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Aleph: In tenebra
(MCD - Fuel Records/Gatti Promotion, 2006).
Sono in possesso di ottime idee, i giuovini Aleph, e soprattutto sanno trarne profitto, essendo capaci di svilupparle (e non è da tutti!). Giuovano della loro folle creatività le cinque lunghe composizioni di "In tenebra", caratterizzate da repentini cambi di tempo e di atmosfera. Un gruppo del quale si dovrà tener conto per il futuro, se gli si concederà il tempo di maturare. Il suono nitidissimo del dischetto contribuisce vieppiù ad esaltare le doti di brani quali la mefistofelica "Unfaithful" e la obscurissima "The fallen" (presente come bonus in versione italiana, ancor più criptica!). La lunga e mortifera "Dephts" assembla metallo gothikeggiante ad input progressivi, vantando porzioni strumentali che ne spezzano decisamente l'assunto. Spicca la voce di Dave Battaglia, a proprio agio nelle vesti di arcano cantore. Non è da meno l'altra piece de resistence "Mother of all nightmares", tenebrosa cavalcata dettata da indiavolate chitarre sorrette da una agile sezione ritmica e da opportuni interventi tastieristici. Sensazione demoniaca amplificata da un cantato spiritato, da cambi di tempo assassini e da inquietanti passaggi neoclassici. Il sinistro arpeggio che forma l'ossatura della title-track è presago di chissà quali sventure, ed il pezzo rivela infine uno spaventevole finale. Cantata in lingua madre, "The fallen" è ancor più cruda, mentre "Acid tears" si rivela come l'episodio più scontato della track-list, anche se alcuni stacchi lo impreziosiscono a dovere, ponendolo in linea con quelli che lo precedono. Da tenere in considerazione, "In tenebra", anche perchè in questo disco gli ottimi spunti non mancano di certo. Per ora rimaniamo in attesa di conferme.
Web: http://www.gattipromotion.it.
(Hadrianus)
Arpia: Terramare
(CD - Lizard Records/Audioglobe, 2006).
Il nome degli Arpia mi riporta indietro di tanti anni; ricordo di aver perso, con mio grande dispiacere e per qualche motivo che ora non ricordo più, un loro concerto all’Universita “La Sapienza” occupata (se non ricordo male doveva essere il 1989 o il 1990) e l’acquisto dei loro primi due demo tape, intitolati De lusioni e Resurrezione e metamorfosi (ormai talmente consumati da essere quasi inascoltabili). Poco dopo ne persi le tracce, per ritrovarle improvvisamente nel 1992 con l’uscita del bel 7” Ragazzo Rosso/Idolo e crine e nuovamente nel 2005 con il primo CD, Liberazione. Ancora un breve silenzio seguito da un concerto al Coetus di Roma, dopo di che il nulla. È quindi con notevole gioia che ho accolto la notizia del rientro degli Arpia nel mercato musicale, perché si tratta di uno dei pochissimi gruppi che ha seguito, fin dai suoi esordi, un percorso tutto suo, percorso che si è tenuto ben lontano dalle facili (ma spesso poco sicure) tentazioni del prodotto commerciale e dalle mode dalla durata effimera; anche le tematiche dei testi denotano un livello culturale e di interesse ben diverso dalla media di molte produzioni che, chissà perché, con una certa convinzione si autodefiniscono “colte”. Ma bando alla malinconia: veniamo a descrivere questa nuova fatica del gruppo, uscita a undici anni dal loro precedente lavoro. Alcune delle caratteristiche fondamentali del suono degli Arpia non sono cambiate poi così tanto nel tempo: in particolare l’affascinante voce di Leonardo Bonetti, vero e proprio marchio di fabbrica del trio. Al contrario, i suoni hanno perso buona parte dell’ispirazione wave più morbida e onirica, presente nei primi due demo tape, per acquisire maggior solidità e complessità, avvicinandosi a sonorità a metà strada tra certo progressive di ottima fattura e sonorità metal, riuscendo però e tenersi lontani dalle forme eccessivamente pompose e barocche di certo prog-metal. La scelta tematica di questo nuovo lavoro è tanto lontana da quella del precedente CD quanto difficile da trattare senza correre il rischio di cadere nella trappola della banalità: l’eros. E gli Arpia riescono bene nell’opera senza lasciarsi insidiare in alcun modo, in alcuni casi lasciandosi aiutare da persone che dell’uso della parola hanno fatto un’arte (alcuni brani sono tratti liberamente da opere di Torquato Tasso, Guido Cavalcanti, Ciacco dell’Anguillaia, Rinaldo D’acquino, Cielo d’Alcamo e Charlie Chaplin), in altri assemblando da sé le parole, spingendosi anche in direzione di un linguaggio ben poco metaforico. Non mi resta altro che aggiungere che, in questo Terramare, gli Arpia (le cui formazione a tre è rimasta invariata dall’epoca della fondazione del gruppo) si fanno aiutare dalla bella voce di Paola Feraiorni e da Tonino De Sisinno alle percussioni. Concluderei quindi sperando di poter vedere al più presto gli Arpia su un palco e sottolineando, se non si fosse intuito, che si tratta di un disco largamente consigliato non solo a chi già conosce e apprezza i precedenti lavori del gruppo ma anche a chiunque non si lasci spaventare da un suono hard molto composito, che non ha nulla di banale o già sentito.
Web: http://www.arpia.info.
(Ankh)
The Automatic: Not accepted anywhere
(CD - B-Unique, 2006).
Fare le recensioni dei cd realizzati dai nuovi gruppi brit rock sta diventando sempre più difficile e imbarazzante, difatti nella maggior parte dei casi uno si ritrova a parlare di band molto simili le une alle altre, sia dal punto di vista biografico che da quello strettamente musicale, ed ha la sensazione di ripetere sempre le stesse frasi e gli stessi concetti basilari… Tra l’altro parecchie di queste “new sensation” sono molto interessanti, per cui non c’è modo di variare neanche per ciò che riguarda il giudizio sul lavoro svolto, che di solito merita apprezzamenti lusinghieri piuttosto che critiche! Gli Automatic rientrano a pieno titolo nella categoria a cui ho appena accennato, di conseguenza sapete a cosa andate incontro se continuate a leggere queste righe e non vi stupirete sentendo dire che la formazione gallese è giovanissima, che si è formata solo pochi anni fa e che ha ottenuto successo grazie ad una manciata di singoli azzeccati… A tutto ciò si aggiunge il fatto che il loro Not accepted anywhere è un bel concentrato di energia e di suoni ultra-accattivanti, che ti fanno pure venir voglia di ballare e ti ricordano (come se ce ne fosse bisogno!) che le nuove band britanniche sono bravissime nel mescolare emo, pop, rock e wave, ed ogni volta se ne escono con qualcosa che vale la pena ascoltare con attenzione. Se proprio dovessi paragonare il quartetto a qualcuno citerei i Bloc Party, ma per fortuna gli Automatic sono riusciti a dare la loro personale impronta ai brani realizzati, dimostrando di avere un buon talento compositivo e uno spiccato senso del ritmo e della melodia. Proprio a tale proposito vorrei aggiungere che i pezzi del disco sono di quelli che scorrono via veloci veloci e non sono mai caratterizzati da cadute di tono, difatti qui non esistono riempitivi ed ogni episodio ha un suo fascino particolare, che lo rende leggermente diverso da quello che lo precede e dal successore. Difficile resistere alla freschezza e all’estrema orecchiabilità di canzoni come “Team drama”, “Monster”, “Lost at home”, “Raoul” e “That’s what she said”, ma come ho già detto anche le restanti non sono da meno, e contribuiscono a rendere Not accepted… l’ennesima chicca imperdibile per gli appassionati di questo genere di sonorità…
Web: http://www.theautomatic.co.uk/.
(Grendel)
Axon Neuron/Vagwa: Documents 1995 - 2005
(2CD - Eternal Soul, 2005).
Axon Neuron/Vagwa è un progetto tedesco che ho incrociato per la prima volta poco più di un anno fa, attraverso un 10” uscito qualche tempo prima e intitolato Lohe. Avevo letto dell’uscita di questo doppio CD in edizione limitata (500 copie in tutto, di cui 100 in un box contenente alcuni inserti) e, a dire il vero, non credevo che mi sarebbe capitato di imbattermi in esso. Si tratta di un progetto poco considerato, almeno a giudicare dalle poche cose trovate in giro, forse anche a causa della difficile reperibilità del materiale prodotto; malgrado ciò, Enrico Eisert (nome del personaggio dietro al progetto musicale) è riuscito ad affascinare personaggi di un certo calibro come Angelo Bergamini, Elena Fossi e Vincenzo Pastorino (nome probabilmente meno noto dei due precedenti ma che ha fatto da ingegnere del suono su diversi lavori dei T.A.C. e dei Kirlian Camera e inciso un mini CD a nome White Legion), che ha partecipato nelle fasi di editing e mastering. I due CD, entrambi oltre i settanta minuti, rappresentano una sorta di percorso a ritroso, contenendo brani incisi dal 2002 al 2005 il primo e dal 1995 al 2002 il secondo e si tratta di una serie di brani ad oggi di difficile reperibilità: molti sono brani tratti da esibizioni live, altri sono estratti da compilation, altri ancora sono outtake dalle sessioni di registrazione di pubblicazioni passate (ma non dobbiamo pensare a degli “scarti”, visto che uno di questi è “Aurora”, uno dei brani migliori tra i venticinque qui presenti, eseguito in collaborazione con i Kirlian Camera) o provengono da vecchissime produzioni in cassette ormai irreperibili. A grandi linee il progetto tedesco può essere inserito all’interno del calderone della musica industriale con forti tinte ambientali ma caratterizzata anche da possenti slanci noise e delicate strutture neoclassiche e orrorifiche, anche se talvolta appaiono strutture ritmiche e campionamenti più vicini a certe produzioni neofolk. Nel complesso si tratta di un lavoro che non mi è dispiaciuto affatto, anche per l’indubbia maturazione che si può notare ascoltando i due CD: il secondo, contenente brani più vecchi, mostra in alcuni casi l’uso un po’ troppo evidente di cliché sia a livello musicale sia a livello tematico, anche se alcuni brani risultano comunque interessanti (ad esempio la lunga e intossicante “Thorned Message I” o la ipnotica “Eternal life”). Nel complesso pur non potendo urlare al capolavoro, è un acquisto che mi sentirei tranquillamente di consigliare agli appassionati del genere, un nome che, pur non essendo nuovo visti gli undici anni di carriera, credo abbia raggiunto un buon livello di maturità.
Web: http://www.axon-neuron-vagwa.de/.
(Ankh)
Cephalgy: Moment der stille
(MCD - Out of Line/Audioglobe, 2006).
Nuovo mcd per uno dei piu' mediocri progetti elettro-teutonici. Metto subito le carte in tavola riguardo il mio parere sui Cephalgy, qui alla loro terza release, con questo mcd che segue gli album "Engel sterben nie" e "Finde deinen daemon"; il nuovo lavoro si articola in nove tracce, di cui quattro sono nuovi brani, mentre le rimanenti sono remix di brani editi sui due lavori precedenti. Attenzione focalizzata in particolare sul primo album, visto che proprio da quel disco sono tratte le varie "Engel sterben nie" (qui remixata dai Blutengel), "Violent times", "Du bist das licht" e "Zum Abschied", mentre l'unico brano tratto dal secondo album è "Mein versprechen"; i remix di Lost Area, Staubkind, To Avoid ed i già citati Blutengel non riescono certo a risollevare le quotazioni di pezzi decisamente mediocri per un gruppo che pare essere solo una sbiadita copia del progetto di Chris Pohl (al riguardo ascoltare in particolare "Mein versprechen"). L'elettro-dark del trio tedesco non si smentisce anche coi nuovi (mediocri) brani, assolutamente privi di ispirazione e mordente. Difficile immaginare per i Cephalgy un riscontro al di fuori dai sempre generosi confini tedeschi.
Web: http://www.cephalgy.com.
(Candyman)
Conetik: Kube Musik
(CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006).
Secondo album per i Conetik, "Kube Musik" è un disco di elettro-pop fresco e gradevole, all'insegna del disimpegno totale. La musica del duo norvegese si riconduce all'enorme filone del synth-pop scandinavo che, grazie sopratutto alla label svedese Memento Materia, ha in passato portato alla ribalta tante bands; rispetto a nomi autorevoli come Mesh, Colony 5, Code 64, Elegant Machinery, ecc... la musica dei Conetik è ancora piu' mainstream (non hanno i testi malinconici -ma nemmeno le capacità compositive-dei Mesh e l'influenza "new-wave" di Elegant Machinery e Camouflage) e non sfigurerebbe di certo su MTV o su stazioni radio commerciali. "Conektd", "Cold star", "Sun=Liar", "Into the night" sono solo alcuni dei titoli che si possono citare per rappresentare lo spirito di questo disco, ottima colonna sonora per viaggi in auto o per serate in cocktail-bar alla moda. I Conetik rappresentano indubbiamente il lato piu' "pop" e "mainstream" della musica elettro e nel loro compito riescono anche bene.... basta che da loro non pretendiate nulla di piu'!
Web: http://www.conetik.com.
(Candyman)
Consummatum Est: Promo 2006
(MCD - Self-produced, 2006).
Il doom-metal è genere incompromesso ed assolutamente autarchico, e chi lo pratica va fiero di questa essenza, esercitando la propria mortifera arte al riparo dalla vacua luce che pervade il variegato mondo del music-biz. Ne è assolutamente consapevole Emanuele Telli, già autore come Black Eternity del mini "...and the petals fell..." a proposito del quale già scrissi mesi or sono, e che ora torna a levare la propria lamentevole voce riprendendo la sigla Consummatum Est, sotto la quale già pubblicò nel 2005 l'album a tre tracce "Funeral procession". Ed il promo che ho appena inserito nel lettore per l'ennesima volta consta di due brani, della durata complessiva che supera la mezza ora, che, non ostante l'insita pesantezza, conservano più d'uno elemento di sicuro interesse. L'incedere è ovviamente lentissimo e funereo, come è ovvio attendersi da una tale proposta, ma "Consummatum est" (il pezzo) e "The virgin mistake" serbano elementi che possono ricondursi alla più tetra dark-ambient abrasa da escoriazioni industrial, porzioni che giungono a sopresa e che non stridono assolutamente, facendo naturalmente parte del corpus di ogni pezzo, anche quando giungono a ridosso di parti ove le voci femminili si levano a recitar disperatione e dolore (e la presenza di un soprano, la brava Elisabetta Marchetti, una volta tanto non pare messa lì solo per assecondare la tendenza del momento, ma è perfettamente calata nel contesto del dramma rappresentato). Vocals licantropiche sostenute da uno strumentismo scarnificato, ridotto volontariamente all'essenziale, s'intrecciano con quelle eteree e muliebri, librandosi al di sopra di un tappeto sonoro scandito da un basso martellante, da chitarre che sanno giuocare il proprio ruolo di protagoniste senza per questo invadere la scena e da un percussionismo sinistro, con il piano e l'organo a sottolineare i passaggi più sofferti, rappresentano le coordinate del disketto, oltre agli squarci più sperimentali a proposito dei quali accennavo sopra. Emanuele si conferma ottimo direttore d'orchestra, dimostrando ora di possedere la maturità necessaria per compiere un auspicato, ulteriore passo in avanti. Evoluzione (nei rigidi limiti imposti dal genere, badi il lettore!) che risulterà senza altro tangibile nell'annunziato nuovo album "The choir of the dead", già pronto e rifinito grazie all'intervento di guest-musicians. E che spero davvero di recensire a breve, anche per saziare la curiosità che mi pervade, accresciuta dall'ascolto di questo promo. Chissà che qualche label illuminata non s'accorga nel frattempo di loro!
Web: http://www.consummatum-est.net.
email: band@consummatum-est.net.
(Hadrianus)
Corvus Corax: Venus Vina Musica
(CD - Pica Music, 2006).
Forse non tutti conosceranno questo fantastico gruppo tedesco di musica medievale, visto che in Italia se ne sente parlare poco, ma si tratta senz’altro di uno tra i più attivi e longevi della scena musicale tedesca, I Corvus Corax ormai dal lontano 1989 calcano le scene e dietro a loro è nata una numerosissima serie di epigoni più o meno all’altezza, che ha formato la cosiddetta scena medievale tedesca. Inoltre i componenti stessi della band hanno dato vita a fortunati progetti paralleli, tra cui i famosi Tanzwut. I Corvus Corax sono sette bardi (anzi, re dei menestrelli, come loro si definiscono) che suonano musica antica e medievale servendosi degli strumenti tradizionali, fiati, percussioni e soprattutto di numerose zampogne, con un ritmo davvero velocissimo e forsennato, quasi si trattasse di musica punk! Impossibile non muovere i piedini all’ascolto dei loro brani, tratti spesso dalla ricchissima collezione dei Carmina Burana o comunque dalla tradizione più giocosa e danzereccia della musica medievale, non certo da quella sacra o aulica.
Venus Vina Musica, il loro ultimo album viene dopo il grosso lavoro di Cantus Buranus, in cui hanno lavorato insieme a un’orchestra sinfonica e tre cori per creare una connessione tra musica classica, medievale e moderna. Dopo questa “faticaccia” i nostri hanno deciso di tornare a divertirsi un po’e la maggior parte dei brani, sia cantati (in latino medievale) che strumentali, richiama proprio l’atmosfera godereccia delle feste medievali in cui si mangiava, beveva, cantava e ballava fino a notte fonda. E’ il caso dell’entusiasmante “Venus Vina Musica”, di “Scotus” o di “Bibit Aleum”, uno strumentale tutto zampogne e percussioni. Non mancano però momenti più riflessivi e raffinati, come la bellissima ballata provenzale “Qui nous demaine”, o contaminazioni con la tradizione musicale di altri paesi, come nella zingaresca “Tuska” o nella balcanica “ Katrinka”, a ricordarci che i Corvus Corax sono innanzitutto dei grandi musicisti che hanno fatto della ricerca per la musica antica non solo un mestiere ma soprattutto un piacere e una fonte di divertimento!
Web: http://www.corvuscorax.de/.
(Mircalla)
Covenant: Brave New World
(CDS - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2006).
Dopo svariati rinvii sulla sua data di pubblicazione, ecco finalmente "Brave New World", secondo singolo estratto dall'eccellente "Skyshapers". Il brano (indubbiamente uno dei piu' validi dell'album) viene proposto in ben 4 versioni, con l'inedita "The new virus" a completare la tracklist. Nonostante il valore del brano e l'amore che nutro per i Covenant, devo essere coerente con quanto sostenuto in altre occasioni simili, ovvero trovo che l'acquisto di questi singoli possa interessare solo i fans piu' scatenati delle bands che li realizzano, in quanto non so a quante persone interessi sborsare soldi per sentire la stessa canzone proposta in piu' versioni. Detto questo, due parole sui brani presenti: "Brave new world (version)" è la stessa apparsa sull'album; la "radio version" è piu' breve ed apporta leggere variazioni all'originale; la "club version" come è facilmente intuibile è quella maggiormente orientata per l'uso in discoteca, mentre la versione denominata "Tempest" è quella che si discosta maggiormente dall'originale, con un arrangiamento assai melodico. L'inedita "The new virus" è strumentale (con brevi inserti vocali trattati col vocoder) e si riallaccia alle sonorità elettroniche "analogico-minimali" che già avevano caratterizzato sopratutto le tracce inedite incluse nel singolo "Ritual Noise" ed il bonus cd della "limited edition di "Skyshaper".
Web: http://www.covenant.se.
(Candyman)
Cyborg Attack: Stoerf***tor
(CD - Black Rain Records, 2006).
Un durissimo attacco frontale, quello sferrato dai teutonici CA in "Stoerf***tor", dischetto contenente tredici tracce di pompatissima EBM, ricca di atmosfere cupissime descriventi scenari da apocalisse post-atomica. Quattro ceffi che si avvalgono della voce esaltata (o meglio, delle urla) di Sandro Franz, e del forsennato vorticare delle tastiere di Tino Weidauer e di Uwe Schimmel ( responsabili della stesura della maggior parte delle songs), oltre che dei sampler di Enrico Laukner. Ed è difficile estrapolare da questo compattissimo disco (ebbene sì, è un compact disc... ma vogliate perdonare la celia...) uno o più brani superiori agli altri, in quanto, seppur tutti stilisticamente assai simili, ogni uno possiede delle peculiarità che lo fanno brillare di propria luce, sia che si tratti dell'inquietante vocalizzo femminile che apre ""Verlierer", o del tetrissimo instromentale "Judgement day". Ottimale l'uso delle tastiere, sia per creare tappeti ritmici serratissimi ("Alptraum leben") che per innalzare muri di avvolgente fuliggine ove le nostre facoltà si smarriscono fino ad obnubilarsi (la grandissima "Blasphemie" sembra all'inizio una versione di "Alice" in EBM- style, poscia prendono il sopravvento tastiere spaziali descriventi veri e propri circoli misticheggianti!). "Stoerf***tor" è opera decisamente dark, capace di scuotere dall'apatia anche l'ascoltatore più distratto o meno avvezzo a siffatte situazioni sonike. Tanto che, una volta giunti alla fine i suoi solchi, non permane sensazione alcuna di stanchezza o peggio di irritazione, come talvolta accade in occasioni simili, ovvero quando ci si trovi dinnanzi ad un lavoro stilisticamente dichiarato fin dal principio (con la bella accoppiata iniziale "Stoerf***tor" e "Psycho-X"). Quattro lunghi anni sono trascorsi dal predecessore "Blutgeld", ma certo non sono passati invano. Da Chemnitz, la Karl Marx Stadt della DDR, Punisher, Eno, Eucha e Zerindi continuano a lanciare la loro sfida, incuranti di coloro che vorranno criticarli. Il loro attacco ha un fine esplicito: conquistare i dancefloor mondiali!
Web: http://www.capture-music.com.
(Hadrianus)
De Volanges: SDSS J090745.0+24507 (the Outcast)
(CD - Str8line Records, 2006).
Ai belgi De Volanges va immediatamente attribuito un riconoscimento, ovvero quello (che sia ambito da quelle parti?) di detentore del titolo più strambo; come ignorare il chilometrico e cripticissimo "SDSS J090745.0+24507 (the Outcast)", a tal punto ostico che loro stessi lo riportano errato (!) sul fascicoletto allegato al CD? Un bel mistero, che si tratti di un messaggio in codice? Si rischia davvero di perdere di vista il vero scopo di questo scritto, la musica. "The outcast" (così d'ora in avanti, per praticità e per non trovarmi colle dita aggrovigliate alla tastiera) parte davvero bene, con la ballata darkeggiante "The distance" rimembrante i più ispirati And Also The Trees. Non è un caso che l'insieme si attivo fin dal 1989, e che nei sette anni che seguirono si rese protagonista di un centinaio di concerti, supportando tra gli altri The Venus Fly Trap, Corpus Delicti e The Breath Of Life, e nel maggio del 1996 addirittura i Rosetta Stone al Camden Underworld di Londra. Seguirono alcuni anni di silenzio, fino alla rentree del 2002, culminata colla pubblicazione del presente disco nel gennaio scorso. Il loro scarno rock risente sicuramente dell'influenza capitale degli anni ottanta, quelli più oscuri ed autarchici, ma risulta ben più genuino di quanto proposto oggidì da legioni di imitatori (alcuni per la verità davvero bravi) che infestano la scena musicale, nemmeno tanto alternativa, visto l'universale riconoscimento tributatogli. Ma torniamo ai nostri amici belgi, i quali con "Spacewalk" proseguono nel loro viaggio a ritroso nel tempo, affondando le mani nel calderone della new-wave, dal quale traggono la pulsante "Sweet times burn", dominata da basso e batteria (di Yvan Vanrechem e di Enrico Fialdini, due founding members col chitarrista Renaud Debast, col tempo si è aggiunta la percussionista Priscilla Dieu) e da una sei corde tagliente; su tutto il cantato, omaggiante la grande stagione del cold rock transalpino. "Darkover" è esplicita fin dal titolo, cupa interpretazione di un marcato sentimento di malessere. I quattro musicisti dimostrano di possedere un'intesa invidiabile, la quale va tutta a giuovamento della resa finale dei loro splendidi pezzi. Su ben altre coordinate si muove "Theme for the oucast", veloce pezzo di tre minuti rimembrante a tratti gli U2 incrociati col nichilismo punk, mentre "Eye-catcher" è l'ennesimo anthem di un disco sempre più sorprendente. Atmosfere joydivisioniane permeano questa riuscita canzone, seguita dalla breve confessione di "Caresses draw maps II". Ci si rituffa nel passato colla più estesa (si superano i dieci minuti) e classica "The november assault", una ispecie di The Cure dei primi tempi rinvigoriti dall'assunzione di sostanziose pozioni post-punk. Una bella cavalcata epicheggiante sulla quale Steve Lillywhite avrebbe voluto apporre il suo sigillo. Nonostante la durata, il brano non stanca, tutt'altro. Non è finita, perchè in certe parti mi ha ricordato gli amatissimi The Armoury Show! Chiude la lenta e sofferta (ma dotata di repentine impennate) "This sorrow", a proposito della quale nulla v'è da aggiungere che modificherebbe quanto suesposto. L'ascolto di "The oucast" si è rivelato davvero una piacevole sorpresa: una volta tanto, un disco di un gruppo riformato che ha un senso compiuto, e che non risulta una mera e nostalgica rivisitazione/celebrazione del proprio passato. Bentornati ai De Volanges, speriamo che presto si rifacciano sentire!
Per informazioni: www.str8linerecords.com.
Web: http://www.devolanges.be.
(Hadrianus)
Death In June: Free Tibet
(CD, 2006).
A occhio, direi che Free Tibet non si possa esattamente definire come un nuovo lavoro dei Death In June: si tratta, infatti, di una serie di remix e versioni alternative di vecchie registrazioni risalenti all’epoca di But, what ends when the symbols shatter e Rose clouds of holocaust; in quasi tutti brani si riconosce la voce di David Tibet che ha smesso di collaborare con Douglas P. da parecchio tempo. Non so cosa ne pensi il buon Tibet di questa trovata: generalmente cerco di tenermi alla larga dai pettegolezzi della rete e dai piccoli e grandi litigi tra i gruppi; ad oggi, in ogni caso, non ho avuto sentori di grandi problemi sorti in giro. Lo stesso titolo sembra essere un gioco di parole tra il nome del paese (“Tibet libero”) e quello del signor Current 93 (“Tibet gratuito”). Nel dettaglio, i sette brani sono costituiti da tre remix di “Lifebooks” (intitolati, in ordine di apparizione “Death books I”, “Love Books” e “Death books II”), due remix di “This is not paradise” (intitolati “This is paradise I” e “This is paradise II”), una versione alternativa di “Jerusalem the black” e una di “Daedalus rising” (intitolata “Daedalus falling”). Per diversi motivi (tra i quali il principale è la scarsa qualità delle ultime produzioni musicali) devo dire che è da diversi anni che ho smesso di seguire le vicende della Morte in Giugno; questa nuova prova non mi spinge a cambiare idea in maniera sostanziale, anzi, forse è un ulteriore segno di una vena creativa che si è persa lungo la strada. I tre remix di Lifebooks sono molto simili tra loro e abbastanza noiosi; senz’altro meglio quelli di “This is not paradise”, soprattutto il secondo che, pur avendo una prima parte similissima all’altra versione, chiude il lavoro con i suoi oltre dieci minuti. “Daedalus falling”, se non erro, è identica a quella a suo tempo inserita nell’EP Paradise rising così come “Jerusalem the black” è praticamente indistinguibile dall’originale. Personalmente mi sfugge il senso di una pubblicazione di questo genere, a tanti anni di distanza dall’uscita degli originali. In ogni caso, trattandosi di brani scaricabili esclusivamente dal web (al seguente link, hanno l’indubbio vantaggio di essere gratuiti. Si possono inoltre vedere (e, anche se non sono ancora riuscito a vederli, forse è l’unico senso che riesco a dare a Free Tibet) i video associati ai sette brani su Youtube.
Web: http://www.deathinjune.net/.
(Ankh)
Dismantled: Thanks for everything
(CDS - Dependent/Masterpiece, 2006).
"Thanks for everything" è il secondo singolo che Gary Zon estrae dall'album "Standard issue". Diversi brani del disco, oltre al prescelto, potevano ambire a questo ruolo ma la scelta mi pare comunque condivisibile, sopratutto alla luce delle tre belle versioni qui proposte: "Club version", "Alternative version" ed un remix a cura dei Cesium 137; tutte esaltano le caratteristiche di questo brano decisamente piacevole. L'elettro-industrial di Dismantled trova come sempre nei Nine Inch Nails un inevitabile punto di riferimento anche negli altri due pezzi che completano il singolo: "Spin" e "Change the world", poco piu' che "riempitivi" per un dischetto che comunque (come sempre in questi casi), mi sento di consigliare solo ai fans piu' incalliti della band americana.
Web: http://www.dismantled.org.
(Candyman)
Diva Destruction: Run Cold
(CD - Alice in Wonderland, 2006).
Dopo tre anni di silenzio, riecco Debra Fogarty con il suo progetto Diva Destruction; riuscirà il nuovo "Run Cold" a rinverdire i fasti dell'album d'esordio "Passion's Price" (il secondo album, "Exposing the sickness" non ha certo lasciato il segno)? Dopo i primi ascolti direi che la risposta potrebbe essere positiva; in "Run Cold" non si inventa nulla di nuovo e il sound della band americana continua a seguire i canoni del gothic contaminato con l'elettronica, ma con pezzi convincenti ("Subterfuge", "Run Cold", "Rewriting history", "Kiss the stars") che potranno finalmente convincere i djs nostrani dal rinnovare le proprie playlists, eliminando l'abusatissima "The broken ones" a favore di alcuni brani nuovi. Non posso negare che proprio a questo "famigerato" brano sembrano rifarsi molti dei pezzi di "Run Cold", ma tant'è, non è certo l'originalità che si deve cercare in dischi come questo. Nel complesso "Run Cold" è un album gradevole, niente di epocale o trascendentale, ma pur sembre un onesto disco elettro-gothic che può dare nuovo smalto al progetto Diva Destruction.
Web: http://www.divadestruction.com.
(Candyman)
Dope Stars Inc.: Make a star
(MCD - Trisol/Soul Food/Audioglobe, 2006).
Sono già delle stelle, i DSI, qualcuno nutre ancora dei dubbi? Fresco di pubblicazione è il loro debut "Neuromance", e le nuove tracce, quelle che costituiranno il disco sofomorico, stanno prendendo già forma, si narra che stracceranno letteralmente quelle che le hanno precedute... Nell'attesa, gustiamoci questo ottimo antipasto costituito da quattro ambientazioni della title-track, il remix confezionato da Samsas Traum per "Theta titanium" e quattro schegge inedite. Yuk Yuk Yuk, farebbe Super-Pippo, e ne avrebbe ben donde! Veniamo ai brani nuovi di fabbrica: "Digital freedom" si poggia su chitarre mai dome, le quali ergono un possente wall-of-sound contro il quale cozzano le tastiere e la voce di Victor, il risultato è un brano assolutamente catchy e trascinante. Non ci concede un attimo di respiro la bella tonica "Fast & beautiful" il titolo già svela l'essenza di questa bella canzone. "Nuclear decay" (incredibilmente attuale, con quello che sta accandendo...) vede un Victor quanto mai arrabbiato e partecipe; Grace Khold tesse trame oscure, la chitarra di Alex Vega è chirurgica, spalleggiata dal pulsare forsennato del basso di Darin Yevonde. Gran prova collettiva. "Chase the light" è un pezzo in puro DSI- style, ormai consolidato ed apprezzato. Veniamo alle versioni con ospiti di "Make a star" (su "Neuromance" vi avevano lavorato Esoterica, Siderartica, High Level Static e Sundealers, circolano quindi otto vesti del brano, un record!). L' after party mix dei The Birthday Massacre vi stenderà, il remix printato da L'Ame Immortelle vs. Friek rinnovella l'eterno contrasto tra Inferno (voce maschile) e Paradiso (i delicatissimi svolazzi muliebri della Kraushofer), l' extended version è ancor più rockettona. Splendida a dir poco "Theta titanium", una riedizione cupissima dell'originale alla quale la mano dei remixers ha donato un tocco ancor più angosciante. Simili iniziative a volte rappresentano dei meri riempitivi, non è il caso di questo prezioso mini, conferma delle qualità di un combo che ha saputo ritagliari una meritata fetta di notorietà. Ed i DSI sono famelicissimi, non si fermeranno certamente qui!
Web: http://www.dopestarsinc.com.
(Hadrianus)
The Eternal Afflict: Realict or Requiem
(CD - Scanner/Audioglobe, 2006).
Una delle band piu' importanti dell'ondata "elettro-dark" tedesca dell'inizio degli anni '90 sono stati indubbiamente gli Eternal Afflict. A loro (assieme a Project Pitchfork, Das Ich, X-Marks The Pedwalk, ecc...) si deve lo sviluppo di quella che è poi divenuta (ed è tuttora) la scena "oscura" piu' nutrita di tutto il mondo. Questo cd "best of" raccoglie i brani piu' famosi della discografia degli Eternal Afflict, band tutt'ora in attività (è dell'anno scorso il loro ultimo cd "Euphoric And Demonic"), ma che ha indubbiamente dato il meglio di sè nei primissimi anni di carriera: è infatti tra le primissime tracce del cd che troviamo il micidiale trittico dei loro brani piu' famosi: "San Diego", "Paint it black" (magistrale cover del brano dei Rolling Stones) e "We lebanon you": pezzi che per anni hanno imperversato anche nelle discoteche "dark" italiane. A quel periodo risalgono anche le meno note "Agony, I like" e "Trauma Rouge", mentre "War child" e "Childhood" (tratte dall'album "War", probabilmente il loro ultimo disco che abbia avuto un minimo riscontro in termini di vendita ed interesse da parte del pubblico) rappresentano la fine del miglior periodo vissuto dalla band tedesca: è infatti palese un calo di ispirazione nelle ultime tracce di questo cd, i cui brani provengono dai dischi piu' recenti. Disco caldamente consigliato per le nuove leve dell'elettro-dark ed anche per i piu' anziani, a meno che non possediate già tutti i loro cd.
(Candyman)
Exultet: Requiem of a dream
(CD - Autoproduzione, 2006).
Era da un sacco di tempo che non mi capitava di ascoltare un demo/cd come quello degli Exultet, giovane band che ha esordito nel 2004 con Urbs Felix, un lavoro contraddistinto da sonorità epic metal e stilisticamente diverso dal dischetto che mi accingo a recensire. In realtà il materiale contenuto in Requiem of a dream è stato scritto prima dell’uscita del debut (ovverosia tra il 2001 e il 2003…), ma direi che il gruppo ha avuto un’ottima idea quando ha deciso di pubblicarlo, perché queste songs non sono niente male! Trattasi infatti di black metal sinfonico vagamente “old-style”, che si rifà ai classici del genere (Cradle Of Filth, Satyricon, Dimmu Borgir e, perché no, anche Arcturus…) e che può rappresentare una piacevole sorpresa per chi, come la sottoscritta, è stato un grande appassionato di quel tipo di musica. È chiaro che gli Exultet non si sono inventati nulla di nuovo, ma l’impegno che hanno messo nel realizzare questi brani è notevole ed i risultati ottenuti sono davvero buoni. In particolare ho apprezzato la grande cura con cui i vari pezzi sono stati composti e mi è molto piaciuto il modo in cui sono state impiegate le tastiere, fondamentali per strutturare e dare corposità alle canzoni. La cosa più interessante è che le parti sinfoniche non suonano mai scontate, e anzi rappresentano un gradevole diversivo per l’ascoltatore, che non può non rimanere colpito dalla loro varietà. Nella biografia della band c’è scritto che Requiem… non è un prodotto di facile assimilazione, ma ho l’impressione che i ragazzi siano stati un po’ troppo autocritici e abbiano forse sottovalutato le potenzialità del loro lavoro, che invece a me pare piuttosto diretto e immediato (e dico questo nonostante le track siano tutte molto lunghe e articolate!). Sempre stando alle informazioni contenute nella biografia, gli Exultet pubblicheranno un nuovo cd nel 2007, ma a questo punto viene spontaneo domandarsi quale sarà la direzione musicale intrapresa, perché sarebbe un vero peccato se, da ora in poi, decidessero di dedicarsi solo al metal di stampo classico!
Web: http://www.exultet-band.com/.
email: exultetband@libero.it.
(Grendel)
Falling You: Human
(CD - The Fossil Dungeon/Masterpiece Distribution, 2006).
Dopo l'interessante Touch del 2005 torna John Michael Zorko con la sua creatura Falling You. Si tratta di un progetto piuttosto interessante in cui il "mastermind" John si circonda di vocalist femminili per impostare con loro un rapporto totalmente paritario: lui quindi compone la musica e lascia carta bianca alle cantanti per le melodie vocali e i testi. Le collaboratrici che sceglie sono poi di altissimo livello: basti citare Dru Allen (This Ascension) o Suzanne Perry (Love Spirals Downwards), due delle 5 cantanti qui presenti, per rendersi conto della qualità della partnership che si è venuta a creare per questo Human. Musicalmente si tratta di un lavoro piuttosto valido, in cui due sono le linee fondamentali che si possono riconoscere: delle sonorità elettroniche molto tenui, caratterizzate da ritmiche oniriche di stampo trip-hop, o episodi più classicheggianti, con il piano e il violoncello in primo piano. Naturalmente la verve della cantante di turno fa la differenza tra un brano e l'altro, sebbene il livello medio sia sempre alto. L'apice si raggiunge con la performance virtuosistica di Aimee Page in "Tribe" che è senz'altro l'episodio più riuscito del disco. Human è quindi un lavoro molto elegante e piacevole che dovrebbe essere apprezzato dagli appassionati della musica eterea. Non è comunque esente da qualche difetto: intanto c'è un eccesso di omogeneità nella musica, cosa in qualche modo attenuata dalla varietà di cantanti che si sono alternate in questo lavoro (e che quindi ha portato molta freschezza al CD). Talvolta poi Human più che raffinato suona "fighetto", con le sue linee melodiche molto smussate e i suoi arrangiamenti patinati. Questo impedisce alle canzoni qui presenti, tranne la già citata "Tribe", di emozionare fino in fondo. Se Falling You fosse un progetto meno cerebrale e diventasse più viscerale potrebbe davvero stupirci in futuro con un capolavoro. Per ora si limita ad essere una piacevolissima esperienza d'ascolto: non è poco ma le potenzialità per fare altro ci sono.
Web: http://www.fossildungeon.com.
(Christian Dex)
Frozen Plasma: Emphasize
(MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006).
Sembrano voler seguire il detto "batti il ferro finchè è caldo" i Frozen Plasma di Vasi Vallis e Felix Marc, che dopo l'ottimo album "Artificial" ed il (superfluo) singolo "Irony", danno ora alla luce il mcd "Emphasize" che in 10 tracce ospita 5 brani inediti e 5 remix (4 versioni per "A generation of the lost" ed una per "Hypocrite"). I nuovi brani confermano la brillante vena elettro-pop del duo tedesco, regalandoci brani melodici (l'iniziale "King of pain" e "Vanishing star") ed incalzanti pezzi dall'effetto garantito sui dancefloors ("I get excited (You get excited too)", cover del brano dei Pet Shop Boys, "Lift the veil" e "Warmongers"); si tratta di brani assolutamente convincenti che non sfigurano con quelli apparsi sull'album e che confermano i Frozen Plasma come una delle piu' brillanti realtà del panorama elettro-pop attuale. La sezione remix, come detto, è imperniata sul brano "A generation of the lost": dei quattro remix presenti, le mie preferenze vanno a quello di Les Anges De La Nuit ed al "Naked lie" remix. E' affidato invece a Torben Wendt (Diorama), il remix di "Hypocrite", letteralmente stravolta rispetto alle versioni che conoscevamo da album e relativo singolo. Se avete apprezzato "Artifical", non fatevi scappare questo mcd.
Web: http://www.frozenplasma.com.
(Candyman)
GOJ/H2S: Split
(CD - snuFF/Biostasi, 2006).
Davvero niente male questo split cd-r ad opera di GOJ e H2S, due band dedite a sonorità “di confine”, intriganti e mai banali, che si rivolgono sì ad un pubblico di nicchia, ma che tutto sommato non possono essere considerate né estreme né inaccessibili. Il primo dei due progetti (che esiste dal 1999) ha già all’attivo la pubblicazione di alcuni cd autoprodotti e stavolta ci propone alcune track in bilico tra ambient ed elettronica sperimentale, che colpiscono nel segno fin dalle prime note grazie ad atmosfere cupe/catacombali e al senso di straniamento che generano in chi le ascolta. L’unica eccezione è il brano“Lotta vs Sonia”, decisamente influenzato dal rhythmic noise e quindi piuttosto diverso dagli altri, ma non per questo meno gradevole o interessante… In linea generale direi che quello di cui stiamo parlando è il tipo di musica ideale per rilassarsi e pensare con calma, magari mentre si è alla guida oppure quando si è in casa, comodamente sdraiati su un bel divano. Per ciò che invece riguarda H2S, va detto che si tratta del project di Fabio Degiorgi, bassista dei dark-wavers Vidi Aquam nonché ex chitarrista e/o bassista di diversi (e ormai disciolti) gruppi punk e post-punk. Anch’egli ha all’attivo la realizzazione di diversi cd-r ed in questo caso ci propone quattro nuovi pezzi registrati tra il luglio 2005 e il febbraio 2006, che in quanto a efficacia e validità tengono tranquillamente testa ai precedenti. Il Degiorgi ama mescolare cose vecchie e nuove, riuscendo sempre a presentare un prodotto adatto a vari tipi di “palati musicali”, difatti il suo mix tra new wave, elettronica, industrial vecchio stile e avanguardismo ha tutte le carte in regola per essere considerato appetibile da coloro che non danno troppo importanza alle etichette, ma guardano più che altro alla sostanza… Molto rappresentativa di quanto ho appena detto è la suggestiva “Fragmentation”, una song influenzata dalla wave più “integralista”, dal noise e dall’elettronica minimale, un vero gioiellino che potrà essere apprezzato sia da chi guarda alle sonorità del passato, sia da chi predilige le band con un approccio moderno e attuale. Ribadisco quindi quanto affermato all’inizio della recensione: questa è proprio una bella release, ed è senz’altro tra le migliori produzioni italiane che ho avuto modo di sentire nel corso del 2006…
Per informazioni: h2s_973@hotmail.it.
Web: http://www.myspace.com/h2sit/.
email: parzo@libero.it.
(Grendel)
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