Recensioni aprile 2007

 


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Nine Inch Nails: Live: Beside You In Time (DVD - Interscope/Universal, 2007). La tournée di With Teeth è stata davvero lunga ed è durata tra varie riprese da marzo 2005 a luglio 2006, con pochissime pause nel mezzo. A testimonianza di quei concerti è uscito di recente questo DVD dal vivo, basato principalmente su due performance del tour invernale 2006 del gruppo di Trent Reznor. Che i Nine Inch Nails siano una splendida macchina da stage è cosa nota, così com'è nota la mia scarsa obiettiva nel descrivere i concerti dei NIN, visto che solo quest'anno ne ho visti 3 (e aggiungo, "finora", ma conto di aumentare il numero entro la fine dell'estate). Questo DVD è un efficace surrogato dell'esperienza di un live dei NIN. La scaletta privilegia giocoforza i brani di With Teeth ma non mancano i grandi classici del gruppo, da "Closer" e "Something I Can Never Have", "Hurt" o "Head Like a Hole". La performance della band è efficace ed estremamente professionale. La formazione sul palco è quella più recente dei NIN, vista anche nelle ultime date europee (Geordie White/Twiggy Ramirez, Alessandro Cortini, Aaron North e Josh Freese, insieme ovviamente a Trent Reznor). Quello che colpisce di questo DVD è l'aspetto visuale: non c'è dubbio che i NIN in America siano estremamente famosi e possano permettersi degli show molto costosi. Bellissime sono quindi le soluzioni scenografiche presentate, dagli sfondi sagomati che si illuminano a tempo di musica, alle proiezioni su enormi schermi posizionati tra il palco e il pubblico. Dal punto di vista visuale ancora più straordinarie sono le soluzioni scelte dal gruppo per la tournée estiva sempre del 2006, di cui è presente un breve estratto di cinque pezzi fra gli "additional contents" del DVD (e che sarebbe troppo complesso descrivere). Certo, quello che è importante è la musica, ma se ripenso alla sobrietà visiva dei concerti europei dei NIN mi viene un po' di invidia per i fan americani... Come si diceva il cuore del DVD è tratto da due performance della tournée invernale (per i NIN-maniaci come me, le date sono 28/03/2006 a Oklahoma City e 29/03/2006 a El Paso) da cui sono tratte 19 canzoni. Come bonus, oltre ai 5 pezzi della tournée estiva già citati, ci sono i video di "The hand that feeds" e "Only", più tre registrazioni in studio durante le prove di preparazione del tour. La registrazione video è ottimale, tanto che di Beside You In Time esistono anche delle versioni in alta risoluzione su HD-DVD e Blu Ray. Chi non ha mai visto Reznor & co. dal vivo si procuri senza dubbio questo DVD: che possa servire da preparazione in vista della prossima discesa dei NIN in Italia per l'Independent Days Festival di Bologna. Vi aspetto tutti lì! Web: http://www.nin.com. (Christian Dex)

Pankow: Great Minds Against Themselves Conspire (CD - Wheesht/Goodfellas, 2007). Che il ritrovato duo Fasolo-Spalck abbia recuperato lo smalto di un tempo era già chiaro dal validissimo album del ritorno dei Pankow (Life is offensive and refuses to apologise del 2002) e in questo Great Minds... troviamo il gruppo all'apice della sua forma. Chi ha amato Gisela ritroverà qui gli elementi migliori della musica della band fiorentina (ormai sarebbe meglio dire italo-australiana): l'approccio sperimentale all'elettronica, la capacità di far ballare, la cura certosina nella creazione dei suoni e negli arrangiamenti, il personalissimo approccio al rumorismo industrial, l'ironia corrosiva dei testi di Spalck ma soprattutto il loro essere assolutamente eclettici. Tanto eclettici da infilare nell'album una ballatona kletzmer come "Flash me with your rage", cantata con una voce roca che ricorda Tom Waits (amatissimo tra l'altro da Alex Spalck). L'album ha poi segnato il ritorno nel gruppo di Massimo Michelotti, fratello di Marcello dei Neon, dopo oltre un ventennio di assenza. "Last but not least" c'è poi Enzo Regi, in formazione con i Pankow da ormai molti anni. Il gruppo suona coeso ed ispirato: Life is offensive ..., con il suo approccio sperimentale, suonava quasi cauto, come se il gruppo volesse di nuovo misurarsi e capire le proprie potenzialità: Great Minds... è la piena consapevolezza dei propri mezzi, una dichiarazione energica e sfacciata di esistenza, il voler reclamare il posto che compete ai Pankow nell'olimpo della musica alternativa. Il disco alterna momenti assai diversi tra loro: vi sono delle vere e proprie "bombe da dancefloor" come "Deny Everything" ed "Extreme", accanto a episodi electro-pop come "Property is Theft" e "Each Man Has A Way To Betray The Revolution"; "A Wine Called Anarchy" e "Yagan" declinano l'elettronica minimale con il verbo della sperimentazione industriale. In "Die Wut" Alex Spalck ci regala la sua performance più ispirata: la sua voce è usata essa stessa come strumento e viene modulata e trattata per intrecciarsi alla sinistra base di tastiere di sapore dark-ambient. "Heroina" è il "pezzo Pankow" per eccellenza, quello più immediatamente associabile alle composizioni del passato del gruppo. A chiudere il disco ci sono poi due pezzi lenti, molto riusciti, ovvero "Injuries And Casualties Aside" e "The End Is Nigh": il primo è un brano dall'andamento ipnotico, con le percussioni in primo piano e un efficace lavoro di trattamento delle backing vocals sullo sfondo; "The End is Nigh" è un episodio marcatamente sperimentale, pieno di suoni, effetti, trattamenti sulla voce, il tutto per ricreare un'atmosfera tra l'onirico e il lisergico, tra il delirio e la veglia. Curatissima è poi la confezione del CD, un digipack apribile di colore argento con un elegante booklet di 20 pagine che racchiude i testi delle canzoni e delle foto davvero belle. L'interesse suscitato dalla recente intervista ai Pankow su questo sito mi fa ben sperare che siano in molti a non aver dimenticato questo grandissimo gruppo: sono certo che Great Minds... farà la gioia dei vecchi fan. Mi auguro anche che i più giovani lettori di Ver Sacrum, cresciuti ascoltando i gruppi electro nord-europei, vogliano avvicinarsi a questa storica band, in forma smagliante come e forse meglio dei "vecchi tempi". Complimenti Pankow per questo disco: a quando il tour? Web: http://www.myspace.com/pankowband. (Christian Dex)

Phoenix and the Oracle of Zahyrus: Rituals for the Renewal and to destroy the Matrix (The Watchers, the Sun God and the Unity) (CD - Nomadism Records/Nomadism Distribution, 2007). Eccoci finalmente a commentare l'esordio discografico sulla lunga distanza dell'ambizioso progetto di Massimo Lombardo ovvero Phoenix, conosciuto per le sue multiformi illustri collaborazioni e patrocinatore della label Nomadism Records, che in questi mesi ha saputo farsi apprezzare grazie ad uscite sempre caratterizzate da una grandissima cura, oltre che dalla loro stessa particolarità che le fa rifuggire da altre simili iniziative (vedi la raccolta di eps "United Forces of Phoenix"). Adunque passiamo ad analizzare, certi che dovremo porre un limite all'entusiasmo, questo "Rituals for the Renewal", dal titolo completo davvero kilometrico. "Astral travel" l'avevamo già ascoltata sulla citata compilazione, e col suo incedere ritualeggiante ben ci introduce alla visionaria concezione del suo ideatore: paesaggi sonici d'una bellezza arcana ed allo stesso tempo inquietante, ove ad attenderci sono rivelazioni sconvolgenti, che ci costringeranno a ri-considerare la nostra esistenza, ed il nostro istesso futuro... Come è ovvio, marcata è l'influenza esercitata dall'opra di Carl McCoy (che nel capo-lavoro "Hardware" di Stanley era The Nomad...) coi suoi FOTN, gruppo seminale che continua ad essere fonte di ispirazione per tanti artisti appartenenti alla più autarchica, idealista ed oltranzista scuola gothika. In "Reptilians" fa la sua comparsa la sacerdotessa officiante Rhuna, ed il cerchio si compie, attraverso landscapes liquidi ed ultraterreni. E' un viaggio, quello che stiamo compiendo, una discesa negli anfratti meglio celati della nostra coscienza, non scordatelo mai, altrimenti il senso stesso di "Rituals..." potrebbe sfuggirvi. Rituali sciamanici si compiono nel buio della notte, attorno a noi è il deserto, coi suoi silenzi, coi suoi spazi indefiniti. "The biggest secret" l'avevamo già ascoltata, come "The Shaman (2012)", sempre su UFoP, e quanto salmodiato nel suo corso è davvero rabbrividente. La realtà quotidiana, coi suoi innumeri orrori, che s'interseca col sogno, colla visione. Ancora un pezzo già noto, "Rituals for the Renewal", cita esplicitamente Sergio Leone ed Ennio Morricone. Il west inedito del Maestro, colle sue stupefacenti ambientazioni, colle innovative interpretazioni dei suoi protagonisti, guidati dalla mano sapiente del Regista, rivive in questi solchi come già trovò nuova linfa in quelli dei dischi dei Fields... Le linee di chitarra tracciate con sopraffina arte da Vincent Bruno contribuiscono a definire ulteriormente le situazioni sonore nelle quali ci troviamo immersi, come in un viaggio psichico senza ritorno. Il suono di "Rituals..." è pieno, ridondante, ricco di riverberi, di rifrazioni, e potrebbe stordire colui che non presta attenzione al percorso che sta seguendo, quindi... "Revelation part 1 (Wizards of the rainbow)" (già ascoltata come "Transira" sul "The Nomadism") è una di quelle canzoni ove si sente, eccome, la mano del produttore Massimo, incrociando temi prossimi al clubbing, serrando i ritmi con decisione (e lo stesso dicasi per "Zahyrus"). Bella la voce di Rhuna, a seguire una chitarra che pare voler fuggire lontano, a stento trattenuta dall'incalzare dei beats. Ma non siamo nemmeno giunti a metà del percorso, il sentiero è ancora lungo... Che si tratti di un cerchio, forse stiamo compiendo i nostri stessi passi, ancora, ancora, all'infinito? Effettivamente si prova una vaga sensazione circolare, ascoltando il susseguirsi delle song di "Rituals"... Ed è quella sei corde che ci guida, ripetendo all'infinito le stesse note, come in una esoterica liturgia. Così ogni singolo episodio viene di fatto legato indissolubilmente a quello che lo precede ed a quello che lo segue. "Watchers" e "Dark West" ci accompagnano alla porzione finale del CD, l'ossatura della quale è fornita dalla citata "Zahyrus (Unity over the Matrix)", da "Illusion" (ove prevale l'apparato elettro, cozzante contro riff a tratti duri, smorzati da vocalizzi muliebri che soffocano subito quelli maschili, maligni) ed infine dalla lunga "Revelation part 2 (Rituals to destroy the Matrix)", dodici minuti che non per nulla vengono indicati come suite, ideale summa di quanto esposto in questa ora e più. E non è finita, perchè il cerchio custodisce la traccia video di "The biggest secret", da non perdere! Non si deve tacere la cura spettacolare che Massimo ha infuso pure nella confezione e nella grafica di questa sua creatura: il booklet è ricchissimo di note che esplicano al meglio la sua filosofia esistenziale, ed è indispensabile una attenta lettura delle stesse per meglio calarsi nel senso compiuto del lavoro, le fotografie che ritraggono lui e Rhuna sono efficacissime: un cow-boy alla McCoy, congiunzione perfetta tra passato e... futuro (ed il presente? Ma che significa, presente, dove esso è situato? Esiste, è parte di noi, o è solo una invenzione?). Definire "Rituals..." solo un gran disco sarebbe riduttivo ed oltremodo oltraggioso nei confronti di chi lo ha concepito, riducendo solo all'aspetto musicale una opera che è molto, molto di più. Serve aggiungere altro? email: staff@nomadism-records.com. (Hadrianus)

Pimentola: Misantropolis (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006). Progetto finlandese nato negli ambienti metal più oscuri, Pimentola è uno dei nuovi acquisti della casa svedese, dopo aver cambiato rotta nella propria produzione musicale ed aver inciso una manciata di lavori tra cassette, mini CD, CDR e una compilazione di brani composti tra il 2000 e il 2005. Oramai di metal nella musica di Pimentola ne è rimasto ben poco, perché il progetto si è decisamente spostato verso le sonorità industrial, più prossime a quelle potenti e marziali che a quelle glaciali e ambientali che sono ormai il marchio di fabbrica di casa Cold Meat. Devo dire che di carne al fuoco il progetto finnico ne mette parecchia ed è abbastanza evidente il tentativo di distaccarsi dai cliché del genere; tentativo che riesce solo parzialmente ma non per questo è meno encomiabile. Nel calderone di Misantropolis si possono trovare le influenze dei vari gruppi che hanno fatto, negli anni ’90, dell’industrial marziale un genere a sé stante ma sono anche ravvisabili suggestioni provenienti da molto più lontano: mi riferisco al suono dei Laibach dei tempi andati e, nell’uso dei campioni e della parte percussiva, dei Test Dept elettronici dell’epoca di The inacceptable face of freedom. A questo si aggiungano, qua e là, potentissime ritmiche quasi techno, commistioni dal sapore etnico, un uso alquanto personale delle percussioni e ambientazioni da cabaret infernale e allucinato per ottenere un prodotto di buon livello anche se, a mio giudizio, non ancora perfettamente amalgamato e che per questo lascia un sapore leggermente amaro in bocca. Date le premesse, però, credo che con un po’ di esperienza in più e una maggiore capacità di gestire le proprie idee e le potenzialità di una miscela così ricca, Pimentola possa migliorare parecchio ed essere considerato una delle maggiori promesse dell’ambito industrial, anche perché Misantropolis cresce di ascolto in ascolto, svelando di volta in volta qualche piccolo segreto che in precedenza era rimasto celato. In ogni caso, un lavoro che mi sento tranquillamente di consigliare agli amanti di queste sonorità. Web: http://www.pimentola.tk/. (Ankh)

Quarzo Nero: Servi dei sensi... (MCD - Self-produced, 2006). Non proprio dei novellini i torinesi Quarzo Nero, gruppo nel quale militano ora ben due ex-Burning Gates, essendosi unito ai due fondatori superstiti Guido Pancani (chitarre) e Giulio Forsi (che dei BG fu bassista), pure il drummer Davide Bo. I nostri sono in fatti attivi fin dal giugno del '99, e custodiscono nel loro carniere già alcune prove, fra le quali ricordo il da me già recensito "La nebbia". Le cinque tracce componenti "Servi dei sensi..." si muovono lungo le coordinate di un rock obscuro ed assai vigoroso, come documentato dalla vivace "L'inganno degli specchi", e che poggia le sue fondamenta su di un chitarrismo possente ma duttile ed una sezione ritmica quadrata. La voce di Max Carrino, decisamente atipica per il genere contribuisce inoltre a donare al suono dei QN un'imprinting decisamente particolare e personale. I testi, resi perfettamente comprensibili dal cantante, il quale li interpreta con sicurezza, si rivelano interessanti e scevri di quelle banalità che troppe volte emergono con spietatezza in casi analoghi, quando l'uso dell'idioma nazionale mette in luce croniche incapacità di scrittura. Un bel disco di rock, adunque, che non dispiacerà a coloro che apprezzano sonorità moderne ma non troppo, figlie dell'irruenza punkeggiante mitigata da un accorto ricorso alle capacità tecniche dei musicisti, poste al servizio della canzone e non del proprio ego. Non per nulla "Epilogo" rappresenta uno dei pezzi meglio riusciti che mi sia capitato d'ascoltare da un gruppo italiano negli ultimi anni. La nitida produzione di "Servi dei sensi..." vieppiù contribuisce a rendere questo disco un lavoro riuscitissimo sotto ogni punto di vista. Peccato che i brani presenti siano solo cinque... Web: http://www.quarzonero.it. (Hadrianus)

Rome: Confessions D'un Voleur D'ames (CD - Cold Meat Industry/Audioblobe, 2007). A pochi mesi di distanza dal brillante debut album "Nera", è già tempo di un nuovo full-length per Rome, progetto solista del lussemburghese Jerome Reuter. Rispetto al lavoro precedente, "Confessions..." è caratterizzato da un mood ancora piu' intimista e decadente, ma non mancano comunque gli episodi piu' improntati verso atmosfere prettamente marzial/apocalittiche, per dodici ottimi brani che mettendo in risalto il grande talento compositivo di Jerome e la sua brillante interpretazione vocale, che potremmo definire come un ibrido tra Leonard Cohen e Nick Cave virati verso tinte apocalittiche. Brani intensi, poetici e malinconici, imperniati su percussioni, tastiere e campionamenti vari; anche in questo disco non manca il sample in lingua italiana nel brano "Querkraft" che, con "Der Wolfsmantel", segna uno dei momenti migliori di un disco di eccellente fattura, non inferiore all'acclamatissimo "Nera". Secondo centro consecutivo quindi per Rome, attualmente uno dei progetti piu' interessanti della cosiddetta "brown/grey area". Web: http://www.myspace.com/rome. (Candyman)

Selaxon Lutberg: Cold house of love (CD - Eibon Records, 2006). L’etichetta di Mauro Berchi continua a stupire per l’apertura delle proprie vedute e il livello medio delle sue produzioni. Si muove con una certa scioltezza in ambiti diversi tra loro, riuscendo, almeno per quanto mi riguarda, a colpire molto spesso nel segno. Selaxon Lutberg è il progetto personale di Andrea Penso, deus ex machina dell’etichetta Cold Current, ex collaboratore dell’etichetta industriale Butcher’s House nonché parte di altri progetti musicali (We Wait For The Snow, Andrea Think). Quella di Selaxon Lutberg è una musica sottile ed intimista, costituita da suoni che ormai sono piuttosto lontani da quelli oscuri ed esoterici degli inizi e che tendono oramai all’isolazionismo. Non sbaglia affatto il nostro musicista quando definisce la musica di questo suo progetto come “autunnale”, perché proprio la malinconia di quella stagione, delle foglie che cadono, di un ciclo vitale che sta portando a termine l’ennesimo giro per poi ricominciare sono le sensazioni più immediate destate da Cold House of love. A questo si aggiunga quell’impressione di trovarsi di fronte ad uno spazio vuoto che quasi sempre è destata da questo genere musicale per ottenere una produzione di elevato livello anche se di non facile presa. Web: http://www.selaxonlutberg.tk/. (Ankh)

Stendeck: Faces (CD - Geska Records, 2007). Come sto dicendo già da qualche tempo, la fase di “sterilità” che stanno attraversando alcuni generi di nicchia (da sempre ampiamente trattati nelle pagine di Ver Sacrum…) è davvero preoccupante, e non fa presagire proprio nulla di buono. Tra questi generi è senz’altro incluso l’ambient (ma anche la sua variante “oscura”, identificata dallo stesso termine abbinato al prefisso “dark”…), che negli ultimi anni ci è stato propinato da una miriade di band (o forse sarebbe meglio dire di one-man projects?) senza un minimo di talento e di buone idee, interessate solo a riproporre la copia esatta di ciò che altri hanno già fatto molti anni fa. Detto questo potrete capire come mai guardo con circospezione tutte le nuove release che vengono in qualche modo associate al tipo di musica a cui ho appena accennato, ma devo ammettere che l’ultimo lavoro di Stendeck (alias Alessandro Zampieri, “manipolatore di suoni” originario di Lugano che ha all’attivo la pubblicazione del demo A crash into another world e del cd Can you hear my call?…) mi ha colpito per la sua complessità e per la cura con la quale è stato realizzato. I diciassette brani contenuti in Faces si fanno notare per la loro pienezza e corposità, ma la trama “disomogenea” che li caratterizza e la loro particolare struttura (ottenuta grazie all’accostamento di “soundscapes” ariosi e avvolgenti con basi rhythmic-noise un tantino edulcorate…) gli conferiscono pure una certa solarità, che personalmente ho trovato molto gradevole. Non c’è quindi solo introspezione in questo disco, anzi direi che la giusta chiave di lettura sta nella comprensione delle emozioni che il suo autore ha cercato di trasmetterci, sensazioni che hanno sì avuto origine nella mente di un singolo individuo, ma che (attraverso i suoni) ogni ascoltatore può interpretare a piacimento, adattandole alla propria personalità. Come dicevo si tratta di un album del quale vale la pena notare ogni singolo dettaglio (concetto applicabile sia alla musica, sia all’eccellente artwork che lo accompagna…), che farà la gioia di chi è stufo marcio di ascoltare materiale dozzinale e deludente (spesso pubblicato anche da label famose e blasonate!) e pretende decisamente qualcosa di più… Web: http://www.stendeck.com/. (Grendel)

Supreme Court: Hypocrites & Saints (2CD - Black Rain/Audioglobe, 2007). Secondo album (dopo "Yell It Out" del 2005) per il progetto di Kay Haertel, ex membro dei DavaNtage. Dopo il non esaltante disco di debutto, Kay continua a seguire i percorsi musicali su cui si muove da anni e sui quali si sente ovviamente a suo agio, ovvero elettro-industrial "old school", dal deciso piglio ritmico e dai testi impegnati, che sa produrre brani indubbiamente validi, come l'ottima opener "Jealous Man", la già nota "Voice of lying" (apparsa sul sampler della Black Rain "A Compilation 2"), "Hide in fear" e "Things that we forget" che vede alla voce il cantante dei Solitary Experiments; si tratta di brani che innegabilmente si rifanno in maniera decisa al sound dei DavaNtage, gruppo a mio avviso sottostimato e di cui non manco mai di sottolineare il valore. Meno convincenti sono altri brani, sopratutto quando si decide di puntare sul cantato eccessivamente distorto, avvicinandosi pericolosamente all'harsh-elettro piu' becera (si vedano "Rush of blood" e "Carefully Deceived", interpretata da Painbastard). "Hypocrites & Saints" è un disco che alterna quindi cose buone ad altre francamente dozzinali, risultando nel complesso discreto (certamente una delle migliori recenti release del non esaltante catalogo Black Rain/Noitekk), evidenziando qualche progresso rispetto al precedente "Yell It Out". Per i fans piu' accaniti, il cd è disponibile in "limited edition", il cui secondo cd contiene altre 11 tracce, tra remix e brani risalenti agli anni 1995-1996, quando il sound di Supreme Court era piu' indirizzato verso l'industrial ed il gruppo era un side-project dei DavaNtage. Web: http://www.supreme-court.tk. (Candyman)

VNV Nation: Judgement (CD - Anachron Records/Audioglobe, 2007). Non bisogna essere dei fans dei VNV Nation (come il sottoscritto), per ammettere che "Judgement" era uno dei dischi piu' attesi del 2007, sia per la fama planetaria ormai raggiunta dai nostri, sia perché il precedente "Matter and Form" aveva un pò spiazzato i fans del duo britannico, che aveva sì dimostrato di non temere il rinnovamento, introducendo venature "pop" (in particolare in brani come "Arena" e "Perpetual"), ma era altresì incappato in un lavoro che non rappresentava certamente uno dei momenti piu' ispirati del duo Harris/Jackson (mancava un vero "hit-single" ad esempio e vi erano decisamente troppi pezzi strumentali); ecco quindi un ulteriore motivo per attendere con curiosità il nuovo album dei paladini del "future-pop". "Judgement" si apre come da tradizione, con un brano introduttivo strumentale ("Prelude"), peraltro decisamente gradevole; la successiva "The Farthest Star" riparte idealmente da dove terminava "Perpetual", ovvero, un altro brano che si snoda su coordinate "pop", per un pezzo melodico, dal refrain accattivante, che entra in testa sin dal primo ascolto. "Testament" è la prima scossa adrenalinica dell'album: un ottimo brano, uno dei migliori del disco, dal ritmo incalzante e che ci riporta ai bei tempi che furono, almeno a livello di feeling, visto che il sound dei VNV Nation si è indiscutibilmente evoluto dai tempi di "Empires". "Descent" è oscura, quasi recitata: un brano intenso, dal mood plumbeo ed opprimente; "Momentum" torna a far ballare, ripercorrendo lo stile di "Lightwave" o "Interceptor" (brani del precedente album) rispetto alle quali non è però completamente strumentale. "Nemesis" è uno dei brani piu' avvincenti del disco: vorticosa, rabbiosa, incalzante; la voce di Ronan è aggressiva nel declamare il refrain di questo brano, che include il motto dell'album: "Judgement days not coming, Judgement days not coming soon enough!"; un brano che dal vivo promette di essere devastante. A "Secluded Spaces" il compito di riportare la calma dopo tanta furia: una lenta ballata dai toni soffusi e minimali a cui i VNV ci hanno abituato da tempo, ma che alla fine risulta l'episodio meno significativo dell'album. "Illusion" è forse il brano con il testo piu' bello del disco; intensa ed interpretata magistralmente da Ronan... commovente! "Carry you" torna a farci ballare; l'apertura del brano è grandiosa: future-pop allo stato puro, un brano che incarna in tutto e per tutto lo stile di "Empires", proseguendo su una bella melodia supportata dal cantato di un Ronan Harris in gran forma, per quello che è indubbiamente uno dei pezzi migliori di questo disco. "As it fades" chiude l'album in maniera delicata, come già il titolo lascia presagire.... cala il sipario: applausi!! Fugate le perplessità suscitate da "Matter and Form", i VNV Nation dimostrano di mantenere (meritatamente) ben saldo in pugno lo scettro di re del future-pop. Immensi! Web: http://www.vnvnation.com. (Candyman)

Wednesday 13: Fang bang (CD - Rykodisc, 2006). Wednesday 13 è davvero un bel personaggio, uno di quelli che piacciono a noi della redazione di Ver Sacrum e che ci ispirano immediata simpatia, cosa dovuta non soltanto al fatto che il musicista americano e i suoi degni compari se ne vanno in giro conciati come degli zombie metropolitani, ma anche al gran senso dell’umorismo e alla passione per gli horror movies che dimostrano di avere (del resto basta pensare al monicker scelto dal gruppo e ai titoli dei brani proposti, vedi ad esempio “Happily ever cadaver”, “Morgue than words” o “American werewolves in London”, per averne una conferma!!). Insomma, dal punto di vista estetico e concettuale Wednesday e soci hanno le carte in regola per poter piacere al pubblico gotico, ma la musica che fanno è tutt’altro che oscura, o meglio lo è solo per certi versi, trattasi infatti di un mix tra glam e punk che richiama alla mente sia i Misfits che un sacco di rock band californiane degli anni ottanta. Di sicuro il contenuto di Fang bang non è una grandissima novità (come alcuni di voi già sapranno il pluricitato “Mercoledì 13” ha fatto parte di formazioni molto simili a quella in cui milita attualmente, e cioè dei Murderdolls e dei Frankenstein Drag Queens From Planet 13…), ma è piacevole, diretto e divertente, oltre che migliore di tante altre cose dello stesso genere ascoltate di recente. Molte volte ho sentito criticare i lavori del gruppo a causa delle vocals, che per alcuni non sono convincenti, ma io le trovo “gracchianti e sgraziate” al punto giusto, e credo si adattino bene ai testi delle canzoni. L’unico dubbio che mi rimane è sulla resa dal vivo di queste ultime, perché si sa che quando una band è dedita a musica veloce e “festaiola” deve anche fare concerti che mettano in risalto tali caratteristiche, e per esperienza personale so che i nostri non erano granché on stage, per lo meno fino a un paio di anni fa (quando li vidi, infatti, pensai che tenessero molto di più all’apparenza che al modo in cui suonavano!!). Spero quindi che le cose siano cambiate nel frattempo, e che adesso si limitino ad essere dei “cadaveri ambulanti” solo nel look, ma se così non dovesse essere mi consolerò ascoltando il disco, che è tutto tranne che deludente… Web: http://www.wednesday13.com/. (Grendel)

White Alien: Albatron (CD - Frost Foundation Records, 2007). Guardando la cover di questo cd dei White Alien (curioso che in passato nessuno abbia mai pensato di usare un nome simile, dato che è così carino…), e non avendo la minima idea di chi fossero, ho fortemente sperato che non si trattasse dell’ennesimo project dark-ambient o pseudo-industrial/noise, perché non se ne può davvero più di tutta questa gente che, con la scusa che adesso è facile realizzare un certo tipo di musica con l’aiuto del computer, pubblica cd inutili, senza senso e di una noiosità unica, che non aggiungono nulla a quanto già si sapeva riguardo determinati generi. Per fortuna la band guidata da Mannequeen 7317 non c’entra nulla con il discorso fatto finora, e anzi si fa subito notare per l’originalità e la stranezza della sua proposta, che mi ha convinto fin dal primo ascolto. Descrivere le dodici tracce contenute in Albatron non è un’impresa facile, infatti in alcuni casi si ha l’impressione che il gruppo sia stato influenzato dall’industrial metal, ma in molti altri ci si rende conto che chi ha composto l’album, nel corso degli anni, deve aver assunto massicce dosi della più svariata musica elettronica (sembrerà quanto mai bizzarro ma sentendo queste canzoni mi sono venuti in mente i Rockets, così come certe cose di Jean Michel Jarre e perfino tante formazioni synth-pop moderne!). Quello che mi ha colpito dei White Alien è che hanno scelto di non “esagerare”, decidendo di percorrere la via della ricerca e dell’eleganza sonora invece che quella (più semplice e commerciale) della “tamarraggine”, termine che non ho mai usato con una connotazione negativa ma che sta ad indicare un sound molto “tosto”, aggressivo e diretto. Come dicevo Mannequeen e soci si sono ben guardati dal fare cose scontate, realizzando brani particolari e intriganti, caratterizzati da ritmiche mai troppo veloci, da suoni dall’effetto straniante e da vocals decisamente fuori del comune (poteva essere altrimenti??), mixate bassissime rispetto a tutto il resto. Una bella scoperta insomma, resa ancor più piacevole dal fatto che la band in questione (vi assicuro che non è un caso se finora non l’avevo ancora detto!) è italiana… Web: http://www.myspace.com/whitealien/. (Grendel)

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