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Reliquary: Winter World
(CD - Final Joy Records, 2006).
Album d’esordio per il gruppo statunitense dei Reliquary che finalmente riportano in auge il gothic rock americano con un ottimo lavoro che mi fa subito venire alla mente le sonorità dei grandi Faith of the Muse, o ancora di più degli ormai molto lontani Requiem in White. Gotico americano dunque, oscuro e potente, basso, chitarra e tastiere in primo piano più una voce femminile sensuale ed evocativa, che costruisce elaborate linee melodiche: questo è Winter World. Ma giustamente siamo anche negli anni 2000 e non si può certo dire che i Reliquary vivano solo del passato; nella loro musica i richiami elettronici sono certamente presenti (e i ringraziamenti a gruppi come The Last Dance o Cruxshadows lo fanno capire chiaramente, come il look di Suriel e del buon (!) Loki), ma l’approccio di fondo della loro musica rispetto a quello degli ultimi due gruppi testé nominati è certamente molto diverso, molto più “dark” e romantico, come denota anche l’uso delle tastiere alla Cure, ad esempio nella bella “Trinity”. Kara alla voce, Loki alle chitarre e Suriel al basso e tastiere riescono a costruire un muro di suoni ricco di suggestioni e di affascinanti linee melodiche che non ha cadute di tono per tutto l’album dando vita ad un insieme molto unitario e compatto, senza per questo risultare ripetitivo o monotono. Tutti i brani meritano di essere nominati, ma non si può non citare almeno la conclusiva "Lakme", tema molto famoso di Delibes, ripreso anche nel prologo, che costituisce una sorta di punto di riferimento del CD, reinterpretato in maniera davvero notevole ed originale. In conclusione un lavoro che mi ha colpito e appassionato e che raccomando con forza a tutti gli appassionati del genere.
Web: http://www.reliquary.org/.
(Mircalla)
Riverside: Voices in my head
(MCD - InsideOut Music/Audioglobe, 2006).
E' ancora fresco di pubblicazione "Second life syndrome", loro secondo disco sulla lunga distanza, ed ecco che i sorprendenti polacchi Riverside offrono ai nostri desiosi padiglioni auricolari, ed al nostro spirito!, l'ascolto di nuove emozionanti canzoni. Questo mini contiene infatti cinque pezzi di recente composizione, i quali li avvicinano ulteriormente a quanto propostoci negli ultimi anni dal genietto inglese Steven Wilson colla sua creatura Porcupine Tree, ed è completato da tre versioni live di brani facenti parte della scaletta del loro omonimo debut (per diver di precisione trattasi di "I believe", "Loose heart" e di "Out of myself"). La simiglianza coi citati mentori albionici è davvero sorprendente in episodi quali "Acronym love" (presente pure il video di questo pezzo), "Stuck between" (si ascoltino le chitarre!) e "Dna ts. Rednum or F. Raf" (titolo da oscar dell'originalità), sensazione rafforzata dall'incredibile tono del vocalist Mariusz Duda (vero clone di Wilson), ma questi brani suonano egualmente freschi, contenendo tra le pieghe più recondite di ogni uno elementi che si possono far risalire pure agli Anathema. Musica crepuscolare, adattissima ad un ascolto in cuffia, ideale sottofondo per solinghe cogitazioni, quando la luce lascia lentamente spazio alla tenebra, la quale ci avvolge colle sue protettive spire. Encomiabile la preparazione tecnica del giuovine quartetto (esaltata dalle versioni dal vivo sopracitate), che inoltre, proprio per la fresca età, può ambire ad ulteriore maturazione. Ma non pretendiamo troppo, e per ora accontentiamoci di questa manciata di bellissime canzoni.
Web: http://www.riverside.art.pl.
(Hadrianus)
Scrap.Edx: Recoil the void
(CD - Hands/Audioglobe, 2006).
Il progetto Scrap.Edx risponde al nome di Joshua Colella, 26enne attivo da anni nella scena statunitense, che con il suo terzo album “Recoil the Void” tenta l’assalto anche all’audience europea. Pur non offrendo nessuna sostanziale novità a quanto già sentito nel genere (che comunque per sua natura non si presta ad eccessive “uscite dal coro”…), i 74 minuti di “Recoil the void” scorrono in maniera fluida ma incisiva, in 9 lunghi brani di rhythmic-industrial-noise ognuno costruito come un crescendo, in un intensificarsi continuo ad ogni beat, in un incedere regolare che non sfocia però mai nel monocorde. “Machine Death” piacerà molto a chi ha venerato Punch Inc. ed è rimasto deluso dall’ultima release, come se questa track rappresentasse quello che avrebbero potuto fare se-solo-avessero-voluto concentrarsi maggiormente sulla "dancing area": una hit martellante passibile di diventare un tormentone da discoteca industriale. E “Show me the meaning of haste” rafforza e ribadisce il concetto, seguita da una “Cut.Conceive.Crawl” che si porta su binari più minimali, quasi da club, prima di sfociare nell’incedere cupo e paranoico di “”Rotting utopic fruit”. Non mancano episodi più “elaborati”, esemplificati dalla title-track, in cui Joshua Colella archivia almeno in parte la vocazione al ritmo per tessere intrecci sonori quasi vicini all’ambient, districandoli poi nella verve annichilente dei suoi beats. Scrap.Edx, senza pretendere troni, non si accontenta di rimanere “uno dei tanti”, e “Recoil the void” mostra la tenacia per emergere dal limbo di nomi e di “questo-somiglia-a” frequenti all’interno del genere. I requisiti non mancano. Intanto, un altro colpo messo a segno dalla Hands, sempre più foriera di novità interessanti, e sempre più garanzia di ascolti di qualità.
Web: http://www.scrapedx.com/.
(LilleRoger)
Sinbeats: Sinbeats
(CD - Finest Noise/SXDistribution, 2006).
Incisive linee di basso, chitarre belle grintose e sempre in primo piano, un percussionismo energetico, una voce ottimamente impostata ed un gran gusto per la melodia fanno di "Sinbeats" un disco assai piacevole, godibilissimo nel suo essere dichiaratamente pop senza risultare stucchevole, tutt'altro! Canzoni travolgenti, di quelle che ti fanno battere il piedino e ciondolare la testa con soddisfazione, un riuscito amalgama di new-wave darkeggiante ed indie-rock steso alla perfezione su tredici brani irresistibili, come la triade iniziale "Down the line", "Farewell" e la composta "All your sundays", senza subire cadute di tono nel prosieguo del disco, una serie ininterrotta di potenziali singoli che mettono in mostra la spiccata attitudine di Wolfgang Huth e di Harry Wolff a comporre pezzi facilmente memorizzabili. C'è spazio per situazioni più oscure, come la ballata "Annabel Lee", dal retrogusto vagamente Sisters Of Mercy, dotata nel finale, più grintoso, di un piacevole assolo della sei corde. Non conoscendoli affatto, ho navigato qua e là, nello sconfinato oceano della rete e mi sono imbattuto in una recensione, in teutonico (i Sinbeats sono tedeschi), la quale chiamava in ballo addirittura i vecchi Bolshoi, un tuffo al cuore per il sottoscritto, un nome che a schiuso improvvisamente le porte della memoria: il paragone calza a pennello! Ma c'è spazio pure per l'incedere epico di certe cavalcate firmate Mission, come in "I want my analogue life now", o per chitarre a la Cure ("Burning all stars") rivisitate quanto basta per farle apparire al passo coi tempi. Ecco un gruppo che sa citare i propri maestri senza cadere nel plagio (vi troverete pure scorie di U2, The Smiths... eppoi giuocateci un pochino pure voi, a scovarne altri). Visto il successo di Artic Monkeys, Editors e compagnia (cantante), un meritato posticino al sole pure i Sinbeats se lo meritano, considerato l'immenso potenziale commerciale racchiuso in brani come "Zero", pronti ad esplodere in faccia all'ascoltatore. A proposito, la bio lo cita come new CD ma non sono riuscito a reperire notizie circa altri dischi da loro pubblicati.
Per informazioni: www.sinbeats.net.
Web: http://www.sxdistribution.de.
(Hadrianus)
Siouxsie & The Banshees: Join Hands, Kaleidoscope, Ju Ju
(CD - Polydor, 2006).
Preceduti dalla ristampa in "deluxe edition" (cd rimasterizzato con secondo dischetto contenente numerose bonus tracks) di "The Scream", primo album della formidabile discografia di Siouxsie & The Banshees, ecco ora approdare sul mercato i primi quattro album della band inglese: oltre a "The Scream" (di cui non tratteremo in questa recensione, essendosene già occupato il nostro direttore Christian Dex tempo fa), ecco "Join Hands", "Kaleidoscope" e "Ju Ju". Si tratta di dischi imprescindibili per ogni appassionato di musica "dark", pietre miliari di un genere di cui la band capitanata da Siouxsie Sioux rappresenta a pieno merito uno dei piu' illustri esponenti. Le nuove versioni si presentano in cd singolo, rimasterizzate, con l'aggiunta di varie bonus tracks (particolarmente numerose su "Kaleidoscope") e con booklet corredati di testi e foto. Partiamo quindi da "Join Hands", anno di grazia 1979, un lavoro difficile ed oscuro, sicuramente il piu' ostico della discografia dei Banshees, che si staccava nettamente dallo stile punk di "The Scream". Aperto dalla minimale e funerea "Poppy Day", l'album si snoda attraverso atmosfere plumbee e claustrofobiche, lasciando comunque spazio ad episodi immortali come "Placebo effect", "Icon" e "Playground twist". Come "bonus tracks" abbiamo la celeberrima "Love in a void" e l'inedita "Infantry". Il 1980 vede la pubblicazione di "Kaleidoscope", per un altro brusco stacco rispetto all'album precedente; nel nuovo album è forte l'utilizzo di strumentazioni elettroniche che danno nuova linfa al sound dei Banshees, producendo un disco ricco di spunti e di "hits", a scapito forse di una mancanza di omogeneità che non mancò all'epoca di procurare critiche al disco, che per me rimane comunque piu' che buono. Brani come "Happy House" e "Christine" non hanno certo bisogno di presentazioni anche se chi scrive è particolarmente legato a "Paradise place", "Red light" e "Trophy"; ben 9 le bonus tracks, tra cui "Eve white/Eve black" (anche se in una grezza e primordiale versione "demo") e il leggendario singolo "Israel". Il disco che segna probabilmente il momento di massima celebrità per Siouxsie & The Banshees è "Ju Ju" (1981), un disco che incarna appieno il significato di "dark music", un capolavoro gotico da gustare dalla prima all'ultima traccia, per quello che per molti è il miglio album dei Banshees (nella mia personale classifica è secondo solo a "Tinderbox", disco che seppur pubblicato nel 1986, quando la parabola della band inglese aveva ormai segnato la fase discendente, rappresenta uno splendido colpo di coda). Le nove tracce di "Ju Ju" sono "evergreen dark" (mi si scusi la definizione) su cui è inutile dilungarsi: dopo tanti anni di ascolti un brano come "Night Shift" mi provoca ancora emozioni intense; "Spellbound" sono oramai stanco di sentirla in discoteca, ma non posso non riconoscerne il valore assoluto, "Sin in my heart" è trascinante come poche altre, "Halloween" e "Vodoo dolly" sono la quintessenza del dark! Tre le bonus tracks per questo cd: le versioni 12'' di "Spellbound" ed "Arabian Knights" ed il singolo "Fireworks"(Nigel Gray version). Ha ancora senso recensire dischi sulle cui spalle grava ormai un quarto di secolo? A mio parere la risposta è "sì", anzi, a maggior ragione, nello sconsolante panorama musicale attuale, dove è sempre piu' raro imbattersi in dischi di valore, dove ci tocca sentire commenti esaltati per dischi assolutamente mediocri, questi dischi rappresentano una boccata d'ossigeno e rifulgono come gemme, piu' lucenti che mai. La buona musica non ha età e ben venga la possibilità per fans vecchi e nuovi di poter mettere le mani su prodotti di questo spessore. Ringrazio il cielo di aver mosso i miei primi passi in questo genere musicale ascoltando (tra gli altri) Siouxsie & The Banshees.... fossi un neofita a cui capitano tra le mani i Tamtrum o gli Agonoize, probabilmente mi darei a Tiziano Ferro!
Web: http://www.thebansheesandothercreatures.co.uk/.
(Candyman)
Siouxsie & The Banshees: Nocturne
(DVD, 2006).
Unitamente alla ristampa dei primi quattro album, un'altra chicca per i fans di Siouxsie & The Banshees è rappresentata dalla pubblicazione in DVD di "Nocturne", leggendario "live" testimonianza di due concerti tenuti il 30 settembre e l'1 ottobre 1983 alla Royal Albert Hall e sin'ora disponibile solo in vhs (nonchè in cd e doppio vinile). Il DVD ci propone 12 brani eseguiti nel corso dei due concerti, eventi che suggellarono il periodo di massimo splendore per Siouxsie & The Banshees, all'epoca giunti ai vertici del successo commerciale in Inghilterra e non solo. Sul palco, una band in splendida forma, guidata dall'affascinante Siouxsie Sioux, "dark queen" per antonomasia, coadiuvata da Steven Severin al basso, Budgie alle percussioni e Robert Smith alla chitarra, si produce nell'esecuzione di brani epocali come "Israel", "Cascade", "Nightshift", "Sin in my heart", ecc... che ancora a distanza di tanti anni mi colpiscono e mi danno emozioni, suscitando tanti ricordi; personalmente ho avuto la fortuna di vedere diverse volte Siouxsie & The Banshees dal vivo in Italia, ma ritengo che i concerti immortalati in "Nocturne" rappresentino il "top" di quanto la band inglese potesse esprimere sul palco. Un dvd quindi da avere assolutamente e per renderlo ancora piu' appetibile (oltre all'indubbia maggior qualità audio/video di un dvd rispetto ad un vhs), ecco dei gustosi "extra": abbiamo il videoclip di "Dear Prudence" girato a Venezia, "Melt" e "Painted bird" eseguite all'interno di un programma della tv inglese e "Play at home", un delirante special realizzato per Channel 4, con i nostri calati nel contesto di "Alice nel paese delle meraviglie", all'interno del quale vengono inseriti brani di Banshees, Creatures e Glove; al di là del suo valore "storico", devo dire che questo special può risultare un pò noioso per chi non abbia una perfetta padronanza dell'inglese, ma è solo un dettaglio che non va certo ad inficiare la valenza di un prodotto assolutamente da avere per tutti i fans di Siouxsie & The Banshees.
Web: http://www.thebansheesandothercreatures.co.uk.
(Candyman)
Skeletal Family: Sakura
(CD - Gepek/Masterpiece Distribution, 2005).
Epoca di reunion... Ormai è un'abitudine, tanto che non ci si meraviglia, più di tanto, quando ci si imbatte nel nome del risorto di turno. Ora la lista si allunga con gli onesti Skeletal Family, gruppo che, quando Hadrianus vantava una ben più verde età, seppe garantirsi una certa meritata notorietà grazie ad albi come il debut "Burning oil" e "Futile combat" ed una nutrita serie di singoli. Confesso che allora non li filai troppo, sopra tutto dopo che la cantante Anne-Marie Hurst abbandonò il combo per raggiungere Gary Marx nei Ghost Dance. All'epoca subivo a tal punto l'influsso della cricca Sisters ed ex, che da quel momento praticamente mi disinteressai degli SF, non ostante gli ottimi responsi ottenuti da "Restless" e dal single "Just a minute", probabilmente il loro maggior successo in sede di classifica. Nel 2002 il bassista Roger (per gli amici Trotwood) Nowell ed il chitarrista Stan Greenwood decisero, in considerazione della curiosità che il nome del gruppo ancora suscitava tra il pubblico, di riformare la loro creatura, esattamente ad una ventina di anni dalla nascita. Rin-serrate le fila, con il tastierista Karl-Heinz Taylor, il batterista Martin Henderson, la seconda cantante Katrina ed il marito di lei Dante alla chitarra ritmica, i nostri festeggiarono i quattro lustri di attività con un concerto tenutosi in quel di Leeds. Il resto è storia recente: una nuova vocalist, Claire (Katrina vivendo in quel di New York non poteva certo garantire continuità alla sua presenza), nuova serie di concerti nel Regno Unito, in Europa e negli States, ed infine un nuovo parto discografico, il presente "Sakura". Terminata l' ora di storia alla quale il vecchio Had vi ha costretti, per chi, esausto, non ha mollato la presa (vi abbraccerei tutti; credetemi, non posso esimermi dal rinvangare il passato e dare aria a queste stantie zolle della mia sbiadita memoria!), spendiamo allora qualche parolina per questa dozzina di songs, fra le quali mi piacciono parecchio "Lies", "Hearts beating", "Waiting" (decisamente eighties) e la vagamente curiana "Only sometimes", mentre proprio bruttina si è rivelata "Nightclubbing" (le canzoni da night lasciatele a Fred Bongusto, lui è un maestro nel genere...), insulsa nel suo presunto ancheggiare da stagionata sciantosa. Il basso del buon Trotwood introduce "All my best friends", brano che profuma Siouxie lontano un kilometro, e che si rivela episodio assai positivo (anche se la volonterosa Claire non è poi che sia quella gran cantante, risultando i suoi gorgheggi sovente forzati e fuori registro), ed è protagonista pure in "Delerium", attraversata da chitarre vagamente space e caratterizzata da un percussionismo tribaleggiante (come ai bei vecchi tempi); "Alive again" conserva un certo mood a la Roxy Music dei primi due dischi (avete presente "In every dream home a heartache"? Beh, più o meno ci siamo, come coordinate, manca certamente la classe e l' appeal glamour, è ovvio), mentre "Freak" è proprio una bella cavalcata, ancorata al passato ma decisamente piacevole. Ancora "Lullaby of hate", con chitarrine delicate ed un discreto sax, un pezzo pop se non altro gradevole, e la riuscita cover di "Gut feeling" dei Devo (che magarì lascerà indifferenti i fan dei fratelli Casales). Che dire di questa nuova incarnazione degli Skeletal Family? Certo il nome un certo blasone lo possiede, ma oggidì, con un mercato letteralmente soverchiato di uscite, questo non può bastare. Alcuni pezzi sono troppo scontati, se non addirittura moscetti, della cantante ho già detto, e non voglio infierire oltre (almeno pare carina, dalle foto del booklet). Per chi non ha nulla di loro, meglio andare alla ricerca dei vecchi dischi, prima di approcciare all'attuale. Per i più scafati, solo la curiosità di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di un gruppo del passato può giustificare l'acquisto di "Sakura". Forse il futuro ci riserverà prove più convincenti!
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Skoyz: Hologram
(CD - Cortex Records/Audioglobe, 2006).
E' bello quando si rimane positivamente sorpresi da dischi su cui non si riponevano particolari aspettative. E' quanto mi è capitato dopo l'ascolto di "Hologram", secondo album per gli Skoyz, a quattro anni di distanza dal precedente "Decay", rivelatosi come un disco indubbiamente interessante ed originale. Le 15 tracce che costituiscono l'album (tra esse sei remix) sviluppano un' elettronica oscura che può trovare nel sound degli Headscan e del loro recente "Pattern recognition" un buon termine di paragone; il sound della band francese spazia dall'EBM alla techno all'industrial, miscelando il tutto ed ottenendo un risultato assolutamente piacevole e che si scosta nettamente da tante produzioni massificate ed appiattite sulle abusate formule "harsh" e "synth-pop", a favore di brani freddi ed oscuri, che avvolgono l'ascoltatore trasportandolo in una sorta di viaggio negli angoli piu' reconditi ed oscuri dello spazio. Pur non essendo un disco prettamente concepito per i dancefloors, "Hologram" include brani come "Reflexion", "Distress signal", "Cold colour" e "Distorted dreams" dalle indubbie potenzialità dance, pur restando legati alle sonorità techno-oscure sopra descritte; di tutto rispetto anche i remix, per i quali, oltre agli stessi Skoyz, intervengono Interlace, Destroid, Neon Cage Experiment, Polygon e The Crystalline Effect. Un disco quindi assolutamente pregevole per soddisfare i palati di chi dalla musica elettronica si aspetta qualcosa di piu' di semplici "hits" da discoteca.
Web: http://www.cortex-records.com.
(Candyman)
Spektralized: Capture the moment
(CD - Accession Records/Audioglobe, 2006).
A tre anni di distanza dal precedente album "Elements of truth" (prodotto da Sebastian Komor), tornano gli Spektralized con un disco di elettro-pop assolutamente gradevole. "Capture the moment" è un disco di puro disimpegno, in cui si alternano brani maggiormente ballabili come "Of the end", "Shy" e "Broken Thorn" ed episodi piu' rilassati ed intimisti ("Beneath you"), il tutto all'insegna di melodie facili ed immediate, per un disco di puro entertainment che pur senza avere grandi pretese (e di cui penso che tra qualche mese nessuno piu' si ricorderà) risulta meglio di tante altre ciofeche "harsh" attualmente sul mercato. Quantomeno qui abbiamo una bella voce e melodie fresche ed ariose (al termine pop premettere il suffisso che preferite tra future e synth) per una band che può soddisfare tanto i fans di Colony 5 e Z-Prochek quanto quelli di Icon of Coil e VNV Nation. Ideale colonna sonora per viaggi estivi in auto.
Web: http://www.spektralized.com.
(Candyman)
Spiritual Front: Armageddon gigolo
(CD - Trisol/Audioglobe, 2006).
È davvero uno strano paese l’Italia. Ci sono gruppi che solo per il fatto di aver realizzato uno o due album credono di aver conquistato traguardi incredibili e di aver scritto pagine indelebili della storia della musica, ma ce ne sono anche alcuni che hanno un modo di fare diametralmente opposto, e che non pensano di essere in grado di poter raggiungere nessun importante obiettivo. Quest’ultimo atteggiamento, a mio parere, è il problema più grande degli Spiritual Front, una formazione che col passare del tempo è cresciuta moltissimo ed ha dimostrato di avere talento da vendere, ma che per qualche inspiegabile motivo “non ci crede” e non nutre una gran fiducia nei propri mezzi… Ecco perché dopo parecchi anni di attività Simone Salvatori e compagni si ritrovano ancora cucita addosso l’etichetta (ormai vetusta e poco rappresentativa) di “neo-folk band”, oltre al fatto di essere conosciuti solo ed esclusivamente nel ristretto ambito gothic (quando invece potrebbero aspirare ad un successo ben maggiore di quello riscosso finora, nonché a platee molto più ampie!). Eh sì perché la musica dei romani ha ormai assunto connotazioni tali da poter essere considerata appetibile anche da un pubblico alternative/indie rock, difatti ai brani di Armageddon gigolo non mancano né l’immediatezza, né l’intensità e tantomeno l’efficacia, abbinate tra l’altro a quel certo non so che capace di renderli piuttosto diversi da qualsiasi altra cosa si possa sentire in giro al momento. È difficile non rimanere colpiti dal ritornello catchy di “Jesus died in Las Vegas”, dal mood classicheggiante di “My kingdom for a horse” (pezzo che, oltretutto, è abbellito da una sezione d’archi da urlo!), dalla sensualità di “Bastard angel” (un interessante esempio di tango-rock e di come tradizione e modernità possono tranquillamente coesistere…), dalle sonorità gospel di “Redemption or myself”, dalle atmosfere southern di “Ragged bed” e in generale dalla malinconia che traspare da ogni singola nota presente nel disco, ma è anche vero che la prima volta che l’ho sentito mi sono chiesta come sarebbe stato se qualche produttore in gamba avesse potuto metterci le mani, dando al gruppo preziosi consigli e soprattutto sistemando certe cosette non proprio convincenti. In particolare mi sembra che il buon Simone debba ancora perfezionare alcuni aspetti legati alle vocals (l’interpretazione è ragguardevole ma ogni tanto qualche piccola stecca la prende pure lui…) e che il sound manchi un po’ di potenza ed equilibrio, caratteristiche che, se presenti, avrebbero reso questo cd davvero bellissimo. Purtroppo l’impressione che si ha è che si tratti di materiale in sé e per sé molto pregiato ma ancora un po’ troppo grezzo e di stampo artigianale, e ciò significa che per la band è davvero arrivato il momento di fare progetti più ambiziosi, di non sprecare le proprie energie e di tentare il fatidico salto di qualità, magari trovando un’etichetta in grado di valorizzarne appieno il potenziale e di smussare certi angoli ancora un po’ troppo “aguzzi” (vedi ad esempio l’estrema tamarraggine di tutta la componente estetico/visuale/grafica relativa a questo progetto musicale…). In fin dei conti se il pubblico indie rock ama (e ascolta indifferentemente) gente come Nick Cave, i Calexico o addirittura il noiosissimo (!!) Bright Eyes, perché non dovrebbe apprezzare anche gli Spiritual Front??
Web: http://www.spiritualfront.com/.
(Grendel)
Teatro Satanico Muzakiller: omonimo
(CD - Sottomondo Edizioni, 2006).
Il Teatro Satanico Charles Manson è tornato, stavolta in collaborazione con Youcide del progetto Muzakiller, per disturbare il sonno dei benpensanti. Al solito si uniscono un'attitudine surreale e ironica verso l'atto artistico, (sano) anticlericalismo, ambientazioni sonori torbide e ossessive, sperimentazioni ed estremismi vari. Dal punto di vista musicale il CD è molto vario: si spazia dalle atmosfere ambient (la seconda parte di "Programmazione neurolinguistica", quasi in stile Raison d'Être) al doom industriale di "Bastardo!", dalle insolite soluzioni ritmiche di "Venetaranta" a momenti più propriamente rumoristici ("Nichilismo teontologico", "Introibo ad alterem diaboli"). Come di consueto anche in quest'opera non mancano momenti ironici e dissacranti: già il titolo del brano "Venetaranta" è un piccolo cult mentre un puro esempio dell'humor nerissimo e corrosivo tipico di questo progetto si ha nel testo di "Uomo, donna, dio". D'altra parte l'ironia serve a "spezzare" l'atmosfera cupa del CD, resa ancora più pesante da alcuni brani "forti" che colpiscono allo stomaco l'ascoltatore. Non si tratta tanto di irruenze sonore quanto del modo con cui i suoni si compongono ai testi. In questo CD sono due gli episodi di questo tipo, ovvero "Disciplina Scolastica" e il video di "Piccina". Il primo è una sorta di inquietantissima cronaca di una violenza ai danni di una bambina, nelle parole dello stupratore. Il testo è molto ambiguo, tutt'altro che didascalico, e viene recitato in modo molto convincente su un ossessivo loop di tastiere. Un vero pugno nello stomaco! Altrettanto disturbante è il video di "Piccina", una specie di fiaba nerissima che narra di una mefistofelica bambina killer. Il video è costruito con gli inquietanti disegni di Youcide e Rakna, le cui opere compaiono anche nel booklet del CD, mentre una tetrissima base musicale accompagna il testo recitato. Ancora una riuscitissima opera da una delle più originali e intelligenti (nonché longeve) realtà alternative italiane. Da supportare a spada tratta!
Web: http://www.sottomondo.com.
(Christian Dex)
Towers Of London: Blood, sweat & towers
(CD - TVT/Edel, 2006).
Ultimamente si è fatto un gran parlare dei Towers Of London, cinque ragazzotti magrissimi e cotonatissimi che si sono fatti notare soprattutto per la loro diversità dalla miriade di nuove band che stanno affollando la scena alternative-rock britannica. Eh sì perché i nostri non sono di quelli che si dedicano al revival della new wave, ma appartengono ad una categoria di individui ben più tamarri e molto poco trendy (per certi versi anche loro stanno rinverdendo i fasti di generi che erano in auge diversi anni fa, ma in questo caso si tratta di street rock e punk ’77!). Prima di ascoltare il debut album avevo sentito un paio di singoli ed avevo avuto l’impressione che la musica dei Towers si avvicinasse molto di più a quella dei Sex Pistols che non a quella di Quireboys, Dogs D’Amour o di qualsiasi altro gruppo glam inglese o americano, ma adesso posso affermare (anche con un certo disappunto…) che il quintetto, invece di scegliere la via del marciume e dello scandalo, si è buttato su cose scontate e ben poco trasgressive. Insomma, credevo che Blood, sweat & towers potesse essere un cd veramente grezzo e lontano dai compromessi, con song incendiarie permeate di un sano spirito di ribellione e anticonformismo, invece mi sono ritrovata ad ascoltare pezzi che da un certo punto di vista mi hanno deluso, visto che solo in parte sono contraddistinti dalla semplicità e dalla ruvidezza del punk, e per il resto invece rimandano a cose trite e ritrite. Tra i brani migliori citerei “On a noose” e “Air guitar” (per i quali sono stati girati dei video spesso programmati dai vari canali televisivi musicali…), ma anche i divertenti “Beaujolais” (che in effetti sembra una rivisitazione in chiave glam di una canzone di Never mind the bollocks) e “Fuck it up” (quest’ultimo presente sia nella versione normale che in quella acustica…), per il resto invece valgono i discorsi fatti in precedenza, anche se ovviamente essi vanno inquadrati in un’ottica ben precisa (quella cioè di coloro che si aspettavano minimalismo e aggressività ed invece si sono dovuti sorbire un bel “minestrone” a base dei soliti luoghi comuni del rock stradaiolo!). È davvero un peccato che la band non sia riuscita a sfruttare al meglio le proprie capacità, anche perché ho l’impressione che questo disco sia stato assemblato un po’ troppo in fretta e furia, e che con maggior calma il quintetto avrebbe potuto fare qualcosa di più convincente…
Web: http://www.towersoflondon.net/.
(Grendel)
Tv On The Radio: Return to Cookie Mountain
(CD - 4AD/Self, 2006).
I Tv On The Radio sono uno dei gruppi più particolari tra quelli usciti in quest’ultimo paio d’anni. Già con il loro debut, intitolato Desperate youth, bloodthirsty babes, avevano suscitato notevole interesse e ottenuto consensi sia di pubblico che di critica, ma certamente Return to Cookie Mountain li proietterà nell’olimpo delle nuove alternative band, quelle che “fa tanto trendy ascoltare” e di cui un po’ tutti hanno almeno sentito dire qualcosa… In realtà, come già avevo anticipato all’inizio, di motivi per essere attirati dal materiale del quintetto newyorkese ce ne sono parecchi, e il primo fra tutti è senz’altro l’originalità della proposta. I nostri, infatti, non si limitano solo a comporre canzoni intriganti e immediate, ma per ognuna svolgono un lavoro certosino relativo soprattutto agli arrangiamenti e all’assemblaggio di componenti spesso diversissime tra loro. La ricerca che sta alla base della creazione di questi brani è davvero ragguardevole, non solo perché i nostri si spingono oltre il concetto (inteso in senso molto generico) di crossover e di commistione di stili, ma perché la loro musica, nonostante la complessità che quasi sempre la contraddistingue, riesce ad essere coinvolgente e anche facilmente assimilabile. Descriverla a chi non l’ha mai sentita è un compito assai arduo, difatti si potrebbe parlare di un mix tra il rock di stampo british (certi pezzi ricordano le atmosfere tipiche dei primi dischi degli U2), la new wave, l’elettronica, il soul, il jazz e il noise, ma non immaginatevi nulla di sgraziato, insensato o pesante perché i Tv On The Radio sono dei geni della stratificazione sonora e del perfetto bilanciamento delle parti, cantate o suonate che siano. Ecco perché in un cd come questo possono trovare spazio e coesistere canzoni come la dinamica e avvolgente “Wash the day away”, l’insolita “Hours” (un bell’esempio di electro-black music!), la rilassante “Providence” (in bilico tra sonorità post-rock, soul e sperimentazioni varie) o la ballata noise “Let the devil in”, ed ecco perché un personaggio del calibro di David Bowie (che tra l’altro compare nel disco come special guest…) ha mostrato tanto apprezzamento nei confronti di questa formazione, che riesce a stupire e sorprendere come poche altre sanno fare al momento. In conclusione mi resta solo una cosa da dire: se le parole “black” e “soul” usate in questa recensione vi hanno spaventato, allora Return… non è l’album che fa per voi, ma se invece siete rimasti incuriositi da ciò che avete letto, allora non esitate a procurarvelo!!
Web: http://www.tvontheradio.com/.
(Grendel)
Unknown Pleasures: No epitaph
(CD - Self-produced, 2006).
Si sono scelti un appellativo impegnativo, i laziali Unknown Pleasures. Citare i Joy Division può certamente suscitare curiosità, e definisce con sufficiente precisione i confini del genere proposto; d'altro canto, può ingenerare un moto di fastidio in tutti coloro che sono rimasti affettuosamente legati alla figura di Ian Curtis ed alle sue obscure creature poetiche. Sgombriamo subito il campo da qualsisia possibile equivoco: "No epitaph", più che un vero nuovo lavoro, una compilazione di brani tratti dai due precedenti demo del gruppo (Papaoutha" del gennaio 2004 e "Bal des Pendus" del giugno dell'anno successivo), è una raccolta di brani piacevoli e ben ispirati, che certo si rifanno ai citati modelli di riferimento ("In mourning" e "The beginnig"), ma possiedono pure un'aura decadente e vagamente psichedelica, come "Prison", che rimanda addirittura, nell'interpretazione del bravo cantante Cristian Suardi, ai Doors. "Hard & hot" ha chitarre belle pesanti, senza sconfinare del metal (tenuto decisamente, e per fortuna, alla larga dagli UP), e nel suo finale cita gli acclamati Muse. Le tastiere di Onorato Lamante introducono la crepuscolare "Pentothal", brano di sette minuti di durata che ha il pregio di mantener sempre desta l'attenzione dell'ascoltatore, una umbratile ballatona per nulla sdolcinata, che poi cresce di tono evidenziando una coesione strumentale notevole (la chitarra di Alessandro Tocco evoca paesaggi desertici, la sezione ritmica di Stefano Pestillo, basso, e Marco Sabbadini, batteria, è precisissima e dotata di grande feeling interpretativo), "The paradise sold biscuits" (titolone!)sottolinea la vena ironica dei cinque, e permette ad Onorato ed ad Alessandro di sfogare tutta la loro creatività, ed un certo malcelato amore per il nostro grande poeta perdente Nick Cave. "No epitaph" può davvero costituire un ottimo biglietto da visita per gli Unknown Pleasures, gruppo capace di esporre con convinzione e con coraggio la propria indole stilistica. Per chi scrive, una sorpresa piacevolissima!
email: ono.lam@virgilio.it.
(Hadrianus)
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