|
Faderhead: FH2
(CD - Accession Records/Audioglobe, 2007).
La pubblicazione di "FH1", debut album di Faderhead, uscito giusto un anno fa, fu salutata come una delle rivelazioni del 2006 ed anche i primi commenti tra "addetti ai lavori" sul nuovo album (coerentemente intitolato "FH2"), sono generalmente molto positivi. Chi vi scrive invece, non per voler essere bastian contrario a tutti i costi e nemmeno per non voler cambiare idea (in passato ho rivisto eccome le mie posizioni su alcuni artisti), continua a restare piuttosto indifferente nei confronti della musica del ragazzo di Amburgo, pur riconoscendo a "FH2" di essere decisamente superiore al suo predecessore. La formula musicale è la stessa del primo album, ovvero una commistione tra rock ed elettronica che ha generato un sound decisamente personale e che oggi risulta ulteriormente perfezionata, portando alla realizzazione di brani indubbiamente efficaci, freschi e gradevoli; molto validi a mio avviso, i primi quattro brani dell'album, "This is not a clubtrack", "Girly show", "Gritty beats no relief" e "Break apart again", mentre la successiva "Houston" indurisce il sound e riporta a galla il Faderhead che non mi piace. In generale direi che il musicista tedesco dà il meglio di sè negli episodi piu' "melodici" dell'album (oltre alle già citate, ricorderei anche "Friday night binge", , "Sentimental again" e "Losing for real"); assai meno convincenti mi paiono i pezzi piu' "duri" come "All dead" e "Noisebastardz" (oltre alla già citata "Houston"), ma il peggio arriva con le irritanti (non trovo altri termini) "Mono Man" e "Dirtygrrrls dirtybois", brani che strizzano l'occhio al dancefloor in maniera ruffiana, nei quali Faderhead mi dà l'impressione di volersi addentrare in territori a lui non consoni, con risultati assai modesti. Disco che alterna episodi interessanti ad altri meno riusciti, "FH2" pur non essendo la mia "cup of tea", è innegabilmente un prodotto "diverso" ed originale.
Web: http://www.faderhead.com.
(Candyman)
Far Corner: Endangered
(CD - Cuneiform Records, 2007).
"Inhuman": intro dalla cattiveria sconvolgente. Sinistro rintocco d'un arcano tamburo annunziante il principio d'una crudele cerimonia... o sono le porte dell'Inferno annerite dal fumo che si richiudono definitivamente dietro di noi? "Endangered" è il nuovo lavoro, la nuova fatica artistica dei Far Corner di Dan Maske e di William Kopecky, ed ancora una volta l'unico verbo che mi sento di scolpire, per meglio definirne i contenuti, sul freddo marmo che lo custodisce, è dark. Perchè questo disco è as-so-lu-ta-men-te inquietante, pauroso, sconvolgente. Ecco che torme di folli irrompono da ogni dove, empiendo lo spazio coi loro ghigni spiritati, guidati dagli ordini secchi di ambigui sciamani: "Do you think I'm spooky" col suo incedere irregolare e sghembo meglio non poteva rappresentare la schizofrenia dei nostri giorni! Molto si deve, nella complessità del sound-FC, ai celli ed al violino di Angela Schmidt, corde toccate con sapienza da mani perite in queste liturgie oltretombali, avendone officiate in largo numero, che col loro sibilare scudisciano la nostra anima tormentata. "Creature council" lambisce gli ondivaghi confini della sperimentazione free, i suoi dieci minuti danno libero sfogo alla classe cristallina degli esecutori, ancora terrore strisciante e subdolo in "Claws", per fortuna che "Not from around here" trapassa la cortina plumbea come un raggio di sole la nebbia... Calore, ed una strana sensazione di momentanea tranquillità ci pervade... Atmosfera filmica, adattissima come colonna sonora d'un documentario su qualche iper-tecnologica città d'Oriente. "Endangered", la title-track, chiude il dischetto, venti minuti scarsi ove Kopecky/Maske/Schmidt/Walkner infilano di tutto, come una collana composta da perline di plastica, pezzi di legno, d'ossa (si, ossa e non ossi!)... Chamber rock da Milwaukee, Winsconsin, un ponte lanciato tra la sperimentazione post-classica ed i multiformi mondi del prog, Far Corner è un progetto attivo ormai dal 2003, ed interpreta l'estro compositivo del tastiersita Dan Maske, parimenti influenzato da Stravinsky, da Ives e da Bartok come da King Crimson/Univers Zero/Present... Decisivo l'apporto di Kopecky e della Schmidt, mentre il motore ritmico fornito da Craig Walkner è precisissimo e duttile, adattandosi con singolare prontezza alle variazioni impresse dallo svolgimento dei brani. "Endangered" bissa in qualità il già ottimo esordio, e fa di Far Corner una delle realtà più interessanti, nel presente ed in prospettiva, del rock aperto.
Web: http://www.cuneiformrecords.com.
(Hadrianus)
Forgotten Sunrise: Willand
(CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2007).
Che i FS siano dei pazzi, l'avevamo già assodato ai tempi di "Ru:mipu:dus" del 2004. "Willand" non fa che confermare quelle lontane impressioni, ossia che gli estoni siano sì svitati, ma mica poi tanto... Prendiamo "I". Non potevano scegliere apertura migliore: dark-ambient disturbatissima che si risolve nella serie di elettro-beats devastanti, sormontati dal gorgoglio malato di Anders Melts, di "Ropelove". Se la furia omicida del black-metal viene sapientemente incanalata entro ondivaghi solchi sonici segnati da tastiere spaziali e dalla cupa marzialità dell'EBM, ove pulsioni goth tingono di violaceo l'incerto orizzonte musicale entro il quale lavori di siffatta genìa vengono a stento collocati, ci si imbatterà certo in "Willand"... E' inoltre sorprendente come, non ostante questo disco non si rivolga certamente alle masse, permanga un sub-strato pop: la melodia non manca, e fa capolino tra scariche adrenaliniche e paesaggi mesmerici e psychedelici. E senza rinnegare inconfessabili matrici metal! Perchè le chitarrone (suonate da Renno Suvaoja) di "Lo-Fi PPL in the fade-out world" (!!!), anche se sfumate, sono dannatamente heavy! "Nextep suicide" esprime tormento ed ansia, il coro (militare? Monastico?) di "Dead le gends a mong the living" pare messo lì apposta per confondere ulteriormente le idee. Segue il buio. Popolato di creature deformi e folli, si suppone... "Prophylactic EUthanAsia" è una ballata... alla Forgotten Sunrise. Linee di basso (rimandano allo stile di Mick Karn) ci guidano nei meandri di una mente insana, fra ambientazioni vagamente etniche e suoni sintetizzati. "Christ your name" si diverte a mescolare stili diversi, il testo è agghiacciante, carico d'odio, è il brano che più ricorda i loro trascorsi death. "Manyone" è future-synth-pop, "Very de:p shortgut" è marcio e piacerebbe a Marilyn Manson, e "Hero-in-gre:npiece" contiene porzioni di rarà malvagità, carne sanguinolenta straziata da fiere fameliche (se non fosse per degli intermezzi che ci danno un'illusoria sensazione di tranquillità...), l'attacco di "The ownle: noise" è maestoso e rutilante, le chitarre possiedono la forza dell'hard progressive di fine fattura (questa traccia è assai prossima a quanto scritto dai Porcupine Tree più diretti). E se su "Ru:mipu:dus" "Over the deathbringer stars" si distendeva lungo quattordici minuti di torbido delirio, ecco la sua degna sorella "0" a chiudere "Willand". Qui il quarto d'ora di stramberie viene superato, in questa eccentrica suite industrial-electro-rumorista, da ascoltare, se ne siete capaci, in cuffia ed in funzione repeat: giuocate coi vostri amici a chi resiste di più! Attivi dal 1993, con una pausa d'un lustro dal '94 al '99, e titolari di una mezza dozzina di lavori fra i quali alcuni miniCD che ne hanno profondamente segnato l'evoluzione sonora, hanno saputo traghettare il loro stile dal death degli esordi a questa apparentemente assurda commistione di generi. Va dato atto alla My Kingdom Music di operare con coraggio e lungimiranza: pochi avrebbero accolto fra le loro braccia insiemi come i Forgotten Sunrise. Ma alla luce dei due dischi finora pubblicati, si può tranquillamente affermare che il futuro della musica alternativa passa obbligatoriamente per l'Estonia!
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Frank The Baptist: The new colossus
(CD - Strobelight/Masterpiece, 2007).
Franco “il battista” viveva a San Diego fino a qualche tempo fa, ma ad un certo punto deve aver pensato che il sole della California era un po’ troppo forte per lui, o che l’ambiente che lo circondava non gli si confaceva poi tanto, fatto sta che ha preso armi e bagagli e si è trasferito in quel di Berlino, città nella quale ha anche registrato il suo nuovo disco, dal titolo The new colossus. Con l’aiuto del chitarrista Fez Wrecker, del bassista Benn Ra (ex Diva Destruction) e del batterista Phantomas il buon Frank ha realizzato dodici canzoni difficilmente etichettabili, che sono un po’ troppo goticheggianti per essere definite “rock”, e che forse sono troppo rock per poter rientrare nella categoria “gothic”: in linea generale si può parlare di un sound ibrido, caratterizzato anche da qualche sottile venatura folk (!) e da parti melodiche abbastanza particolari, ricercate e orecchiabili, che sono un po’ il marchio di fabbrica della band. Niente da ridire sulla musica quindi, che a mio parere è la cosa migliore dell’album (non che si tratti di qualcosa di eccezionale, però essa si lascia ascoltare con piacere…), ma in compenso le vocals riescono a rovinare la maggior parte dei pezzi, che se fossero stati cantati da qualcun altro risulterebbero molto (ma molto) più interessanti… Insomma, il signor Franco deve avercela messa proprio tutta, ma la sua interpretazione in tanti casi lascia a desiderare, rivelandosi non all’altezza della situazione, basti pensare ad un brano come “If I speak” e al suo assurdo ritornello, oppure alla performance su “Harlot of nations”, letteralmente “sciupato” dalle stonature del singer americano. Peccato davvero, perché se non fosse per questo potrei parlare di un lavoro ben riuscito, ed invece mi vedo costretta a relegarlo nella categoria dei cd “deludenti”, cioè quelli che probabilmente non sentirò più dopo averne scritto la recensione.
Web: http://www.frankthebaptist.com/.
(Grendel)
Funker Vogt: Aviator
(CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2007).
Se c'è una cosa che non difetta ai Funker Vogt è la coerenza: "Aviator" suona infatti esattamente come vi state immaginando, ovvero come tutti i precedenti dischi del gruppo tedesco. Del resto è innegabile che i Funker Vogt abbiano creato uno stile assolutamente personale, che li rende immediatamente riconoscibili e che ha fruttato loro un enorme successo in tutto il mondo e quindi paiono orgogliosi di voler ribadire disco dopo disco il loro sound e tutto l'immaginario ad esso legato, a partire dai testi che come sempre affrontano preferibilmente argomenti bellici. Forti di tutto ciò, i Funker Vogt realizzano un cd che pur senza sorprendere, risulta decisamente uno dei loro lavori piu' validi e convincenti, almeno per quanto riguarda la loro produzione piu' recente (superiore a "Survivor" e "Navigator" tanto per capirci). Dopo l'introduttiva "Welcome to destruction", si entra subito nel vivo con "Paralyzed", brano dalle ottime potenzialità da singolo, 100% "Funker Vogt style". Non da meno sono le varie "Child soldier", "City of Darkness", "Hostile waters" e "Thanatophobia", brani che rappresentano il lato piu' danzereccio di "Aviator", mentre un pezzo come "Frozen in time" dimostra che la band tedesca sa realizzare buone cose anche quando cala drasticamente il numero di BPM. A mio avviso quindi, un buon album, ma ovviamente vista la ferrea coerenza stilistica dei nostri, "Aviator" non cambierà di una virgola la vostra opinione sui Funker Vogt, sia che li amiate o che li detestiate.
Web: http://www.funkervogt.de.
(Candyman)
Gerostenkorp: Le méchanisme de l’aube
(CD - OPN records, 2007).
Proviene dalle terre d’oltralpe questo progetto che, con Le méchanisme de l’aube fa il suo debutto in ambito discografico, pur avendo visto i suoi natali nel 2002; l’etichetta che si è fatta carico dell’operazione è la OPN, che pur essendo piccola e decisamente indipendente è molto attiva e vivace. Non posso negare, però, che con questa produzione mi ha messo decisamente in crisi: si tratta di uno di quegli album che, in qualche modo, si posizionano in una zona d’ombra dei miei pensieri il che rende per me molto difficile dare un giudizio complessivo. Di fatto il disco non mi dispiace affatto, ma in qualche modo riesce a sfuggire rapidamente dai miei pensieri, come un vino che, pur essendo buono, ha scarsa persistenza sul palato. Fondamentalmente si tratta di sonorità legate all’ambito dark ambient con inserzioni più tipicamente industriali (nei suoni metallici e iterativi delle percussioni), ambientazioni meno mortifere e catacombali rispetto alla maggior parte dei musicisti del genere e una leggera tendenza verso sonorità “concrete”. Mentre scrivo lo sto ascoltando, e lo strano fenomeno si sta nuovamente verificando: durante l’ascolto sembra, soprattutto in determinati passaggi, impressionarmi ma sono convinto che tra non molto le sensazioni che ha destato in me sfuggiranno eteree come nei casi precedenti. Non credo si tratti di scarsa originalità del prodotto musicale né tantomeno di basso livello qualitativo, anche se probabilmente un po’ più di omogeneità e continuità nelle ambientazioni avrebbe giovato; immagino, invece, che si tratti di una questione squisitamente personale, che potrebbe non aver alcun effetto su altri ascoltatori. Difficile, di conseguenza, decidere a chi consigliarlo: trattandosi di un prodotto che, mentre lo ascolto, mi piace, tenderei ad appoggiarlo con piacere ma non sono sicuro che possa risultare gradito a tutti coloro che amano ascoltare sonorità di questo genere.
Web: http://gerostenkorp.cjb.net/.
(Ankh)
Gloria Nuda: Dictate From Beyond
(CD - Frost Foundation Records, 2006).
Lo ammetto, appena mi sono trovato questo cd tra le mani ho sorriso per il bizzarro nome scelto da questo gruppo, ma la musica scaturita dalle tracce del disco ha fatto passare in secondo piano ogni considerazione sul loro nome, portando alla ribalta validi brani per un disco piacevolmente sorprendente e valido. Dalle note riportate sulla pagina di Myspace dei Gloria Nuda, apprendiamo che "Dictate From Beyond" è un concept-album, una storia che parla di dominazione aliena, narrata in prima persona da una vittima, la quale vede la sua vita distrutta e cerca un nuovo equilibrio tra flashback ossessivi del passato e la sua nuova vita. Per meglio rappresentare questa storia, Teryan e Mr Ntr (questi gli pseudonimi scelti dai due membri del gruppo) puntano su parti vocali variegate, ricorrendo anche a monologhi (questa scelta mi ricorda quanto fatto da Mind.In.A.Box. nei suoi due album) e modulando la voce a seconda della musica, che passa da momenti piu epici e melodici ad altri piu' duri, prossimi all'harsh-elettro ma senza cadere nei peggiori stereotipi del genere. Il risultato è un disco interessante ed originale, per un progetto che non si appiattisce su facili soluzioni da dancefloor e che non si accoda al filone "harsh e suoi derivati" sempre piu' in voga tra la maggior parte delle elettro-band italiane dell'ultima generazione.... rispetto a tanti ben piu' reclamizzati progetti, Gloria Nuda convince e lascia ben sperare per il futuro. Da seguire.
Web: http://www.glorianuda.com.
(Candyman)
Grinderman: Grinderman
(CD - Mute, 2007).
Negli ultimi tempi si sono aperte fior fiore di discussioni sul signor Nicholas Edward Cave, tutte più o meno incentrate sugli stessi due argomenti, che hanno suscitato un notevole interesse sia da parte della stampa specializzata che dei fan. Non sono infatti pochi quelli che si sono chiesti come mai l’artista australiano abbia voluto recuperare una parte dei “suoi” Bad Seeds per dar vita ad un nuovo progetto chiamato Grinderman (nome ispirato a un brano scritto nel 1941 dal bluesman Memphis Slim, che contiene i versi “While everything is quiet and easy/Mr. Grinder can have his way…”), ma sono piuttosto numerosi anche coloro che, facendo chiacchiere degne di un talk-show televisivo, hanno disquisito sulla bruttezza dei baffoni (e dei capelli) del carismatico cantante e dei suoi degni compari, arrivando persino a domandarsi se il primo (ormai sulla soglia dei cinquanta…) stia attraversando la famigerata “crisi di mezza età”. Personalmente trovo quei baffi orripilanti (ma dico, avete visto i quattro musicisti nel video di “No pussy blues”, o anche solo nelle foto promozionali? Sono a dir poco inguardabili!) e non sono poi tanto sicura che il buon Nick sia andato in crisi proprio ora (secondo me si trova in quella condizione dal giorno in cui è nato, e mi pare che parecchi fatti lo stiano a dimostrare…), ma di una cosa ho la certezza, e cioè che il disco è grezzo, sporco e marcio abbastanza da farmi credere che sia un bene che questi signori (oltre al già citato Cave ci sono anche Warren Ellis alla chitarra e violino, Martyn Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria) si siano messi in testa di realizzarlo!! Al di là del fatto che le track in esso contenute sembrano registrate nel garage di casa mia, la loro bellezza e intensità è tale da indurmi ad affermare che di un disco così ce n’era davvero bisogno, frase che oggi come oggi mi capita di pronunciare assai di rado. Impossibile non lasciarsi coinvolgere dal garage-blues abrasivo di “Honey bee”, “Get it on”, “Love bomb” o della già citata “No pussy blues”, ma è anche difficile non farsi attrarre dagli oscuri soliloqui presenti in “Go tell the women” e “Electric Alice”, per non parlare poi di una canzone come “Man on the moon”, una simil-ballad tanto breve quanto efficace, che sembra sì cantata da un ubriacone fuori da qualche pub, ma che ti fa emozionare come poche altre. Per certi versi questo è un lavoro rumoroso, impulsivo, tracotante e “sfrontato”, ma sotto altri punti di vista lo considero il frutto di lunghe riflessioni e lo vedo come un qualcosa di molto cerebrale, che senz’altro sarà amato alla follia dai fan del Re Inchiostro, ma che forse servirà anche a far scoprire quest’ultimo a quei pochi che ancora non lo conoscono, o magari alle nuove generazioni.
Web: http://www.grinderman.com/.
(Grendel)
Harvest Rain: Blood hymns
(CD - OPN Records, 2007).
Quello di Jason Thompkins, meglio noto sotto lo pseudonimo di Harvest Rain, è un nome che dovrebbe risultare abbastanza noto ai lettori di Ver Sacrum: si tratta di un musicista originario della Carolina del Sud che ha avuto modo di distinguersi per una produzione abbastanza corposa di lavori su nastro e CD-R (anche con il suo vero nome e con l’alter-ego Cain River) prima di approdare alla OPN, fregiandosi anche della collaborazione di Tor Lundvall e Matt Howden. Un paio d’anni fa recensii positivamente il cd Night Chorus, caratterizzato da una classicissima forma di folk apocalittico intrisa, però, di sensazioni psichedeliche che gli donavano un certo grado di originalità. In questa nuova produzione migliora decisamente la qualità complessiva del suono (una delle pecche del precedente CD) ma, purtroppo, la musica degli Harvest Rain ha perso molte delle caratteristiche che lo rendevano più personale, in particolare quelle vene psichedeliche dovute all’uso del flauto che tanto mi avevano affascinato. Rimane quindi un’interpretazione quasi perfetta del genere folk apocalittico, molto vicina a quella degli Strenght Through Joy per l’uso della voce e dei morbidi tappeti generati dalle tastiere, estremamente piacevole all’ascolto ma praticamente priva di originalità. Ciò rende difficile dare un giudizio lapidario su Blood hymns poiché non posso negare che i brani che lo costituiscono sono di ottima qualità e di buon impatto; d’altra parte non posso negare che avrei sperato in una deriva più personale del progetto statunitense e mi ha deluso la scelta di rimanere agganciati a stilemi ormai un po’ troppo cristallizzati. Sicuramente, in ogni caso, ci troviamo ben al di sopra delle produzioni caratterizzate dai soliti quattro-accordi-quattro, voci stonate e arrangiamenti inesistenti.
Web: http://cainriver13.tripod.com/harvestrain/.
(Ankh)
The Horrors: Strange house
(CD - Loog/Polydor, 2007).
Gli Horrors sono inglesi, sono giovanissimi e hanno appena pubblicato il loro disco di debutto, ma non hanno nulla a che fare con il brit pop o la brand new wave. Faris Rotter (voce), Joshua Von Grimm (chitarra), Tomethy Furse (basso), Spider Webb (tastiere) e Coffin Joe (batteria) hanno formato una band piuttosto diversa dalle tante che provengono dal loro stesso paese (mi riferisco, ovviamente, all’attuale scena alternativa britannica…), non vestono casual e non propongono un sound che può essere apprezzato dal pubblico “indie”, difatti se ne vanno in giro con giacche e pantaloni attillati (e rigorosamente neri), beatleboots, acconciature sparate e make-up pesante, per non parlare poi della loro musica, che viene da più parti definita come “punk horror garage rock”! Da questo potrete capire che i nostri non sono degli incredibili innovatori (cosa che, peraltro, non si può dire neanche dei loro colleghi dediti al revival delle sonorità anni ottanta!), ma in compenso sanno scrivere canzoni accattivanti e dal tiro micidiale, che piaceranno ai fan dei Cramps ma anche ai punkettoni più oltranzisti, quelli che si infiammano solo nell’ascoltare roba marcia e grezza al punto giusto. Eh sì perché col marciume e il voodoobilly di scuola americana i cinque di Southend ci vanno proprio a nozze, basti pensare a brani scurissimi come “Sheena is a parasite”, “Gloves” o “Count in fives”, che non a caso sono stati i primi singoli estratti dall’album. Questi ultimi però non sono gli unici pezzi che mi hanno esaltato, infatti ho una particolare predilezione anche per “Little victories” (nel quale Faris canta più sguaiato che mai!), per “She is the new thing” (semplicissimo nella sua struttura, ma estremamente efficace) e per l’irresistibile “Draw Japan”. Difficile trovare dei difetti in Strange house, che suona come se fosse stato registrato negli anni sessanta e che è così carino da far perfino dimenticare che non propone nulla di nuovo, per cui non mi sforzerò di trovarne e mi limiterò a dirvi di tenere d’occhio questa formazione, senz’altro una delle più interessanti tra quelle “uscite allo scoperto” da inizio anno ad oggi.
Web: http://www.thehorrors.co.uk/.
(Grendel)
Jeniferever: Choose a bright morning
(CD - Midfinger, 2006).
Se sei svedese, ti piace la musica e hai passato tutta la tua vita a stretto contatto con la natura, circondato da enormi boschi e da campi sterminati, ci sono un paio di possibili strade che puoi imboccare: scegliendo la prima diventi un arrabbiatissimo death-metaller, o tutt’al più un rocker alcolizzato, se invece opti per la seconda il peggio che ti può capitare è ritrovarti a suonare indie o folk, due generi che nei paesi scandinavi vanno davvero forte, e che hanno anche un certo seguito… I Jeniferever, giovanissimo quartetto di belle speranze proveniente da Uppsala, hanno sicuramente più familiarità con quest’ultima categoria che non con l’altra, e infatti il sound che propongono nel loro primo full-lenght non è di quelli contraddistinti da chitarre distorte e da ritmi serrati. Qui non ci sono voci taglienti e tonnellate di riffs che si susseguono alla velocità della luce, anzi direi che ogni nota e ogni singolo elemento è un qualcosa di delicato, rilassante ed etereo. In poche parole la band è di quelle che amano le tinte tenui, la raffinatezza sonora e la tranquillità, tutte cose ampiamente dimostrate dalla scelta di dedicarsi ad un post-rock più vicino ai Sigur Ros che non ai Mogwai. L’unico mio rammarico riguardo Choose a bright morning, che nel complesso giudico interessante e abbastanza gradevole, è che le vocals vi compaiono (troppo) di rado, e ciò mi dispiace soprattutto perché esse sono una delle componenti che più mi hanno colpito di questo disco. Il brano che lo apre (intitolato “From across the sea”) è proprio un esempio di quanto ho appena affermato, trattasi infatti di un mix molto ben riuscito tra parti cantate assolutamente convincenti (il dolce sussurrio del singer dei Jeniferever sarebbe in grado di persuadere anche la persona più scettica e distaccata…) e atmosfere rarefatte che sembrano fatte apposta per far raggiungere all’ascoltatore uno stato di calma contemplativa. Quando la voce manca il tutto diventa un po’ pesante da digerire e c’è il rischio che la noia e gli sbadigli prendano il sopravvento, facendo dimenticare quanto di buono c’è nell’album, ma rimane il fatto che il gruppo sembra avere un discreto potenziale e una spiccata vena artistica dalla sua, qualità che in futuro gli permetteranno senz’altro di aggiustare il tiro e di migliorare la proposta.
Web: http://www.jeniferever.com/.
(Grendel)
Kagerou: Shinjuuka
(2CD - Lizard Gan-Shin/Audioglobe, 2006).
Scioltisi all'indomani della pubblicazione di "Kurohata" e di un farewell tour che li ha portati a suonare a Berlino ed a Parigi nel dicembre del 2006, i Kagerou hanno lasciato un vuoto difficilmente colmabile tra gli appassionati della Visual Kei più attenti ai contenuti che alla (vuota?) forma estetica, essendo, assieme ai Dir En Grey, fra i più dotati ed interessanti dal punto di vista musicale di questo variopinto/variegato movimento. Ecco che giunge a proposito questo doppio ciddì antologico riproponente ben trentaquattro classici (?) eseguiti con la solita foga da Daisuke e compagni (in aggiunta l'immancabile inedito, ovvero "Nawa", oltre alla new version di "Ichirin wa aoku"). E non crediate che i Kagerou siano degli sprovveduti, affatto: ve l'avevo detto, in ambito VK erano fra i più titolati, con pieno merito, anche e sopra tutto grazie ad un lavoro definito fondamentale non a torto, quel "Rakushu" del 2004 che senza dubbio rappresenta una delle vette (difficilmente eguagliabili) della scena. Vigore nu-metal, sfuriate punk, fughe jazzistiche, atmosfere da colonna sonora di B-movie o da cartone animato, cantato ora pulito, ora urlato, ora gorgogliante, il tutto ben amalgamato in una mistura pazzesca di suoni skizzatissimi (ascoltate ad esempio la violentissima "Kichiku Moralism"). La grafica non poteva non essere curatissima: le fotografie sono davvero bellissime (come il carro funebre in ultima pagina, grande!), gli ideogrammi si stagliano su pagine bianchissime, lattee, creando un effetto gradevolissimo, ovviamente è presente un libretto con la traduzione in inglese delle liriche, come al solito il prodotto è confezionato collo zelo tipico degli abitanti del Sol Levante, ed allora, amici miei che vi dilettate con queste band sghembe, non lasciatevi sfuggire l'epitaffio (artistico) dei fantastici Kagerou!
(Hadrianus)
Kaiser Chiefs: Yours truly, angry mob
(CD - B-Unique/Universal, 2007).
I Kaiser Chiefs sono una delle band che più mi piace tra quelle appartenenti alla nuova scena Brit rock, difatti il loro debut Employment è un disco frizzante e divertente che ho ascoltato fino allo sfinimento, e che considero come una delle migliori release degli ultimi due anni. In particolare mi piace molto il sense of humour del gruppo di Leeds, che riesce a confezionare brani straordinariamente efficaci e immediati ma che non si limita a proporre puro e semplice pop da classifica, basti pensare a piccoli capolavori di pseudodemenzialità lirico-musicale come “Na na na na naa”, “Oh my God” o “Everyday I love you less and less”. Non era quindi facile realizzare il degno successore di un album così intrigante, ma il quintetto ce l’ha messa tutta ed ha sfornato una serie di canzoncine che non fanno troppo rimpiangere le precedenti. Di sicuro il livello raggiunto da Yours truly, angry mob non è paragonabile a quello del cd d’esordio, ma è anche vero che toccare di nuovo tali “vette” qualitative non era affatto facile, e che le cose vanno sempre contestualizzate per poterle giudicare al meglio. Immagino che la band abbia subito molte pressioni dalla casa discografica, ed inoltre è stata praticamente sempre in tour dal 2005 ad oggi, ma a dispetto di ciò la sua proposta supera (senza ombra di dubbio) quella di tante formazioni dello stesso genere, che di recente si sono rese protagoniste di “ritorni” assai deludenti. Come al solito mi viene da dire che i Kaiser non esisterebbero se prima di loro non ci fossero stati i Blur (il singer Ricky Wilson deve aver imparato a cantare ascoltando a ripetizione Damon Albarn…), ma questo non è certo un punto a loro sfavore, anzi mi fa molto piacere che non abbiano snaturato il loro suono originario e non abbiano cercato di fare cose troppo diverse da quelle a cui ci avevano abituato. A dimostrarlo ci sono episodi come “Everything is average nowadays” e “Heat dies down” (con i loro ritornelli azzeccatissimi), per non parlare dell’opener “Ruby” (che dà l’idea di essere un po’ stucchevole la prima volta che lo senti, ma che si fa apprezzare sempre più ad ogni nuovo ascolto…) o del trascinante “Thank you very much”, il classico pezzo radiofonico e orecchiabile che vi verrà propinato a tutte le serate indie-alternative a cui parteciperete nei prossimi mesi. Insomma, un must per i fan del “true british sound”, oltre che una bella riconferma per un gruppo che ha la mia stima incondizionata.
Web: http://www.kaiserchiefs.co.uk/.
(Grendel)
LCD Soundsystem: Sound of silver
(CD - DFA/EMI, 2007).
Sono davvero tanti i cd che mi è capitato di recensire da inizio anno ad oggi, ma devo dire che una buona parte di essi mi ha lasciato abbastanza indifferente, e tra questi ultimi alcuni mi hanno deluso parecchio (vedi ad esempio gli album di svariati gruppi “brand new wave” che non sono riusciti a proporre materiale dello stesso livello qualitativo di quello pubblicato all’esordio…). Purtroppo anche il nuovo lavoro di LCD Soundsystem (alias James Murphy, vero e proprio nume tutelare della scena electro-punk-funk newyorkese) non è all’altezza delle aspettative e conferma la regola del “carino ma non troppo”, frase che sembra adattarsi alla perfezione a molte delle release che mi è capitato di ascoltare di recente. L’impressione è che il buon James si sia reso conto che il filone musicale tanto promosso dalla sua DFA (etichetta che ha lanciato gli ottimi The Rapture, e per la quale incidono gli stessi LCD…) ormai non “tira” più come una volta, e allora ha pensato di realizzare un disco tutto sommato abbastanza “rock-oriented”, che può accontentare i suoi vecchi fan ma che si rivolge pure al pubblico “trendy”, quello che apprezza i prodotti “usa e getta” e che mai ascolterebbe roba che andava di moda due anni fa!! Di Sound of silver salverei in particolar modo la prima parte, quella che include l’intrigante singolo “North american scum” (se nel cd ci fossero solo canzoni di questo genere ci sarebbe di che esser contenti!!) e due brani di grande impatto come “Someone great” e “Get innocuous”, mentre butterei volentieri la seconda e soprattutto riempitivi come la titletrack, “Watch the tapes” e “New York I love you but you’re bringing me down” (ma serviva davvero un titolo così lungo per quest’inutile e irritante “ballatona” pseudo-romantica?!?). Come ho detto in precedenza, è probabile che questo tipo di sound faccia proseliti nel “solito” e scontato circuito finto-alternativo (o indie che dir si voglia…), anche perché la band statunitense è un vero e proprio oggetto di culto in certi ambiti, ma per quanto mi riguarda non mi ha convinto granché, e non lo considero nulla di speciale…
Web: http://www.lcdsoundsystem.com/.
(Grendel)
Marsheaux: Peek A Boo
(CD - Undo Records, 2007).
Le Marsheaux sono due ragazze che arrivano da Salonicco (Grecia), amanti dell'elettro-pop di matrice "primi anni'80", come risulta palese ascoltando "Peek a boo", loro secondo cd. Il disco si rivela una vera goduria per chi apprezza tali sonorità: i richiami all'elettro-pop anni '80 sono evidenti e le influenze svariate (Human League, Soft Cell, Eurythmics, primi Depeche Mode, Yazoo e, rifacendoci all'attualità, Client e Ladytron) per un disco veramente carino, che propone tredici tracce assolutamente godibili dall'inizio alla fine, tanto che trovo superfluo citare un brano piuttosto che un altro (faccio un'eccezione solo per "Dream of a Disco" il cui inizio è spudoratamente simile a "Heaven" degli Psychedelic Furs e per la cover di "Regret" dei New Order); "Peek a Boo" segna in maniera brillante il ritorno in auge di sonorità elettro-pop tipiche dell'inizio degli anni'80 (tale fenomeno non è certo sfuggito ai piu' attenti osservatori del panorama musicale contemporaneo) e porta alla ribalta il nome delle Marsheaux: per me si è trattato di una gradevolissima scoperta e non posso che consigliare caldamente questo cd (nonchè il precedente "E-bay Queen") a quanti apprezzano tutti i gruppi già citati ad inizio recensione.
Web: http://www.marsheaux.com.
(Candyman)
Maxïmo Park: Our earthly pleasures
(CD - Warp, 2007).
Paul Smith, il cantante dei Maxïmo Park, ha il taglio di capelli più improbabile di tutta l’Inghilterra (della serie “non è possibile che gli piaccia davvero una cosa del genere, ma forse in questa maniera pensa di farsi notare di più?!”) e sfoggia dei completini che lasciano un po’ a desiderare, ma ha un gran bel timbro di voce e un modo particolare di interpretare i pezzi della sua band, che (per chi non la conoscesse ancora) proviene da Newcastle e si è formata nel 2001, diventando però famosa soltanto un paio d’anni fa grazie al successo ottenuto dal cd A certain trigger. Così come per tanti altri gruppi del giro “brand new wave”, anche per Paul e compagni questo inizio 2007 rappresenta un periodo di grandi cambiamenti, essenzialmente dovuti all’uscita del secondo disco e alle aspettative che quest’ultimo si porta dietro, soprattutto da parte di quelli che, come la sottoscritta, avevano molto gradito il suo predecessore. Dispiace quindi dover ammettere che tale release (al pari di altre recentemente pubblicate da formazioni appartenenti alla stessa scena…) è abbastanza deludente e un po’ poco efficace, specie a causa della discontinuità della proposta. In passato i Maxïmo Park ci avevano abituato a brani veloci e incisivi, caratterizzati da strutture inusuali e da un incedere ritmico che non dava tregua all’ascoltatore, ma le nuove canzoni non hanno il “tiro” sperato e, tranne poche eccezioni (rappresentate dall’ottimo singolo “Our velocity”, da “Russian literature”, da “The unshockable” e da “Girls who play guitars”), sono un po’ troppo fiacche e “mosce” per i miei gusti. Insomma, Our earthly pleasures non riesce ad entrarmi in testa e a divertirmi, anzi mi dà l’impressione che i suoi autori abbiano buttato giù dei pezzi in tutta velocità e che non fossero neanche molto ispirati quando l’hanno fatto, realizzando così un album che lascia l’amaro in bocca. Peccato davvero che la performance del simpatico Paul, che anche in questo caso dà prova di avere buone capacità vocali, non sia supportata da un sound adeguato e altrettanto convincente, e peccato dover dire che pure questa band ha fatto un buco nell’acqua! Sarebbe stato meglio se avesse aspettato di avere brani migliori prima di riproporsi, ma purtroppo oggi come oggi le case discografiche tendono a spremere al massimo i nuovi fenomeni musicali, e molto spesso li rovinano…
Web: http://www.maximopark.com/.
(Grendel)
Mekhate: 35 grams
(CD - Creative Fields/Masterpiece, 2007).
Anche le migliori intenzioni, qualche volta, devono affrontare lo scoglio che può rappresentare la loro messa in pratica. Lasciando una sensazione diversa da quella a cui si dovrebbe giungere, e per la quale, in tal senso, è palese l’impegno messo per giungere ad un fine purtroppo non raggiunto appieno. Queste le prime considerazioni fatte all’ascolto di “35 grams”, primo album “ufficiale” di Mekhate, progetto che senza dubbio si distingue dal marasma delle attuali uscite per la propria particolarità, la sperimentazione che lega sonorità di matrice etno (prevalentemente giapponese ed est-asiatica) a echi neoclassici, l’ethereal folk più raffinato a escursioni noise. Un melting originale, sicuramente “difficile”, che però non porta, soprattutto nell’ultima delle influenze citate, pienamente ai risultati sperati.
La componente etnica risulta quella in cui i nostri riescono al meglio, con melodie dal sentore antico capaci di prendere una nuova vita in arrangiamenti curati, capaci di toccare molteplici ispirazioni in maniera eterogenea e insieme coerente all’ascolto: emblematiche in tal senso le lineari e suadenti “The myth II” e “Army of the Ancient China”. Ma, per quanto apprezzi la volontà di sperimentare, di giungere a un sound comprensivo di elementi anche divergenti tra loro, il risultato non sempre giova: come in “Yoshitsune Minamoto”,in cui l’elemento rumorista stona, risultando decontestualizzato dall’insieme e nuocendo , purtroppo, alle qualità dimostrate in altre modulazioni sonore. Il fine di Mekhate risulta ambizioso, e attendo un’altra release per constatare se questa difficile prova verrà superata, per chi scrive, a pieni voti; nel mentre, rimane una sensazione di “voler fare” che purtroppo non sempre trova i mezzi per potersi dare una forma definita ed esaustiva.
(LilleRoger)
Miriam: When beauty is invisible
(CD - Decadance Records/Audioglobe, 2007).
Era dai tempi ormai remoti di "Scents" che desideravo ascoltare nuovamente (mai sazio di beltade!) i bravi Miriam! Ed ora che la lunga attesa s'è risolta, ed il lettore mi restituisce il cerchietto, rifrangendo in mille rivoli argentati un raggio di sole penetrato nella penumbra della mia stanza, posso infine gioire. "I look around" è perfetta a fungere da introduzione a "When beauty is invisible", essendo essa track melodicissima, colla vocina di Daniela a svettare sul pregevole caleidoscopio soniko che Massimo Bandiera e Carlo Bucciarelli distendono con cura dinanzi ai nostri sensi, e le immagini multiformi cangianti ad ogni nota ci abbacinano, meravigliandoci. Fin da principio si assiste ad una crescita costante, quasi che il dischetto voglia ascendere alle algide immensità siderali, fuggendo al quotidiano squallore che ci circonda. Impossibile costringerlo entro angusti orizzonti predefiniti, con "Eclipse" si sale ancora, ed attorno a noi il Tempo pare arrestarsi. "Illusory signs" e "If you ever" sono profonde e cogitabonde, nella loro eterea ed impalpabile sostanza c'avvolgono di spire delicate e fragranti, inducendoci a rallentare il passo, a fermarci un attimo, a riconsiderare la nostra Esistenza. "When beauty is invisible", la titler-track, è la Primavera che esplode in innumeri colori e fragranze, ottimamente bilanciata tra armonie celestiali e la prestanza di una chitarra esibentesi in un a solo di pregevolissima fattura, pomposo e magniloquente come solo il rock di classe sopraffina può essere. "Before the night comes" è notturna come il titolo preannunzia, una ninna nanna dolcissima come la sensazione pura che si prova allorquando la brezza serotina accarezza la pelle del volto, facendoci rabbrividire di gioia voluttuosa. Al contrario, "My last forever" è darkeggiante ed inquietante, anche se presto ogni timore svanisce. Umori che mutano naturalmente, come può accadere nel corso di una lunga giornata, e che vengono descritti via via da uno strumentismo ora elettrico e prestante, ora spontaneo altrove ragionato, compulsato in ogni sua nota, centellinata come le gocce d'un balsamo pretiosissimo. Ad "Endless" si succede una "Don't hide" che è l'esatto contrario della traccia asciutta nella sua struttura che l'ha preceduta: orchestrale, sinfonica pur nella esiguità della stromentazione applicata, con il rincorrersi dei synth e della chitarra, e quella voce a fuggire ancora, lontano e lontano... Disco baciato in fronte dalla Sorte benevola, i favori della quale si conquistano solo coll'applicazione e la tenacia, colla bravura e la modestia, "When beauty is invisible" rappresenta un passo fondamentale non solo nella vicenda artistica di chi l'ha concepito, ma azzarderei per tutta la discografia nazionale. La quale alla luce di quanto proposto in questi ultimi anni da valenti acts nostrani, può definitivamente smettere i panni della parente povera, e grazie a gruppi come i Miriam pretendere il giusto riconoscimento da parte di coloro che codificano i generi ed i gusti in forza della tradizione e del passato. E' vero, la bellezza è invisibile, soffocata dalla bruttura, dalla fretta, dall'ansia. Eppure esiste, è tra noi, è dentro di noi, bastante è una stilla d'acqua, a far rifiorire il più bello dei fiori, sfinito dall'arsura. Allora, abbeveriamoci a questa fonte! Eppoi, per ultimo, "Nightporter" dei Japan... Potevo chiedere di più a questi tre bravi artisti? "Attenderò un segnale/e se mai dovessi tornarti in mente/siederò nella mia stanza ed attenderò che inizi la vita notturna/e se trattegno il respiro tutti e due sfideremo ancora il tempo".
Web: http://www.decadancerecords.it.
(Hadrianus)
The Moon and the Nightspirit: Regö Rejtem
(CD - Equilibrium Records, 2007).
Secondo album del duo ungherese, Regö Rejtem esce un paio d’anni dopo il debutto Of dreams forgotten and fables untold e riesce a colpire nel segno, con quel misto di musica eterea “moderna” ma che si ispira alle sonorità antiche e tradizione del loro paese natale. Contrariamente a quanto era accaduto nel lavoro d’esordio, in questo nuovo e più maturo album il gruppo si concentra maggiormente sulla seconda parte, abbandonando (almeno per il momento) la lingua inglese e concentrandosi esclusivamente sulla propria lingua, con testi dedicati alla saggezza degli antichi e ai culti della natura e della grande dea madre, tematiche che li avvicinano, insieme ad alcune caratteristiche del suono, agli Ordo Equitum Solis di Hecate. Purtroppo non posso certo dire di essere un esperto di musica tradizionale ungherese ma, da non esperto, devo ammettere che suona estremamente piacevole; in quest’ambito anche la lingua ungherese, caratterizzata nel parlato da suoni piuttosto duri, sembra addolcirsi al suono dei violini, della chitarra e dell’ottavino. Si evince, nell’ascolto, una certa somiglianza con il folk celtico più morbido e caratterizzato dalle voci femminili, ad esempio nelle melodie create dai flauti, anche se le caratterizzazioni sono, a ben vedere, alquanto differenti. Interessante il modo in cui, nel brano di apertura, si incontrano la voce femminile con quella maschile, peccato solo che l’esperimento sia limitato ad un unico brano. Molto ben realizzata pare anche la veste grafica, che ho potuto ammirare solo parzialmente nel CD promozionale in mio possesso, che crea insieme a musica e testi un prodotto molto ben confezionato: niente di assolutamente nuovo, certo, ma si tratta pur sempre di un bell’album, degno della Prikosnovenie dei tempi migliori.
Web: http://www.themoon.equilibriummusic.com/.
(Ankh)
Nine Inch Nails: Year Zero
(CD - Interscope/Universal Musica, 2007).
Non è difficile immaginare che questo album abbia rappresentato una sorpresa per più di un ascoltatore dei Nine Inch Nails: per molti anche una "brutta" sorpresa, visti i commenti perplessi che affollano a decine i siti americani. E' certo che Year Zero non sia un lavoro facile e immediatamente "digeribile" come il suo predecessore With Teeth, affine com'era alle sonorità più rock. Trent Reznor stavolta ha cambiato completamente la formula con cui era solito lavorare: anziché costruire gli arrangiamenti su strati e strati di suoni, in un amalgama potente e "rumoroso", per Year Zero ha scelto un approccio minimale, lavorando più per sottrazione che per addizione. La maggior parte dei brani sono caratterizzati da una base ritmica molto semplice (quasi sempre si è fatto ricorso ad una drum machine) e da un uso molto "creativo" di rumori e dissonanze elettroniche: contrariamente agli ultimi due album dei NIN ( The Fragile e With Teeth) gli strumenti a corda sono meno in evidenza, a parte nei brani più rock del disco ovvero il singolo "Survivalism" e "The beginning of the end". Tutto ciò può aver diminuito la potenza complessiva dei pezzi, la loro presa emozionale al primo ascolto ed è indubbio infatti che l'album si apprezzi maggiormente entrando in sintonia con i suoi suoni, ripetendo più volte i brani nel lettore CD. Con Year Zero Reznor ha dimostrato ancora una volta di essere un innovatore, di non riposare sugli allori passati ma di sapersi mettere in discussione con un album che suona diverso da ciò che lui ha fatto in passato. Questa è indubbiamente una buona cosa: di contro Year Zero non prende subito l'ascoltatore per la pancia (o per il cuore, se preferite) ma agisce sul cervello, in modo lento. Probabilmente manca il pezzo eccellente, quello straordinariamente bello che cattura subito: i brani sono tutti piuttosto buoni e di qualità uniforme, senza alcun picco né verso il basso ma nemmeno verso l'alto. Questo spiega anche la perplessità che Year Zero può far provare ad un ascolto distratto e frettoloso: forse spiega anche le vendite al di sotto delle aspettative del CD nella sua prima settimana di uscita sul mercato americano (sotto le 200.000 copie vendute, cifra che era una specie di traguardo atteso per il disco, che comunque si è posizionato subito in un'ottima seconda posizione delle charts di Billboard). Si diceva che per Year Zero Trent Reznor ha cambiato la sua formula creativa: intanto l'album è stato costruito letteralmente on the road, durante la lunghissima tournée seguita a With Teeth. Sul Mac portatile di Reznor si sono così accumulati i suoni che poi hanno dato vita ai 16 pezzi qui presenti. Anche dal punto di vista dei testi Year Zero ha marcato un cambiamento radicale per l'artista: se nei suoi album precedenti Reznor evocava nelle liriche i suoi fantasmi personali, togliendo le croste alle ferite interiori per farle di nuovo sanguinare, questo nuovo lavoro è invece una riflessione politica sulla società (americana in primis) dei giorni nostri. Per rendere più efficace il messaggio Reznor ha immaginato un mondo ambientato nel 2022, l'"year zero" a cui il disco fa riferimento, e una società altamente repressiva e bigotta, sull'orlo della catastrofe ambientale, in cui è sempre più radicale la divisione tra i benestanti e gli indigenti ("the haves and the have-nots", come Reznor stesso dice in "Capital G"). Il mondo di Year Zero (che naturalmente – è la chiave del messaggio – potremmo ritrovarcelo di qui a qualche anno se non prendiamo provvedimenti) è anche diventato un originale strumento di promozione del disco stesso, attraverso una marea di siti i cui riferimenti sono stati disseminati in questi mesi nei modi più svariati (dalle pennette USB lasciate nei bagni dei locali del tour europeo dei NIN, ai codici binari stampati sulla superficie – termosensibile! – del CD; dal murales dipinto sui muri di Londra a eventi a sorpresa interrotti da falsi poliziotti in tenuta antisommossa). Chi volesse saperne di più su questa intrigante realtà alternativa può visitare il sito NinWiki.com, la più valida mappa virtuale alla "second life" di Year Zero. Dopo ripetuti ascolti l'album mi ha conquistato definitivamente e positivamente, ma mi sa che quest'anno nella mia Playlist 2007 i NIN, come per la classifica di Billboard, dovranno accontentarsi del secondo posto.
Web: http://www.nin.com.
(Christian Dex)
|