morto) e sinceramente ci basta. (Manfred)

Saul Williams: The Inevitable Rise and Liberation of NiggyTardust! (CD - Autoproduzione). E' quantomeno strano recensire un lavoro di un artista hip-hop su Ver Sacrum ma la genesi di NiggyTardust è senz'altro particolare. L'album è infatti stato prodotto da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, che ha scritto anche buona parte delle musiche. L'impronta di Reznor si fa sentire e questo naturalmente è il motivo principale di interesse del disco. D'altra parte anche in Year Zero era possibile sentire qualche traccia di ritmica hip-hop (si pensi a "The Greater Good"); specularmente qui in NiggyTardust non si fa fatica a riconoscere qualche suono "superstite" da Year Zero. Il risultato di questa collaborazione tra Williams e Reznor ha degli aspetti decisamente interessanti sebbene l'hip-hop, così come in generale la black music, siano totalmente avulse dai miei gusti musicali. Qui ci troviamo di fronte ad un connubio fortemente contaminato e nei pezzi dove gli arrangiamenti industriali prendono il sopravvento il risultato è davvero buono. Ottime da questo punto di vista sono "Break" o la cover di "Sunday Bloody Sunday" degli U2, rovinata però da un coretto che ci sta come i cavoli a merenda. Gradevoli sono i momenti pop che hanno il culmine nell'energica "WTF!", nella lenta "No one ever does" e nella davvero bella "Banged And Blown Through" (che sembra davvero una outtake dei NIN). Prima che vi esaltiate vi segnalo che non mancano dei momenti più marcatamente e tradizionalmente "black", dall'hip-hop di "Tr(n)igger" e "NiggyTardust" al soul di "Scared Money", su cui sospendo il giudizio visto che non sono generi che "mastico" abitualmente. Naturalmente le altre canzoni dell'album mescolano insieme tutte queste suggestioni, con risultati sempre interessanti ma talvolta buoni e talvolta un po' meno. La contaminazione è la chiave di lettura di quest'album, ed è evidente anche nel modo di esprimersi di Saul Williams, che abbandona in più di un episodio la forma "rappata" pura per cantare, tra l'altro con buoni risultati: emblematica da questo punto di vista è "Raised To Be Lowered", in cui Williams "rappa" su una base di chitarre (che i fan dei NIN non faticheranno a riconoscere) fino all'accattivante ritornello, completamente cantato. Insomma i motivi di interesse di quest'album per Ver Sacrum non sono nulli e quindi se siete stati incuriositi da questa descrizione vi consiglio senza dubbio di andare a visitare il sito dell'album e di scaricarlo. Eh sì perché anche questa è una delle ragioni per cui mi fa piacere parlare di NiggyTardust: l'album è uscito senza il supporto di alcuna casa discografica e può essere scaricato dal sito dell'artista, come nel caso ormai celebre di In Rainbows dei Radiohead, sia in forma gratuita che pagando il prezzo davvero "politico" di 5$, al cambio attuale poco più di 3,50 EUR. Oltre ai brani in vari formati audio, tutti di alta qualità, questa distribuzione digitale dell'album include un eccellente booklet di oltre 30 pagine, strapieno di illustrazioni e con tutti i testi, purtroppo scritti in una grafia ai limiti della comprensibilità. E' davvero un peccato non riuscire a leggere i testi a dovere, perché Saul Williams è anche un poeta e nelle sue liriche affronta in modo assai efficace temi di denuncia politica e soprattutto sociale, in particolare il razzismo. Questa è un'unica pecca di un'operazione interessante tutto sommato anche dal punto di vista musicale: non finirà nella mia playlist 2007 ma NiggyTardust è senz'altro più stimolante di buona parte dei CD ascoltati quest'anno. Web: http://www.niggytardust.com/. (Christian Dex)

Spetsnaz: Deadpan (2CD - Out of Line/Audioglobe, 2007). Dopo essersi sciolti e riformati nel giro di poche settimane, gli Spetsnaz si riaffacciano sul mercato con il doppio Deadpan, terzo album della loro discografia. Se fino ad oggi il sottoscritto non era mai stato particolarmente affascinato dalla musica del duo svedese, non certo originale ma decisamente ispirata all'EBM "old-school", l'ascolto del nuovo album mi ha invece piacevolmente coinvolto; intendiamoci, la formula degli Spetsnaz non è cambiata e l'ombra dei Nitzer Ebb si erge piu' che mai su di loro, forse quindi il segreto è da ricercarsi solo in un songwriting mai in precedenza efficace come oggi. Micidiale ad esempio, la prima parte del cd1, con le varie "Nothing but black", "ManGod", "Faustpakt" ed "Indifference"; piu' in generale, in alcuni brani di Deadpan, i consueti ritmi incalzanti degli Spetsnaz vengono arricchiti da venature "pop" piu' marcate che in precedenza, per un lavoro forse piu' "leggero" rispetto ai suoi predecessori, ma dal mio punto di vista, decisamente piu' godibile. Piccole novità che non snaturano certo il sound del duo svedese, con brani al solito piuttosto brevi, ma incisivi e ficcanti, come dei veri e propri "blitz" tra le linee nemiche, tanto nel primo quanto nel secondo dischetto che include altre nove tracce tra inediti, live ed un remix. Web: http://www.myspace.com/spetsnazebm. (Candyman)

The Stompcrash: Requiem Rosa (CD - Nomadism Records/Masterpiece, 2007). Avevamo già parlato degli Stompcrash qualche mese fa, recensendo l' EP I will kill myself ed eccoci ora a commentare il primo full lenght del quartetto milanese, realizzato per Nomadism Records. Requiem Rosa è costituito da dodici tracce di puro "gothic-sound" che disegnano atmosfere oscure nella miglior tradizione "dark-wave", attraverso sonorità che rendono tributo a Cure, Clan of Xymox, Ikon, ecc... L'iniziale "London Fog" mette le cose in chiaro sin dal titolo, evocando la città che per anni è stata il simbolo ed il punto di riferimento per intere generazioni di nero-vestiti; è quindi la volta di "Like a noise", che già avevamo apprezzato sull'EP (da quel lavoro ritroviamo anche "I will kill myself" e "Wake up in a grave"). Si tratta di uno dei migliori brani del cd, all'interno del quale si alternano gli episodi piu' "tirati" ed altri maggiormente d'atmosfera; le mie preferenze vanno a pezzi come "Dorian" (piccolo gioiello), "Moscow", "Watching me fall" e la conclusiva "Mountains of madness"; non è un caso che si tratti (tranne "Like a noise") di brani cantati da Christian Celsi, la cui interpretazione vocale continuo a preferire a quella di Daniela Palermo. Le voci dei due mi paiono sottolineare anche le due anime della musica degli Stompcrash: piu' legati al filone dark-wave i pezzi interpretati da Christian, piu' prossimi al post-punk ed al death-rock quelli cantati da Daniela. Detto che in fase di produzione e mixaggio si poteva forse fare qualcosa di piu' e che non tutti i pezzi del cd sono pienamente convincenti, Requiem Rosa è comunque un lavoro godibile ed apprezzabile (non scordiamo che si tratta del primo album per gli Stompcrash), consigliato agli amanti del gothic-sound. Web: http://www.myspace.com/stompcrash. (Candyman)

Subway to Sally: Bastard (CD - Nuclear Blast/Audioglobe, 2007). I StS sono ormai una piccola istituzione in ambito alterna, essendo attivi fin dal 1992 ed avendo pubblicato fino ad ora più d’un disco di valore, come l’eccellente “Nord Nord Ost”. Affine alla proposta di In Estremo e Rammstein, la musica dei sette di Potsdam si basa su atmosfere marziali ed apocalittiche, stemperate dall’uso del violino, dell’hurdy gurdy e delle bagpipes. Confesso che l’ascolto del singolo “Umbra/Tanz auf dem Vulkan” non aveva entusiasmato il sottoscritto, il quale paventava la solita infilata di songs bombastiche ed esagerate, fortunatamente giunge l’opener “Meine Seele brennt” a fugare i dubbi, possente e tosta canzone che sbatte in faccia all’ascoltatore tutta la sua rabbia. Eric Fish esibisce il suo noto cantato stentoreo, che sono certo piace da morire ai suoi connazionali usi a frequentare Stube pregne di fumo, vestendo i classici Lederhoesen in pelle di cervo che tanto aggradano ai tradizionalisti bavaresi (e pure in Tirolo). Perché quello che piace di brani come “Auf Kiel” è proprio quell’orgoglioso spirito tedesco che a noi può anche strappare un sorriso (ed è meglio così, non attribuiamogli troppa importanza…) pur se annacquato da una abbondante dose di pop, tanto per donare alla song il necessario appeal per renderla apprezzabile da un pubblico più ampio. I chitarroni di “Umbra” preferisco bypassarli, ma non trascurate questo episodio, semplicemente lo ho ascoltato troppe volte, “Voodoo”, lo si intuisce dal titolo, possiede un’aura vagamente rituale ed esotica, pur se resa assolutamente in StS-style, uno dei pezzi forti di “Bastard” (ma che brutto titolo…) è la sofferta ballad “Wehe Stunde”, col violino di Frau Schmitt a ricamare di lacrime il tessuto pregiato che compone la canzone, ben interpretata dall’ispirato Eric e dai suoi degni compari. Come non citare i fini intarsi di liuto operati da Ingo Hampf, la manifesta magniloquenza di questa canzone mi induce ad affacciarmi alla finestra, ad osservare la pioggia che scende fitta e muta… “Die Trommel” cresce collo scorrere del tempo, mostrando comunque i primi segni di usura, “Unentdecktes Land” e “Hohelied” non si fanno notare più di tanto, “Canticum Satanae” è particolare nel titolo e nell’atmosfera vagamente sacrale che la pervade, risolvendosi poi nella sarabanda dettata dall’onorato strumento di Frau Schmitt e dalle chitarre indomite di “Tanz auf dem Vulkan” (inferiore ad una “Auf Kiel” ed alla grandiosa “Wehe Stunde”, chissà mai perché l’hanno scelta come primo singolo promozionale), la quale chiude di fatto il disco, essendo “Fatum” ed “In der Stille” poco più che dei riempitivi. Chiaro che “Bastard” non è un lavoro adatto a tutti, procedendo con fierezza nel solco già tracciato dai suoi istessi autori e da altri acts affini, conferma comunque la vitalità di un gruppo che gode della stima incondizionata di una folta e fedele schiera di fan. N.B.: alla produzione – eccellente – di questo albo ha contribuito una gloria del rock tedesco quale Aino Laos! (Hadrianus)

Worship: Dooom (CD - Endzeit Elegies/Audioglobe, 2007). I tedeschi Worship, portano con sé una fama degna del funeral doom che suonano. I loro silenzio è durato sette anni, da quando – dopo l’uscita del loro primo full lenght Last CD Before Doomsday - uno dei membri s’è tolto la vita gettandosi da un ponte e il titolo dell’album pareva dovesse essere profetico. Poi, The Doommonger, la mente del gruppo (vocalist, compositore, chitarrista, bassista e percussionista all’occasione), ha risvegliato la creatura e ha prodotto questo Dooom, raccogliendo il materiale pronto già a inizio di millennio, solo ritoccandolo e arricchendolo il giusto in fase di mixaggio. Ed è nato, davvero, un bellissimo lavoro. Dooom, è, al primo ascolto, oltre 70 minuti spartiti in otto brani di funeral doom granitico, potente, spiraliforme ed implacabile, senza nessuna concessione ad alleggerimenti ruffiani o a ricami tastieristici a là page, con il cantato caratterizzato da un growling profondo, doloroso e tellurico. Ma poi, al riascolto, la creatura appare meno monolitica di quanto ti sembrava, e la sua superficie nera si dimostra assai cangiante, percorsa da misteriosi brividi e sussulti. E allora "Endzeit Elegy" appare una sorta di biglietto da visita, una specie di intro rallentato e funereo, guidato dalla cadenza di una campana a morto (ecco, la campana, si insinua prima conformando il ritmo e poi rivelandosi nella sua realtà), ed il growling è capace di finezze “recitative” davvero notevoli. "All I Ever Knew Lie Dead" sembra quasi prolungare il brano che la precede, ma poi la chitarra apre spazi eterei e lisergici, con ricami minimalisti e, quasi paradossalmente, il growling di The Doommonger assume toni “intimistici”. E fa capolino la melodia. Dopo, "The Altar And The Choir Of The Moonkult", inizia con ostici tocchi di basso, al limite della dissonanza, per poi avviarsi verso orizzonti epici e malinconici, molto lirici, non immuni da tocchi psichedelici e ambientali. Inaspettata, "Graveyard Horizon", ci offre sperimentali momenti acustici (quasi neofolk), con le vocals pulite e calde, che si intrecciano ad altri momenti più pesanti e trattenuti, per volare - in un crescendo che non perdona - verso un finale monumentale. Anche la successiva "Zorn A Rust-Red Scythe", parte degli stessi territori e sviluppa in un brano dal suono complesso e corposo, acido e mastodontico, davvero emozionante. "Devided", poi, pare messa lì a ricordarci, che - in fondo - gli Worship suonano Doom Metal, raffinato e complesso, ma pur sempre Doom, senza se e senza ma. E stesso scopo assolve "Mirror Of Sorrow", cover dal primo album dei Solitude Aeternus, fra i padri del genere. Infine, chiude il Rito la lunga "I Am The End - Crucifixion Part II", che pare riassumere in sé tutte le caratteristiche di questo Dooom: oscurità, malinconia, potenza, sfuggevoli melodie e richiami ambient qui incarnati dalle note di piano che chiudono in brano. Inoltre, bellissimo l’artwork in digipack apribile a dieci facce: guardarlo e toccarlo mentre il dischetto viaggia su lettore, completerà l’ascolto. Web: http://www.EndzeitElegies.com. (Manfred)

Wynardtage: Praise the fallen (2CD - E-Noxe/Masterpiece, 2007). Dopo aver disquisito sull'ultima nefandezza a firma Agonoize, eccoci a parlare di un altro album del sempre piu' derelitto filone "harsh-elettro". Praise the fallen è il terzo full lenght di Wynardtage, disco per il quale non riesco a ribadire il giudizio tutto sommato positivo espresso un anno fa circa commentando l'album Evil Mind. Il sottoscritto è giunto alla definitiva saturazione per quanto riguarda certe sonorità o Wynardtage ci si è appiattito ancora di piu' rispetto ai suoi precedenti lavori? Probabilmente la verità sta nel mezzo. Certamente Praise the fallen non è disco da disprezzare in toto e in campo "harsh-elettro" c'è ben di peggio (il già citato trio berlinese ad esempio), però se si escludono pochi episodi ("In the cold I'm sleeping" e "When we are gone", il brano che si stacca maggiormente dagli altri, anche in virtu' del cantato femminile), dove Wynardtage fa affiorare maggiormente tratti epico-apocalittici, il resto del disco si snoda lungo le coordinate dell' harsch-elettro piu' scontato e prevedibile ed anche chi scrive non sa piu' ormai come differenziare una recensione dall'altra, visto che questi gruppi (questo mese avrei potuto deliziarvi anche con altre "chicche", tipo il nuovo cd dei Dawn of Ashes, ma mi sono "auto-censurato") sono (quasi) tutti uguali, con canzoni fatte in serie seguendo i soliti inflazionatissimi clichè, a base di ritmi incalzanti e vocioni distorte (evito anche di citare le influenze piu' palesi, perchè ormai le conoscono anche i muri). Come ho già scritto in altre occasioni, un singolo pezzo nel contesto di una serata in discoteca ci può stare benissimo (si vedano ad esempio i primi due brani del disco, la title-track e "Embraced by darkness"), ma sono solo briciole che si disperdono nella massa di un lavoro ridondante, con un secondo cd a base di inutili remix (che vede coinvolti anche nomi di una certa notorietà come X-Fusion, DavaNtage, L'Ame Immortelle, Yendri, Amduscia, ecc...) ad appesantire ulteriormente il tutto. Da consigliare solo agli stakanovisti del genere. Web: http://www.wynardtage.de. (Candyman)

Yelworc: Icolation (CD - Minuswelt/Audioglobe, 2007). Icolation rappresenta il terzo capitolo della trilogia inaugurata dal precedente full lenght Trinity e proseguita dal mcd Eclosion, di qualche mese antecedente al nuovo album. Logico quindi che i ben 17 capitoli che costituiscono il cd siano caratterizzati da sonorità cupe e claustrofobiche per quella che è una discesa in oscuri abissi infernali. Lavoro sicuramente apprezzabile anche se non di facilissimo ascolto, come per i lavori precedenti, Icolation è un'opera da giudicarsi nella sua interezza, piuttosto che soffermarsi sul singolo episodio: un monolite oscuro che non si concede praticamente mai alla facile soluzione da dancefloor ed in cui gli Yelworc ribadiscono una loro ferrea coerenza stilistica basata su sonorità elettro-industrial quanto mai "dark": se un giorno la Cold Meat Industry dovesse decidere di mettere sotto contratto un gruppo "elettro", punterebbe decisamente su di loro! Web: http://www.yelworc.de. (Candyman)

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