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Hype: Desperately Yours
(CD - Progress Production, 2006).
Quello che vado a recensire non è un disco uscito vent'anni fa, ma l'album di debutto degli Hype, side-project di Robert Enforsen degli Elegant Machinery. Eh sì, "Desperately Yours" è un disco che sembra arrivare direttamente dai favolosi anni'80 : synth-pop super leggero e super melodico, ascoltare brani come "Hurt", "In my dreams", "Idle Running" (che mi ricorda tanto gli Erasure) o "Your kind" per capire. Il trio svedese assembla 11 brani dalle sonorità assolutamente "eighties", tanto "soft" quanto gradevoli che entrano in testa sin dal primo ascolto: difficile non battere il piede e non cantare sulle note dei brani di questo disco, che pur essendo così palesemente ispirato/influenzato dall'elettro-pop degli anni '80 (Twins, Yazoo, Alphaville, ecc..), risulta comunque un prodotto fresco e gradevolissimo. Tra i brani, segnalazione d'obbligo per la cover della famosissima "Living on video" dei Trans-X: sono certo che anche quelli a cui questi nomi non dicono nulla, ascoltandola la riconosceranno! Per gli amanti del synth-pop si tratta di un disco imperdibile.
Web: http://hype.st/.
(Candyman)
I:Scintilla: Havestar
(MCD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2006).
Arriva dall'Illinois questo quartetto fronteggiato dalla vocalist Brittany Bindrim.
Dopo che il loro primo disco autoprodotto ha venduto circa 1000 copie senza l'aiuto di nessuna etichetta o distributore, "Havestar" segna il loro esordio per l'Alfa Matrix. Un mcd assolutamente gradevole, che mette in evidenza la loro predisposizione per un sound elettro-industrial dove le chitarre vanno a braccetto coi synth, favorendo paragoni con svariate bands, sopratutto per via della bella voce di Brittany. "Havestar" è incentrato su quattro tracce, tutte ugualmente accattivanti ("Scin", "Capsella", "The bells" oltre ovviamente la title-track) a cui vanno aggiunti i remix di Combichrist, Diskonnected e Implant (per "Havestar"), Neikka RPM (per "Scin") e Klutae (per "Capsella"). Ottime le versioni originali, decisamente validi i remix (tra i quali assegno la palma dei migliori ai lavori di Combichrist e Diskonnected): ci sono tutte le ragioni per promuovere questo mcd ed ora attendiamo la conferma con il nuovo album.
(Candyman)
In Gowan Ring: The twin Trees
(CD - Shayo, 2006).
Gli In Gowan Ring sono comunemente inseriti nel copioso calderone del cosiddetto folk apocalttico, genere musicale nato dell’utilizzo degli stilemi folk di matrice celtica da parte di gruppi (inutile citarne i nomi, tanto sono noti) appartenenti ad aree musicali molto differenti (dal punk alla musica industriale) ed evolutosi nel tempo in forme spesso abbastanza differenti da quelle originali. È mio parere personale che l’associazione di questo progetto, che si muove intorno a B’eirth, musicista e creatore di meravigliosi strumenti acustici, con questo stile musicale sia abbastanza azzardata: malgrado il nostro ami collaborare con personaggi che frequentano gli ambienti neofolk, come ad esempio Annabel Lee, ho la forte impressione che le semplici linee melodiche e le chitarre, troppo spesso solo strimpellate, di quel genere non siano correttamente assimilabili alla produzione musicale del suo progetto musicale. Lo trovo, invece, più vicino agli ambienti folk degli anni ’70 e alla cultura freak di quegli anni, con in più una notevole ricercatezza nell’uso degli strumenti acustici più disparati che sotto certi aspetti può riportare alla mente alcuni momenti acustici del vecchio progressive: ne viene fuori una musica dolce e molto raffinata, pur rimanendo di matrice “popolare”, priva dei toni più battaglieri e roboanti della gran massa del folk scuro dei nostri tempi. Anche l’uso della voce si tiene lontano da toni declamatori e rimane in un ambito di grande delicatezza, che fa di questo disco una piccola e delicata gemma acustica. Va segnalato che non si tratta di una nuova produzione bensì della ristampa, rimasterizzata, del secondo CD del gruppo, con l’aggiunta di “Still Water Bonne”, un brano incluso in una vecchia compilation su doppio CD della World Serpent intitolata Terra Serpentes. Un disco tenue e piacevole come capita di rado di ascoltare.
Web: http://www.ingowanring.com/.
email: B@ingowanring.com.
(Ankh)
In Yonder Garden: In yonder garden
(CD - Woven Wheat Whispers, 2006).
In Yonder Garden è un progetto di difficile collocazione nelle usuali categorie musicali e, dovendolo cercare all’interno delle vaschette di un negozio di dischi, avrei delle notevoli difficoltà a scegliere quella in cui andare a pescare. Si tratta, da quanto mi è dato di capire, di un progetto dalla formazione piuttosto aperta e costituito fondamentalmente da un trio italo inglese: Antonello Cresti (Nihil Project) alla voce, percussioni, tastiere e flauto, Vittorio Nistri (Deadburger) e Simon Lewis (Phoenix Cube) ad occuparsi della parte elettronica. A costoro si unisce un altro gruppo di musicisti che completa la formazione con strumenti acustici (flauto, violino, banjo) e non (chitarre elettriche, talvolta suonate con l’e-bow, basso). La musica contenuta in questo CD si può collocare nel punto d’incontro tra folk, musica psichedelica e musica elettronica ma a queste tre matrici principali vanno aggiunte piccole spruzzate di progressive d’altri tempi e assaggi di più o meno coevo krautrock. Ne viene fuori un’opera che alterna sensazioni diverse ma piuttosto ben miscelate tra di loro, nel senso che, pur essendo i brani abbastanza differenti tra loro, non si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera troppo eterogenea. Di ascolto non del tutto immediato, è un lavoro pregno di un fascino alquanto personale. Il suono rimane, in linea di massima, piuttosto sottile e, anche nei momenti cantati, non ci si allontana troppo da certi “landscape” quartomondisti della musica ambientale: si tratta, in definitiva, di un disco che può crescere un ascolto dopo l’altro e che può fare da sottofondo ad una serata tra amici così come dare piacevoli sensazioni ad un ascolto più approfondito. In Yonder Garden potrebbe, in futuro, riservare piacevolissime sorprese.
Web: http://www.myspace.com/inyondergarden.
(Ankh)
Infieri: Stolen Sky
(CD - Infieri, 2006).
La band muove i suoi passi fin dal 2001 e dopo alcune modificazioni di formazione e progetti paralleli dei suoi componenti ha raggiunto l'attuale assetto consacrato da questo cd. Si susseguono sei tracks dalle tinte decisamente '80. Atmosfere un po' cupe stile Cure ed un fraseggio che ricorda molto i primi Ultravox e John Foxx. I brani sono privi di originalità e scivolano via senza lasciare traccia, quasi fotocopia l'uno dell'altro, insipidi. Infieri sì! ... ed in effetti la loro storia artistica è tutta in divenire, rendendosi davvero necessaria una evoluzione in senso più personalistico della band.
Web: http://www.myspace.com/infieri.
email: Infieri@email.it.
(S*Tox)
Kannonau: Kannonau
(CD - Misty Circles, 2006).
Tra le piu' interessanti e promettenti realtà dell'underground "oscuro" italiano si segnalano i Kannonau, trio formatosi nell'autunno 2004 e che approda nel febbraio di quest'anno al cd di debutto, pubblicato da Misty Circles in tiratura limitata a 100 copie già "sold out". Influenzati da svariati gruppi (Death In June, Ain Soph, Camerata Mediolanense, ecc..) il loro sound è indubbiamente riconducibile al filone neo-folk (per quanto questa etichetta sia spesso limitativa e generica), virato con decisione verso atmosfere cupe ed apocalittiche. Le 5 tracce contenute nel dischetto sono aperte da "Respice Finem", tipico brano neo-folk che si avvale della partecipazione di Marco Garegnani e che mi ha fatto ripensare a certe cose dei Sol Invictus; molto belle anche le sognanti atmosfere di "Third Level". I successivi tre brani abbandonano l'inglese, per la lingua madre, ad iniziare da "Tragedia d'amore e di morte", il cui testo è tratto da "Contemplazione della morte" di D'Annunzio e vede la partecipazione di Vinz (IHSV) alla voce: un brano dalle atmosfere marziali e apocalittiche; un uso della voce prettamente "lirico" caratterizza la successiva "La fine dell'uomo", mentre spetta a "L'eterna donna" il compito di chiudere (ottimamente) il disco. Un'opera prima di assoluta qualità che a breve dovrebbe avere un seguito: se il buongiorno si vede dal mattino, direi che una nuova stella brilla nel panorama neo-folk.
Web: http://www.kannonau.com.
(Candyman)
Letatlin: La sepoltura delle farfalle
(CD - Ark Records, 2006).
Finalmente i Letatlin approdano al contratto discografico: dopo diversi anni di autoproduzione e la pubblicazione di un paio di CD-R, infine un’etichetta si accorge della loro particolarissima proposta musicale che li rende originali rispetto a molto di ciò che si può trovare sul mercato. Naturalmente le cosa non può farmi che piacere, perché il combo romano ha dalla sua una buona esperienza ma soprattutto un’originalità che li pone, a mio giudizio, tra le proposte veramente interessanti del mercato discografico italiano. Riguardo ai brani presenti in questo La sepoltura delle farfalle, non c’è moltissimo da aggiungere rispetto a quanto detto, a suo tempo, sul CD-R 1919: naissance du robot; infatti cinque dei brani presenti in questa nuova pubblicazione erano già presenti in quel demo CD, in versioni molto simili o, in qualche caso, praticamente identiche. Ciò non costituisce un problema o un difetto, poiché per loro natura i CD-R autoprodotti raramente riescono ad avere la diffusione che realmente meritano. Inoltre, i nuovi brani sono assolutamente all’altezza della precedente produzione, altrettanto inquietanti e personali. La miscela di musica rock, trame sonore e strutture ritmiche che si rifanno all’industrial, testi recitati con la voce spesso trattata e sovrapposta su più livelli continua indubbiamente a funzionare bene, riuscendo a non darmi mai la sensazione di già sentito pur non nascondendo piacevoli e ben digerite influenze. La Ark Records continua a distinguersi per la scelta delle sue produzioni: pur proponendo generi musicali differenti tra loro, continuano a distinguersi per l’ottimo livello qualitativo; poche uscite ma ben selezionate, c’è da augurarsi che prosegua su questa strada.
Web: http://www.letatlin.net/.
(Ankh)
Lunatica: The edge of infinity
(CD - Frontiers Records, 2006).
Adoro la voce di Andrea Daetwyler! E' lei a rappresentare il valore aggiunto del combo elvetico dei Lunatica, che qualche distratto frequentatore degli ambienti metal troppo frettolosamente ha voluto catalogare sotto la voce "Nightwish-clones". Errore madornale, in quanto questo gruppo è in possesso di ottime capacità compositivo/esecutive, che sfrutta al meglio asservendole alla perfetta riuscita di ogni singolo brano. Andrea, colla sua voce celestiale, è in grado di donare ad ogni pezzo una particolare sensazione di infinita grazia, mentre gli strumentisti non praticano quella sorta di suicidio artistico che è la competizione a chi è più bravo, tutt'altro: anche "The edge of infinity" (primo per l'attenta etichetta partenopea Frontiers) è lavoro corale e ben strutturato. Una vena epica e pomposa percorre la drammatica "Who you are", segno che il sestetto sa assestare le canzoni anche su velocità medie, virando verso risultati maggiormente introspettivi e darkeggianti (è il caso pure di "Out!" e della melodica "Song for you", da sconsigliare ai diabetici, visto l'ampio apporto di zuccheri che rende particolarmente dolciastra questa ballad). "The power of love", altro lentazzo, vanta un effetto cinematografico, mentre "Words unleashed" riporta TEOI in ambiti symphonyc-metal, ottima palestra ove esercitare l'ugola di Andrea, ma pure le sei corde di André Leuenberger e di Sandro D'Incau, il basso di Emilio Barrantes, le keys di Alex Seiberl e la batteria di Ronnie Wolf. La durata dei pezzi non è mai estenuante, se si esclude la composita finale "Emocean" (presente in due versioni, la seconda con alla voce l'ospite Oliver Hartmann, mentre va segnalata pure la comparsa di John Payne degli Asia sulla citata "Song for you"), la quale sfiora i nove minuti, gli altri brani solo raramente oltrepassano i cinque, evitando all'ascoltatore quel fastidiosissimo effetto-noia che in altri casi si presenta. Ma la bellezza di queste canzoni esclude in principio questo pericolo! I più schizzinosi porranno dubbi circa l'originalità della proposta del sestetto confederato, ma quanti lo sono oggidì? Accontentiamoci di una manciata di brani assai gradevoli, troppe volte merce rara!
Web: http://www.frontiers.it.
(Hadrianus)
Mesh: My hands are tied/Petrified
(MCD - Koenigskinder/Audioglobe, 2006).
Non si è ancora spento l'eco del successo dello splendido album "We Collide", ed ecco che i Mesh ci offrono un nuovo doppio singolo. Tra i tanti ottimi brani inclusi nel disco, la scelta del trio inglese è caduta su "My hands are tied" e "Petrified" che ritroviamo su questo mcd con quest'ultima proposta in tre versioni, tra cui non posso non segnalare il remix denominato "Reasonably priced": assolutamente magnifico e dal grandissimo potenziale sui dancefloors. Una sola la versione per "My hands are tied", mentre la tracklist viene completata dalla cover di "Document" di Assemblage 23, riletta dai Mesh in chiave intimista. Personalmente non sono un grosso amante dei singoli (che raramente trovo essere degni dell'acquisto), ma visto il gruppo in questione, e la qualità della loro musica, in questo caso si può fare un'eccezione.
Web: http://www.mesh.co.uk.
(Candyman)
M.M.M.: La dolce vita
(CD - Butcher's House Prod., 2006).
E’ una realtà nera come un romanzo di Chase, affascinante e torbida come le figure in smoking e spacchi vertiginosi dei dipinti di Jack Vettriano. Un microcosmo di tacchi a stiletto e revolver puntati alla tempia, di passioni incontrollate, di vendette e di fatalità – che siano celate nello sguardo di una donna, in una partita di poker, nella tragica fine a cui a volte conducono. Adriano Vincenti attinge a questo immaginario per la “bizarre cocktail music” di M.M.M., ne fa il tema portante e il filo conduttore, e le filtra attraverso quello snuff electronics di cui, rispetto ai lavori passati, rimane un’eco comunque onnipresente, sottile e allo stesso tempo subdolamente invasiva. “La Dolce Vita” rimane in sospeso tra sospiri e urla, tra la seduzione e il crimine, in parti jazz da night club del dopoguerra che incontrano contaminazioni noise. Un album elegante e sinistro, pienamente rappresentato dall’ atmosfera fashion e decadente di “Only for Lovers” che sfocia nel blues industriale intriso di sangue e sensualità di “Revolver & Starlette”, e nel “crime jazz” (come definito dalla Macelleria Mobile di Mezzanotte anni orsono..) di “Desperate Lovers”, brano in collaborazione con Lorenzo M. di Postmoder[n] XS. “Crime scene or love scene”, nonostante la sua brevità, colpisce per la sua vena di sottile e crudele malinconia, su vibrazioni noise attraversate da voci sommesse, cupe. E un’evidenza spetta alla suadente e fumosa “Come quando fuori piove” (altra collaborazione, stavolta con Alessandro Marchettini, tra l’altro boss di Butcher’s House...), e “Strip Poker”, satura di folle e violenta sensualità. “La dolce vita” è questo, la bellezza che vive ogni giorno a fianco della morte, il fascino di un passato – vero o immaginato- quasi recente che rivive in atmosfere tetre e ammalianti. Consigliatissimo.
Web: http://www.butchershouse.com.
(LilleRoger)
Morningwood: Morningwood
(CD - Capitol/EMI, 2006).
Ben prima che i Red Hot Chili Peppers se ne uscissero con il loro “Dani California” qualcuno aveva già avuto la bella pensata di girare un video nel quale i componenti di una band si travestono in maniera tale da assomigliare a varie formazioni famose, e la suddetta band è proprio l’oggetto della nostra recensione, dedicata all’album con la quale essa ha recentemente esordito. Chissà se i Morningwood si sono arrabbiati quando si sono accorti di essere stati copiati dai Peppers, ma di sicuro gli rimane la soddisfazione di aver realizzato un video meno costoso e molto più carino di quello di A. Kiedis e compagni! Il bello, comunque, è che quanto ho raccontato non è il motivo per cui ho scoperto e apprezzato il quartetto americano, direi piuttosto che la vera ragione è che la loro musica porta una ventata di freschezza nel panorama alternative-rock, e si rivela gradevole all’ascolto fin dalle primissime battute. La prima cosa che colpisce è la voce della cantante Chantal Claret, una vera forza della natura che spesso urla come un’ossessa ma non dà mai l’impressione di esagerare, e il cui apporto è fondamentale per rendere i pezzi briosi e divertenti. È infatti questa la caratteristica principale delle canzoni dei Morningwood, che pur essendo orecchiabili e immediate non cadono nella banalità e appaiono piuttosto diverse l’una dall’altra. Difficile dire quali siano i punti di riferimento del gruppo, che in linea generale coniuga rock e pop ma che sembra attingere anche a varie altre fonti musicali, compreso il post-punk, la disco e la wave anni ottanta, e che filtra il tutto secondo il suo particolare stile, affrontando la “materia sonora” con una buona dose di ironia e un pizzico di follia. La dimostrazione di ciò che ho appena affermato sono brani come “Jetsetter” (contraddistinto da un’alternanza tra vocals sguaiatissime e parti un po’ sdolcinate…) e “Nth degree” (anch’esso caratterizzato da un utilizzo molto particolare della voce, specie per ciò che riguarda i “coretti” del ritornello), che comunque non sono certo gli unici validi tra quelli contenuti in questo lavoro, davvero ben fatto e convincente nella sua interezza. Una formazione tutta da scoprire insomma, senz’altro tra le più interessanti uscite negli ultimi mesi…
Web: http://www.morningwoodrocks.com/.
(Grendel)
NFD: Dead pool rising
(CD - Jungle Records/Rough Trade, 2006).
Non poteva iniziare meglio, la nuova fatica discografica di Tony Pettitt e compari, essendo "Light my way" degnissima di meritare l'onore d'aprire "Dead pool rising"! Presto bissata dalla convulsa "My possession": due brani nephiliani fino al midollo, pregni di quella sinistra grandeur epica che ha fatto scuola, essendo imitata da diecine di pallidi epigoni. Ho resistito alla tentazione d'andar a rispolverare i vecchi lavori targati FOTN, una volta tanto Hadrianus non si è lasciato travolgere dall'onda della rimembranza, accogliendo il presente, e lo ha fatto con gioia, perchè trattasi di disco degnissimo, "DPR", anche nel suo prosieguo, accentuando "Caged" (un altro dei tre brani che fanno parte pure della ponderosa compilazione "United Forces of Phoenix" edita dalla nostra Nomadism Records, andate a rileggervi il relativo resoconto...) l'aura di maestosa drammaticità che è uno dei marchi di fabbrica del combo inglese, e che viene perpetrata pure nelle seguenti tracks. "One moment between us" dipinge immaginifici paesaggi crepuscolari, "Descent" è violentissima, la sezione ritmica tiene un passo indiavolato, con Pettitt ben sostenuto dal valido Simon Rippin. La gran mole di lavoro svolta dalle chitarre di Chris Milden e Stephen Carey trova la sua naturale esaltazione nei brani più lunghi ed elaborati, e "Senseless" lo dimostra: una di quelle eroiche cavalcate che paiono composte ad hoc per scatenare l'entusiasmo di chi vive di questa magnifica musica! La voce del buon Peter "Bob" White tiene con sicurezza, dinanzi a noi s'aprono le immensità della prateria da attraversare al galoppo! Chiudono degnamente i sei minuti della lenta "Dead pool", ponte fra passato e futuro del goth-rock contemporaneo. Rantolo disperato d'un peccatore morente, il pezzo è attraversato da chitarre asciutte e da un cantato soffertissimo; finale memorabile, in un crescendo evocante dolore, morte ed espiazione. "Dead pool rising" è disco obscuro e solenne, come le note sprigionate dagli strumenti che vanno ad intrecciarsi componendo un ordito cupissimo. E' il pianto di chi ha visto morire i propri compagni, periti nell'ultimo assalto all'arma bianca, è l'orgoglio dei reduci, dei sopravvissuti alla battaglia. E' epica, grandiosa ed austera, come pochi sanno evocare. Un disco al quale mi sono accostato con qualche riserva, e che ho finito per amare.
Web: http://www.nfd.web.com.
(Hadrianus)
Obscenity Trial: Here and Now
(CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006).
Oliver Wand è l'unico componente di questo progetto dedito a sonorità elettro-pop, qui al suo atto d'esordio per la Infacted Recordings. Mi sono imbattuto per la prima volta in Obscenity Trial ascoltando il sampler "Infacted vol.3", che conteneva la discreta "Here and now", che a conti fatti risulta una delle migliori tracce di questo album; un disco di elettro-pop assai melodico e leggero, che può rimandare allo stile di Melotron, Camouflage, Frozen Plasma/Namnambulu, ecc.... senza però essere ancora all'altezza dei nomi citati. "Here and Now" non è un brutto disco, alcuni brani sono anche carini (oltre alla title-track citerei "All that's left", "Silence" e "Never too late") e per gli amanti del synth-pop ci possono essere motivi d'interesse in questo disco, che però, nonostante la produzione del sempre ottimo Olaf Wollschlaeger, nel complesso risulta un pò debole e ripetitivo. Quattordici in totale le tracce che compongono il disco, anche se in realtà si tratta di dieci brani originali a cui vanno aggiunti un "reprise" e due remix di "Here and Now" (molto bello quello di Olaf Wollschlaeger) ed un remix di "Never too late" questa volta interpretata da una voce femminile. Da notare che Obscenity Trial si produce (con un mediocre risultato) anche nella cover dell'ormai famigerata "Seven Nation Army" dei White Stripes, ormai conosciuta anche dal piu' becero degli ascoltatori per essere il brano che ha dato spunto al tormentone "Po PoPoPo PoPo Po", inno "alternativo" della nazionale di calcio italiana. Disco che tra alti e bassi si lascia ascoltare e considerando che si tratta di un'opera prima è lecito sperare in progressi futuri.
Web: http://www.otrial.de.
(Candyman)
Ordo Rosarius Equilibrio: Apocalips
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006).
"Apocalips", settimo album della discografia di Ordo Rosarius Equilibrio, non delude le attese e si rivela come un eccellente lavoro. Per chi scrive si tratta del miglior album della formazione svedese ed indubbiamente il loro lavoro piu' vario: 13 magistrali tracce che spaziano dal neo-folk piu' classico, ad episodi piu' cupi ed industriali, in un tripudio di atmosfere decadenti, sensuali e marziali, una perfetta colonna sonora per la fine del mondo. L'album è aperto in maniera ottimale dalla splendida "(Mercury rising). Seduced by the kisses of cinnabar sweet", una ballata neofolk suadente e decadente, con la chitarra acustica in primo piano, mentre le percussioni caratterizzano la successiva "Lost forever in the blitzkrieg of roses" conferendole un'aria marziale. Minimalismo e sensualità sono gli ingredienti principali per "Do murder and lust make me a man". Percussioni tribali aprono "Hear the sound of a black flame rising", brano dalle atmosfere cupe ed ossessive. "Sons and daughters of Lilith and Cain" è una gemma oscura, dove la chitarra di matrice neo-folk supporta un brano dall'aria malinconica, decadente e crepuscolare. Oscura (e non potrebbe essere altrimenti) è "Hell is my refuge. A golden dawn for a Judas kiss". Si torna alla forma "neo-folk" piu' classica (come non ripensare ai Death In June?) con "I think about Germany and the end of the world": uno dei momenti migliori del disco. "Let the words of my murder be the last words you hear" è un ritorno all'oscurità, con sonorità industriali e la voce che sembra uscire da un vecchio grammofono gracchiante. "When we murdered the world on the fourteenth of may" è decadente e nostalgica, un brano malinconico imperniato sul pianoforte e gli archi. Alquanto stravagante (ed è l'unico pezzo dell'album che non mi convince in pieno) è "(Apocalips kissess). In the eyes of the scarlet ones", caratterizzata da una sorta di barrito/urlo. La chitarra acustica ed una voce campionata sono gli ingredienti base di "Can you see the forest for the trees". Il sesso e la sensualità, argomenti cari a ORE, rimasti in secondo piano per tutto il disco, riaffiorano in "She's in love with a whip. My venus in furs", cover del celebre brano (vedi la seconda parte del titolo) dei Velvet Underground. Gran finale con "Who stole the sun from it's place in my heart", uno dei momenti piu' intensi del disco, una ballata acustica di struggente bellezza, che chiude in maniera ottimale un album che sfiora la perfezione. Disco assolutamente imperdibile.
Web: http://www.ordo-rosarius-equilibrio.net.
(Candyman)
Pankow: The art of gentle revolution
(Cofanetto - Contempo/Abraxas, 2005).
Come avrete letto in questo spazio mi capita sempre più di sovente di recensire delle riedizioni discografiche e di essere esaltato da esse. Sicuramente in parte ciò dipende dal fatto di essere stato collezionista di vinile, con un'ossessione mai sopita per il "completismo", l'avere tutto cioè degli artisti che più stimo e amo. Alcuni definirebbero questa mia fissazione come "ossessiva-compulsiva": tant'è, a distanza di anni ogni tanto riprende il sopravvento. Le reissues quindi sono per me una vera manna. C'è anche un altro innegabile fattore e cioè che spesso quello che ci propone la "scena oscura" non è sempre di altissima qualità e anche se non manca mai alla fine dell'anno una bella lista di interessanti release, il piacere della "scoperta" mi capita oramai assai di rado. Per questa doppia ragione ho salutato con entusiasmo questo The art of gentle revolution, lussuosa riedizione dei 4 album storici dei Pankow, ovvero Freiheit für die Sklaven (1987), Gisela (1989), Omne animal triste post coitum (1990) e Treue Hunde (1992). Per le considerazioni di ordine personale su quest'opera vi rimando al mio blog, mentre, com'è giusto che sia, in questo spazio cerco di darmi un contegno da "professionista della recensione"! Il box si presenta con una grafica eccellente che include l'immagine "disturbante" che vedete a fianco, al momento dell'acquisto coperta da un'altra foto: si prosegue quindi nella tradizione delle copertine "controverse" che dai tempi di Gisela, e in parte ancor'prima di Freiheit..., ha caratterizzato la storia del gruppo. Non è solo l'esterno a presentarsi bene ma ogni CD ha una nuova bella confezione digipack, piuttosto differente dall'originale nel caso di Treue Hunde. I fan del gruppo saluteranno il CD bonus incluso, che, sebbene troppo breve, consiste comunque in una vera chicca, ovvero la ristampa del mitico ep incluso nel Marble Box, un'edizione ultra-limitata di Gisela, stampata in soli 100 esemplari, contenuta in un cofanetto di vero marmo di Carrara (dal peso di 6 kg!) con un emblema d'oro! In ogni ristampa di vecchie opere secondo me è doveroso che ci sia un booklet all'altezza, completo di foto e che descriva la storia dei CD inclusi: purtroppo talvolta questo aspetto viene sottovalutato, cosa che non manca mai di deludermi (è il caso del magro libretto incluso in Boxed dei Neon di cui abbiamo parlato qualche mese fa). Anche da questo punto di vista The art... non scontenta affatto: ad accompagnare il tutto infatti è incluso uno splendido e completissimo mini-libro, in cui la storia del gruppo viene raccontata da Alex Spalck medesimo, in una forma che al contempo risulta personale, ironica ed avvincente. E' bello leggere le gesta del gruppo sui palchi e sulle strade di mezza Europa: il libretto, chiamato molto intelligentemente The Movie, si rivela quindi uno strumento che permette di capire meglio cosa c'è dietro ad ogni album e ad ogni canzone dei Pankow, quali stati d'animo l'hanno prodotta, il perché suona in un certo modo. E' doveroso descrivere brevemente i CD qui inclusi. Freiheit ... quando uscì causò un vero e proprio clamore nella scena italiana alternativa, date le sue giuste e mai celate ambizioni internazionali. Per raggiungere questo scopo l'etichetta del gruppo, la storica Contempo di Firenze, non mancò di chiamare al banco di regia del disco Adrian Sherwood, già all'epoca un nome storico della scena elettronica per i suoi remix e produzioni (tra gli altri Depeche Mode, Einstürzende Neubauten, Skinny Puppy, Ministry, in seguito Nine Inch Nails, Nitzer Ebb e Placebo). Ho sempre amato Freiheit... ma continuo a pensare che i suoi suoni siano un filino troppo puliti e precisi ed hanno un po' "tarpato" la viscerale irruenza sonica del combo fiorentino, cosa forse dovuta all'inesperienza dei Pankow nel gestire in studio un rapporto con una personalità così forte come Sherwood. L'album ebbe un successo planetario, senz'altro superiore nel resto del mondo che in Italia. Anche per Gisela la lista dei collaboratori è prestigiosa visto che accanto al "solito" Sherwood al banco del missaggio siede anche Rico Conning (Depeche Mode, Laibach, Coil, ...). Il gruppo è senz'altro cosciente al 100% delle proprie potenzialità e crea un indiscusso capolavoro, per chi scrive uno dei più bei dischi (industrial e non) di sempre! I Pankow diventano così richiestissimi dal vivo e partono per un lunghissimo tour che include anche ben 28 date negli USA. Omne animal... più che un vero live-album, costruito e ripulito bene in studio, è un efficace documento di quei concerti. Una sorta di bootleg ufficiale, con dei momenti precisi ed energici (su tutte "Warm leatherette" e "Let me be Stalin") e cose fatte con un'attitudine più scanzonata ("Der Mussolini" e soprattutto la conclusiva "Let's go crazy"). Infine Treue Hunde è un album mediamente interessante, sebbene Alex Spack lo giudichi in modo molto severo. Ha degli episodi grandiosi (su tutti la bellissima "Liebe Ulrike" e "I dont' want to be nice"), cose così così ("Treuhund" e "You'll Never Walk Alone", troppo melensa per i miei gusti) e un paio di mezzi passi falsi ("Stupidity", "Florence is dead"), ma è comunque un discreto disco. C'è da notare che in questa riedizione la scaletta dei pezzi è stata fortemente cambiata nell'ordine rispetto alla sua uscita originale, vi sono diverse versioni remix e manca anche il brano "Save your life". Mi sono anche allungato più del necessario per questa recensione: segnalo solo che i Pankow sono fortunatamente ancora in attività con FM ed Alex Spalck saldamente al loro posto, ed è in imminente uscita un nuovo album. Personalmente non sto nella pelle per l'attesa.
(Christian Dex)
Rabia Sorda: Save me from my curse
(MCD - Out of Line/Audioglobe, 2006).
Messi momentaneamente "in naftalina" gli Hocico, anche Erk Aicrag si dà ad un progetto parallelo. Se la creatura del cuginetto, Oscar Agroyam (Dulce Liquido) non si distacca poi molto, specialmente nei brani cantati, dal progetto principale del duo messicano, Rabia Sorda prende invece le distanze in maniera piu' netta dall'Hocico-sound, a favore di sonorità piu' "rock" o, se vogliamo dare credito alle note promozionali dell'Out of Line, "Hardfloor-Eighties-Electro-Punk" (?????). Se da un lato va riconosciuto ad Erk il fatto di essersi cimentato in qualcosa di diverso e non aver creato un progetto "clone" dell'originale, che non ha nulla di nuovo da dire, d'altro lato c'è da dire che questo mcd risulta francamente mediocre, un pasticcio rock-industrial che non riesce assolutamente ad esaltarmi. Tre le versioni di "Save me from my curse" presenti sul disco: oltre all'originale abbiamo i remix di Unter Art (il migliore del lotto) e quello dei "newcomer" Ashbury Heights; a completare il lotto, il brano "A perfect world", che nulla aggiunge e nulla toglie all'assoluta mediocrità di questo disco. Il seguito di fans di cui gode il duo messicano non mancherà di generare attenzione attorno a questo disco, di cui però a mio parere, non si sentiva alcun bisogno.
(Candyman)
Raison d'être: Metamorphyses
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006).
Come per altri musicisti molto prolifici, la discografia del buon Peter Andersson sta iniziando a diventare non solo sterminata ma anche difficile da seguire e ricostruire: tra ristampe, recuperi di brani sparsi su varie compilation o dimenticati in un cassetto e rimasterizzazioni, negli ultimi anni sono state numerose le uscite a nome Raison D’Etre, anche se questo è solo il terzo nuovo lavoro pubblicato dal 2000 ad oggi. Il 2000 non è stato scelto a caso: quell’anno, infatti, venne pubblicato The Empty Hollow Unfolds, un CD che può essere considerato un momento di svolta per il progetto svedese, in cui l’equilibrio tra musica industriale e death ambient ha iniziato a pendere maggiormente dalla parte della prima, anche attraverso l’uso di strumentazione autocostruita. L’artista non sembra aver cambiato intenzione sulla direzione intrapresa: le atmosfere rimangono quelle oscure e cupe tipiche del progetto e anche la classe rimane invariata: le lente evoluzioni sono ricchissime di numerosi strati sonori, caratteristica che continua a lasciare lo svedese ai livelli più alti di questo genere musicale che lui stesso ha contribuito a definire; i suoni, sporchi e metallici, di strumenti rugginosi si sovrappongono a substrati di drone profondi che talvolta suonano come malati flauti dal suono grave e a lente percussioni che paiono cadenzate da movimenti tellurici. Lungo lo svolgimento dei sei brani (intitolati semplicemente “Phase” da I a VI) un vago profumo di spezie orientali sembra materializzarsi qua e là dal lento flusso del magma in costante evoluzione, subito messo a tacere dal drammatico crescendo di suoni lividi e pieni di tensione, come di cavi d’acciaio prossimi al punto di rottura. Peter Andersson non sembra affatto intenzionato ad abbandonare il trono, naturalmente irto di chiodi arrugginiti, su cui è da anni seduto.
Web: http://raisondetre.coldmeat.se/.
(Ankh)
The Rapture: Pieces of the people we love
(CD - Universal, 2006).
Tre anni fa l’uscita dell’album Echoes diede un vero e proprio scossone alla sonnolenta scena indie-dance-alternative mondiale, non solo perché il lavoro in questione proponeva un inedito mix di sonorità che fino ad allora in pochi avevano osato accostare, ma soprattutto perché sembrava rivolgersi ad un pubblico piuttosto eterogeneo invece che a categorie di ascoltatori ben definite. Personalmente posso dire di essere rimasta subito affascinata dal sound dei newyorkesi, che mi faceva venire in mente le formazioni più disparate (dai Cure ai PIL, passando addirittura per i Planet Funk!) e nonostante ciò appariva fresco e coinvolgente. Chiaro quindi che il loro nuovo disco fosse una delle release più attese di questo autunno, non soltanto dalla sottoscritta ma anche da una fitta schiera di addetti ai lavori che aspettavano al varco la band con il sospetto (e la paura) che Pieces of the people we love potesse rappresentare una cocente delusione per chi aveva tanto apprezzato il suo predecessore. Devo ammettere che quando ho sentito per la prima volta il cd sono rimasta un po’ spiazzata, ma dopo ripetuti ascolti ho realizzato che i nuovi brani mi piacciono eccome! L’effetto che fanno è stranissimo, difatti la prima impressione è che siano spudoratamente commerciali e troppo simili a certe cose già sentite mille volte, ma alla fine la sensazione che lasciano è piacevole, a differenza di certi album che lì per lì ti esaltano per la loro originalità ma che poi non ti viene più la voglia di risentire. In poche parole i Rapture sono dei veri maestri nell’arte di miscelare stili diversi (giusto per fare un esempio dirò che pescano a piene mani dalla dance anni settanta, dalla new wave e in generale da tutta la musica alternativa delle ultime due decadi) e di rivisitare vari generi in chiave funky-rock, senza vergognarsi di assomigliare (ma solo a tratti) a questo o quell’altro gruppo (ascoltatevi “First gear” e ditemi se non ricorda i Red Hot Chili Peppers del periodo Blood sugar sex magik!). Rispetto al disco precedente Pieces… non include alcun “pezzo bomba”, qui infatti non c’è né una “Sister saviour” e neanche una “House of the jealous lovers”, ma canzoni come “The devil”, “Get myself into it”, “Down for so long” o la titletrack riescono comunque a fare breccia e a convincere appieno grazie al loro appeal danzereccio e alla loro semplicità, per non parlare del fascino di un sound che sa di vecchio e di nuovo contemporaneamente. Senz’altro Echoes si colloca su un livello superiore come qualità, ma quest’ultimo lavoro non sta poi molto più in basso…
Web: http://www.therapturemusic.com/.
(Grendel)
Recondita Stirpe: Recondita Stirpe
(CD - Misty Circles, 2006).
Nonostante il limitato seguito di cui gode, la scena musicale "oscura" italiana continua a partorire brillanti realtà. Uno dei nomi messisi maggiormente in evidenza nel corso di questi mesi sono i Recondita Stirpe, formazione proveniente da Genova e che annovera tra le sue file personaggi già noti ai piu' attenti osservatori dell'underground (mi riferisco in primis a Diego Banchero, già membro dei Malombra). La loro proposta musicale è sicuramente riconducibile al filone neo-folk, ma sarebbe altresì limitativo ingabbiarli in questa etichetta e del resto, l'ascolto del cd evidenzia le molteplici influenze musicali che hanno portato alla creazioni dei 5 ottimi brani che lo compongono. "Recondita Stirpe" (opera prima della band genovese) esce per Misty Circles, in tiratura limitata a 100 copie numerate, destinate sicuramente a divenire in breve tempo oggetto di culto tra gli amanti delle sonorità neo-folk; le iniziali "Fire on us" e "Devotion" sono i due brani maggiormente riconducibili al filone "folk-apocalittico" (oltrechè i miei preferiti), caratterizzati dalle belle ed intense voci di Christoff e Carolina e da pregevoli passaggi strumentali (struggente la tromba che caratterizza "Devotion"). Si passa al cantato in italiano per la "title track": un testo che è un vero e proprio "manifesto" di denuncia sociale, in un brano dove la tromba gioca ancora un ruolo importante. "Raskolnikov" sembra provenire dal repertorio della canzone d'autore francese: una dolce ballata condotta dalla fisarmonica e dal binomio voce femminile/voce maschile. Chiude il cd "Lords of the unknown", con il suo testo declamato da una voce che pare colma di rabbia verso la decadenza del mondo moderno, mentre la parte strumentale sembra sottolinearne l'aria malinconica. "Recondita Stirpe" è un lavoro assolutamente pregevole da parte di una band che dimostra classe e talento; non rimane che augurare a questi ragazzi il successo che meritano ed aspettare fiduciosi le loro prossime composizioni.
Web: http://www.reconditastirpe.com.
(Candyman)
Rome: Berlin
(MCD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006).
Sono sempre più numerosi i gruppi che incidono per Cold Meat Industry ma che si allontanano dalle sonorità tipicamente espresse dall’etichetta negli anni in cui si impose come punto di riferimento negli ambiti sotterranei della musica post industriale. Nel caso di questo progetto chiamato Rome ci troviamo nei pressi delle lande sonore in cui si mescolano gli stilemi tipici del neofolk con una forte spruzzata di campionamenti in stile industrial e spezzoni di registrazioni d’epoca. Si tratta di un genere musicale che, pur non essendo privo di un certo fascino, ha ormai saturato un po’ troppo il mercato con produzioni anche di buon livello ma spesso un po’ troppo uguali tra loro. Sotto quest’aspetto il breve esordio (meno di venti minuti) non si discosta troppo dalla media delle produzioni: è pomposo e magniloquente quanto basta, con ritmiche marziali, strutture neoclassiche, rumore in sottofondo e tutto il resto ma non riesce a stagliarsi come hanno fatto altri gruppi nel passato (anche progetti “minori” come Predella Avant). Tra non molto dovrebbe uscire il primo lavoro di lunga durata: la base di partenza non è male ma credo sia necessario trovare una via d’espressione più personale.
(Ankh)
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