|
:Bahntier//: Blindoom
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2006).
A volte capita: ascoltare un album italiano e dimenticarsi che lo sia. Evitando, quindi, di relazionarlo a un contesto ristretto, come se al di fuori dei patrii confini tutto viaggiasse su parametri differenti, in quanto a “mezzi”, pubblico, opportunità e qualità media delle proposte. :Bahntier// esula completamente dal “ragionare su base locale”, già dall’inizio della sua storia, e “Blindoom” non fa che rimarcarlo una volta per tutte.
Tecnicamente sopraffino, tagliente come il bisturi di un chirurgo folle, pervaso da una vena schizoide che si inerpica, cresce e si espande lungo tutte le 10 tracce dell’album, tra assalti di pura matrice industriale, vibrazioni noise, sfumature vicine a un’electro più raffinata ma rapidamente e brutalmente incattivite. E la presenza di un vero drummer (Justin Bennett from Skinny Puppy, per la precisione... e viene da pensare "non a caso"!) si sente, dando corpo a parti ritmiche precise e “piene”. La creatura di Stefano Rossello, insomma , ha fatto centro, proseguendo il continuo miglioramento portato avanti dal già ottimo “Randome” del 2003, ma per chi ha già potuto sperimentare :Bahntier// sia su cd che, soprattutto, in sede live, sapeva di poterselo attendere.
“Worried words” (di cui consiglio a chi non l’ha ancora fatto la visione del clip… ) esemplifica questo nuovo corso con un sound torbido e oppressivo, un ritmo “ansioso” e quadrato che vira nella cieca violenza di “Panic flame”; ma è la successiva “Fractal desire v.2” ad affondare il colpo, un paranoico vortice di sussurri, suoni, ritmi in progressione di intensità. “Nucleus” si avvale della collaborazione dello scrittore cyberpunk Kenji Siratori in veste di narratore e rumorista, e ne scaturisce la traccia più disturbante, martellante, devastante dell’album, tre minuti di delirio industrial-noise; e “Underworlds” sembra a tratti prendere in prestito atmosfere ambient per farle progredire nel rumore, per concludere un lavoro poliedrico, in cui tutte le varie componenti sono saldate a fuoco da un’attitudine comune. Aggiungiamo a tutto ciò un artwork e una produzione ottime, et les jeux sont faits. “Blindoom” merita il vostro ascolto, anche se al termine industrial vi viene l’orchite o se al contrario lo associate principalmente a sottogeneri quali il power-electronics and co.: potrebbe riservare, anzi, riserverà delle scoperte interessanti a chiunque voglia osare oltre il proprio seminato.
Web: http://www.bahntier.com.
email: info@bahntier.com.
(LilleRoger)
Aa.Vv.: Tal mont de Lune
(CD - Final Muzik/Final Muzik, 2006).
L'amico Gianfranco Santoro ha chiamato a raccolta quattordici entità di diversa estrazione onde far sì che questa compilazione, titolata in lingua friulana "Tal Mont de Lune" ("Nel mondo della luna") risulti un esaustivo manifesto del credo artistico perpretrato dalla sua etichetta Final Muzik (che gestisce col sonic-terrorizer Deison). Composizioni che coprono un vasto range di generi, dal folk neo/apocalittico fin all'ethereal, ma non mancano inserti industrial ed ambient (darkeggiante vieppiù). Diverse le tracce inedite presenti per l'occasione (come "Land's end" dei miei beniamini all my faith lost..., "Dharma" dei We Wait For The Snow, "Spiritus Patitur" dei medievaleggianti americani The Soil Bleeds Black, gruppo che ha destato la mia curiosità fin dai suoi esordi, considerato il genere proposto e la provenienza, ed infine "A blind squirrel on the drumkit!" dei Northgate, bizzarro esempio di sperimentazione fin dal titolo!), e non mancano le autentiche chicche, come è lecito attendersi considerata la cura che Gianfranco riserva ai suoi progetti. E' il caso della sognante "Gold" di Sally Doherty and the Sumacs, tratta da una perfo del 2001 tenutasi in quel di Sheffield, UK, o della severa "O tu che vieni al doloroso ospizio" della Camerata Mediolanense, pure live essendo stata registrata nella cornice di Toledo lo stesso anno. Crisantemo del Carrione concede una "Il ballo della peste" in veste definitiva, ed è pezzo pregno di umbratili umori, gli Argine eseguono l'acustica e delicata "In silenzio (Moon version)" mentre John Murphy firma "A secret God", da solo come Shining Vril, e "Carousel" in associazione con Hunter Barr ed Andrew Trail, sotto la sigla "Knifeladder", ed in entrambi i casi forte è l'impronta empirica. Voglio sottolineare la presenza di Foresta di Ferro, ancora John Murphy con Marco Deplano e Richard Leviathan, con "La ultime gnot (Ave Maria") ove fa la sua comparsa la voce del mio pard Francis Tami (suo lo spunto del titolo della collezione), sommersa da un mare di rumori minacciosi che fanno di questo episodio quasi una preghiera contro il caos (è una sensazione as-so-lu-ta-men-te personale), di The Last Fall con "Treasure" (cupissima!), posta all'apertura, ed infine di Manifesto con una "The pillar upon which the world rests" altrettanto tetra. Elegante edizione in digipak, assai essenziale essendo priva di booklet, ma le note non mancano, onde agevolare la compiuta lettura dell'opera. E Final Muzik ha in serbo altre sorprese per i suoi estimatori, le quali verranno disvelate nel corso dei mesi a venire. Vi terrò informati, statene ben certi.
Per informazioni: www.myspace.com/finalmuzik.
Web: http://www.finalmuzik.com.
(Hadrianus)
Albireon: Indaco e.p.
(EP - Cynfeirdd, 2006).
Gli Albireon hanno ormai una discreta carriera alle spalle (al loro attivo ci sono diversi album ma anche la partecipazione a numerose compilation…), ma purtroppo non hanno suonato spesso dal vivo. È stato però grazie al loro primo concerto, tenutosi a Modena il 29 ottobre 2005 (serata durante la quale Davide Borghi e compagni si esibirono come opening act di Sonne Hagal…), che gli emiliani hanno posto le basi per la realizzazione di questo nuovo ep, contenente sia un brano registrato dal vivo proprio in quell’occasione (“Il testamento dell’avvelenato”), sia un paio di pezzi in cui compaiono come ospiti speciali lo stesso Sonne Hagal e Ian Read dei Fire+Ice (“Somewhere far from heaven” e “Awakening dance”). C’è da dire che se Indaco non fosse stato granché in quanto a contenuti (cosa che tra l’altro non è affatto vera!), avrebbe meritato comunque di essere preso in considerazione anche solo per il modo in cui si presenta, sto infatti parlando di un’elegantissima confezione con box dello stesso formato di quelli usati per i dvd, impreziosita da una grafica a dir poco strepitosa e da bellissime immagini realizzate da Massimo Romagnoli. Raramente ho visto lavori tanto belli e curati negli ultimi tempi, per cui non posso che far notare la cosa e aggiungere che ad essa si abbina musica molto piacevole e ben fatta. Le sei tracce dell’ep (che in tutto dura circa trenta minuti) sono caratterizzate da atmosfere delicate e sognanti, ottime per rilassarsi e per estraniarsi dal mondo circostante. Gli Albireon sono sì dediti al neo-folk, ma l’interpretazione che danno di questo particolare genere è molto personale, tanto da riuscire a convincere persino una scettica come me, che da parecchio ha perso qualsiasi interesse per tale stile musicale. Qui però non si parla certo di gente che realizza materiale scontato e qualitativamente criticabile, perché il quartetto sa il fatto suo e ci propone canzoni che non sono solo belle e ben suonate, ma anche intense ed emozionanti. Se siete dei collezionisti vi raccomando di non perdervi la release in questione (limitata a sole 373 copie!), ma la consiglio pure a tutti gli amanti del folk più “etereo” e malinconico, che in essa è davvero espresso nel migliore dei modi!
Per informazioni: http://www.cynfeirdd.com/.
Web: http://www.albireon.it/.
email: d.borghi1@virgilio.it.
(Grendel)
Autunna et sa Rose: L'Art et la mort
(CD - Ark Records/Audioglobe, 2006).
Inutile nasconderselo: quella del progetto Autunna Et Sa Rose non è certo una proposta musicale semplice e per tutti i palati. Risulta complessa sia sotto un aspetto strettamente musicale sia sotto quello concettuale: il forte legame con i movimenti avanguardistici contemporanei è evidente fin dal primo ascolto ma anche il complesso lavoro a livello di liriche e testi, che si evince dalla lettura dei libretti dei CD, non è da meno. Nel caso presente, mi trovo di fronte ad un’opera costituita fondamentalmente da “cover”, dove l’uso delle virgolette è praticamente obbligatorio, perché la destrutturazione dei brani è tale da renderli, spesso, praticamente irriconoscibili e in molti casi anche i testi sono tratti da tutt’altre fonti così come i titoli, quasi sempre differenti dall’originale. Si comincia con “Qui, au sein…”, una sorta di cover di se stessi tratta da Sous la robe bleue il testo da “L’art et la mort” di Antonin Artaud. Seguono la cover di “Decline and fall” dei Virgin Prunes, con liriche tratte dallo stesso testo, quella di “Egypt” dei Tuxedomoon, “Canzona” degli Ataraxia (una delle poche facilmente riconoscibili e con il testo originale), “Ostia” dei Coil, “Anywhere out of the world” dei Dead Can Dance, “Leben-Tod” dei Laibach (anche questa abbastanza riconoscibile), “Der Tod ist ein Dandy” degli Einsturzende Neubauten, e “Antonin Artaud” dei Bauhaus. Chiude il CD un brano non segnalato sul libretto, che si rivela essere una bellissima versione pianistica e dal vivo di “Anywhere out of the world” dei Dead Can Dance. Da un punto di vista musicale, come dicevo in apertura di recensione, il CD si colloca, per buona parte della sua durata, dalle parti della musica da camera d’avanguardia e, a livello di strumentazione, si stagliano il pianoforte e il violoncello, spesso affiancati dal violino e, in alcuni casi, intervengono strumenti elettrificati, campionamenti e ritmi sintetici; i momenti più cameristici mi hanno risvegliato in me ricordi lontani di gruppi d’avanguardia come gli Opus Avantra mentre nella cover degli Einsturzende Neubauten la mente è volata dalle parti dei Das Ich. La voce lirica femminile, in alcuni casi portata a livelli e toni estremi, si alterna a quella maschile, spesso roca e graffiante. Un’opera complessa e varia ma ricca di elementi interessanti.
Web: http://www.ederdisia.com/.
(Ankh)
Ballistic: Vs. Reality
(CD - Koldfinger/Masterpiece Distribution, 2006).
Album d'esordio per i Ballistic, trio italiano messosi in luce nel corso del 2006 grazie a diverse apparizioni live, nel corso delle quali il gruppo ha dimostrato tutte le sue potenzialità e di poter certamente essere considerata una delle piu' brillanti e promettenti realtà del panorama elettronico italiano. Dopo aver convinto in ambito "live", i Ballistic lo fanno anche su disco, grazie a "Vs. Reality", un disco veramente piacevole, un prodotto fresco ed originale che sfugge a facili paragoni con altre bands, con brani dall'incedere prevalentemente aggressivo ed incalzante a cui è difficile resistere ("In flames", "Ritual", "Reality", "Something has gone wrong" e "Dogmangod" le mie preferite), un'ora di musica piacevole e trascinante grazie a brani che corrono su binari elettro-industrial-techno di ottima fattura. Inevitabile una citazione sul look di The Question, il vocalist dei Ballistic, immortalato sul bel booklet del cd, con la sua maschera da lottatore di wrestling con cui è solito presentarsi sul palco. E' da tempo che la scena "elettro-EBM-industrial" italiana manda incoraggianti segnali e propone bands promettenti (oltre ai già affermati XP8, Bahntier, Syrian e Blank): Ballistic è indubbiamente un nome da tenere d'occhio e se vi è possibile cercate di assistere ad un loro concerto.
Web: http://www.ballisticnoise.com.
(Candyman)
Black Sun: Drama
(CD - Autoproduzione, 2006).
Eccoci nuovamente a parlare del progetto di Luca Basili. Black Sun giunge oggi a quello che è il suo capitolo piu' ambizioso (un album di ben 12 tracce) nonchè il piu' convincente. Da quanto apprendo dal booklet, il disco raccoglie brani composti tra il 1994 ed il 2006, con remix realizzati nel corso degli ultimi due anni per i brani piu' datati. Rispetto ai lavori precedenti, le composizioni di Luca mi paiono orientate verso un elettronica maggiormente ritmica e melodica piuttosto che al minimalismo oscuro del passato. Coadiuvato da Alessandra e Federica Cerruti, Luca affida alla prima i brani piu' oscuri ed ipnotici ("NightHere", "Sic Transeat", "Rage and delusion", "Burns in me"), grazie ad un'interpretazione quasi "recitata", mentre la seconda interpreta quelli maggiormente ritmati ed "ariosi" ("Vortex", "Drama", "My Obsessions", "Jewels of orchids"); non mancano poi un paio di strumentali dai beats decisamente incalzanti ("Demon", "Untitled") che non sfigurerebbero certo nella playlist di un dj elettro-dark, per un disco vario e piacevole, che mette in risalto ottimi progressi per questo interessante e valido progetto romano.
P.S.
Mi permetto di consigliare piuttosto dei miglioramenti alla grafica del proprio sito internet, nonchè un approdo sul "famigerato" Myspace, ottimo veicolo promozionale.
Web: http://members.xoom.it/sunblack.
(Candyman)
Branches: Distance
(CD - Self-produced, 2006).
Mi sono accostato a "Distance" con grande curiosità, nulla sapendo dei suoi autori. E sufficiente si è dimostrato l'incipit oscuro dell'opener autocelebrativa e strumentale "Branches" a farmene innamorare. Qualcheduno potrà accusarmi di cedere con troppa disinvoltura alla nostalgia, ma un sound così dannatamente ottantiano giammai potrà lasciarmi indifferente. Il gruppo è attivo fin dal 1996, quando agiva sotto la sigla Trascendental Dark (meglio decisamente l'attuale), ed è costituito da quattro ragazzi che con questo ciddì giungono finalmente alla prova dell'esordio discografico, seppur auto-prodotto. "My time is falling out" conferma il loro amore incondizionato per quell'epoca: suono secco ed autarchicamente retrò, sezione ritmica squadrata, chitarra tagliente e voce enfatica ed epicheggiante, non si può chiedere di più! Fate attenzione, perchè i Branches non aderiscono per nulla all'attuale ondata revivalistica che sta montando con sempre maggiore decisione: "Distance" è molto più genuino, suonando per nulla artefatto. Lo dimostra l'obscurissima "From somewhere", degna dei The Cure più crepuscolari e romantici, brano nero e vischioso come la pece che trasuda drammaticità da ogni nota. La dinamica "Show me your face" riesuma The Sound ma pure i Magazine meno manierati; il suono dei synth è molto vintage, ma la parte finale evidenzia qualche ingenuità, nulla comunque di tragico, mentre la breve "Mice" è tutto sommato trascurabile, risolvendosi in un esercizio (assente il cantato) in Ultravox-style. Risollevano le sorti del disco la enigmatica title-track, piccola perla naif per nulla ingenua, dimostrazione della coesione dei Branches, e la godibile e veloce "No direction", dai bei fraseggi chitarra-synth-sezione ritmica. "The lure" e "First sights" nulla tolgono nè aggiungono a quanto finora esposto, risolvendosi in due classici spezzoni di dark-wave, ed introducendoci a "Where the dawn cames late", una vera e propria mini-suite oscura che sfiora gli otto minuti. Impresa non facile, tener desta l'attenzione dell'ascoltatore su tali distanze, eppure superata brillantemente dai Branches. Echi curiani per una canzone di grande atmosfera, un plauso i suoi autori lo meritano! Ma non è finita, perchè "Distance" tiene in serbo una cupissima ghost-track. La produzione non è propriamente brillante, sopra tutto la voce è troppo in secondo piano, andando ad condizionare la somma finale. Comunque una sorpresa assai positiva, indi consiglio il contatto!
Web: http://www.branches.it.
(Hadrianus)
Calle Della Morte: A Dio
(CD - Hau Ruck SPQR, 2006).
A quanto pare questo mcd rappresenta il canto del cigno per Calle Della Morte, progetto che quindi esaurisce la sua breve storia nel corso di tre soli anni. Ammetto di non essere mai stato un grosso estimatore di questo progetto ed anche oggi rimango piuttosto perplesso davanti ai brani che costituiscono "A Dio", mcd articolato in sei tracce. In apertura e chiusura di cd ci imbattiamo in due brevissimi brani, rispettivamente "Maya", (interpretata da voce femminile in lingua slava) e "Requiem per un'amica" sui quali è arduo esprimere un giudizio tale è la loro brevità; le successive "Metà settembre", "Lame di cartone" e "Cartoline dall'inferno" sono scarni esempi di cantautoriato italiano di cui riesco ad apprezzare (sino ad un certo punto) solo la prima, mentre nelle altre due mi sembra prevalere decisamente troppo il clima conviviale del gruppo di amici che si raduna con una chitarra ed una bottiglia di vino.. scelta stilistica personale e rispettabile, ma che francamente non mi entusiasma affatto ed alla quale è riconducibile il mio scarso trasporto per il lavori di Calle Della Morte. Mi strappa un sorriso "Symbolum 77", brano che si è soliti sentire durante la messa, scelta forse emblematica del non volersi prendere troppo sul serio o del volersi muovere al di fuori di ogni schema. Grande perplessità quindi davanti a questo mcd, passo d'addio che, almeno per chi scrive, non suscita grossi rimpianti. Amen.
Web: http://www.calledellamorte.com.
(Candyman)
Cinderella Effect: Pearls
(CD - Fear Section/Audioglobe, 2006).
Come i nostri piu' attenti lettori sapranno, ogni fine anno pubblichiamo le classifiche dei migliori dischi, libri, film e concerti. Se si dovesse fare anche una classifica dei dischi piu' brutti, questo "Pearls", per quanto mi riguarda, andrebbe certamente sul podio! Dietro il già tremendo monicker Cinderella Effect si cela Constance Rudert, vocalist dei Blutengel, qui alle prese con un album che racchiude ben 15 cover di brani che spaziano da "Standing" dei VNV Nation a "Black Hole Sun" dei Soundagrden, da "Timekiller" dei Project Pitchfork ad "Israel" di Siouxsie & The Banshees, da "Clone your lover" degli Zeromancer a "Zombie" dei Cranberries, ecc.... bands dagli stili disparati che trovano il loro punto d'unione nell'essere state letteralmente massacrate dalla rilettura della Rudert e compagne di sciagura (Coralie Thomas, nientemeno che soprano dell'orchestra di Berlino e Katja Gutkowski). Il proposito di "Pearls" era quello di trasformare brani elettro e rock in ballate eteree, caratterizzate dalla (stonatissima) voce di Constance e compagne e da pomposi arrangiamenti orchestrali, proposito miseramente fallito per un disco che viaggia dalla prima all'ultima traccia (ammesso che si abbia il coraggio di arrivare sino alla fine di questo strazio) tra il ridicolo ed il patetico. Difficile trovare le giuste parole per descrivere un disco di tale imbarazzante bruttezza; arduo anche dire quale cover sia la piu brutta visto lo scempio compiuto indiscriminatamente su praticamente ogni brano (da salvare solo "Darkest hour"). Disco da consigliare al vostro peggior nemico.
(Candyman)
Crack ov dawn: White line
(CD - Equilibre Music/Audioglobe, 2006).
Si dice che questi Crack ov dawn (da Parigi) se la tirino non poco, dandosi arie da rock-star maledetta alla Axl W. Rose. Mah, "White line" non scuoterà certo i nostri padiglioni auricolari, però per lo meno si compone di undici oneste tracce, la prima delle quali, "From my shades", incede lenta e malinconica non abbandonando certo vigore elettrico che può approssimarla alle proposte dei Placebo (e la voce del singer Britney Beach, che razza di nick si è scelto!, ricorda alla lontana ma non troppo quella del conturbante Brian Molko, lo hanno notato in parecchi), e quanto segue accoppia inserti elettronici a schitarrate belle toste, il tutto ben miscelato nel tentativo di proporre un prodottino godibile ed ammiccante. Danno più l'idea di essere dei bravi ragazzi che si danno arie da ribelli così tanto per apparire dei duri nei confronti delle belle del quartiere ("Nightstar" o "Love injection"), senza per questo esagerare troppo, per non irritare vieppiù i genitori. Il mattino dopo, infatti, li ritroveremo diligentemente chini sui banchi di scuola! Non mancano le ballate strappa-lingeria come "Don't die again" o come la title-track, anche se non sono proprio fragranti come un buon croissant appena sfornato, avendole già ascoltate, con altri titoli ed altre firme, diecine e diecine di volte, ma non pretendiamo troppo dai Crack ov dawn. L'intento è quello di farsi strada a qualunque costo lungo gli affollati boulevard che portano dritti dritti al successo planetario, ed in loro aiuto giunge infatti la riuscita "Not 4 fun", ove un bel solo della sei corde dimostra che hanno studiato con cura il capitolo-composizione. "Bastard city" è bruttina fin dal titolo, peccato, una caduta di tono che poteva essere evitata, e non è l'unica, ma la band riesce a correggere il tiro piazzando immediatamente un altro lento, quella "The sun is dead" richiamante certo rock polveroso alla Badlands (e pure The Cult), per concludere poi degnamente ( bypassata l'insignificante "Take the pain") con un altro pezzo rallentato, "New dead world" che è uno fra i più incisivi della track-list. I numeri ci sono, basta solo porli nel giusto ordine, eliminare qualche incertezza e badare meno alla forma e più alla sostanza.
(Hadrianus)
Cradle Of Filth: Thornography
(CD - Roadrunner/Audioglobe, 2006).
E chi l’avrebbe mai detto che a dodici anni di distanza da The principle of evil made flesh avrei ancora parlato bene di un gruppo come i Cradle Of Filth? All’inizio della scorsa decade Dani e compagni sono stati tra gli iniziatori del filone symphonic-black, e anche se nel giro di poco sono diventati la caricatura di loro stessi (basti pensare al look sempre più esasperato e pacchiano, oppure ai mitici “urletti” isterici dell’appena citato cantante…) sono comunque riusciti a sfornare alcuni bei dischi, vedi ad esempio l’ottimo Dusk and her embrace (1996), davvero imperdibile per chiunque non sappia granché di questo stile musicale e voglia ascoltarne i lavori più rappresentativi. Col passare del tempo la proposta dei COF si è fatta sempre più scontata e la band ha cominciato a risentire dell’inevitabile decadenza del genere che aveva contribuito a creare, ma in un certo modo si potrebbe dire che con Thornography ha dato prova di essere risorta dalle proprie ceneri, e di essere ancora in grado di dar vita a produzioni interessanti. L’album, infatti, è un po’ una summa di ciò che il gruppo ha fatto in più di dieci anni di carriera, e si potrebbe dire che i “marchi di fabbrica” che ne rendono inconfondibile il suono si sommano a una serie di elementi che danno un tocco di modernità a queste dodici tracce, incentrate su brutalità e melodia, ma mai troppo pompose o barocche. Insomma, a quanto pare i Cradles si sono accorti di aver esagerato, ed hanno capito che per svecchiare il loro sound dovevano dimenticarsi un po’ le tastiere e lasciare grande spazio alle chitarre, optando per le più svariate soluzioni (i riffs infatti non sono più quelli tipici del black, ma sono diventati più orecchiabili e sembrano rifarsi un po’ a tutta la tradizione metal, comprese le ultimissime “tendenze”!). Canzoni come “The foetus of a new day kicking” (vagamente alla Inflames), “I am the thorn” (una specie di strano incrocio tra gothic e metalcore), “Dirge inferno” (un bell’esempio di death “evoluto”…) e “Cemetery and sundown” (anch’essa vicina a certo metalcore) dimostrano che gli inglesi non hanno affatto esaurito la loro vena creativa, e con ogni probabilità piaceranno anche a chi, come la sottoscritta, aveva smesso di seguirli da molto tempo, pensando che non sarebbero mai riusciti a proporre qualcosa di diverso dalla solita minestra riscaldata. Mi fa quindi piacere essermi sbagliata, e poter ancora apprezzare una formazione che avevo dato completamente per spacciata almeno un lustro fa!!
Web: http://www.cradleoffilth.com/.
(Grendel)
Cybercide: Adrenalin
(CD - Threatened Witness Recording, 2006).
Il grande ritorno del future-pop! Beh, forse i toni trionfalistici sono un pò esagerati, ma "Adrenalin" è un disco veramente piacevole, in puro stile "future-pop" come non se ne sentivano da un pò di tempo. Il trio inglese (capitanato da Eddie Martin, ex Revolution By Night), propone brani dal ritmo incalzante, con synth che disegnano melodie epiche ed una voce discreta (anche se priva del pathos di quella di Ronan Harris), puntando decisamente ad emulare la lezione degli inarrivabili maestri VNV Nation (quelli di "Empires" sopratutto) tanto nelle musiche quanto nelle liriche; i Cybercide non raggiungono quella vetta, ma realizzano un disco che non ha nulla da invidiare a quelli di Angels & Agony o Pride and Fall (tanto per citare due bands piu' volte, giustamente, accostate al gruppo di Ronan Harris e Mark Jackson). Tutte le nove tracce di "Adrenalin" sono assolutamente piacevoli, ma una citazione la meritano sopratutto "Exocet","Recoil" e "Faceless", brani dove i Cybercide meglio riescono ad esprimere il senso epico-melodico della loro musica. Assolutamente consigliato agli amanti del genere.
Web: http://www.cybercide.org.
(Candyman)
Death SS: The 7th seal
(CD - Lucifer Rising Rec., 2006).
I Death SS sono una delle band più importanti della scena hard-rock/metal italiana, ed anche se non sono mai riusciti a raggiungere un successo di massa (c’è ancora chi fa lo schizzinoso perché non apprezza la loro teatralità e il loro gusto per il travestimento…) hanno comunque avuto la capacità di non deludere mai quella schiera di “fedelissimi” che li segue da tanto, e che ha accettato di buon grado i cambiamenti che, in tempi recenti, essi hanno apportato al loro sound. Si può infatti dire che da Panic (2000) in poi Steve Sylvester e i suoi fidi compari abbiano voluto comporre materiale dal taglio più moderno rispetto al precedente, ed abbiano quindi iniziato a concepire canzoni nelle quali la componente elettronico/tecnologica ha un ruolo tutt’altro che marginale. Tale passaggio è avvenuto senza grossi traumi però, nel senso che i nostri hanno comunque mantenuto intatte certe caratteristiche della loro musica, vedi ad esempio l’orecchiabilità, l’immediatezza e quel mood oscuro e ambiguo che da sempre la contraddistinguono. Anche il nuovo The 7th seal si inserisce perfettamente nel filone appena descritto, e riconferma le buone doti del gruppo nello scrivere pezzi che lasciano il segno fin dal primo ascolto, senza mai deludere. Nel disco infatti non ci sono riempitivi, inoltre esso è molto vario ed include sia track potenti e veloci che composizioni un tantino più lente e cadenzate. Della prima categoria fanno parte l’opener “Give ‘em hell” (un classico brano alla Death SS, caratterizzato da coretti e da un ritmo indiavolato…) e i vari “Psychosect”, “Der golem”, “Time to kill” e “Absinthe”, mentre episodi come “Heck of a day”, “S.I.A.G.F.O.M.”, “Another life” e “Healer” appartengono senza dubbio alla seconda, ma hanno in comune con gli altri un certo appeal glam-rock che li rende particolarmente gradevoli all’ascolto. Trattandosi di una cult band è abbastanza inutile che io consigli ai vecchi fans di procurarsi questo album, perché ce lo avranno già da tempo, ma esso può senz’altro rappresentare un buon punto di partenza per chi non la conosce ancora, e magari ne è incuriosito…
Web: http://www.deathss.com/.
(Grendel)
Derniere Volontè: Devant Le Miroir
(CD - Hau Ruck!/Audioglobe, 2006).
Come da conferma delle voci di corridoio antecedenti l’uscita di questo nuovo lavoro del progetto di Geoffroy D., i puristi più intransigenti del neofolk possono mettersi l’anima in pace e guardare altrove. E perdersi colpevolmente qualcosa di veramente interessante.
Perché stavolta Dernière Volonté, pur senza perdere la sua riconoscibilità, è molto più pop che military. Senza stravolgimenti o sconvolgimenti passibili di “tradimento” (chi ha fatto il nome degli Ostara?) da parte di chi lo ha sempre apprezzato. “Devant le miroir”, rispetto ai precedenti lavori, come prospettato dal titolo si pone in una dimensione meno “guerriera” e più intimista. E, malinconici e fieri, tutti i brani che lo compongono colpiscono e rimangono impressi nell’ascoltatore, forti di melodie in cui la componente marziale supporta e non sovrasta il resto, accompagnate dall’inconfondibile e profonda voce di Geoffroy D. in liriche intense e “sentite”. Notevoli “La nuit revient”, per chi scrive il brano più catchy e ammaliante dell’intero album, e l’impeto percussivo di “Cran d'arret”, nonché la verve mélo-battagliera di “La joie devant la mort”; e l’attitudine quasi pop-eighties virata bellica di “Douce hirondelle”; ma ogni pezzo ha in sé una “propria anima”, un quid che lo rende unico e insieme funzionale a un album che batte ogni migliore aspettativa, e riconferma DV come un progetto unico nella sua capacità di amalgamare sonorità marziali a melodie accattivanti, penetranti, in una parola scontata ma efficace: bellissime. E, dopo due loro concerti visti e apprezzati nonostante il disastro tecnico di Vicenza nell’aprile 2005, mi sento di dire: probabilmente una bomba in sede live. Avere i paraocchi non paga, e in questo caso, in più, fa male! Da avere e ascoltare fino allo sfinimento. Che tarderà comunque ad arrivare....
Web: http://www.dernierevolonte.com.
(LilleRoger)
Dope Stars Inc.: Gigahearts
(CD - Trisol Music Group/Audioglobe, 2006).
I soliti, esagerati DSI! In poco più di tre anni (il parto risale alla primavera del 2003) questi coloratissimi individui sono riusciti a suscitare attorno al loro monicker un discreto rumor, ottenuto pure grazie ad una attenta gestione promozionale della loro immagine, aspetto sovente trascurato dai gruppi italiani. Collaborazioni importanti (Thomas Rainer e John Fryer misero le mani su "Neuromance", doppio CD che vantava nella sua sezione seconda un impressionante numero di ospiti qualificati), partecipazione ad eventi che contano (Amphi Festival, M'Era Luna, Wave Gothik Treffen/Leipzig) assicurati dalla prestigiosa agenzia Contra Promotion, un numero di uscite calcolato alla perfezione (si pensi all'ultimo "Make a star", ricco di contenuti extra) affinchè il nome sia sempre caldo e rimanga ben presente senza per questo inflazionare il mercato, ecco in poche righe esplicato il senso della loro frenetica attività. Ora, se scrivessi che il combo romano si è inventato un genere, potreste tranquillamente darmi del rimbambito (beh, non è che poi avreste tutti i torti...), certo è che la furba miscela utilizzata fa sì che il pubblico al quale è destinata sia il più ampio possibile. In loro riconosco un certo autoindulgente furore iconoclasta che già si riscontrò nei Motley Crue dell'epoca "Too fast for love"/"Shout at the devil": l'atteggiamento, le pose glamour, il trucco ed il look, la naturale predisposizione alla creazione di pezzi immediati sono dei punti di contatto che non posso esimermi dal fissare. "Multiplatform Paradise", "Beatcrusher" e "Braindamage" possiedono tutta la malizia del brano costruito per mietere vittime tra gli ascoltatori, con la voce viziosa di Victor Love che, continuando il paragone colla colorata ciurma losangelina, pare proprio un figlio illegittimo di Vince Neil (quand'era più filiforme, affamato di successo ed in*****to nero!), "Lost" è il semi-lento che ci vuole dopo tre schegge forti, e poggia su d'un bel lavoro di chitarra (Alex Vega dosa con sapienza melodia ed aggressività), del basso di Darin Yevonde e delle tastiere dell'impegnatissimo Grace Khold. Si continua col possibile singolone "Can you imagine", vagamente depechemodiano e per questo molto a la page, mentre la brutale "Play'n'kill" è industrial/EBM che vi esploderà in testa come minacciato dal titolo successivo "Bang your head", e saper incastrare perfettamente ritornelli indimenticabili su strutture così violente è da pochi; "Just the same for you" è lento gothikeggiante, "Technologic age" corre via come un treno impazzito, ancora elettro a piene mani domina la maligna "Citizen Xt99", la conclusiva "Critical world" si affida a schitarrate nervose ed ad un tappeto tastieristico perfetto, e chiude positivamente un disco privo di cedimenti. Produzione pulitissima (by Victor Love) ed il consueto artwork curatissimo e visionario ( griffato Grace Khold, of course) rappresentano ormai la regola alla quale ogni loro disco non può non soggiacere. Sarà difficile resistere a "Gigahearts", questa amici lettori è la 7th generation of rock'n'roll!
Web: http://www.dopestarsinc.com/.
(Hadrianus)
Drammagothica: Inver no
(MCD - Self-produced, 2006).
Ho ricuperato questo promoCD direttamente dal sito del gruppo, su indicazione di questo. Recensire un siffatto formato di sole tre tracce delle quali una, quella che da il titolo al dischetto, costituita solamente da una breve intro, non costituisce certo impresa agevole, ma mi pare corretto, nei confronti di questi giuovini artisti, dare spazio ad "Inver No". I residuali due episodi sono sufficienti comunque ad inquadrare i Drammagothica (che si sono scelti davvero un bel monicker) nell'affollato settore catalogato come gothic-metal (oserei aggiungere pure orchestrale). Non mancano le sorprese, fin dall'ascolto di "The lost soul echoes", rappresentate dalla incisiva voce di Manuela Romano, ben impostata che, se non raggiunge ovviamente le vette espressive della adulatissima Tarja Turunen, certo sa ritagliarsi la sua bella evidenza. Peccato per una resa sonora poco al disopra della sufficienza, perchè il pezzo è dotato di buona scrittura. L'alternanza fra vocalizzi lirici femminili e grugniti maschili non è certo una novità, e magari in futuro tale scelta andrà più attentamente compulsata, se non altro per non scivolare in paragoni che si impongono di conseguenza: i mezzi per ascendere alle vette della riconoscenza ci sono, come in "Allegory of sadness", genuina espressione della volontà di proporre qualcosa di originale e strutturato. Il promo è completato da "Oblivion's cradle", che non è scaricabile come i precedenti e che quindi non ci permette una valutazione. Se sapranno perseverare, e sopra tutto osar intraprendere le vie impervie della ricerca della maturità, risentiremo certo parlare di loro; considerate le premesse, concludo indi che questi loro primi sforzi un risultato lo hanno ottenuto.
Web: http://www.drammagothica.it.
(Hadrianus)
Equitant: Zeit
(CD - Tarot Productions/Masterpiece, 2006).
Equitant, già membro del culto black-metal statunitense Absu e mente di Equimanthorn, si mette in proprio. E con “Zeit” smentisce da principio ogni attesa di ritrovare influenze o componenti legate al suo background. Solo, forse, quel retrogusto oscuro, ma niente di più.
“Zeit” infatti riprende un gusto di stampo Kraftwekiano amalgamandolo con l’attuale minimal-electro, filtrandolo tra beats robotici e atmosfere da space trip, avvolgendolo a tratti con passaggi debitori al prog orrorifico di alcune colonne sonore di genere di trent’anni fa. La suite “Die kalt” fa sua questa attitudine in dieci minuti di electro lenta, ipnotica, permeata da una sottile vena horror d’antan. Ma con “Through man made eyes” e “Transmission II (Remix)” il ritmo riprende il comando, nella prima con suoni minimal che attraversano beats tribali, nella seconda in un movimento crescente supportato da brevi e “mirati” interventi vocali. Tra reminescenze electro-retrò, sporadiche divagazioni ambient, ritmi frenetici ma mai invasivi, il quadro è completo: “Zeit” sa far ballare senza bisogno di dancefloor affollati di cyberzamarri e sa farsi ascoltare senza un attimo di stanchezza o, paradossalmente, di dejà-vu. Complimenti!
email: equitant@prodigy.net.
(LilleRoger)
Evanescence: The open door
(CD - Wind Up/Sony BMG, 2006).
E qui scatta inevitabile la polemica. Nel recensire un cd degli Evanescence non si può fare a meno di tirare fuori la solita vecchia storia del “chi ha copiato chi” e di quanto questi americanotti dall’aspetto decisamente rozzo e pacchiano assomiglino ai nostrani Lacuna Coil, affermazione che però fa riferimento alla sola sfera musicale data la nota passione di Cristina Scabbia e compagni per l’abbigliamento e gli accessori più fighetti! Ricordo che quando uscì Fallen (album pluripremiato e stravenduto che nel 2003 portò al successo il gruppo di Amy Lee…) molti dissero che era una specie di versione nu metal dei lavori dei LC, ma mi domando se queste stesse persone che tanto ci tenevano a prendere le parti della gothic metal band italiana si siano mai rese conto di quanto essa abbia scopiazzato da altre formazioni dedite allo stesso genere. Mi sembra quindi assurdo criticare gli Evanescence e accusarli di plagio, anche perché saranno pure malvestiti e tremendamente kitsch (basta guardare il video di “Call me when you’re sober” e le foto promozionali per rendersene conto…), ma sanno benissimo come si fa un gran disco, e a mio parere lo sanno molto meglio dei loro colleghi milanesi!! Amy Lee ha una voce pazzesca (ho sempre pensato che avesse più talento della pur brava Cristina…), ma anche il resto del gruppo fa la sua parte alla grande, dando vita a composizioni di sicuro impatto. Quelli che dalle prime battute sembrano pezzi un po’ troppo pomposi e stucchevoli si rivelano invece ben più dinamici ed efficaci a lungo andare, dimostrando che la band sa dosare nella maniera giusta elementi come potenza e melodia, esaltati tra l’altro da un’ottima produzione. The open door è uno di quei lavori da gustare dall’inizio alla fine, composto da tredici brani curati nei minimi dettagli e ricchi di fascino (è inutile citare qualche titolo, tanto sono tutti belli…), che a mio parere non piaceranno solo ai fanatici del gothic metal, ma che attireranno soprattutto la ben più vasta audience rock, come del resto era già accaduto per il cd precedente. Insomma, gli Evanescence sono senza dubbio “commerciali” e vagamente pop in certi momenti, ma le loro canzoni riescono a coinvolgere e ad emozionare, e proprio tale caratteristica mi porta ad affermare che esse sono migliori della maggior parte delle cose similari che si possono sentire oggigiorno!
Web: http://www.evanescence.com/.
(Grendel)
Ex-Voto: Doloroso
(CD - Poor Alice Music, 2006).
Già attivi da oltre una quindicina d'anni, gli americani Ex-Voto rappresentano ormai uno dei nomi maggiormente noti del panorama goth americano. Dopo aver mosso i primi passi a Los Angeles, il quartetto ha trasferito armi e bagagli in New Orleans nel 1992, e questa è la sua attuale base. Non si contano le partecipazioni a compilations targate Cleopatra, una dozzina circa, oltre alle uscite ufficiali, e questo morente 2006 ha segnato una rinnovellata attività, avendo visto la luce "Anno Domini", una raccolta di brani coprente il lasso temporale intercorso fra il 1992 ed il 1996, e "Light of day" (compilazione di rarità ed inediti tratti da qualche polveroso cassetto), oltre a "Doloroso", a tutti gli effetti il vero nuovo disco dei quattro. La miscela di elettronica e schitarrate non sempre giunge a risultati eccellenti, complice pure una produzione poco profonda, e ne risentono alcuni brani che, altrimenti, potrebbero davvero determinare un ben diverso effetto (è il caso della sisteriana "Seven sisters" e di "Clean on the Outside"). Ci pensa comunque la coppia "El diablo blanco" (soprassediamo circa il titolo) e soprattutto l'ottima "I could have been", bell'esempio di goth-rock vigoroso, a far volgere decisamente verso l'alto le quotazioni di "Anno Domini". Larry Rainwater da il meglio di se come vocalist, e non sono da meno i suoi pards Matt Collord, chitarrista innamorato di Gary Marx e di Simon Hinkler, Melissa Crory e Linda Patti. "She got a big!" riporta evidenzi escoriazioni industrial che ne incidono il tessuto, e s'avvale di una ritmica indiavolata, le sei corde ronzano in "I can see right thru you", carina è "Seven seas of misery", "Alena" (presente pure in una seconda versione) omaggia ancora Eldritch, ed è gradevolissimo esempio di rock darkeggiante, "Where is Nikki Black?" è assai decisa nel suo scorrere sui territori aspri della musica più obscura, ed anche nel finale il CD ci riserva piacevoli sorprese, come in "Twenty seven names for tears". Non ci troviamo certo al cospetto di Reliquary, Faith and the Muse o The Last Dance (e nemmeno dei grandi The Wake), la distanza tra gli Ex-Voto ed i grandi del death-rock stellestrisce è ancora sensibile, ma ciò non toglie che "Doloroso" non sia un disco da posizionare abbondantemente al di sopra della sufficienza. La quantità non manca (diciassette pezzi!), la qualità, anche se incostante, non va disconosciuta, la grafica è curata, eppoi i nostri suonano davvero bene. Argomenti più che bastant per promuovere "Doloroso".
Per informazioni: www.myspace.com/exvotoband.
Web: http://www.pooralicemusic.com.
(Hadrianus)
Four a.m. Eternal: Ambivalence
(CD - Self-produced, 2006).
In un paio di anni di attività, i palermitani Four a.m. eternal hanno avuto modo di esibirsi sovente dal vivo, come emerge dall' info-sheet allegata al ciddì, e soprattutto di pubblicare il demo "Almost" nel 2005, al quale ha fatto seguito "Ambivalence", risalente ai primi mesi del corrente anno. Si presentano come gruppo influenzato da Joy Division, Siouxie and the Banshees e Wire, ed in generale come appassionati delle sonorità new wave-postpunk primi anni '80, senza trascurare un interessato sguardo alle produzioni contemporanee. Otto canzoni per una trentina di minuti non possono costituire un valido banco di prova, il dark-sound dei quattro ragazzi è comunque relativamente maturo, anche se un migliore condensato del loro impegno poteva risultare più incisivo. Belle le atmosfere della curiana "Looking for faith", Carmen Gulino deve raggiungere ancora la maturità come cantante, la sua voce manca in fatti ancora di profondità espressiva, ma la strada intrapresa è quella giusta. Più che sufficiente invece la sezione strumentale, con Claudio Cataldi (chitarra) autorevole nel proporre un suono derivativo ma comunque fermo, ed una sezione ritmica che vede il basso pulsante di Francesco Troja (che poco dopo la fine delle registrazioni ha abbandonato i colleghi, sostituito da Federico Ghersi) dialogare piacevolmente colla batteria di Stefano Bartolomei. Si sale di tono con "Civilization decadence", uno spigoloso brano impegnato fin dal titolo, il quale mette in mostra la parte più aggressiva dei Four a.m. eternal, e pure quella più organica; "Infinite" proviene dalle frequentazioni col songbook dei Banshees, e suona molto new-wave darkeggiante, le restanti tracce si mantengono su di un livello assolutamente decoroso (sopra tutto "Almost"). Le personalità ci sono, devono solo irrobustirsi, ed in questo il tempo è un buon alleato, se ci si sa munire di pazienza; sono curioso di ascoltare qualcosa di nuovo da questi ragazzi, certo che non mi deluderanno.
email: fourameternal@katamail.com.
(Hadrianus)
|