Recensioni settembre 2006

 


Ver Sacrum | Musica | Recensioni | Recensioni settembre 2006 (pag. 1 - 2 - 3) Indice


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AA.VV.: The Projekt Almost Free Cd (CD - Projekt, 2006). Questa compilation della Projekt è effettivamente una notevole espressione dell'eclettismo che caratterizza l'attività della nota label. I diversi volti che il goth può assumere sono ben rappresentati con i nomi più interessanti della relativa scena. L'ascolto del cd, i cui brani sono stati selezionati dal guru Sam Rosenthal, è come un viaggio che passa dalla proposta dei Voltaire con la relativa escursione a tinte folk e oscuro-divertente, all'elettro -industrial di Android Lust . Non possono mancare i Black Tape For A Blue Girl con "Knock Three Times" una ballata dolce e raffinata che accarezza la mente. Seguono gli Unto Ashes con una delicata opera quasi minimale, sensibile nella sua ossessività industrial. L'ethereal si discioglie con gli Autumn's Grey Solace e la loro "The Unshakable Demon", le cui atmosfere si rivelano molto gradevoli nella loro dolcezza surreale. Sul medesimo tono, dalle sfumatura più sensuali, la track dei Mira. "No Other Way" è davvero una splendida canzone caratterizzata dalla calda voce di Regina Sosinski che bene s'innalza sugli estatici fraseggi strumentali. Sempre ethereal la track dei Dark Sanctuary: "Presence" è un po' monotona ma ricca di risonanze. Con Steve Roach si rientra in un ambient più sperimentale; "Immersion: One" è un tipico esempio della sua ricerca, una vera e propria immersione in caleidoscopiche visioni metafisiche. Il viaggio si conclude con "8:39" dei Fear Falls Burning, un inquietante dark ambient che affonda i suoi artigli nei recessi più oscuri dell'anima. Un itinerario, insomma, di ottima musica destinata a palati raffinati. Web: http://www.projekt.com. (S*Tox)

Aethere: Il giardino epicureo (CD - Prodistri, 2006). Aethere è un progetto che ho conosciuto abbastanza di recente e di cui ho recensito (nel novembre 2005) l’opera prima Pulvis et umbra sumus. Si trattava di un CD autoprodotto di un certo interesse, malgrado qualche piccolo errore di gioventù. Con questa seconda opera Aethere fa notevoli passi avanti e produce un CD senza dubbio all’altezza di quelli composti da nomi ben più blasonati e che si eleva al di sopra della media delle produzioni dark ambient degli ultimi tempi. Anche se meno evidenti, sono ancora presenti le influenze dei corrieri cosmici ma, allo stesso tempo, l’amalgama dei suoni risulta più omogeneo e scuro: in tutto il suo svolgimento, il CD è pervaso da una piacevole sensazione di mistero che gli dona un fascino degno di nota. Senza dubbio sono stati risolti molti dei piccoli difetti che erano presenti nell’esordio: il suono è nel complesso più pulito e sono state eliminate alcune componenti che davano l’impressione di essere un po’ forzate, come a voler colpire a tutti i costi l’ascoltatore, e che davano una sensazione di scarsa organicità e rendevano meno incisivo il risultato. Il giardino epicureo è costituito da quattro lunghe suite più due brani più brevi (dei quali uno funge da introduzione) e si mantiene costantemente su livelli elevati di qualità: il suono è costituito spesso da numerosi layer sovrapposti con perizia ed eleganza, tra i quali è presente talvolta anche la voce che, fortunatamente, in questo caso è meno maltrattata dai filtri che in precedenza la snaturavano in maniera eccessiva; particolarmente gradita mi è la presenza frequente del suono dell’organo, che dona al tutto quel fascino arcano che solo quello strumento riesce ad avere. Un lavoro di ottima fattura e notevole fascino: le premesse c’erano ma il salto di qualità è stato davvero notevole. Web: http://www.bladesoflight.org/aethere.htm. email: lokideformis@yahoo.it. (Ankh)

Aisleng: Down at Dunbar (CD - Desbow Records/Masterpiece, 2005). Questo degli Aisleng è, senza dubbio, un disco un po’ al di là di quelli che sono i normali interessi di Ver Sacrum: si tratta, infatti, di un gruppo che suona un folk celtico che, va detto subito, di apocalittico non ha assolutamente nulla. Questo genere musicale è, normalmente, confinato all’interno dei tre paesi in cui le radici celtiche sono ancora molto sentite, cioè l’Irlanda, la Gran Bretagna (in particolare la Scozia) e la Francia (con alcuni importanti musicisti Bretoni); in misura minore è presente per questioni “ereditarie” negli Stati Uniti (anche se da quelle parti sono ben più popolari i due “figliocci” country e western). Piuttosto rari sono i gruppi che arrivano ad un discreto livello di fama al di fuori di questi paesi, dove questo genere è, più o meno, confinato all’interno dei pub irlandesi, dove la si ascolta tra una stout e l’altra. Tutto questo per dire che mi ha sorpreso vedere questo gruppo tedesco alle prese con suoni di questo tipo: in effetti già al primo ascolto avevo avuto qualche perplessità riguardo a un suono che, in molti casi, suonava alle mie orecchie un po’ posticcio: forse per l’inserimento di strumenti (come il pianoforte o la batteria che sostituisce il ben più adatto bodhràn) che non sono esattamente tipici del genere, o per il suono degli strumenti che trovavo, a volte, non perfettamente adattati allo stile. Quasi tutti i brani sono dei traditional, riarrangiati secondo questo stile un po’ particolare che, devo ammettere, non sempre è dannoso: alcuni brani sono senza dubbio venuti bene, direi in particolare quelli a base di cornamuse e percussioni (ad esempio “The Glasgow City Police pipers…” e alcune ballate (come “The cruel mother”). Certo, lo stile musicale si presta molto anche ad un ascolto distratto e allegro, e sicuramente l’album può risultare divertente, anche perché, in effetti non è mal suonato. L’impressione è che gli Aisleng abbiano cercato di uscire un po’ fuori dai confini canonici del genere ma, malgrado una buona esperienza, non siano riusciti a trovare una strada veramente personale, al contrario di quanto è accaduto ai nostri Modena City Ramblers che, mescolando Pogues, Dubliners, lingua italiana, dialetto modenese, politica nostrana e, più avanti nel tempo, ritmi sudamericani, sono stati in grado di creare uno stile piuttosto personale e irresistibilmente divertente. Down at Dunbar è, in fondo, un disco abbastanza piacevole ma che non consiglierei ai puristi del genere. Web: http://www.aisleng.de/. (Ankh)

Alio Die & Festina Lente: Il sogno di un piano Veneziano a Parigi (CD - Hic Sunt Leones, 2006). Devo ammettere che non è affatto semplice recensire un lavoro di Stefano Musso, universalmente noto come Alio Die. Si tratta, infatti, di un’artista tanto importante nel suo ambito musicale quanto prolifico e amante delle collaborazioni con musicisti dotati di una sensibilità prossima alla sua (musicisti come Robert Rich, Mathias Grassow e Vidna Obmana, solo per citare alcuni tra i più noti). In questo nuovo lavoro, il nostro imbraccia il suo zither ed è coadiuvato da Michele Brieda, che opera sotto il nome di Festina Lente, che si occupa di un pianoforte modificato; il tutto è miscelato attraverso il magma dei drones, generati dallo stesso Alio Die, e da “field recordings” catturati in varie parti del mondo. E proprio questi si occupano di aprire il primo, lunghissimo brano, ben presto accompagnati dalle dolci note del pianoforte e, successivamente, dall’ingresso quasi impalpabile dello zither. Nei suoi oltre trentaquattro minuti il brano si evolve lentamente, come una carezza leggera per il proprio apparato uditivo, sottile e minimale ma allo stesso tempo tangibile e presente: un brano essenzialmente (ma non esclusivamente) acustico e, per quanto sottile, tendenzialmente pacato e solare che si distingue leggermente dai successivi, più cupi e inquietanti, come il secondo “Movimenti nel cielo di sotto”, che, attraverso un uso molto meno melodico del pianoforte (soprattutto nelle note gravi e modificate) e delle percussioni riesce a creare un’atmosfera quasi minacciosa. A tratti, come in “The emptyness behind seasons”, i drones prendono leggermente il sopravvento avvicinando il suono ad una dark ambient di classe elevata, per tornare, nella conclusiva “L’oblio nella culla dorata”, ad un suono essenzialmente acustico. Come tutti i lavori di Alio Die non si tratta di un’opera di facile ascolto, anche in considerazione della sua considerevole durata (poco meno di ottanta minuti); come tutti i lavori di Alio Die ne consiglio senz’altro l’ascolto, sottolineando che richiede molta attenzione e concentrazione. Web: http://www.aliodie.com/. (Ankh)

L'Ame Immortelle: Dein Herz (MCD - Gun Supersonic/Audioglobe, 2006). Già con il precedente album "Gezeiten", i L'Ame Immortelle avevano virato il proprio sound verso una direzione piu' marcatemente "gothic-rock" rispetto ai loro primi dischi; chitarre, basso e batteria hanno soppiantato quasi completamente i synth, accodandosi ad una tendenza che sta facendo sempre piu' proseliti e che personalmente mi fa rimpiangere la band che avevo conosciuto ed amato sul finire degli anni '90. Eliminata quindi quasi completamente la loro componente "elettro", il duo austriaco ha mantenuto il gusto per brani pomposi, di gusto neoclassico con sezioni d'archi, unico legame tra le loro produzioni piu' recenti e quelle piu' datate. L'imminente album "Auf Deinen Schwingen" (già disponibile quando leggerete queste righe) promette quindi di fondere ancora le due anime dei L'Ame Immortellle, ma andiamo per ordine ed esaminiamo ora il singolo "Dein Herz" che ha anticipato il nuovo album. La title-track (che ritroveremo anche sull'album) è un brano che racchiude tutti gli elementi sopracitati, dalla bella ed inconfondibile voce di Sonja Kraushofer, ai riff di chitarre, alle sezioni d'arco e dal controcanto di Thomas Rainer. Brano pomposo ed orecchiabile, si accoda nell'elenco degli hits della band austriaca senza infamia e senza lode; delle tre versioni presenti sul dischetto, la migliore è quella originale, che preferisco alla rilettura dai toni piu' delicati che ne danno i Pilori ed al remix di tali Transporterraum. Due i brani esclusivi per questo singolo: la prima è l'ormai abusatissima "Alone" (già fatta da Sopor Aeternus), dal famoso testo di Edgar Allan Poe con interpretazione vocale di Thomas e la noiosa "The Lake" cantata invece da Sonja. Un singolo che non può certo suscitare particolari entusiasmi per il nuovo album. Web: http://www.lameimmortelle.com. (Candyman)

L'Ame Immortelle: Auf deinen schwingen (CD - Gun Supersonic/Audioglobe, 2006). Il nuovo album del duo austriaco è purtroppo peggiore di ciò che il singolo "Dein herz" mi aveva indotto a pensare. Se infatti il brano scelto come singolo pur non esaltandomi mi aveva indotto ad un giudizio tutto sommato benevolo (per arrivare a ciò avevo dovuto accettare, pur non gradendola e non condividendola, la svolta "rock" dei L'Ame Immortelle), l'ascolto integrale di "Auf deinen schwingen" si rivela una vera sofferenza per il sottoscritto e fa crollare le ormai minime aspettative che potevo riporre su di loro: il nuovo disco è una sterile e prolissa sequanza di 15 tracce che alternano brani "tirati" di gothic-rock alquanto mediocre con pezzi piu' lenti, dove il melodrammatico sconfina nel noioso. Questo disco estremizza la svolta stilistica già introdotta dai precedenti "Als die liebe starb" e (sopratutto) "Gezeiten": laddove nei due dischi precedenti sopravviveva qualche synth memore del passato, ora troviamo solo chitarre, bassi, batteria e sezioni d'archi per canzoni mediocri ed un pò tutte uguali. Il risultato è un disco che potrà forse compiacere i gusti del pubblico metal-goth e chi si "nutre" indifferentemente di HIM, Zeraphine, Evanescene, Lacuna Coil, ecc.. Io preferisco ricordarmeli per com'erano una volta. Web: http://www.lameimmortelle.com. (Candyman)

And One: So klingt liebe (MCD - Out of Line/Audioglobe, 2006). "So klingt liebe" è il secondo singolo scelto dagli And One come apripista all'album "Bodypop" (già nei negozi al momento in cui leggerete questa recensione). Piu' che sul contenuto della title-track (classico brano "alla And One", piacevole ma con meno mordente rispetto alla precedente "Military Fashion Show") vorrei soffermarmi sui formati in cui questo singolo è stato pubblicato: sono in commercio infatti tre singoli (acquistabili anche in un unico set), contraddistinti rispettivamente dalle lettere "S", "E", "X", formate dai corpi di due donnine nude. Le tracklist dei tre mcd coincidono all'altezza delle tracce numero 1 ("So klingt liebe" Club hit) e numero 6 ("So klingt liebe" Radio), mentre la traccia numero 7 ospita tre diversi remix di questo brano, denominati con la lettera che contraddistingue ogni mcd. La traccia numero 5 di ogni dischetto contiene un brano inedito, mentre le trace 2, 3 e 4 sono dedicate a brani dal vivo, diversi per ogni singolo; una furba mossa commerciale da parte della band tedesca quindi, per stuzzicare il palato dei suoi fans piu' incalliti. Sulla title-track mi sono già espresso, aggiungo quindi che gli inediti non mi paiono eccelsi e che quelli dal vivo si rivelano come il vero tallone d'Achille degli And One, che se in studio sanno comporre brani gradevoli, nella dimensione concerto si rivelano assai poca cosa. Se non siete dei fans incalliti di Naghavi & co. meglio passare direttamente all'album. Web: http://www.andone.de. (Candyman)

And One: Bodypop (CD - Out of Line/Audioglobe, 2006). A tre anni di distanza dal precedente "Aggressor", ecco il nuovo album degli And One, band amatissima ed assai popolare in Germania, tra le "colonne" del panorama synth-pop. Il disco (preceduto dai singoli "Military Fashion Show" e "So Klingt Liebe" che ritroviamo anche sull'album) non delude le attese (per quanto mi riguarda è da giorni in "heavy-rotation" nel mio stereo) e ci offre il synth-pop melodico e di "impatto immediato" a cui la band tedesca ci ha abituato da anni: brani gradevoli dai refrain immediati che entrano in testa sin dai primi ascolti. Ammetto che sino a qualche anno fa non ero un grande estimatore della band tedesca, ma se già "Aggressor" mi aveva positivamente sorpreso, "Bodypop" conferma ed amplifica tali impressioni positive: brani "leggeri" ma non banali, grande cura negli arrangiamenti e nei suoni, insomma elettro-pop di ottima qualità, per un album veramente bello, forse il migliore della discografia degli And One. Oltre ai due singoli, di cui abbiamo già parlato nelle rispettive recensioni, l'album racchiude diversi altri potenziali "hits", da "Body company" a "Stand the pain", mentre "Enjoy the unknown" palesa tutto l'amore di Steve Naghavi & co. per i Depeche Mode, sentire per credere! La musica degli And One potrà anche essere definita "commerciale" (non a caso in Germania i loro cd entrano anche nelle charts ufficiali, non solo in quelle alternative), ma è innegabile che i nostri svolgano assai bene il loro compito e per chi apprezza il synth-pop questo album si pone tra i "must" dell'anno. Web: http://www.andone.de. (Candyman)

As All Die: Victory (CD - Flood The Earth/Masterpiece Distribution, 2006). Credevo di averne viste e sentite di tutti i colori ma un duo americano che si ispira alla tradizione pagana ed al germanesimo della Prima Guerra Mondiale ... beh ! Mi mancava ! Clint e Aries ci propongono un industrial abbastanza duro ed ossessivo, coronato da percussioni marziali che si stagliano su sonorità cupe di fondo. Il prodotto è interessante e "Rank & Serial Number" è davvero un bel pezzo. Certamente la scena industrial non sarà rivoluzionata da questo cd ma perlomeno, al di là del concept alquanto discutibile, la ricerca sonora del duo americano non è banale come spesso accade con gli improvvisatori di turno. Vedremo quale futuro vivrà la band se intenderà ancora proseguire camminando con lo sguardo rivolto al passato. Duri. Web: http://www.asalldie.us/. email: asalldie@asalldie.us. (S*Tox)

B.Impatient: Intesity (CD - Locomotive Records/Frontiers Records, 2006). Se siete alla ricerca di un disco che vi permetta di trascorrere un'oretta scarsa di beata spensieratezza, magari mentre state riassettando la casa, "Intensity" fa senza dubbio al caso vostro. Arie orecchiabili, ampie volute strumentali, una bella voce femminile corroborano il robusto rock moderno dei tedeschi che, tanto per non scontentare gli amanti di sonorità più obscure, non disdegnano di frequentare situazioni maggiormente orientate al gothic di maniera. Certo che la brava vocalist rappresenta davvero l'arma in più a disposizione del quintetto, che nella proposta sonora si può avvicinare ai nostri Belladonna, pur non disponendo della innata classe dei dominatori delle charts di MySpace. Sorprendono certe azzeccate soluzioni sonore intraprese dai nostri, come il chitarrismo vagamente al la Red Hot Chili Peppers che domina "Distance", pezzo dotato di una gradevolissima vena melodico/melancolica, o le soluzioni davvero prossime a certo female-AOR che distinguono "Lonely" e che potrebbero spalancar loro le porte di una porzione del mercato americano. Probabilmente questa è una delle canzoni più intriganti dell'intiero lotto. Non posso esimermi dal citare la riuscita ballata "Susanna" (chi mi conosce può immaginare perchè), necessaria per riposare i padiglioni auricolari in mezzo a tal profusione di grinta, la quale precede la coppia "Fortune & Fate" e "Too much" assolutamente in linea colla proposta stilistica del combo. Ma siamo solo a metà del disco, il ritmo torna a scemare con la lenta e ragionata "My religion", brano che poi improvvisamente s'impenna, sorprendendo l'ascoltatore che, considerato l'incipit, non poteva certo aspettarselo. Accade ovviamente d'imbattersi in episodi insignificanti quali "Enemy", ma la brutta impressione viene presto cancellata dalla irruenta "Didn't I" risultante più in linea colla proposta della band, mentre ulteriori tentativi di variare il passo, come nella title-track, si risolvono in un solo parziale successo. Chiude degnamente "If", nulla aggiungendo, né sottraendo, al risultato finale, una bella power-ballad che dimostra che i nostri sanno, eccome, scrivere brani di ottima presa. Non sarà imprescindibile, "Intensity", ma in qualsiasi raccolta di dischi alterna il suo spazio se lo ritaglia con onore. Augh, ho detto! Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

Camerata Mediolanense: Pankràtion (CD - Twilight Records, 2006). E' merito della label argentina Twilight Records riportare l'attenzione (a dire il vero mai sopita da parte del loro pubblico, tutt'ora speranzoso di un loro ritorno sulle scene) sui Camerata Mediolanense, senza dubbio uno dei gruppi di piu' alto spessore prodotti dalla scena "oscura" italiana nella seconda metà degli anni '90, grazie a "Pankration", compilation che raccoglie dieci brani della loro produzione, articolata in tre album ed un singolo realizzati nell'arco di sei anni (dal 1994 al 2000): dischi splendidi, osannati dalla critica e dal pubblico appartenente all'area "neo-folk/apocalittica" ed apprezzati da chiunque sappia riconoscere il valore della buona musica. Alfieri di musica che affonda le proprie radici nella cultura europea e guidati dal talento compositivo di Elena Previdi, i Camerata Mediolanense erano (sono?) anche una formidabile "live band" e chi ha avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto condividerà certamente le mie parole. "Pankration" include brani memorabili, spaziando dagli episodi piu' percussivi e marziali a quelli piu' neo-classici, mettendo sempre in risalto, oltre che le musiche della Previdi, le splendide voci di grandi interpreti come Daniela Bedeski e Trevor; tra i brani mi piace ricordare "L'Homme armè" qui presente nella versione inclusa nel singolo "L'Alfiere", "Balcani in fiamme", "La magnifica aurora", "La grande corsa" e "Il trionfo di Bacco ed Arianna" forse il loro brano piu' celebre, a cui spettava il compito di chiudere trionfalmente i loro concerti. Un cd di valore assoluto, sia per chi non ha avuto modo di conoscerli negli anni passti e sia per chi invece li ha sempre apprezzati. email: rubedo@cameratamediolanense.it. (Candyman)

Coil: The ape of Naples (CD - Threshold house, 2006). Come è ovvio che accada in questi casi, nessuno di noi può avere idea di come suonerebbe questo The ape of Naples se, più o meno due anni fa, non fosse scomparso John Balance. È in ogni caso molto probabile che questa sia la release che metterà fine alla gloriosa storia dei Coil e, altrettanto probabilmente, nel futuro avremo modo di vedere sul mercato discografico soltanto ristampe e recuperi di materiale perduto nelle pieghe del tempo. Il CD contiene alcune tra le ultime registrazioni della voce di John Balance e i brani sono stati assemblati da Peter “Sleazy” Christopherson. Non so da dove il nostro abbia preso l’ispirazione: forse tutto era già presente nelle registrazioni, forse qualcosa ha aggiunto il senso di perdita, fatto sta che il risultato, voglio dirlo da subito, è a mio parere uno dei migliori dischi dei Coil. Sarà forse perché, da un punto di vista del suono e dell’ispirazione, sembra riavvicinarsi ai tempi di Scatology e Horse rotorvator, due dischi che io inserisco tra i miei preferiti in assoluto, o forse per la vena di malinconia che pervade il disco, presente anche nell’uso della voce di Balance, come se in qualche modo presentisse quello che stava per accadergli, fatto sta che, fin dal primo ascolto, The ape of Naples mi ha coinvolto profondamente come pochissimi altri CD hanno fatto negli ultimi anni. Meravigliosa, quindi, l’apertura con “Fire of the mind”, un lento canto funebre accompagnato da dolci melodie e ritmiche in sottofondo. Segue “The last amethyst deceiver”, nuova versione di uno dei brani più amati dei Coil recenti. “Tattooed man” riesce a tirar fuori atmosfere decadenti, fumose e piene di malinconia, con i suoni di una fisarmonica che riesce a rivoltare le viscere e un feeling vagamente Tuxedomoon, che si ritrova anche nel successivo, breve intermezzo elettronico “Triple sun”. “It’s in my blood” e “I don’t get it” mi riportano ai Coil dei tempi passati, con influenze di jazz malato nel secondo brano. “Heaven’s blade” è una canzone che si poggia su una secca base elettronica, mentre la lenta “Cold cell” prosegue la linea malinconica che sembra essere alla base del CD in oggetto. Seguono una nuova versione di “Teenage lightning”, arzigogolata quanto basta negli strani suoni di sottofondo, l’abbraccio gelido ma piacevole di “Amber rain” per arrivare al brano di chiusura “Going up”, che si rifà alle composizioni più morbide e “classicheggianti” del combo inglese e vede un ospite (Sarrazine) alla voce, perfetta chiusura per un capolavoro che riesce a condensare tre decenni di musica industriale in poco più di un’ora. Anche dai testi e dalle parti cantate sembrerebbe che in Balance ci fosse una sorta di triste presentimento, tanta è l’angoscia che riescono a trasmettere. Il prezzo del CD è piuttosto alto ma non ho alcun dubbio a riguardo: si tratta di un’opera di un livello qualitativo talmente elevato e che riesce a suggerire così tante emozioni che vale ben più della ventina di euro che costa. Web: http://www.thresholdhouse.com/. (Ankh)

Crematory: Klagebilder (CD - Massacre Records/Audioglobe, 2006). Una certezza, i Crematory! Dal 1993 il combo teutonico puntualmente si presenta sul mercato con un nuovo lavoro (se si esclude una breve pausa tra il 2001 ed il 2004), e ben nutrita è la loro discografia, contando ormai una diecina di CD, diversi mini, DVD, ecc. Ed il nuovo lavoro di Felix und Co. vuole celebrare i tre lustri compiuti assieme, ricollegandosi a "Crematory" del 1996, disco come questo cantato in lingua madre. Eccoci allora al cospetto di una cinquantina di minuti di german gothic metal sovrastato dalle possenti e minacciose vocals del cantante, spalleggiato dalle chitarre di Matthias, dal basso di Harald, dalle tastiere di Katrin e dal vorticoso percussionismo scatenato dallo skin-beater Markus. L'intro eponima ci guida dritta dritta all'essenza di "Klagebilder": un perfetto bilanciamento fra austera possanza e melodia, che trova la sua sintesi in "Hoffnungen". Bello il solo di chitarra che chiude il brano, episodio al quale fa seguito la classicissima "Kein Liebeslied", anthemica piece da cantare a squarciagola, richiamante certi epici cadenzati dei Rammstein. Devo ammettere che i Crematory, quando si esprimono in tedesco, risultano particolarmente intriganti. Sarà forse per quella sensazioni di marzialità che altrimenti risulterebbe diluita... "Kaltes Feuer" e "Das letze Mal" non mi dicono un granchè, scivolando via anonime; "Der Morgen danach" innalza il livello del lavoro, riportandolo a quote più consone. Una formula consolidata che viene per questo sfruttata a dovere dall'esperto combo, evitando accuratamente di deviare dal solco già tracciato in passato. E' questa d'altronde la semplice ricetta del successo del quintetto. E la Massacre Records non è certo un'etichetta sprovveduta. Se li ha richiamati nella propria affollata scuderia (un sodalizio che si ripropone, sotto il suo marchio erano infatti usciti i primi quattro dischi dei Crematory, compreso il citato omonimo), affidando loro un produttore navigato come Christian Kohlmannslehner, ci sarà un motivo! Alcune tracce sono un pochino sottotono (ed alla lunga la monoliticità di "Klagebilder" può risultare estenuante), sopra tutto non riesco ancora a metabolizzare alcune soluzioni sonore adottate dalla tastierista Katrin (certe ritmiche elettro sono decisamente fuori luogo, anche se utilizzate solo in apertura, come in "Ein Leben lang", altrove, come in "Hoellenbrand" sono troppo leggere in un contesto molto più virile); sono certo comunque che questa nuova fatica mieterà successi in madrepatria: come potranno i loro connazionali resistere dinanzi alla coralità sprigionata da veri inni come "Nie wieder" e "Die Abrechnung", od alla fiera compostezza delle ballatone "Der naechste" e "Spiegel meiner Seele"? (Hadrianus)

The Cruxshadows: Sophia (CDS - Dancing Ferrett/Audioglobe, 2006). Riecco gli amati/odiati Cruxshadows. Pochi gruppi sono riusciti a dividere l'audience "gothic" come la formazione americana, che torna alla ribalta con questo nuovo singolo, ad anticipare il nuovo album "Dreamcypher" annunciato per Gennaio 2007 e sopratutto il nuovo e lungo tour mondiale che toccherà anche l'Italia per tre date tra fine Ottobre/inizio Novembre. La band di Rogue rimane fedele al suo sound che miscela atmosfere "gothic" con un tocco di elettronica, per un melting-pot che fa storcere il naso a molti (che li trovano troppo leggeri), ma che al contempo piace a molti altri; personalmente non nego le mie simpatie per la band americana, che trovo non certo trascendentale, ma assolutamente godibile e meglio di tante altre cose, ma tant'è, ad ognuno i suoi gusti. Il cd in questione è articolato in 5 tracce, con la title-track presente in tre versioni a cui vanno aggiunte le inedite ed esclusive "Titan" e "Adrift". "Sophia" è il classico pezzo "alla Cruxshadows": pomposa e sognante, caratterizzata da marchi di fabbrica come la voce di Rogue, i robusti riff di chitarra e gli assoli di violino (almeno per i miei gusti uno dei punti di forza nel sound dei Cruxshadows). Come detto, viene proposta in tre versioni (album, radio e Club mix) che a dire il vero non si differenziano molto tra loro: un brano discreto ma che non possiede il fascino evocativo delle varie "Return", "Dragonfly" e "Winterborn". Tra le altre due tracce, preferisco "Titan", la cui struttura è piuttosto simile a quella di "Sophia" piuttosto che "Adrift", brano che sa tanto di riempitivo. Aspettiamo il nuovo album, sperando che sia al livello del precedente "Ethernaut". Web: http://www.cruxshadows.com. (Candyman)

Cult Of Luna: Somewhere along the highway (CD - Earache, 2006). Non posso dire di essere una grande appassionata di post-metal e di tutte quelle band che propongono materiale caratterizzato da un’alternanza tra granitici “wall of sound” e parti lente e melodiche, ma devo dire che nel nostro paese questo tipo di scena ha un discreto seguito e che gli album di formazioni come Cult Of Luna, Isis e Pelican sono ormai diventati oggetto di culto per parecchi ascoltatori. In particolare vorrei occuparmi del primo tra i gruppi nominati, che con il nuovo Somewhere along the highway scrive un’altra pagina nella storia del genere cui appartiene, e che con ogni probabilità raccoglierà grandi consensi di pubblico, anche se personalmente non posso dire che queste sette tracce mi abbiano entusiasmato granché. La verità è che riconosco la bravura del combo svedese e credo sia molto abile nel costruire pezzi nei quali convivono stati d’animo diversissimi tra loro, ma non trovo nulla di esaltante in tale approccio alla materia musicale, più che altro perché nel disco c’è una grossa differenza di qualità tra le parti più intense e pesanti (decisamente le migliori secondo me…) e quelle più tranquille e rilassate, che purtroppo sono troppo numerose e talvolta risultano di una noia mortale. Spesso e volentieri si ha la sensazione di ascoltare una band post-rock invece che una post-metal, e ciò non è un buon segno perché indica che i Cult Of Luna stanno un po’ esaurendo la loro vena creativa e stanno cercando facili scappatoie, che ovviamente non possono dare origine a risultati ragguardevoli!! Come ho già detto tendo ad essere molto critica quando si tratta di esprimere un parere sulle band appartenenti a questo tipo di scena, per cui non vorrei sviare tutti coloro che, a differenza della sottoscritta, le amano in maniera viscerale e sono propensi ad apprezzare tutte le loro produzioni. Piuttosto direi che l’avvertimento va a quelli che guardano con un po’ di sospetto certe release, e che magari sono attratti più dal nome che dall’effettiva sostanza che sta dietro di esso: in questo caso il mio consiglio è di andarci cauti e di non aspettarsi troppo, perché il rischio di rimanere delusi c’è, ed è anche abbastanza alto… Web: http://www.cultofluna.com/. (Grendel)

Eki: Beyond the fog (CD - Autoproduzione, 2006). Gli stilemi Ant-Zeniani hanno fatto scuola anche dalle nostre parti. E, per fortuna, non con progetti di volgari imitatori. I veneti Eki, con questa autoproduzione, riportano a suoni cari ad alcune delle più celebri realtà dell’etichetta, quali Converter e Iszoloscope, e acts meno conosciuti ma qualitativamente al di sopra di molti come Sulphuric Saliva. E declinano la definizione di “industrial” nella ricerca di uno stile personale, lungo un percorso a volte discontinuo ma “mirato”. “Uber” è un ottimo episodio, permeato di un’atmosfera malvagiamente eterea contaminata da virate rhythmic noise; ma è soprattutto l’ipnotica “Declin” a colpire, tra beats incalzanti e filtri metallici, e a mio parere è la via in cui Eki possono sviluppare al meglio le loro potenzialità. Attendiamo altri segnali: c’è assolutamente di che ben sperare. (LilleRoger)

En Velours Noir featuring Maethelyiah: Dans Les Fleurs De Velours Noir (CD - Musa Ermeticka/A.W.F., 2006). Una nuova interessante realizzazione del progetto musicale di Luigi Mennella alias En Velours Noir. Su un supporto vinyl style l'artista ci propone alcune composizioni per gran piano realizzate da tempo ma lasciate nel cassetto per propria scelta, sia perché ritenute non adeguate ad una presentazione sul piano commerciale, sia soprattutto perché la tecnica analogica era, per l'autore, assolutamente insoddisfacente. Le registrazioni dell'epoca sono state totalmente rieditate ed in più la tecnica pianistica dell'autore si è coniugata con l'elevata espressività della voce di Maethelyiah, già nota singer dei Blooding Mask ed oggi leader del progetto Ajanuary Field. Senza rinunciare al gusto neoclassico delle sue composizioni, l'autore amplia i suoi orizzonti verso suggestioni dark ambient particolarmente intense. Il tono decadentistico delle composizioni è suggellato dai testi attinti, oltre che da poesie dello stesso Mennella, dalle liriche di Baudelaire, Verlaine, Leopardi e, a sottolineare un certo carattere esoterico del messaggio artistico proposto, perfino di Aleister Crowley. Alcune tracks, forse per una presenza ossessiva del cantato/recitato, non sono sempre incisive, ma davvero stupenda è "The Garland", dai toni molto onirici. L'arrangiamento classicheggiante dei brani la fa da padrone coniugandosi con sonorità oscure a tratti inquietanti. Certe atmosfere da belle epoque contribuiscono poi a rendere particolarmente raffinata la musica di questo autore che coraggiosamente - perché incurante del mercato, anche di genere - persevera nella sua ricerca estetica profondamente spirituale. Web: http://www.mennella.info/me.htm. email: me@awf.it. (S*Tox)

Frozen Plasma: Irony (CDS - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006). Uno dei dischi che mi ha maggiormente entusiasmato in questi ultimi mesi è "Artificial", l'album d'esordio dei Frozen Plasma; il duo composto da Vasi Vallis e Felix Marc ha infatti realizzato un ottimo album elettro-pop ricco di brani accattivanti e convincenti sin dal primo ascolto. Tra queste (anche se personalmente le preferisco almeno altri 4 o 5 brani) anche "Irony", che viene qui però riproposta in ben 7 delle 10 tracce che compongono questo cd single (all'inedita "Artificial", presente in 3 versioni, il compito di completare la tracklist), ovvero: quando è troppo è troppo. Ferma restando la gradevolezza del brano infatti, trovo che questi singoli (in questo caso tiratura limitata a 1.000 copie) siano un pò una presa per i fondelli nei confronti dei fans e non so a quante persone interessi "smazzarsi" sette versioni della stessa canzone. Su quest'abbuffata di remix spendo due parole solo su quello dei Rotersand (ormai onnipresenti dove c'è qualcosa da remixare) in quanto risulta il piu' originale del lotto ed indubbiamente quello che stravolge maggiormente la versione originale. Davvero poco entusiasmante l'inedita "Artificial" per un mcd quindi che, a mio avviso, non merita molta considerazione; se non l'avete ancora fatto invece, buttatevi senza esitazione sull'album. Web: http://www.frozenplasma.com. (Candyman)

Heimataerde: Kadavergehorsam (CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006). Tornano a risuonare le cornamuse di Heimataerde. Il misterioso progetto "elettro-medioevale", giunge al suo secondo album, riproponendo la formula che un paio d'anni fa l'aveva portato alla ribalta; se però il precedente "Gotteskrieger", pur non essendo niente di trascendentale, poteva giovarsi dell'effetto sorpresa, "Kadavergehorsam" segna un pò il passo e sa tanto di già sentito: le solite cornamuse, i soliti clangori metallico-industriali, voce distorta, ritmi incalzanti (in un pezzo come "Morituri Salutant" entriamo in territori ai limiti dell'harsh-elettro) e le solite tematiche da crociato ("Jerusalem"), Patria, miti medioevali ("Koenig von Thule"), guerra, Dio e Morte (un pezzo si intitola proprio così). Tanto "deja vu" insomma, per un disco che tutto sommato non trovo brutto, ma che nemmeno riesce a convincermi; indubbiamente in alcuni singoli episodi il lavoro risulta anche piacevole ("Die schlacht" ad esempio è un brano che mi piace e che vedrei molto bene nelle playlist dei djs), ma nel complesso il disco mi pare "ridondante", senza capo nè coda, una (troppo lunga) sequenza di brani (ben 15) che alla lunga corre il rischio di stancare l'ascoltatore. Web: http://www.heimataerde.de. (Candyman)

Hidden Place: Weather Station (CD - Autoproduzione, 2005). Assimilata al meglio la lezione di "colossi" come Kirlian Camera e Frozen Autumn, gli Hidden Place assemblano i 10 piccoli gioielli che costituiscono "Weather Station". Di tutto rispetto l'opera prima di questa band italiana (che recensisco con colpevole ritardo, tanto che è già in arrivo un nuovo lavoro), caratterizzata da synth freddi e taglienti, atmosfere cupe e malinconiche (che senza troppa fantasia definirò "autunnali"), alternanza nel cantato tra la voce maschile (filtrata "alla Bergamini") e voce femminile. Brani come "Centrali termoelettriche", "Pure Ice", "Flowers of loneliness", "Helden" e "A day without time" sono le punte di diamante di questo cd, assolutamente da consigliare a quanti apprezzano Kirlian Camera e Frozen Autumn; da tali gruppi gli Hidden Place hanno innegabilmente tratto ispirazione, sviluppando però un lavoro valido ed apprezzabile che va ben al di là della mera copiatura a cui troppo spesso siamo abituati. Un brillantissimo esordio che sono certo troverà nel prossimo disco un degno successore. Web: http://www.myspace.com/hiddenplaceitalia. (Candyman)

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