Recensioni marzo 2007

 


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80th Disorder: Transform (MCD - Melotrik, 2006). Quando si parla di synth-pop si pensa immediatamente a tante formazioni inglesi degli anni ottanta, o tutt’al più a certe band tedesche che hanno ottenuto un grande successo nello stesso periodo, ma di rado si collega tale genere con le scene musicali di altri paesi. È stato quindi alquanto curioso scoprire che questi 80th Disorder provengono dalla fredda Finlandia, una nazione che, artisticamente parlando, è conosciuta più che altro per la miriade di gruppi metal e gothic rock ai quali ha dato i natali. A quanto pare però il combo in questione (formato da quattro ragazzi dai nomi impronunciabili, vedi ad esempio quello del bassista Marko Pyhähuhta…) ha ben poco in comune con gente come The 69 Eyes, Lordi o Stratovarius, e preferisce dedicarsi a sonorità un po’ più “delicate” (!!) di quelle proposte dai suoi famosissimi connazionali. Transform è infatti un lavoro rilassante e abbastanza raffinato, contenente canzoni dalla struttura semplice e immediata che, stando alla biografia in mio possesso, hanno risentito dell’influenza di mostri sacri come Cure, Ultravox e addirittura The Jam, anche se la musica del quartetto è stata spesso paragonata (dalla critica) a quella di un’altra grande band new wave degli anni ottanta, ovverosia i The Sound. Personalmente trovo che questi brani siano piuttosto piacevoli all’ascolto (e in particolar modo ho apprezzato la terza traccia, intitolata “Desolate journey”, che rispetto alle altre è un po’ più duttile e dinamica…), ma credo anche che il gruppo sia ancora un tantino acerbo e che sia tuttora in fase di rodaggio. L’augurio è quindi quello che, con il debut album che uscirà a fine anno, gli 80th Disorder riescano ad esprimere al meglio tutto il loro potenziale, sorprendendoci non solo per il fatto di essere finlandesi, ma anche e soprattutto grazie al loro sound! Web: http://www.80thdisorder.com/. email: vesku@melotrik.com. (Grendel)

Aa.Vv.: Where are you Europe? (2CD - Kaos ex Machina, 2006). Nel novero delle net labels che ultimamente stanno popolando la rete, la polacca Kaos Ex Machina ha fatto il suo ingresso in grande stile. Nell’arco di pochi mesi, la quantità e qualità delle releases (nonché, diciamolo, il passaparola su MySpace!) hanno contribuito a farla “emergere dalla mischia” in maniera convincente, e la doppia compilation “Where are you Europe?” ribadisce ulteriormente il concetto, riunendo nomi emergenti e altri già noti della brown and grey area – più divagazioni annesse- in un assemblaggio che fornisce un quadro benaugurante di ciò che accade al di fuori dei “giri” maggiori. L’impressione che si trae, dopo l’ascolto, è quella di un underground in ottima salute, non sempre – come in tutti i generi e i contesti, giustamente – capace di tirare fuori assolute novità, ma continuamente in cerca di vie personali, di un quid da associare al proprio nome, con risultati mediamente molto efficaci – sempre che si possa fare una media con 24 progetti differenti da considerare… Raramente trapela la noia, anche nei passaggi più “regolari”, e le intenzioni vanno nella stragrande maggioranza dei casi di pari passo con una qualità a mio parere essenziale: la ricerca di un segno distintivo, la musica che si fa percepire realmente come espressione. Come si evince subito dall’opener affidata a Horologium, incalzante tra giri di valzer e marce belliche, e alla successiva traccia del progetto statunitense Roto Visage, ambient noise opprimente, disturbante come un incubo ciclico; trova riconferma piena l’oscura creatività di Rukkanor e spicca la “classica ma efficace” track di Krepulec, must per gli amanti dell’acustico-marziale. Nella seconda parte, sorprende in primis Experiments in Darkness, con una “Frozen” che sembra rubata al Nick Cave era Tender Prey, forse anacronistica nel contesto ma forte di una melodia tanto malinconica quanto tagliente, l’excursus etno di V7, e la bellissima track del nome già noto Cold Fusion (fresco di stampa il nuovo “Simmetria”), in bilico tra dark ambient e sincopi ritmiche improvvise, per un risultato di impatto e fascino crescenti. Un’iniziativa lodevole sia per il principio, che per il risultato, che conferma la serietà e la passione di questa net-label: una graditissima sorpresa per chi è già avvezzo ai generi trattati e un’introduzione meritevole (se bastasse anche solo il magico e comprovato potere della parola “gratis”!) per curiosi, neofiti e potenziali interessati. A Kaos Ex Machina i complimenti di chi scrive per aver portato una gradita novità. E per averlo fatto nel migliore dei modi. Web: http://www.kaos-ex-machina.pl. (LilleRoger)

Aa.Vv.: Electronic Manifesto (2CD - Caustic Records/Masterpiece, 2007). Coraggiosa e provocatoria iniziativa quella intrapresa dalla Caustic Records, con questo doppio sampler. Coraggiosa perchè nei due cd vengono presentati ben 28 brani esclusivi per altrettante bands, tra cui i nomi famosi si contano sulle dita di una mano; provocatoria (o meglio dire polemica) perchè questo sampler intende ricreare lo spirito innovativo e sperimentale che contraddistingueva buone parte delle electro-industrial bands nate tra la fine degli anni'80 ed i primi anni '90, polemizzando in maniera piuuttosto esplicita con il trend dell'attuale panorama elettronico, sottolineandone l'incapacità di sorprendere, sperimentare ed innovare, a favore di un continuo sorgere di gruppi cloni piegati verso sonorità troppo commerciali. Che siate o meno d'accordo con questo "elettro manifesto", questa doppia compilation si rivela assai interessante e dimostra che non è necessario essere un nome "affermato" per produrre un brano valido. Tra le 28 tracce dei due dischetti (brani selezionati da Pedro Penas, alias HIV+ per il cd1 e da Dj Dogme per il cd2) non trovere quindi traccia di synth-pop, di harsh-elettro, di TBM o future-pop, ma solo puro elettro-industrial ed EBM "old-style", per brani dalle strutture oscure e spigolose ma comunque quasi sempre affascinanti. Un disco che in alcuni episodi si rivela di non facilissimo ascolto e che, come detto, non si accoda ad alcun trend o moda del momento; in virtu' di questo, mi sento di paragonarlo a Don Chisciotte, circondato dai mulini a vento che caratterizzano parte (non tutto è da buttare, giusto essere critici, ma nemmeno disfattisti) del panorama elettronico attuale; se provate nostalgia per l'elettro-industrial piu' "duro e puro", non fatevi scappare questo sampler. Web: http://www.causticrecords.com. (Candyman)

Advocatus Diaboli: Sternenmarsch (CD - Sonorium/Masterpiece, 2006). Attivi nella nativa Germania da una decina d’anni, pare che gli Advocatus Diaboli abbiano in patria un notevole successo e una fama consolidata, mentre qui da noi facciamo sinceramente fatica a distinguerli dalla valanga di proposte provenienti da quella parte d’Europa. Il quintetto, comunque, propone un gothic rock parecchio ibrido, che miscela sonorità gothic metal molto tastierose e sinfoniche (vorrei dire pompose…) ad elementi più sintetici che rimandano direttamente, a mio avviso, a realtà storiche della darkwave tedesca (perché no, Diary of Dreams…). Il disco è molto, ma molto uniforme nella qualità dei 10 pezzi proposti, e pur fancendosi ascoltare (magari mentre si fa altro, in casa..) è davvero difficile segnalare un episodio che spicchi sopra la media. Forse la title track, galoppante, metallica e anche adatta ai dance-floor, oppure “Nah bei Dir” dove è evidentissima l’ispirazione ai Diary of Dreams, oppure l’adrenalinica “Komm” dove il gothic metal convive bene con strutture elettroniche… Per il resto, nulla che ti rimanga in mente, nonostante il gruppo tenti di movimentare il tutto anche con l’alternanza delle parti vocali fra Thomas Jäkel, autore di tutti i pezzi, e Linda Weinman. Quest’ultima, peraltro, nonostante svolga –comprensibilmente- il ruolo di “ragazza immagine” del gruppo, non si distingue certo per un performance memorabile. Insomma, roba, volendo, per i fans di Asp, Unheilig o Samsas Traum, gli altri… vedano loro. Web: http://www.advocatus-diaboli.net. (Manfred)

Air: Pocket symphony (CD - Virgin, 2007). A più di tre anni di distanza dall’uscita di Talkie walkie torna la premiata ditta formata da Nicolas Godin e Jean Benoît Dunckel, che ovviamente non si smentisce e ci regala un album raffinatissimo ed etereo, che se dovesse essere raffigurato tramite dei colori sarebbe rappresentato al meglio dalle tinte pastello. Molto spesso, nel caso di altre recensioni, mi è capitato di affermare che non amo troppo le band (di qualsiasi genere esse siano…) dedite a sonorità “soft” e rilassanti perché le trovo un po’ noiose, ma i due francesi sono senz’altro l’eccezione che conferma la regola: la loro musica mi ha sempre affascinato tantissimo ed anche il nuovo lavoro, se pur di livello lievemente inferiore rispetto al suo predecessore, mette in grande evidenza il loro talento compositivo, che per alcuni versi definirei quasi visionario. Con questo non voglio insinuare che gli Air siano dei “drug-addict” (!!), ma certo devono vivere in uno strano mondo o in una sorta di dimensione parallela per riuscire a concepire dei suoni così leggeri, sublimi e rarefatti, che sembrano nati apposta per cullare l’ascoltatore, e per svuotargli la mente da qualsiasi pensiero negativo o spiacevole. Da notare che il disco è stato prodotto da Nigel Godrich (già collaboratore dei Radiohead) e che vi compaiono ospiti illustri come Jarvis Cocker (Pulp) e Neil Hannon (Divine Comedy), conosciuti dal duo nel periodo in cui quest’ultimo ha partecipato alla realizzazione di 5:55 di Charlotte Gainsbourg, ma al di là del prestigio dei loro nomi direi che la presenza di tali personaggi si è rivelata davvero efficace e apprezzabile. In particolare la produzione “non invasiva” di Godrich sembra esaltare molto le qualità intrinseche dell’album, che definire sensuale ed elegante sarebbe quasi riduttivo, per cui concludo dicendo che chi già ama la band può andare sul sicuro con Pocket symphony, ma la mia raccomandazione di non lasciarselo sfuggire va soprattutto a coloro che ancora non hanno avuto la fortuna di scoprire la magia sonora che gli Air sono capaci di creare… Web: http://www.intairnet.org/. (Grendel)

Amplifier: Insider (CD - SPV, 2006). Gli Amplifier sono un gruppo di Manchester formato dal cantante/chitarrista Sel Balamir, dal bassista Neil Mahony e dal drummer Matt Brobin, tre musicisti dal gusto compositivo davvero fuori del comune, che dicono di essere influenzati da gente come Who, Led Zeppelin, Bowie, Mogwai, Massive Attack e Police, ma che in effetti hanno saputo creare qualcosa che non fa necessariamente pensare a qualcuna di queste formazioni. Il debut album del terzetto (pubblicato nel 2005…) aveva attirato una certa attenzione da parte di pubblico e critica, ma di sicuro il nuovo lavoro farà ancora meglio, anzi la verità è che ad alcuni mesi dalla sua uscita (eh sì, purtroppo lo recensiamo con un po’ di ritardo…) si può tranquillamente affermare che esso ha contribuito in maniera decisiva a far diventare gli Amplifier una cult band. Bisogna aggiungere che questi ultimi si sono guadagnati tale fama anche grazie ai loro travolgenti ed incendiari live-show, ma essendo la musica il tema principale del mio articolo non mi dilungherò oltre sull’argomento appena accennato, e passerò a dirvi che i dodici brani contenuti nel disco sono una vera gioia per le orecchie, ma che secondo me fanno pure bene allo spirito (nel senso che quando si ascoltano cose di questo tipo non si può che essere felici e stare in pace con se stessi!). Non che le canzoni di Sel Balamir e compagni siano particolarmente solari (anzi, direi che è proprio tutto il contrario…), ma è innegabile che la potenza e la bellezza che emanano non possono lasciare indifferenti e le rendono davvero speciali, basti pensare alle ottime “Procedures”, “What is music?”, “O fortuna” e alla titletrack, caratterizzate da un sound che riesce ad essere allo stesso tempo corposo ma delicato, oltre che intricatissimo ma immediato. Difficile dire quale sia il genere di riferimento dei tre ragazzi inglesi, che in effetti accostano elementi post/hard/alternative rock con una certa nonchalance e con un’assoluta padronanza dei loro mezzi, visto che suonano da dio e sanno perfettamente come costruire song lunghe e mai noiose, nelle quali ogni nota ed ogni (dinamico) passaggio è in totale armonia con tutto ciò che gli sta attorno. Inutile dire che se vi piace il rock/metal più ricercato e cerebrale con questo cd andrete sul sicuro, ma vorrei lasciarvi con un monito: sappiate che una volta che lo avrete sentito non riuscirete più a farne a meno, per cui vedete un po’ voi se vi conviene farlo o meno… Web: http://www.amplifiertheband.com/. (Grendel)

Angelspit: Krankhaus (CD - Dancing Ferret/Audioglobe, 2007). Guardando la cover di Krankhaus non avrei mai potuto immaginare che gli Angelspit provenissero da Sydney, Australia, e invece mi sono dovuta ricredere quando sono andata a leggere le loro note biografiche, che peraltro non sono poi così tanto ricche di informazioni come avrei sperato… Di sicuro si sa che il duo in questione (formato da un’avvenente signorina dai lineamenti orientali, abbigliata in puro stile cyber-manga, e da un tipo non altrettanto interessante, ma vestito più o meno alla stessa maniera…) si è formato nel 2004 e che dal vivo ha supportato band come KMFDM, Tankt, Angel Theory ed Ikon. Il cd che ci propone è un prodotto professionale e ben curato, non solo per quanto riguarda l’aspetto prettamente musicale ma anche per ciò che concerne la grafica e le foto incluse nel booklet di sedici pagine, improntate su quell’esagerata e pacchiana (ma sempre piacevole e divertente a vedersi!!) estetica che di solito caratterizza un po’ tutta la fetish/cyber fashion. Del resto il fatto che i due non siano delle persone particolarmente “tendenti alla raffinatezza” (!!) è dimostrato anche dalle tematiche trattate nei loro testi (che parlano di esperimenti medici e di svariati argomenti a sfondo orrorifico-grottesco) e dal genere a cui sono dediti, un electro industrial dal sapore un po’ “rétro” (da notare che il gruppo utilizza synths analogici…) contraddistinto da beats robusti e piuttosto grezzi, che necessita svariati ascolti per essere apprezzato appieno, ma che tutto sommato è abbastanza piacevole ed efficace. Di certo il materiale presente nell’album è tutto tranne che scontato e commerciale, e infatti se volete sentire delle versioni ballabili di queste track vi consiglio di procurarvi l'edizione limitata di Krankhaus, contenente i club remixes ad opera di gente come Combichrist, Stromkern, Ego Likeness, The Mercy Cage, Tankt e via dicendo, che senz’altro vi capiterà anche di ascoltare agli alternative parties di questa primavera. Insomma, direi che si tratta di un debutto che non passerà certo inosservato, e di una formazione con le carte in regola per ritagliarsi un piccolo ma significativo spazio nell’affollata scena musicale odierna. Web: http://www.angelspit.net/. (Grendel)

Assemblage 23: Binary (CDS - Accession Records/Audioglobe, 2007). Afflitti da un sempre maggior numero di mediocri elettro-releases, le pubblicazioni previste per Aprile dei nuovi album di Assemblage 23 e VNV Nation vengono attese dai fans con la stessa ansia con cui i contadini attendono la pioggia dopo mesi di siccità. Il primo squarcio di luce dopo tanta oscurità ci viene offerto da Tom Shear, con questo singolo, che anticipa di circa un mese l'album "Meta": "Binary" non delude le attese e riporta alla ribalta uno dei migliori progetti elettro-industrial in attività; brano fedele allo stile che ha portato al successo Tom Shear, ballabile e melodica, con un refrain che entra in testa sin dal primo ascolto, "Binary" è il miglior biglietto da visita per il nuovo album. Il brano viene proposto in tre versioni "album mix", "club mix" (nonostante il nome, meno incalzante e ritmata rispetto all'album version) e "Nerve Filter Dub" (il progetto parallelo dello stesso Tom); ad impreziosire il dischetto, due brani esclusivi decisamente buoni (non mediocri riempitivi come spesso accade con altri artisti): "Dirt", anch'essa trascinante e ballabile e "Fluorescent skies", elettro-ballad dai toni soffusi: per la gioia di tutti gli appassionati della miglior musica elettronica, Assemblage 23 è tornato, ed è in grandissima forma!! Web: http://www.assemblage23.com. (Candyman)

Atrium Carceri: Ptahil (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2007). Simon Heath prosegue imperterrito nel suo percorso artistico, un sentiero non facile e impervio che il nostro sta affrontando con uscite molto regolari e un costante rinnovamento nei suoni. Anche le tematiche stanno in qualche modo evolvendo e, in qualche modo, alcuni titoli spingono a pensare che, da un punto di vista tematico, questo Ptahil sia in qualche modo la proseguzaione del precedente Kapnobatai. Ptahil è una delle semidivinità dei Mandei, probabilmente l’ultima setta squisitamente gnostica rimasta in Medio Oriente (sempre che non siano scomparsi a causa delle tremende persecuzioni) e rappresenta una sorta di creatore e demiurgo, contrapposto alla dea Ruha, che governa il regno delle tenebre (ma sia la contrapposizione sia il significato di “luce” e “tenebra” vanno considerati in un’ottica gnostica, piuttosto lontana da quella a cui siamo abituati noi). L’occhio del musicista svedese sembra rimanere, quindi, puntato verso il misticismo mediorientale, com’è annunciato anche dalla voce femminile che introduce al disco; pur rimanendo decisamente in territori dark ambient molto oscuri, Atrium Carceri continua ad allontanarsi dall’isolazionismo che caratterizzava la sua prima e, in buona parte, la seconda uscita e prosegue nell’aggiunta di elementi che ne arricchiscono il sound; certo, sembra che continui a divertirsi a mettere in crisi i diffusori degli impianti stereo attraverso l’uso di frequenze bassissime che, al contempo, comunicano un senso di profonda oscurità; in ogni caso ho l’impressione che la musica del progetto svedese sia ancora in una fase evolutiva e che Simon Heath non abbia ancora trovato pace, il che mi lascia ben sperare per il futuro. Web: http://atriumcarceri.coldmeat.se/. (Ankh)

Boykillboy: Civilian (CD - Mercury/Universal, 2007). I nostalgici del romantic-pop anni ottanta possono dormire sonni tranquilli da ora in poi, infatti tra le numerosissime nuove band inglesi uscite negli ultimi tempi ce n’è una che fa al caso loro, e si chiama Boykillboy. I quattro ragazzi che la compongono (gli ennesimi sbarbatelli con tanta voglia di fare successo e un buon talento su cui contare…) hanno realizzato un album “furbetto” e così immediato che la prima volta che lo ascolti hai l’impressione di averlo già sentito, forse anche a causa della sua somiglianza con alcune cose degli americani The Killers. Anzi, per la verità gli autori di Civilian sono riusciti a fare ciò di cui Brandon Flowers e compagni, di recente, non sono stati affatto capaci (vedi il loro nuovo e deludente disco…), e cioè regalarci una manciata di canzoni fresche e piacevoli ma inequivocabilmente legate ad un certo modo di far musica che era in voga più di due decadi fa, e che poi pian piano si è andato perdendo. Nella biografia del gruppo si legge che i suoi componenti hanno avuto come punto di riferimento formazioni come Depeche Mode, Cure, Julian Cope e (udite udite!) Faith No More, ma tra i nomi che ho fatto è soltanto il terzo ad avere una vera e propria attinenza con quanto proposto da questo cd, che in generale sembra anche essere stato ispirato da gente come Duran Duran e Spandau Ballet (vedi ad esempio un brano come “On and on” per quanto riguarda la somiglianza con i primi, e “Showdown” per ciò che invece concerne la band di Tony Hadley). A questo punto molti di voi si staranno chiedendo se un lavoro del genere può essere di interesse anche per quelli a cui degli anni ottanta non importa granché, e la mia risposta a tale quesito è che ovviamente i Boykillboy, pur avendo parecchio in comune con certi “vecchi” gruppi british, hanno saputo rielaborare in chiave moderna la formula che li aveva resi famosi, evitando per esempio che i brani più melodici suonassero un po’ troppo “mielosi” e utilizzando gli arrangiamenti tipici del rock invece che quelli marcatamente pop. Il risultato è quindi un album che, pur essendo leggerino e molto commerciale, potrebbe essere apprezzato anche da chi di solito predilige altri tipi di sonorità, se non altro perché queste canzoni hanno dei ritornelli così gradevoli e accattivanti che perfino l’ascoltatore più scettico e imperturbabile potrà ritrovarsi a canticchiarli tra sé e sé… Web: http://www.boykillboy.com/. (Grendel)

Charlett Schwarz: Behind a face (CD - Sonorium, 2006). Una ricetta semplice semplice è quanto propongono i tedeschi Charlett Schwarz. Innovazione, cos'è? E' poi proprio necessario apparir ad ogni costo sperimentali/sperimentatori? Ve lo ha prescritto il medico? E' ormai noto a chi mi legge che musicalmente parlando mi schiero decisamente in ambiti ultra-conservatori, ma pochi ingredienti ben amalgamati ed una attenta lettura di quanto proposto da acts ben più celebri a volte è sufficiente. Questo (estenuante...) preambolo per stabilire fin da principio che "Behind a face" è un buon disco, caratterizzato da songs essenziali, ove emergono chiare le fonti ispirative alle quali Veyna Muhr e compagni si sono abbeverati, prima di iniziare la stesura delle dodici canzoni che lo compongono. E non mancano episodi sufficientemente personali, come "Perfekt", dal ciondolante incedere da piano bar frequentato da eccentriche anime notturne (e nottambule). L'apporto di Alex (chitarre e voce maschile sulla vagamente apo-folk oriented "Sweet voices") e di Marc (piano-tastiere-basso) è essenziale, un deciso tocco di classe lo conferisce il violino di Lestaria ("Call my name"), il resto lo fanno, come deve essere, le stesse tracce che via via si susseguono, con citazioni di Christian Death era-Valor ("Maenner haben Angst") appena accennate, e quella marcata sensazione che similari operine made in Germany lasciano, come le incrostazioni di salsedine che ricoprono gli scogli appuntiti abbandonati dall'acqua ed ora preda dei cocenti strali. Un disco perfettino, a tratti freddo, che non rivoluzionerà certo lo statico panorama offerto dalla scena che li ha partoriti, ma che si lascia ascoltare con piacere. Web: http://www.charlettschwarz.de. (Hadrianus)

Cinema Strange: Quatorze exemples authentiques du triomphe de la musique décorative (2CD - Trisol/Audioglobe, 2006). Ci sono band che dal vivo non riescono ad esprimere neanche la decima parte di ciò che invece hanno l’abilità di fare su disco, ma esistono pure molte formazioni che in sede live sembrano trasformarsi completamente, e che trasmettono emozioni tali da far dimenticare certe manchevolezze e alcuni piccoli difetti che caratterizzano le loro prove in studio. È questo il caso dei Cinema Strange, un gruppo capace di rendersi protagonista di performance uniche e indimenticabili, che esalterebbero anche lo spettatore più scettico e prevenuto, ma che realizza album forse non all’altezza della fama che ha raggiunto nell’ultima decade. I motivi di tutto ciò risiedono probabilmente nel fatto che i lavori pubblicati finora (peraltro non numerosissimi, visto che in più di dieci anni sono usciti solo tre full-lenght e una compilation, oltre ad alcuni demo e 7”…) hanno quel sapore “vintage” che in qualche caso può anche essere gradevole ed apprezzabile, ma che in altri finisce per uniformare troppo la proposta e per non esaltarne affatto le qualità. A scanso di equivoci devo dire che mi piacciono molto le canzoni della formazione californiana, e che trovo interessante l’accostamento tra sonorità tipicamente death-rock e parti musicali che sarebbero perfette per accompagnare certe filastrocche per bambini, ma credo che un cd come Quatorze exemples authentiques… sarebbe stato più interessante se Lucas Lanthier e compagni avessero evitato di includere degli intermezzi tanto lunghi e ripetitivi (mi riferisco, per esempio, al trittico formato dagli strumentali “Bright violet euphoria”, “Rat catcher” e “Ninth example”, che a mio parere appesantiscono il disco e di sicuro non ne accentuano il dinamismo!). Penso inoltre che una produzione un filino più “corposa” (dico questo perché si ha la netta sensazione che l’album non sia stato prodotto proprio per nulla, o che comunque la persona che ci ha messo le mani abbia agito in maniera fin troppo “delicata”…) gli avrebbe conferito quel tocco di modernità che manca, e che forse aiuterebbe la band a farsi apprezzare anche al di fuori della cosiddetta scena “batcave”. Tra l’altro è un vero peccato che la bravura dei fratelli Michael e Daniel Ribiat, rispettivamente chitarrista e bassista del gruppo, non risulti così palese come invece dovrebbe, ma tornando a quanto dicevo all’inizio i Cinema Strange, così come tanti altri, trovano la dimensione ideale solo quando sono su un palco, dove possono esprimere appieno il loro grande talento e dimostrare davvero di cosa sono capaci. Come ho già affermato in un precedente articolo (vedi la recensione del concerto di Torino, svoltosi nel febbraio 2007…), le loro esibizioni sono una sorta di operette teatrali in cui l’aspetto musicale e quello visivo si fondono alla perfezione, e forse nessun cd riuscirà mai a trasportare l’ascoltatore in quel mondo incantato di cui invece entra a far parte chiunque assista ai loro live-show… Web: http://www.nightmarezone.de/cinemastrange/. (Grendel)

The Cinematics: A strange education (CD - TVT, 2007). Diciamolo chiaramente, la brand new wave (o, se preferite, il nuovo rock britannico…) è stato uno dei fenomeni musicali più interessanti degli ultimi anni, e ci ha permesso di scoprire un sacco di gruppi davvero validi e interessanti, ma ultimamente non è che siano stati pubblicati dischi eccezionali ed alcuni dei nomi “storici” (si fa per dire, visto che le band appartenenti a questo movimento sono tutte di recente formazione…) hanno già iniziato a mostrare qualche segno di cedimento, vedi ad esempio i tanto osannati Bloc Party, che hanno da poco fatto uscire un cd abbastanza deludente. Per fortuna però esistono le eccezioni, e in questo caso sono ben rappresentate dai Cinematics, quartetto scozzese che ha appena realizzato un album (ovviamente si tratta del primissimo lavoro…) stupefacente, caratterizzato da una grande compattezza strutturale e da una forte tensione emotiva che traspare con chiarezza ad ogni singola nota e passaggio. Ascoltando A strange education ci si rende conto che il gruppo è davvero dotato di talento, non solo perché le canzoni sono costruite alla perfezione e contraddistinte da splendide melodie romantico-decadenti, ma soprattutto perché si ha l’impressione di avere a che fare con dei veterani invece che con dei novellini, basti pensare alla bravura del singer Scott Rinning, che ha la tecnica di uno che certe cose le fa da vent’anni!! In passato pochissime band dello stesso genere sono riuscite a colpirmi così tanto come hanno fatto i Cinematics e, pur non volendomi sbilanciare troppo, posso dire che questo disco mi ha emozionato quasi quanto il debut degli Editors, ovvero una delle release/formazioni più significative del nuovo corso new wave. In effetti il sound dei quattro ragazzi scozzesi assomiglia parecchio a quello proposto dagli autori di The back room (e di conseguenza pure a quello degli Interpol…), ma sentendo i loro pezzi risulta palese anche l’amore che nutrono nei confronti di Cure ed Echo & The Bunnymen, i quali sembrano averli ispirati sotto molteplici punti di vista. Sinceramente non so se Scott e compagni potranno avere le stesse chance di successo avute da chi ha esordito un paio d’anni fa, ma sarebbe davvero un peccato se il pubblico non si curasse di loro solo perché sono saliti sul treno quando era già in corsa, e mi auguro di cuore che brani della bellezza di “Sunday sun”, “Maybe someday”, “Break” e “Human” possano diventare, con il tempo, dei piccoli classici… Web: http://www.thecinematics.net/. (Grendel)

Client: Heartland (CD - Out of Line/Audioglobe, 2007). Dopo i deliziosi singoli "Lights go out" e "Drive", ecco il primo album (terzo della loro discografia) delle Client per Out of Line. "Heartland" è un piccolo gioiello che non mancherà di deliziare i fans delle tre ragazze inglesi e che, grazie alla massiccia promozione che sta operando la label tedesca, promette di ampliare le schiere dei loro fans. L'album si snoda attraverso 11 tracce di accattivante elettro-pop, con diversi potenziali hits (oltre ai due singoli già citati e che sono comunque i pezzi migliori del disco); dalle ambientazioni piu' "notturne" della title-track e "It's not over", alla dinamicità di "Xerox Machine" e "Monkey on my back", passando attraverso "Someone to hurt", "Where's the rock and roll gone", per chiudere con il minimalismo elettro di "Koeln" e l'elettro-clash di "Get your man". Il risultato è un disco semplicemente perfetto che mette ulteriormente a fuoco la formula "elettro-pop" di derivazione "indie" del trio inglese; la vera sfida sarà quindi quella di riuscire ad essere apprezzate anche dall'acquirente medio dei prodotti Out of Line, ovvero dalle frange piu' "dure e pure" del pubblico elettro. A parere di chi scrive (anche perchè già fan delle Client da tempi non sospetti), la missione è compiuta. Da rilevare che l'album è disponibile anche in "limited edition" con allegato un dvd che racchiude tutti i videoclips realizzati dalle Client...considerando che non si tratta certo di tre brutte ragazze, direi che l'acquisto è consigliato. Web: http://www.client-online.net. (Candyman)

Combichrist: What the fuck is wrong with you people? (2CD - Out of Line/Audioglobe, 2007). Non si può negare che "What the fuck is wrong with you people?", terzo album per Andy La Plegua nelle vesti di Combichrist, sia uno dei dischi "elettro" piu' attesi di questa prima metà di 2007. Partito in sordina con il mediocre "The joy of gunz", il progetto di Andy è letteralmente esploso col successivo "Everybody hates you", album che metteva a fuoco uno stile non propriamente per palati fini, ma indubbiamente efficace in quello che era lo scopo che si prefiggeva: far ballare. Missione compiuta, con brillanti risultati di vendita e concerti al di qua ed al di là dell'Oceano, con un successo in crescita esponenziale, alla faccia di quanti (come chi scrive) non siano mai stati affascinati da una proposta così sfacciatamente "ignorante"; si dice che progetti come questo vadano preso per quelli che sono, ovvero musica fatta appunto per il puro "entertainment" e partendo da questo presupposto, pur continuando a suscitare in me scarso entusiasmo, non posso negare che questo nuovo album sia un prodotto riuscito, in grado di bissare (e magari migliorare) l'ottimo succeso del suo predecessore. Ciò che va inoltre riconosciuto a "What the fuck...." è il non essere una mera copia del disco precedente; innegabile infatti una maggiore varietà stilistica nei 14 brani che compongono l'album, dove si affiancano agli "hits" da dancefloor come "Get your body beat", "Electrohead", "Fuck that shit", "Shut up and swallow" e "Are you connected", brani dalle strutture piu' "oscure" (francamente tendenti al prolisso) come "Brain bypass", trattato sulla cocaina ovviamente assai "politically scorrect" e "Adult content", mentre brani come "Deathbed" (la mia preferita del cd) e "Red" mi hanno ricordato lo stile adottato per il primo album a firma Panzer AG. Disco vario, potente e destinato a sicuro successo, farà di Combichrist, nel bene o nel male, uno dei nomi da ricordare nei bilanci di fine anno. Analogamente a quanto fatto con "Everybody hates you, anche il nuovo album si avvale di un secondo cd assolutamente superfluo: nove brani che sanno tanto di scarti messi su supporto digitale tanto per fare numero. Web: http://www.combichrist.com. (Candyman)

Controlled Collapse: Injection (CD - Noise Terror Production/Dependent/Masterpiece, 2007). Dopo una lunga gestazione e preceduto da comparsate su alcuni sampler, ecco vedere la luce il primo album di Controlled Collapse. La one-man-band polacca è cresciuta sotto l'ala protettrice ed ispiratrice di Johan Van Roy e la cosa è palese nelle tracce di "Injection", disco che non suonerà quindi particolarmente originale, ma che è decisamente ben fatto e si stacca con decisone dalle miriadi di bands che cercano (cone mediocri risultati) di emulare il sound di Suicide Commando. Brani oscuri, ritmati ed aggressivi, con buone potenzialità dance, senza scadere nel becero ed anche l'uso della voce, spesso irritante (almeno per le mie orecchie) a cui ricorrono le band harsch-elettro, è qui piu' variegato e meno grezzo. Se brani come "Insane Asylum", "Inject" e "Trust", ecc... prendono forma secondo tutti i crismi dell'harsh-elettro, pezzi come "Liar" e "Selfless" risultano piu' gradevoli alle mie orecchie anche grazie ad un uso meno distorto della voce, nonchè delle ritmiche indubbiamente coinvolgenti. A innalzare la qualità del disco e sopratutto a variarne il contenuto, contribuiscono in maniera determinante "Solitude" e "Fulfillment", due dei migliori pezzi dell'album, che vedono rispettivamente la partecipazione alle vocals di Wendy Yanko (Flesh Field) e Darrin Huss (Psyche), portando il disco su lidi piu' prossimi all'elettro-dark, prima dell' atto conclusivo incarnato da "Memory of the past". Un disco piu' che buono ed una piacevole sorpresa, visto che non riponevo grosse aspettative su questo lavoro. Web: http://www.controlled-collapse.com. (Candyman)

Diorama: A Different Life (CD - Accession Records/Audioglobe, 2007). Quinto album della discografia dei Diorama, "A Different Life" promette d'essere il disco della consacrazione per la band tedesca; sicuramente è il disco che li allontana definitivamente dalla scomoda (ma al tempo stesso legittima, vista le innegabili somiglianze) definizione di "cloni" dei Diary of Dreams. "A Different Life", pur mantenendosi fedele ai toni malinconici ed intimisti tipici del "Diorama-sound", sviluppa anche brani ariosi, ricchi di "verve", dalle strutture melodiche e maggiormente "pop" rispetto ad altri album; su tutti l'eccellente "Synthesize me", non a caso scelta come singolo ad anticipare l'album; un pezzo che combina perfettamente l'elettro-pop e la darkwave, elevandosi a "manifesto" di tutto l'album. Non da meno sono le nuove "Why" (altro ottimo brano), "Definition power", "Protected world" e "Exit the grey"; il disco perde un pò di mordente solo sul finale, dove le ultime tre tracce danno grande spazio (forse troppo) al lato piu' "intimista" della band di Torben Wendt (di cui va sottolineata la sempre ottima prova vocale, intensa e dai toni talvolta "drammatici"), non inficiando comunque il giudizio su un disco di ottimo livello, ricco di personalità e di canzoni affascinanti, un'opera che possiamo portare a modello della miglior darkwave oggi sul mercato. Decisamente uno dei migliori album della prima metà dell'anno in corso. Web: http://www.diorama-music.com. (Candyman)

Doomraiser: Lords of Mercy (CD - Iron Tyrant Records, 2006). Vi sono dischi per i quali la variabile tempo non ha assolutamente ragione d'esistere, in quanto potrebbero essere stati pubblicati quindici o venti anni fa, ovvero non aver visto ancora la luce, tanto farebbe lo stesso, essendo essi sospesi in un'età indefinibile. E' il caso di "Doomriser", opera omonima di questo manipolo di coraggiosi romani, discepoli fidelissimi della corrente più autarchica della musica del destino. Con Scott "Wino" Weinrich nel cuore, essi omaggiano in fatti quel sound pachidermico ed appiccicoso figlio bastardo dei Saint Vitus e degli Obsessed più introversi, mettendo in fila una serie di brani dall'umore nerissimo, asfissianti come l'aria corrosa dai miasmi pestilenziali esalati da carcasse marcite dai raggi di un sole malato. Il riff mortifero di "The age of Christ" (già opener del promo "Heavy drunken doom") rimbomba cupo come i colpi di piccone nella terra gelata, quando il vespillone s'appresta a calare la bara nella fossa che la custodirà negli anni, "The old man to the child" è la stessa che già venne pubblicata in una limitatissima e preziosa edizione in 7 pollici, suddivisa in due parti qui riunite, roba d'altre epoche gloriose, come il salmodiare maledetto di Cynar... "Doomraiser", aperta da un funereo rintocco sabbathiano e chiusa da un sacrale organo, "Metamorphosis" settantiana e vagamente hippie e "Doomalchohlocaust" dal finale criptico ed horrorifico sono macilente e sfibranti, adatte ai padiglioni auricolari dell'adepto più oltranzista, non all'uditore distratto dalla caduca modernità. I brani sono cinque, i minuti sessanta... E doom sia, per sempre! email: doomraiser@email.it. (Hadrianus)

Dperd: 3non (CD - E1rec/Finalmuzik, 2006). Spero sinceramente che siano in tanti a ricordarsi dei Fear of the Storm, uno dei gruppi più interessanti della scena wave italiana degli anni '90. Dopo anni di silenzio è prossimo il ritorno su CD del gruppo di Enna e di questo non posso che essere felicissimo (si mormora di un box con una raccolta delle loro registrazioni dell'epoca). Altrettanto felice sono stato di ricevere questo CD dei Dperd, sigla un po' misteriosa dietro cui si muovono Valeria e Carlo, rispettivamente tastiere/voce e chitarra dei Fear of the Storm. In tutti questi anni i due musicisti hanno portato avanti questo loro progetto facendo qualche piccolo passo per volta: un CD-R nel 2003, una partecipazione alla compilation United Forces of Phoenix e infine questo 3non che di fatto rappresenta il loro vero e proprio esordio. Chi apprezza le atmosfere malinconiche ed eleganti della wave "ottantiana" (come direbbe il nostro Hadrianus) troverà qui ben più di un motivo di soddisfazione. I dieci brani del CD (se si escludono le due bonus track di cui parlerò più avanti) mostrano la buona verve creativa del duo, che si esprime al meglio negli episodi più propriamente di stampo wave ("Non vado via", "Prima dell'alba", "Her"), in cui chitarre piene d'eco si intrecciano a delicati sottofondi di tastiera. Talvolta i pezzi assumono un carattere più marcatamente pop-melodico (sebbene a "tinte fosche"), cosa enfatizzata sia dall'impostazione vocale di Valeria (che per inciso dà nel CD un'eccellente prova d'interprete) che dai testi in italiano ("Non ancora", "Domani" e "Lacrime"). Nelle bonus track Nen.te propone una reinterpretazione interessante di due brani del CD: per "Non resisto" si è optato per una rilettura in chiave wave-elettronica che mi ha ricordato negli arrangiamenti di chitarra alcune cose dei Simple Minds; per il remix di "Non ancora" invece sono state privilegiate delle atmosfere sintetiche minimali e rarefatte, molto raffinate. Ad essere sincero però, senza nulla togliere ai brani inediti qui presenti, devo confessare che l'emozione più forte del CD l'hanno suscitata in me "Sadness" e "Ghostown", due vecchi brani dei Fear of the Storm reinterpretati dai Dperd in maniera eccellente e impreziositi dagli inserti vocali di Tony Colina, ovvero il vocalist dei Fear. I suoi virtuosismi vocali (una voce davvero da brividi) si sono uniti alla perfezione con il suadente cantato di Valeria, dando vita a due pezzi memorabili che mi hanno riportato indietro a dei piacevolissimi ricordi dello scorso decennio. L'unica pecca che mi sento di segnalare per questo CD è di tipo tecnico e riguarda il modo in cui la voce è stata registrata: in alcuni brani il cantato manca di dinamica e sembra molto compresso (cosa evidente nei "camei" di Tony e nell'interpretazione di Valeria in "Prima dell'alba"), e questo rovina un po' l'atmosfera complessiva. Una pecca comunque che non inficia nel giudizio molto positivo di quest'opera, che non posso che raccomandare incondizionatamente, in particolarmente a chi negli anni '90 seguiva con attenzione e passione le migliori istanze della scena italiana del periodo. Web: http://www.dperd.com. (Christian Dex)

Entertainme.nt: PromoCD (MCD - aDistant Records/Entertoanment, 2006). Death-rock! Gli Entertainme.nt da Athens, Georgia, sono uno di quei gruppi dei quali chi scrive si innamora a prima vista, e pertanto sia messa al bando l'obiettività, chissenefrega! A chi non piace il genere, consiglio di non dilungarsi troppo nella presente (ma dai, non abbandonatemi egualmente...), chi è patito di queste sonorità... li contatti! Magari i nostri Chants of Maldoror e Human Disease lo fanno meglio (l'>Italians do it better di cicconiana memoria?), ma questi miei darlings sono proprio bravini! Scorie post-punk e pure indie si possono rintracciare in questi tre pezzi, mirabile sintesi di quanto da loro composto negli ultimi anni ("China walls" del 2006, "Safe at one" dal debut su 7" del 2004, "Patroness" del 2005), che faranno ammattire quanti non si aspettano altro, che spararsi un bel filotto di canzoni caratterizzate da ritmiche tribaleggianti, da chitarre lancinanti e da un cantanto debitore di Murphy/Williams etc. etc. etc. A tratti sembrano i The Cult (meglio i Death Cult), altre i Bauhaus, altre ancora The Cure... ma il tutto appare assolutamente spontaneo (ehi, per certe influenze psychedeliche citerei anche i The Wake, li ricordate?) ed assolutamente non artefatto. Il loro recapito lo trovate di seguito. Per informazioni: myspace.com/entertainment. Web: http://www.entertainme-nt.com. (Hadrianus)

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