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Satyricon: Now, diabolical
(CD - Roadrunner/Universal, 2006).
Ma quanto sono diventati pallosi i Satyricon? E pensare che ai tempi di Dark medieval times (1993) e The shadowthrone (1994) erano una delle formazioni più interessanti e rappresentative della scena black metal norvegese, anche se il loro apice creativo l’hanno poi raggiunto con Nemesis divina (1996), un disco che all’inizio mi aveva lasciato un po’ perplessa ma che con gli anni ho completamente rivalutato, vista pure la qualità (non eccelsa) delle release successive… Tornando però all’affermazione iniziale, quello che mi sorprende (per non dire che mi lascia allibita!) è che, oggi come oggi, la band di Satyr e Frost sia ancora considerata un’icona del black metal, anche se in realtà l’ultimo cd ha ben poco a che fare con la cattiveria e l’immediatezza delle produzioni a cui i due ci avevano abituato nei primi anni novanta! Now, diabolical è un album abbastanza deludente, noioso e ripetitivo, contraddistinto da semplici riff di chitarra che vengono riproposti all’infinito, da mid-tempos non del tutto convincenti e da vocals che talvolta risultano un po’ difficili da digerire, forse perché sempre uguali a se stesse o perché mixate in modo tale da avere il sopravvento sulle altre componenti del sound degli scandinavi. Del resto non è una novità che il leader del gruppo (il cantante Satyr) sia un egocentrico e un accentratore, per cui c’è poco da stupirsi se cerca di mettersi in evidenza in ogni situazione (per rendersene conto basta guardare il video di “K.I.N.G.”, nel quale egli è il protagonista e il suo “compagno d’avventura” Frost riveste un ruolo talmente marginale da essere inquadrato solo in pochissime occasioni!). Sempre per rimanere in tema, c’è da aggiungere che le parti vocali almeno un lato positivo ce l’hanno, e cioè che sono molto aggressive e brutali (risultando alla fin fine veramente “malate” e malefiche), peccato però che siano abbinate a sonorità che di malvagio non hanno nulla o quasi… Insomma, non vorrei esprimere giudizi troppo drastici, ma purtroppo un lavoro come questo mi fa pensare che il black (per lo meno quello “originale”, proposto dalle formazioni nate nella prima metà della scorsa decade) sia davvero morto, e che resuscitarlo sarà un’impresa molto ardua. Di certo i Satyricon sono tra quelli che hanno contribuito ad affossarlo, per cui da ora in poi ci sarà solo da sperare in qualche miracolo ad opera di altre band della vecchia guardia!
Web: http://www.satyricon.no/.
(Grendel)
Sunn O))): Black one
(CD - Southern Lord, 2005).
Parecchio tempo fa Stephen O’Malley era uno dei tanti ragazzetti in fissa con il black metal ed era anche il redattore-capo della nota fanzine Descent, ma a quanto pare i dieci anni e passa che sono trascorsi da quel periodo non lo hanno cambiato molto e non hanno neanche modificato i suoi gusti, difatti i Sunn O))) (una delle numerose band da lui formate nell’ultima decade) hanno parecchio a che fare con il genere musicale appena nominato. Prima di parlare di questo disco vorrei sottolineare che non si tratta di un’uscita recentissima, ma che ci sembrava giusto prenderla in considerazione (pur con un bel po’ di ritardo…) perché è senza dubbio interessante e soprattutto perché ha diverse affinità con alcune delle cose che normalmente vi proponiamo nello spazio recensioni di Ver Sacrum. A scanso di equivoci devo dire che qui non si sta parlando di metal in senso classico, ma di un sound che si rifà a tale stile solo in parte, visto che un altro importante punto di riferimento per il gruppo è il dark ambient più oltranzista e sepolcrale. In pratica le chitarre e le tastiere danno vita ad un incubo sonoro che al momento non ha molti eguali nella scena estrema, e che ha un effetto quasi stordente sull’ascoltatore. Eh sì avete capito bene, questo tipo di musica ha un’influenza un po’ particolare su chi la sente: è probabile che molti la possano trovare disturbante e priva di senso, ma personalmente l’ho apprezzata parecchio e, anche se ciò che sto per dire suona un po’ come un paradosso, mi è sembrata quasi “rilassante”!! Per arrivare a pensarla così basta poco secondo me, l’importante è essere appassionati di sonorità cupissime, claustrofobiche e ripetitive, ma anche lasciarsi trasportare dalla musica invece che esserne sopraffatti, cercando cioè di adattare la propria mente ai tempi rallentati e alle modulazioni messe in atto dal bravo Stephen e dal suo compare Greg Anderson. Insomma, è sufficiente immedesimarsi un po’ in quello che si ascolta, non pensare più a nulla e il gioco è fatto, tanto che si ha l’impressione che i quasi settanta minuti di durata del cd passino in un battibaleno. E se anche voi siete tra coloro che non trovano nulla di strano in tutto ciò, ma che anzi sono attratti da questo genere di cose, allora non esitate ad andare alla scoperta dei Sunn O))), che vi riserveranno molte bizzarre sorprese!
Web: http://www.southernlord.com/sunn.htm/.
(Grendel)
TAT: Quinta essentia
(CD - Autoproduzione, 2006).
Quando mi capita di ascoltare e di dover recensire lavori come Quinta essentia mi trovo sempre in grande imbarazzo, difatti è molto difficile giudicare questo genere di cose in modo obiettivo, senza lasciarsi influenzare da quelli che sono i propri gusti personali e le proprie opinioni riguardo determinati stili musicali. Per farvi capire meglio vi dirò che TAT è l’ennesimo artista che ci propone un disco interamente incentrato su arpeggi di chitarra classica, oscure atmosfere create dalle tastiere e vocals sia maschili che femminili. Eh già, il signore appena menzionato è uno dei numerosi neo-folker che ormai affollano l’odierna scena, uno di quegli strimpellatori di nenie che hanno sempre l’espressione seria, vestono abiti formali e castigati e si interessano di esoterismo, per non parlare poi del fatto (e questa è la cosa veramente negativa…) che anche lui, come molti suoi illustri colleghi, non sa cantare!! Insomma, direi che gli elementi ci sono proprio tutti e che potrebbero bastare per farmi concludere che il cd è può essere ignorato senza rimpianti, ma il mio disinteresse per la materia in questione si scontra con l’oggettiva consapevolezza che, tutto sommato, l’album non è poi così “orripilante” e, almeno sotto certi punti di vista, può risultare persino gradevole! In particolare mi riferisco all’abilità di Antoine come chitarrista e allo strano mood che pervade un po’ tutti i pezzi, caratterizzati da un non so che di lugubre e di ambiguo. Riguardo alle vocals c’è da notare che, per fortuna, Antoine non ha fatto tutto da solo ed è stato aiutato da altri cantanti, vedi ad esempio tali Kader (Meiosi) ed Esclarmonde (Strigoï), anche se soltanto quest’ultima ha fornito una prova davvero convincente (che si può apprezzare in brani come “Rian Iridiagmar”, “Vampyr” e “The emerald tablet”). Credo quindi di aver compiuto il mio dovere nel cercare non solo i difetti ma anche i pregi di Quinta essentia, che comunque resta una di quelle release che non mi sento di consigliare più di tanto neppure agli appassionati del genere musicale cui fa riferimento, a meno che ovviamente tali persone non facciano parte della categoria dei “collezionisti”, quelli cioè che amano ascoltare tutto, ma proprio tutto…
Web: http://tat.darkfolk.free.fr/.
email: ars.magna@yahoo.fr.
(Grendel)
Technoir: Manifesto
(MCD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2006).
Dopo qualche anno dal loro album d'esordio, riecco i Technoir. Il primo prodotto del duo tedesco per l'Alfa Matrix è questo buon mcd, che in 8 tracce ci offre ben 4 brani e questa è già di per sè una buona cosa, rispetto a chi infarcisce i cd-single con un mucchio di remix della stessa canzone. Lo stile dei Technoir è sempre quello che avevamo già apprezzato con il precedente "Groundlevel", ovvero un elettro-pop di buona fattura, caratterizzato dalla bella voce di Julia Beyer, in questi anni presente come "guest vocalist" sugli ultimi album di Melotron, Eternal Afflict, Rotersand e Distorted Reality. "Manifesto" è un brano decisamente gradevole, presente in tre versioni, di cui preferisco decisamente la prima, a firma dei Technoir stessi; infatti i remix di Delobbo e Beborn Beton hanno in primis il difetto di essere troppo lunghi (rispettivamente 10 e 9 minuti!!!) e quello di Delobbo esaspera toni "techno" a me poco graditi. Due versioni per la successiva "Silence": il primo remix è a cura del russo DJ RAM, mentre per la successiva versione, i Technoir si sono affidati a tale DJ Rabauke, a quanto pare assai noto in Germania in ambito hip-hop; il risultato sono due remix dai toni troppo "mainstream" per i miei gusti. Le cose migliorano con la successiva "Liar" per la quale scendono in campo due remixer del calibro di Rotersand e Daniel Myer: ottimo il loro lavoro per questo brano già assai piacevole nella sua versione originale. Chiude la tracklist "Breathe", in un remix a cura di Steffen Gehring (la metà maschile dei Technoir): un altro ottimo brano che ribadisce il ruolo dei Technoir come una delle migliori elettro-pop band con voce femminile. Al di là dei toni esasperatamente techno-house di alcuni remix, che finiscono con l'appesantirlo, "Manifesto" è quindi un discreto mcd che costituisce un buon antipasto per l'imminente album "Deliberately fragile".
Web: http://www.technoir.de.
(Candyman)
Terminal Choice: New Born Enemies
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2006).
Come "minacciato" dal singolo "Don't Go", il nuovo album dei Terminal Choice segna la svolta "rock" della band di Chris Pohl. Se la formazione tedesca aveva sempre accostato le chitarre alle componenti elettroniche del suo sound, oggi questo avviene in maniera ancor piu' massiccia, con una netta preponderanza delle prime, per un disco rock a 360°. Sarò sincero ed ammetto che ho ascoltato questo disco una solta volta ed è stato già tanto, perchè per i miei gusti si tratta di un disco di bruttezza e burinaggine imbarazzante. Forse chi apprezza il "guitar sound" ed ha gradito il recente album di Panzer AG piuttosto che vari album di Marylin Manson, Zeromancer (gruppo comunque di un'altra categoria), Oomph, ecc... potrebbe anche trovare qualcosa di buono in questo disco, ma per chi scrive siamo solo al cospetto di un mediocre tentativo di accodarsi al carrozzone rock-industrial. L'ascolto della varie "Golden days", "Little seventeen", "Call me" (il piu' clamoroso caso di plagio di Marylin Manson di questo disco), "Like this", "Rockstar", ecc... non può far altro che decretare "pollice verso" per "New born enemies", tra le cose peggiori ascoltate nel corso dell'anno. Se già coi lavori precedenti i Terminal Choice non mi avevano mai particolarmente esaltato (con l'eccezione di qualche brano sparso sui vari "Navigator", "Ominous Future" e "Menschenbrecher"), con questo "New Born Enemies" cessa definitivamente il mio interesse nei loro confronti.
Web: http://www.terminal-choice.de.
(Candyman)
This Empty Flow: The Album
(CD - Eibon Records/Audioglobe, 2006).
La Eibon Records, sempre così prodiga nel realizzare proposte interessanti, ci porge la summa dell'opera artistica dei This Empty Flow, una band finlandese che lavorò bene nella seconda metà degli anni '90, dissolvendosi dalla materialità corporea dei suoi componenti nel 1997 ma continuando a sfornare, qua e là, cds e realizzazioni postume. Questa volta l'attività riesumatrice della label toscana ci propone un doppio cd contenente la riedizione, rimasterizzata, del primo album della band nordica Magenta Skycode unitamente ad una serie di tracks risalenti al 1994/1996 inedite. Il suono del trio finlandese è molto sensibile e cupo, pervaso da un impalpabile spleen. La tendenza della musica è però monocorde e, alla lunga, può anche essere poco coinvolgente nonostante i tessuti delicati di sonorità struggenti. Le tracks si sviluppano comunque disegnando quadri onirici ossessivi nel loro lento susseguirsi di immagini tristi, come ricordi che svaniscono inseguendo ombre di sentimenti. Emblematica in tal senso la splendida "Stream". The Album è probabilmente l'ultima occasione per avere un contatto, sia pur postumo, con una band che avrebbe meritato miglior sorte.
Web: http://www.eibonrecords.com.
email: info@eibonrecords.com.
(S*Tox)
Underøath: Define the great line
(CD - Solid State/Virgin, 2006).
Non c’è bisogno di usare tanti giri di parole per definire il nuovo (e atteso) lavoro degli Underøath, difatti Define the great line è una vera figata, una di quelle cose che appena le ascolti ti fanno subito pensare a quanto sono in gamba le persone che le hanno create… L’associazione di idee tra il concetto di talento e il sound sprigionato da queste undici tracce non è certo una forzatura, anzi direi che è la cosa più spontanea che può venire in mente nell’attimo in cui ci si rende conto di quanto sia bello il cd del sestetto americano, divenuto famoso un paio d'anni fa grazie all’album They’re only chasing safety e poi sparito dalla circolazione per rigenerarsi e tornare in pista più agguerrito che mai. Quello che colpisce di più di questa band è la capacità di accostare in maniera pressoché perfetta sonorità ultra-aggressive e potentissime con parti melodiche davvero pregevoli e per niente scontate. Ovvio che Spencer Chamberlain e compagni non sono i primi a fare una cosa del genere nell’ambito musicale a cui appartengono (lo scremo-rock o scremo-core), ma certamente sono tra i più bravi, e ti danno l’impressione che far convivere brutalità e dolcezza sia la cosa più semplice del mondo. Nei loro brani la furia del death metal e la velocità dell’hardcore si fondono con atmosfere sognanti che rendono il tutto digeribile anche per coloro che non amano molto la musica più estrema e pesante, ma le canzoni in questione sono anche da apprezzare per la loro grande varietà e per i numerosi cambi di tempo che le caratterizzano, vedi ad esempio l’ottima “Returning empty handed” (introdotta da un passaggio melodico/romantico che va a sfociare in un oceano di suoni fragorosi sostenuti da vocals sofferte e ispirate) e la travolgente “There could be nothing after this”, che stupisce per le mille sfaccettature che la contraddistinguono e per la sua intricatissima struttura sonora. Define the great line è uno di quei dischi che ti smuovono qualcosa dentro, che ti prendono al cuore e si fanno amare con facilità, un po’ come capita per le produzioni dei Thursday, che certo con gli Underøath hanno parecchio in comune. E sempre a proposito di similitudini, vi sembrerà strano ma il sestetto ogni tanto fa addirittura pensare agli svedesi Katatonia, sia per la capacità di emozionare l’ascoltatore, sia per il modo tutto particolare che ha di abbinare sonorità contrastanti. Inutile aggiungere altro a questo punto, se non che non vedo l’ora di riascoltare per l’ennesima volta il cd…
Web: http://www.underoath777.com/.
(Grendel)
Unter Null: Sacrament/Absolution
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2006).
Erica Dunham ha partorito. Reclamizzati (con dubbio gusto) dall'Alfa Matrix come due gemelli di cui Erica sarebbe stata in attesa, ecco questi due mcd dell'artista americana: 8 tracce ciascuno tra inediti e remix con grande contributo da parte di gruppi italiani (Blank, XP8, Adam, ecc...). Affidatasi alle cure di Len Lemeire (Implant), Erica riproduce lo stile (prevalentemente) aggressivo che caratterizzava "The failure epiphany": una furia agonistica che Erica incarna assai bene, anche se nei brani inclusi nei due dischetti mancano forse "hits" all'altezza di "Sick fuck, "Martyr", ecc... Dei due mcd, il piu' riuscito è a mio avviso "Sacrament"; su questo cd le inedite rispondo al nome di "Prophecy" (traccia presente anche su "Absolution"), "This is your end", "Watch you die" e "Playing the fool": si tratta di brani discreti a cui vanno aggiunti quattro remix pregevoli che portano la firma degli Inure per "Endtime", gli Adam (il mio preferito) per "Disgrace", i T3chnophob1a per "This is your end" (interessante il loro lavoro con l'aggiunta delle chitarre) ed i Blank per "Prophecy". Come detto, meno riuscito il mcd "Absolution" : il mio giudizio è dovuto sopratutto al livello dei remix in esso contenuti; trovo infatti che, con l'esclusione del remix di "Endtime" realizzato dagli XP8, gli altri siano decisamente mediocri, con quello dei First Black Pope a primeggiare per bruttezza. Se aggiungiamo il fatto che i remix (5) la fanno da padrone sulle tracce inedite (3 di cui "Prophecy" uguale alla versione dell'altro mcd), non ci rimangono che le versioni originali di "Disgrace" (nel complesso il brano che preferisco di entrambi i cd) ed "Endtime". Due mcd che poco o nulla aggiungono sul conto di Unter Null: sia gli ammiratori che i detrattori hanno elementi per restare fedeli al proprio credo.
Web: http://www.unter-null.net.
(Candyman)
Velvet Acid Christ: Wound
(MCD - Metropolis/Audioglobe, 2006).
A tre anni di distanza da "Hex Angel" (e dopo i quattro volumi denominati "Between the eyes", che raccoglievano rarità ed inediti), ecco il nuovo singolo di Velvet Acid Christ, ad anticipare il nuovo album "Lust for blood" in uscita a fine settembre. Stando a quanto contenuto in questo mcd, direi che "Lust for blood" dovrebbe essere un album in grado di risollevare le quotazioni di Velvet Acid Christ, che dopo il capolavoro "Fun with knives" ha generato dischi non propriamente esaltanti come "Twisted thought generator" e appunto "Hex Angel". "Wound" ripropone il consueto sound oscuro e claustrofobico che caratterizza le composizioni di Bryan Erickson: una miscela di furori elettro-industrial e oscuri "mood" gotici; il pezzo (che ritroveremo anche sull'album) ci viene proposto in tre versioni tutte ugualmente interessanti. A ribadire la nota passione di Bryan per i Cure, ecco una cover di "The Figurehead" sofferta e cupa ancora piu' dell'originale, mentre la tracklist viene chiusa da "Ghost regen", ottimo brano strumentale dai ritmi spezzati e contorti. Le premesse per un buon album ci sono tutte.
Web: http://www.velvetacidchrist.com.
(Candyman)
Velvet Acid Christ: Lust for blood
(CD - Metropolis/Audioglobe, 2006).
A tre anni di distanza dal contradditorio "Hex Angel", Bryan Erikson torna con uno dei suoi dischi meglio riusciti, sicuramente il piu' variegato. "Lust for blood" è un disco in puro stile VAC, in cui convivono l'anima "dark" di Bryan e quella prettamente elettro-industrial. La prima è caratterizzata da un pezzo come "Crushed", forse il miglior brano del cd, assolutamente cupa, oscura e sofferta, dove la voce e gli arpeggi di chitarra non possono non rimandare ai Cure (del resto la passione di Bryan per la band di Robert Smith è nota e già tra le tracce del singolo "Wound" era presente un'ottima cover di "The Figurehead"). Altro brano prettamente "dark" (almeno a livello emotivo) è "Parasite", dove tra l'altro Bryan canta in modo insolito (e piu' comprensivo) e la strumentale "Ghost in the circuit", dal mood malinconico-depressivo. Nel secondo filone del disco spiccano la già nota "Wound", due dei tre brani che danno il titolo al disco, ovvero "Lust" e "Blood" (unite fra loro dai 4 secondi di "For"), "Disconnected nightmare" e le strumentali "Ghost regen" (presente anche sul singolo) e "Psychoaktive landscapes": quest'ultima è assolutamente splendida e costituisce uno dei picchi del disco, mentre "Discolored eyes" e "Kashmir Crack Krishna" ci offrono il lato piu' brutale di VAC.
"Lust for blood" è quindi un caleidoscopio di suoni e stili (elettro-industrial-gothic-techno) che ci restituisce un Bryan Erikson in gran forma (anche se, visto il soggetto, questa affermazione lascia un pò il tempo che trova), abilissimo ad esorcizzare i suoi mostri ed i suoi incubi attraverso le riuscitissime tracce di questo disco.
Web: http://www.velvetacidchrist.com.
(Candyman)
Vigilante: Juicio Final
(MCD - Black Rain Records, 2006).
Buona l'idea di riproporre alcuni brani del precedente "The heroes' code" in spagnolo, anche se le urla belluine di Ivan Munoz possono rendere difficoltosa la loro intelligibilità. Così le spanish versions di "The other side", "One good reason" e "Survive", ribattezzate rispettivamente "Juicio final", "Resistir" e Sangrar" non fanno che confermare la loro attitudine a fornir pezzi dotati di una cadenza marziale e stordente, d'altronde è noto che i cileni fanno del devastante impatto ritmico la loro arma letale, e che nell'assunto lirico trovano il loro punto di maggior interesse. Non solo martellamento strumentale, i Vigilante intendono, con la loro musica, ottener ben altro effetto. L' intro della title-track è particolarmente inquietante, un pezzo come "Survive", già cupo di suo, in questa inedita veste acquisce le sue spigolosità e la componente oscura risulta decisamente accresciuta. Ma JF riserva altre piacevoli sorprese. A partire da "Justice", traccia inedita (non per nulla citata come "Advance 2006") che farà parte della track-list dell'incombente "A war of ideas", e dalla bella serie di remix di curati da Funker Vogt (mooolto carina la loro rivisitazione di "The other side"), Z Prochek, Chiasm, Amateur God e Obszon Geschopf. Non un semplice mini, adunque, ma un prodottino arricchito da una bella serie di chicche, da gustare in attesa del già citato disco di prossima uscita.
(Hadrianus)
Welle Erdball: Chaos Total
(CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2006).
Progetto tra i piu' bizzarri ed originali del panorama elettro-tedesco, i Welle Erdball ci forniscono con "Chaos Total" un altro ottimo capitolo della loro discografia. Il nuovo album del quartetto tedesco è come sempre contraddistinto da sonorità elettro minimali, (con il mitico Commodore 64 spesso in bella evidenza) e tanta auto-ironia (evidenziata dai testi e dal loro look "retrò"). L'elettro-wave dei Welle Erdball dà il meglio di sè in brani come "Der Telegraph", "Sternenkind", "Hoch die fahnen" e "Nur tote fauen sind schoen" (chi capisce il tedesco starà sorridendo....), mentre in episodi come "Das souvenir" la loro musica sconfina nel cabarettistico, lasciandomi un pò perplesso, ma tant'è, i Welle Erdball sono questi, prendere o lasciare. Ciò che porta indiscutibilmente punti di stima alla band tedesca sono i loro concerti, veri e propri show, in cui la band dà il meglio di sè, ma questa è un'altra storia.....Ciò che ci viene indiscutibilmente ribadito da questo disco è l'unicità e la particolarità del sound di questo gruppo, e la sua capacità nel comporre musica assolutamente godibile per gli amanti del sound sintetico.
Web: http://www.welle-erdball.de.
(Candyman)
Zao: The fear is what keeps us here
(CD - Ferret/Andromeda, 2006).
Non ho mai avuto grande simpatia per le cosiddette “christian band” ma devo ammettere che, musicalmente parlando, alcune di esse mi sono piaciute e mi piacciono ancora parecchio… Di tale categoria fanno senz’altro parte gli Zao, che però tutto sembrano tranne che dei fanatici di religione, sia a causa del loro look da “ceffi metallari”, sia perché il sound che caratterizza le loro produzioni è ferocia allo stato puro, ed è capace di annichilire l’ascoltatore nel giro di pochissime battute! Insomma, il combo americano è davvero bizzarro se lo si giudica secondo l’ottica cui accennavo prima, e certo si propone in maniera totalmente contraddittoria, ma forse questo vale in particolar modo per gli europei e ancor di più per noi italiani, poco abituati a connubi così strampalati tra la religione e il puro intrattenimento! Al di là di tutto ciò gli Zao sono anche un gruppo di grande talento, che da diversi anni sforna dischi degni d’attenzione e che stavolta si è fatto addirittura aiutare dal celebre produttore Steve Albini, realizzando una manciata di canzoni da incubo (ma lo dico nel senso buono del termine!!), nelle quali potenza e aggressività la fanno da padrone e non lasciano spazio a cedimenti… Se non li avete mai sentiti vi dirò che la loro musica pesca a piene mani dal death più funereo e brutale, ma è arricchita anche da influenze hardcore, che evidentemente condizionano molto i membri della band in fase di composizione, specie quando si tratta di decidere come strutturare i pezzi e quanti cambi di tempo inserire. E sono proprio i cambi di ritmo che rendono così dinamica e originale la proposta degli Zao, che di sicuro li colloca ad un livello superiore rispetto alla miriade di formazioni metalcore divenute famose negli ultimi anni. Tali formazioni si sono spesso limitate a scopiazzare le cose già fatte dai mostri sacri del death melodico scandinavo, mentre Daniel Weyandt e compagni sono riusciti a mantenersi sempre molto lontani da tutto ciò, mostrando che le sonorità estreme possono essere interpretate in un modo ben più personale. Con questo non sto dicendo che The fear is what keeps us here sia un album di facile assimilazione, anzi vorrei chiarire che si tratta di un lavoro per stomaci forti, ma certamente se siete attratti da gruppi del genere avrete anche la giusta cautela nell’approcciare un sound così violento e istintivo, e pian piano ne apprezzerete le numerosissime sfaccettature. Il mio consiglio è quindi quello di procedere con calma e non dare giudizi affrettati, perché forse al primo ascolto il cd vi lascerà interdetti, ma già dal secondo vi renderete conto di quale sia il suo effettivo valore…
Web: http://www.zaoonline.com/.
(Grendel)
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