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Fall of the Leafe: Vantage
(CD - Firebox, 2005).
Se c’è una cosa che caratterizza il Mare (fin troppo) Magnum delle proposte gothic rock/gothic metal e affini che invadono il mercato è la piattezza della superficie e la bassezza dei fondali, la riproposizione infinita e reiterata degli stessi modelli, stilemi e soluzioni compositive. Il che crea una sensazione di noia e di deja-vu che si traduce in un senso di sazietà ogni qual volta si mette il dischetto nel lettore: sembra sempre si ascoltare lo stesso lavoro.
Ebbene, va dato atto –e non è poco- ai finlandesi Fall of the Leafe, nei 12 pezzi di questo Vantage, di evitare di produrre questa sensazione. Sia chiaro, il lavoro non sprizza originalità da tutti i pori, perchè evidentissima è la matrice tradizionalmente gothic metal del gruppo (l’impronta dei migliori Paradise Lost o Anathema è ovunque), piene di accenti prog , ma altrettanto chiara è la contaminazione da sonorità e da attitudini del brit goth di più alta caratura (Mission?): dunque potenza, melodia, complessità che non diventa arzigogolatura fine a se stessa, uniti ad una notevole differenziazione nell’approccio dei pezzi e ad una facilità di ascolto che davvero non guasta. Degna di nota è, poi, la performance dell’infaticabile cantante Tuomas Tuominen , che davvero può considerarsi la punta di diamante del gruppo: duttile, stilisticamente coerente, espressiva e teatrale a punto giusto e –udite udite- estremamente personale.
Notevoli e intensi "The fresco", "Morning works", e soprattutto "But the ghosts here", ma attenzione a "Off the map, under the sun", pezzo di bravura puramente brit-goth e a "Discipline and Punish", strumentale che sembra addirittura un pezzo dei Cure!.
Bravi, davvero.
Web: http://www.firebox.fi.
(Manfred)
Fin De Siecle: Patagonie
(CD - OPN, 2005).
I Fin de Siecle abbandonano, con questa produzione, i il terreno intermedio tra scure sonorità ambientali e atmosfere folk, proseguendo nel cammino intrapreso con L’Âme Frère verso suoni più freddi e distaccati ma, allo stesso tempo, meno tipicamente ambient e, a loro modo, più legati a certe forme post rock leggermente virate verso la musica industriale. In effetti, oggi, non è semplicissimo trovare dei riferimenti diretti nella musica del duo francese, che alterna momenti di fascino ad altri in cui, forse, la noia tende a fare capolino, come nella lunghissima e, a mio giudizio, poco esaltante “Where the lilies cry a last time” che, diversamente sviluppata, avrebbe potuto acquistare una piacevole tinta noir. In questo e in altri brani ho l’impressione che le influenze di un post rock di non eccellente livello abbiano influito negativamente sulla miscela sonora, mentre sono a mio giudizio più interessanti i brani più personali, come i sette brani intitolati Patagonie che riportano alla luce un tema in forme molto differenti. Nel complesso non si tratta di un lavoro malvagio ma, non posso negarlo, mi aspettavo qualcosa di più intenso.
Web: http://www.findesiecle.org/.
(Ankh)
Friday's Ashes: omonimo
(EP - autoproduzione, 2006).
Per correttezza segnalo come prima cosa un piccolo conflitto di interesse nella recensione di questo CD (piccolo, per chi ci avete preso???): uno dei partecipanti al progetto è Stefano Tocci, ovvero S*Tox di Ver Sacrum. Potreste perciò credere che il giudizio di questa recensione sia sfacciatamente di parte. Ragione in più allora per avvicinarsi a questo gruppo che mette a disposizioni i tre pezzi dell'ep ("La processione", "A' Nghìanate" e "Decor Carmeli") per il download gratuito sul sito MySpace. Andate, ascoltate e rendetevi conto in prima persona. Fatta la premessa, due parole (finalmente) su questa opera: il progetto intanto riunisce musicisti attivi negli anni '80 nell'effervescente scena tarantina. Erano gli anni in cui a Pordenone scoppiava il "Great Complotto" e tra la città friulana e Taranto nasceva uno stretto gemellaggio artistico. Erano anche gli anni in cui a Taranto passavano in tour le migliori band della scena, da Siouxsie & the Banshees ai Bauhaus, dai Simple Minds ai New Order (e come non citare poi i Tuxedomoon che passarono nella vicina Bari per uno storico live al Teatro Petruzzelli?). Quel fuoco a distanza di oltre vent'anni non si è evidentemente ancora spento e ha spinto i tre a elaborare questo progetto, a scambiarsi basi musicali via Internet e infine a riunirsi a Londra per la registrazione in studio. I tre brani qui presenti sono delle rielaborazioni in chiave musicale diversa dello stesso testo, ispirato alla processione dei Penitenti, uno dei momenti più pregnanti delle celebrazioni della Pasqua tarantina. Ne "La processione" sono stati scelti degli arrangiamenti di tastiera molto ieratici e lugubri, qualcosa che non sfigurerebbe affatto in una colonna sonora di un film horror. "A' Nghìanate" si apre in chiave "wave", con un sax che fa venire in mente i Tuxedomoon più raffinati, per poi diventare una specie di marcia funebre suonata da un'orchestra folk, con i fiati in primo piano. "Decor Carmeli" è il pezzo più solenne, con una bella melodia di organo e degli inserti minimali di gusto apocalittico (le campane lontane) o industriali (alcuni sprazzi rumoristici che attraversano qua e là il brano). Infine un plauso per la costruzione vocale dei pezzi, con l'alternarsi della voce femminile e maschile nel recitare l'interessante testo ripetuto nei tre brani. Davvero un valido antipasto per i Friday's Ashes che consiglio agli amanti delle wave di gusto avantgarde e ai fan della Cold Meat che non disdegnano sonorità ambientali e sperimentali. E naturalmente il plauso della redazione tutta a S*Tox!
Per informazioni: info@roboticmusic.com.
Web: http://www.myspace.com/fridaysashes.
(Christian Dex)
Frogtoboggan: Frogtoboggan meets the unpaid professionals
(CD - Anticlock, 2006).
Frogtoboggan è senza dubbio uno dei nomi più buffi che mi sia capitato di incontrare recentemente in ambito musicale: si tratta dello pseudonimo che questo (o questa?) musicista statunitense ha scelto per calcare le scene della musica sperimentale. Possiamo dire che si tratta quasi di un esordio, visto che è stato anticipato solo da Jelete, un disco autoprodotto in pochissime copie. Il lavoro in oggetto è un CD-r inserito in una bella custodia di cartone bianco stampata in nero, a pressione sul retro. L’etichetta che pubblica quest’opera, la Anticlock, non mi è del tutto sconosciuta, trattandosi della stessa che ha pubblicato un paio di anni fa un bel lavoro del progetto The Gray Field Recordings. Ed è esattamente questo il primo nome che mi è venuto in mente quando ho ascoltato i primi brani di questo lavoro, pur essendo i due progetti abbastanza diversi musicalmente. Quello che hanno in comune è, certamente, l’atteggiamento nei confronti del materiale sonoro, che riescono a plasmare in maniera molto particolare ottenendo risultati interessanti e, comprensibilmente, abbastanza eterogenei. Ma, almeno in questi due casi, il fatto di essere eterogenei non rappresenta assolutamente un difetto, poiché in comune tra tutti i brani c’è la voglia di sperimentare e cercare nuove prospettive sonore. Quindi in ques’album troverete un po’ di tutto, da musica basata su drones a sonorità prossime a quelle proposte dall’ottima Ventricle Records, a minimali sonorizzazioni, a improvvisazioni di clarino e tromba “preparata” su strutture ripetitive. Il tutto eseguito dal vivo da un piccolo ma notevole ensemble. A breve sono previste altre due pubblicazioni, sempre su Anticlock, che credo potrebbe essere interessante seguire. Un ottimo lavoro da consigliare senz’altro a chi non è troppo chiuso su un genere ben determinato.
Web: http://anticlock.net/frogtoboggan.htm.
(Ankh)
Geneviève Pasquier: Soap Bubble Factory
(CD - Ant-Zen/Audioglobe, 2006).
Il classico album che mette in crisi chiunque gli voglia dare una definizione. Un altro modo di intendere l’elettronica senza porre barriere tra gli stili, amalgamandoli e dando loro un significato sempre nuovo, un range “in divenire”di percezioni ad ogni pezzo, senza dare mai la sensazione di dispersività. Genevieve Pasquier non conosce inquadrature e catalogazioni. La sua è “musica” in toto, e con Soap Bubble Factory, sua prima release per Ant-Zen, sorprende e lascia senza parole chi, dalla nomèa dell’etichetta per cui incide e memore della sua passata collaborazione con il culto industrial Thorofon (act a mio parere sottovalutato in quanto di un”un-easy listening” poco conforme a quelle che sono le regole dell’”un-easy listening” stesso…), poteva attendersi beats da cardiopalma, distorsioni et similaria. Dall’opener “Elements” miss Pasquier ci introduce in un altro mondo: un brano intenso, “onirico”, avvolto dalla voce di miss Pasquier , suadente e oscura come nella successiva “Remember”, una sorta di poesia crepuscolare, sognante ma mai romantica nel senso in cui è comunemente inteso, accompagnata da drones di scuola dark-ambient che preannunciano già la varietà di influenze a cui si andrà incontro nel corso dell’album. E infatti “Catwalk” rimanda a ritmi quasi da elettronica vintage e beats “liquidi” , per poi virare in una “Existance” di un quasi-electroclash inacidito e marcato da vocals subdolamente sensuali. La title track ci porta poi in un “divertissement” da vecchio videogame proiettato in un sogno lisergico, e in “Disappointed expectations” si torna su territori più “concreti”, in cui la voce di Genevieve sembra quella di una P.J. Harvey industriale, su suoni “cattivi” senza essere aggressivi, affilati senza mai mostrare apertamente le proprie armi. “Conversation” pare chiudere il cerchio, tornando alle atmosfere dell’incipit, lasciando tanto spiazzati quanto stupiti di fronte a un esperimento difficile ma perfettamente riuscito. Evitando i consueti luoghi comuni che possono essere generati dal fatto che è una donna ad aver creato tutto ciò, “Soap Bubble Factory” è meritevole di un ascolto attento, un lavoro di una bellezza particolare e “vera”, che non necessita di etichette per trovare un suo “posto nel mondo”. Assolutamente da ascoltare e “sentire”.
Web: http://www.umbkollektif.com/.
(LilleRoger)
Hate Profile: Opus I: the Khaos Hatefile
(CD - Cruz del Sur, 2006).
Il progetto Hate Profile si deve a due realtà consolidate dell’ambiente black metal italiano: Amon 418, cui si devono le composizioni, l’ esecuzione della parte strumentale e la partitura vocale e GroM che cura le percussioni. Il presente lavoro, Opus I: the Khaos Hatefile, dovrebbe essere la prima parte di un trilogia concept che sembrerebbe già scritta, pronta per essere edita: vi si parla di crescita interiore, esoterismo, angeli e demoni evitando, per altro (anche nel modo di presentarsi e nella cover art), gli aspetti più banalmente “satanisti” e “anticristiani”.
Certamente, la cultura musicale di Hate Profile ha radici ben piantate nella tradizione black metal nordica (alcuni nomi che possono venire in mente sono gli ultimi Satyricon, Thorns, Amorphis, Immortal...), senza disdegnare assaggi death e folk, ma è evidente – e a mio parere ben riuscito- il tentativo di reinterpretare le influenze in maniera affatto nuova e personale. Amon 418, immerge le composizioni, costruite a volte su riff veloci e ipnotici (ma mai troppo estremi), a volte su ritmi più candenzati e granitici (“Chapter 3: The Darkned Angel”, “Chapter 5: 17 empty rooms”), in una rete capillare di suoni sintetici e rimandi ambient che sembrano in qualche modo raggelare il suono, virandolo verso una certa freddezza “industrial”, più meditata e introspettiva. L’intro (“Chapter 0: Demons in me”) e soprattutto il pezzo conclusivo (“Chapter 8: Lapse of Perfection- Pralâya”), poi, sono due vere gemme di puro dark ambient evoluto e folkeggiante.
Dunque, un giudizio complessivo sicuramente positivo: si sarebbe potuto, forse, chiedere maggiore varietà (e quindi sperimentazione) nell’uso della voce e maggior risalto in fase di produzione al gran lavoro ritmico di GroM, che pare a volte come “soffocato”
Web: http://cruzdelsurmusic.com.
(Manfred)
Helalyn Flowers: E-Race generation
(CDS - Self-produced, 2006).
Schiaccio il tasto play, ed eccomi impattare contro la vigorosissima opener "E-Race generation"... E' questo il titolo del nuovo mini del duo romano, ed anche stavolta Noemi e Maxxx hanno colto nel segno. Ed il livello qualitativo del dischetto tocca un altro picco con la successiva "Voices", degno punto d'incontro tra l'astuta ruffianeria dei Garbage (e Noemi nulla ha da invidiare alla pin-up Shirley Manson, proprio nulla!), elettronica, pop sintetizzato (bellissimi gli svolazzi delle tastiere) e la violenza controllata dell'industrial meno estremizzato. Un brano che spingerò al massimo, statene certi, tanto è l' appeal che emana. Chiude, troppo presto, "Teargas", e stavolta i nostri due baldi giovanotti giucano ad evocare aromi agrodolci a la Bjork. Bellissimo lo scambio continuo tra i vocalizzi fanciulleschi di Noemi e la macchine asservite al volere di Maxxx, piegate alla creazione di un sound futurista che non può certo lasciare indifferente il fortunato ascoltatore. L'ho già scritto e lo ripeto, gli Helalyn Flowers la stoffa la possiedono, e pure il coraggio loro non manca: assimilano con attenzione influenze che poi elaborano con spirito assolutamente personale e sperimentale, ed il risultato è quantomai fresco ed accattivante. Altro non aggiungo, certo che di loro... ne risentiremo parlare.
Per informazioni: www.myspace.com/helalynflowers.
Web: http://www.helalynflowers.com.
(Hadrianus)
HIV +: Overdose kill me
(CD - Caustic Records/Masterpiece Distribution, 2006).
La nuova creatura di Pedro Penas y Robles nasce in una forma particolare. Solamente per via delle note di accompagnamento ho realizzato si trattasse del quinto vero e proprio album di Hiv+ e non di un’uscita “speciale”: i suoi otto brani sono frutto di collaborazioni con altri illustri personaggi della scena industrial, e, considerata l’elevatissima qualità di quanto ne è scaturito, il lavoro di squadra ha portato i suoi risultati.
Un album oscuro, angosciante, in cui Pedro Penas y Robles riesce nell’intento di elaborare tra suoni e rumori il dolore, il self-abuse, la follia e le invitabili conseguenze. “Suicide Diva”, scritta in collaborazione con Stendeck (e, guarda caso, ritengo i brani scritti con l’artista svizzero i migliori dell’intero disco), incede sofferente e visionaria per sfociare in una “Vicious Death” in cui voci filtrate e ritmi irregolari danno forma a un brano tanto “difficile” quanto affascinante nel suo mood malato e folle. Una caratteristica, questa, che si ripresenta anche in “The Eternal”, originale di Dataraper sezionato e corretto da Hiv+ in un rhytmic noise lisergico e paranoico, e in forma diversa in “Evilness Molecule” , in coppia con Melek-tha, noise-ambient opprimente, stridori metallici e rumori quasi ultraterreni a conclusione di un album deliziosamente angosciante, una riprova di quanto Hiv+ possa essere considerato a ragione uno dei maestri dell’attuale panorama industrial e possa vantarsi ancora una volta di non avere, per la sua infinita capacità di modulare le sfaccettature del dolore senza risultare mai forzato o “inadeguato”, alcun tentativo riuscito di imitazione.
Per aggiungere un corollario alla particolarità di questa release, comprende anche due video tratti dal live all’Infest dell’anno scorso, in grado di far rodere il fegato agli assenti- ovviamente compresa chi scrive. Una release “complicata” e imperdibile, che riporta il genere alla dimensione da ascolto più che da dancefloor (salvo “Schaden”, episodio a mio parere più debole del disco… fatte comunque le debite proporzioni!), e con una classe con pochi eguali. Applausi.
Web: http://www.hiv-positive.fr.st.
(LilleRoger)
Initial Prayer: The last men in europe
(CD - Corrosive Growth Industries, 2006).
Initial Prayer e Corrosive Growth Industries sono due nomi assolutamente nuovi per le mie orecchie; non li avevo mai sentiti nominare e devo aggiungere che, se non fosse stato per questo CD promozionale, difficilmente avrei approfondito la conoscenza di questo progetto, visto che la copertina è piuttosto anonima e ben poco lascia sospettare riguardo al possibile contenuto del dischetto. E, devo ammetterlo subito, sarebbe stato un peccato: questo The last men in Europe, infatti, non è di serto un CD che passerà alla storia, ma ha dalla sua diverse caratteristiche interessanti, che allo stesso tempo lo avvicinano alla musica industriale d’altri tempi ma lo caratterizzano come qualcosa di diverso da essa e di più moderno. Di quelle sonorità condivide numerose caratteristiche e riporta alla mente diverse interpretazioni: nel brano “In defence”, ad esempio, ho inizialmente pensato alle frange più prossime alla musica “rock” (i primi Cabaret Voltaire) per poi notare il tono un po’ declamatorio di certi Test Dept, per rendermi poi conto del fatto che, stratificate a tutto questo, erano presenti delle sonorità di chitarra (se sia vera o campionata non saprei dire) legate al mondo della psichedelia, grazie ai lunghi viaggi in assolo quasi perenne; quest’uso dei suoni della chitarra allontana gli Initial Prayer; in altri momenti si materializzano i ricordi dei Coil più rituali e circolari (la seconda parte di “Turn to light” e “We serve”), in altri ancora ricompaiono le chitarre che si tengono ben lontane da tentazioni, più o meno modaiole, industrial metal. Nel complesso un lavoro che mi sento di consigliare a chi apprezzi la musica industriale nelle sue forme più genuine, perché l’impressione è che il duo di cui stiamo parlando abbia le capacità per destare, ancora una volta, il fascino decadente e morboso che alcuni gruppi storici sono riusciti per la prima volte a mettere in evidenza. Di certo non è un CD che entrerà nella storia; quello che mi dispiace, è che, molto probabilmente, rimarrà sommerso molto più di quanto si meriti.
(Ankh)
Katanga: Darkchild
(CD - Rabazco/Masterpiece, 2004).
I Katanga sono un trio tedesco, ennesima produzione, come i Cascades, della berlinese Rabazco. Allora, siamo di fronte ad un corrente gothic metal dalle mille influenze (pensate ad un gruppo qualsiasi) e perciò anonimo e noiosetto anzichenò (13 pezzi che sembrano 30... e forse anche di più, dato che quelli più lenti e melodici letteralmente non si reggono, come “From Dusk till Dawn” con il suo “I’m a lonely vampire, I wander in the fields of time... (!)”).
La cosa più grave, però, è che il suono di tutto il lavoro manca di potenza e di profondità, totalmente, grazie ad una drum machine (il trio con drum machine evoca ben altri universi...) senza personalità e ad un produzione pessima (suoni soffocati, bassi inesistenti, voce mal curata), degna nemmeno dei demo di una volta: Rabazco, che combini!?
(Manfred)
Kitsune: Kiss kiss bang bang
(MCD - Self-produced, 2006).
Autori di due demo omonimi (uno dei quali già recensii su queste pagine virtuali), tornano i veneti Kitsune con un nuovo lavoro di breve durata, e con una formazione parzialmente rinnovata, avendo nel frattempo il bassista Fabio Napolin (già con In Vitro Test) sostituito il collega Simone Sartoretto, uno dei fondatori del gruppo assieme alla cantante Silvia Marton, al chitarrista Marco Fontolan ed al drummer Riccardo Gargano (a questo nucleo si unì in seguito l'altro chitarrista Matteo Scarpa). Quello che si chiede ad un complesso attivo ormai da qualche anno, è una chiara maturazione del proprio stile e delle proprie capacità espressive, e direi che "Kiss kiss bang bang" non delude le attese: mi piace questo suono debitore certo dei The Cure (a proposito, parteciperanno ad un tribute-album al gruppo di Robert Smith di prossima pubblicazione, l'argentino "Pink pig: the whole cure in the mirror", suppongo con "Da hype", presente in questo ciddì), di Siouxie, ma perchè no pure dei Cranes (ebbè, direte voi, altri figliocci del paffuto Robert...) e di certo shoegazer/dreampop. Ma non lasciatevi fuorviare dai nomi e dalle sterili etichette che ho tirato in ballo, anche al vecchio e stanco Hadrianus a volte piace giuocare a fare il giornalista musicale serio, di quelli che pretendono di trovare ascendenze ed ispirazioni proprio in tutto: Silvia ed i suoi colleghi sanno resistere alla facile emulazione, e confezionano una serie di pezzi assai carini e non privi di una certa vigoria, come "Doll to doll", e fin dall'apertura affidata alla ciondolante "Cry out" espongono tutta la loro volontà di farsi conoscere. "Kiss kiss bang bang", senza accampare assurde pretese, offre a certo dark-sound ormai odorante di stantio nuova linfa vitale, "Maiko", "Vapid" e le due citate lo dimostrano. Che la pervicacia mai vi abbandoni, noi rimaniamo in attesa di altre vostre prove!
Web: http://www.kitsuneband.org.
(Hadrianus)
Klonavenus: The Shining Process
(CD - Autoproduzione, 2006).
Rieccoci a parlare dei Klonavenus. Dopo l'omonimo demo di quattro tracce realizzato a Settembre 2005, Saffio e Chemnitz tornano con un'altra auto-produzione, questa volta di maggior durata (nove tracce, sette nuove brani e due remix di brani inclusi nel primo demo) che mette ulteriormente a fuoco le potenzialità del progetto. Come il lavoro precedente, anche "The Shining Process" è caratterizzato da sonorità elettro-dark dove il ritmo non è mai esasperato, ma prevalgono i toni piu' intimi e d'atmosfera sviluppati in validi brani come "Tonight", "Blessed into nothing" e "Social psychosis", pezzi che dimostrano come i Klonavenus siano un duo in possesso di buone idee, a cui manca forse solo il guizzo finale per fare il "grande salto". Le potenzialità di alcuni brani sono infatti buone, ma nelle mani di un sapiente produttore (e conseguentemente in quelle di una label con denaro e mezzi da investire su di loro) avrebbero reso ancora di piu'. Nonostante i limiti tecnici imposti dall'autoproduzione ed una voce che ancora non mi convince completamente, "The Shining Process" è comunque un lavoro di tutto rispetto e che ribadisce le ottime potenzialità del duo, nell'attesa di una label che voglia puntare su di loro.
Web: http://www.klonavenus.it.
(Candyman)
Life Cried: Drawn and quartered
(CD - Noitekk/Audioglobe, 2006).
Non voglio farvi perdere troppo tempo, quindi se avete già letto la recensione dei Die Sektor, sapete già cosa aspettarvi da "Drawn and quartered": il solito disco di "harsh-elettro". Inutile che ripeta concetti già espressi riguardo la mancanza di fantasia e creatività di certi gruppi, va bene che in certi ambiti musicali c'è poco da inventare, ma chi sente il bisogno di dischi "fotocopia" (e francamente brutti) come questi? Se proprio vogliamo cercare differenze tra i due album, beh, a mio parere i Life Cried perdono il confronto coi Die Sektor, perchè là almeno vi erano tre tracce strumentali decisamente gradevoli che interrompevano il mediocre assalto sonoro delle altre; qui invece non c'è tregua e lo strazio si protrae dall'inizio alla fine del disco. Un disco piatto, ripetitivo e senza personalità (per quanto riguarda i brani "tirati", vi sfido a distinguere un brano dei Life Cried da uno dei Die Sektor). Sfruttando probabilmente un' offerta del tipo "paghi due prendi tre", la Noitekk ha messo sotto contratto anche i Dawn of Ashes, altra band americana di "harsh-elettro, il cui album uscirà a settembre.... Come si dice "uomo avvisato, mezzo salvato".
(Candyman)
Living Things: Ahead of the lions
(CD - Jive, 2006).
La prima volta che ho ascoltato il singolo “Bom bom bom” mi sono chiesta chi diavolo fossero i Living Things (che all’inizio mi avevano addirittura ricordato i T-Rex di Marc Bolan!), poi ho visto il video della canzone e la curiosità è aumentata, si trattava infatti di qualcosa di molto particolare e diverso da gran parte di ciò che viene trasmesso dai vari canali televisivi musicali… Dopo poco ho finalmente scoperto che l’autrice di quell’originale sequenza di immagini è la bravissima Floria Sigismondi (già collaboratrice di band del calibro di White Stripes e Marilyn Manson), che guarda caso è anche la moglie di Lilian Berlin, cantante e leader della formazione americana. Ma torniamo alla musica adesso, perché se da un lato è chiaro che farsi fare i video da un’artista di quel livello è un vantaggio non da poco, dall’altro bisogna ammettere che il materiale proposto dal quartetto non è niente male, e probabilmente quest’ultimo si sarebbe fatto notare comunque! Ahead of the lions è un bel dischettino tirato, vario, ruvido quanto basta e molto ma molto orecchiabile, di quelli che ascolti una volta e ti sembra di conoscere già da una vita. Leggendo una frase di questo tipo qualcuno potrebbe obiettare che i Living Things fanno tale effetto perché in realtà non hanno inventato nulla di nuovo, e che una miscela di glam, garage e punk-rock detroitiano simile alla loro la stanno proponendo anche parecchi altri al momento, ma credo che Lilian e compagni abbiano una marcia in più e che meritino una certa attenzione. Tra le dodici tracce presenti in Ahead… non ce n’è una che mi abbia deluso o che mi sia apparsa scontata, anzi direi che tutte mi hanno convinto appieno e soprattutto mi hanno divertito, perché a mio parere lo scopo di un cd come questo è proprio di far svagare chi lo sente, trasmettendogli energia e sensazioni positive. È davvero difficile citare le track migliori, ma sicuramente le esplosive “March in daylight”, “On all fours” e “Bombs below” entrano di diritto nella mia playlist del mese. A tutto ciò aggiungo che, almeno nel caso dei pezzi più veloci, i Living Things fanno pensare a un Billy Idol d’annata rivisto in chiave glam: quest’ultima cosa, già di per sé, sarebbe un motivo valido per accaparrarsi l’album, ma vi assicuro che non è certo l’unica…
Web: http://www.livingthingsmusic.com/.
(Grendel)
Mainstream Distortion: Bully
(CD - Some Bizzarre/Audioglobe, 2006).
La prima cosa che mi ha sorpreso di questo CD è l'etichetta che lo ha licenziato, ovvero la Some Bizzarre di Stevø che negli anni '80 ha prodotto artisti storici, tra cui Soft Cell e Coil (e pare che non li abbia mai pagati a dovere, ma questa è un'altra storia...). Da questi Mainstream Distortion era lecito perciò aspettarsi grandissime cose ma purtroppo non è così. Non è nemmeno che questo Bully sia una schifezza ma certo non rimarrà nella storia della musica al pari di Non stop erotic cabaret o Scatology. Il gruppo è composto da due musicisti inglesi che propongono una forma abbastanza leggera di goth-rock industriale, molto commistionato con l'elettronica e con ritmi danzerecci. Le singole canzoni non sono brutte ma sanno veramente troppo di già sentito. Ad esempio "My Beautiful hate" ricorda molto (già dal nome a pensarci bene) alcune cose del reverendo Manson; "Glutton" e "Bully" sono invece degli esempi di "digital hardcore" alla Alec Empire. Gli arrangiamenti sono comunque molto buoni e propongono un equilibrato bilanciamento tra le parti elettroniche e il suono di chitarra; anche a livello di atmosfere ciò che i Mainstream Distortion propongono è al confine tra l'industrial e il rock, tra l'elettronica e il gotico, un'ideale formula che potrebbe quindi farli apprezzare a molti palati ma che a mio avviso manca, oltre che di originalità, soprattutto di efficacia. I ritmi procedono incalzanti per l'intero album fino al brano finale, "She's gone", una ballata rock per voce femminile che si distacca radicalmente dalle atmosfere dell'album: niente di indimenticabile comunque. Non ci sono dei veri passi falsi nel CD e anzi alcune canzoni singolarmente non sono niente male (su tutte "Golden Stars", "Bully" e la danzereccia "Insect") ma in generale la qualità di Bully rasenta appena la sufficienza. Niente di più niente di meno.
Web: http://www.mainstreamdistortion.com.
(Christian Dex)
Ministry: Rio grande blood
(CD - 13th Planet/Audioglobe, 2006).
Che i Ministry siano stati una delle band fondamentali per lo sviluppo dell’industrial metal non c’è proprio dubbio, ma dopo la pubblicazione del fantasmagorico Psalm 69 la loro carriera ha avuto diversi alti e bassi, e negli anni la loro popolarità non è certo cresciuta in maniera esponenziale… Ovviamente i problemi di tossicodipendenza di Al Jourgensen, il leader del gruppo, hanno influenzato il suo rendimento per molto tempo, per cui siamo tutti felici di sapere che egli, di recente, è riuscito a dare un taglio a certe “cattive abitudini” e a concentrarsi di più sul lavoro. Il risultato di tale cambiamento è Rio grande blood, un disco che (concettualmente parlando) si scaglia in maniera netta contro la politica del presidente Bush, e che dal punto di vista musicale è caratterizzato da una buona dose di aggressività, oltre che da un notevole impatto. A differenza delle uscite più recenti (vedi ad esempio Houses of the Molé, del 2004, che comunque non era male…) questo nuovo cd mi ha impressionato parecchio, e mi ha convinto fin dal primo ascolto. I pezzi inclusi sono molto pesanti ma non si può certo dire che siano ripetitivi o troppo uguali gli uni agli altri, anzi il loro pregio è proprio quello di avere alcune particolarità che li rendono unici, vedi ad esempio “Ass clown” (in parte contraddistinto da vocals che mi hanno addirittura ricordato King Diamond!), “Lieslieslies” (brano che mescola il classico Ministry-style con certo black sinfonico e con qualche spruzzatina di crossover alla Faith No More…), “Palestina” (le cui linee melodiche, abbinate al cantato, mi hanno fatto pensare ai magnifici Jane’s Addiction) o la stessa titletrack, che rimanda al thrash metal ed in particolare agli Slayer. Agli apprezzamenti nei confronti dell’album vorrei inoltre aggiungere quelli per le idee del buon Al, che stavolta ha pensato bene di metter su una super-band e di portarsi in tour gente del calibro di Tommy Victor (Prong), Paul Raven (Killing Joke) e Joey Jordison (Slipknot/Murderdolls), per cui mi sembra davvero il caso di consigliarvi sia l’ascolto di queste nuove canzoni che la partecipazione (per chi di voi leggerà in tempo la recensione…) all’unico concerto italiano del gruppo, che si terrà il giorno di ferragosto al Velvet di Rimini. Non c’è molto altro da aggiungere a questo punto, se non il fatto che il disco sembra rivolgersi in particolar modo ai metal-fans, ma ciò non dovrebbe rappresentare un problema visto che, in Italia, tale tipologia di pubblico è sempre più numerosa…
Web: http://www.ministrymusic.org/.
(Grendel)
Muse: Black holes and revelations
(CD - Warner, 2006).
La prima cosa che viene da domandarsi dopo aver sentito Black holes and revelations è cosa si siano messi in testa i Muse, quei fantastici musicisti che ci avevano colpito al cuore con album come Showbiz (1999) e Origin of symmetry (2001), e che poi con Absolution (2003) avevano confermato di avere un grande talento e delle intuizioni veramente geniali. Il loro potente guitar-sound, unito a melodie davvero efficaci create dalle onnipresenti tastiere, aveva colpito un po’ tutti per la sua originalità ed aveva subito convinto sia gli estimatori dell’alternative rock di stampo anglosassone che altre categorie di ascoltatori, spesso attratti dalle dicotomie che hanno sempre caratterizzato le track composte da Matthew Bellamy e compagni (vedi ad esempio il già citato contrasto tra sonorità grezze e atmosfere romantiche), o dalle capacità tecniche che i tre sono stati capaci di esprimere. Non che questo lavoro sia del tutto deludente, ma certo più di un dubbio lo fa venire, e il perché si fa presto a dirlo… In pratica si ha l’impressione che i Muse abbiano un po’ perso l’ispirazione e che le loro nuove canzoni non siano così efficaci quanto il vecchio materiale. In alcuni casi ho addirittura pensato che il trio si sia autocitato, assemblando pezzi che ricordano cose già pubblicate in precedenza (“Assassin” è uno di questi…), mentre altre volte ho maliziosamente dedotto che il gruppo, in mancanza di buone idee per il disco, abbia deciso di pescare qua e là nel repertorio della musica alternativa contemporanea, giusto per suonare diverso e più attuale. Gli esempi più palesi sono “Invincibile” (che sembra quasi appartenere ai Keane tanto è patinata e melensa…), “Knights of Cydonia” (che infatti è un sorta di epic rock song con chiarissimi e inaspettati riferimenti al power metal e a formazioni come i… Rhapsody!!), “Starlight” (che senza le tastiere e velocizzata potrebbe sembrare un pezzo dei Green Day…) e “City of delusion”, un brano nel quale ci sono palesi richiami alla musica latina e a quella orientaleggiante. Chiaramente sono presenti anche dei buoni episodi (in particolare l’opener “Take a bow” e l’elettronicissima “Map of the problematique”), ma in generale non si può dire che ci sia da esaltarsi, visto che l’album include pure cose un po’ soporifere come “Supermassive black hole”, “Soldier’s poem” e “Hoodoo”. Insomma, non c’è poi molto da stare allegri con Black holes…, soprattutto se ci si era appassionati alla band britannica perché capace di dar vita ad un sound tagliente ed incisivo, che purtroppo in questo disco è quasi del tutto assente. Credo comunque che nella carriera di un gruppo un mezzo passo falso ci possa anche stare, per cui aspetterò di vedere che combinerà con il prossimo cd, se tornerà sui suoi passi o se invece diventerà ancora più pop di come è adesso…
Web: http://www.muse.mu/.
(Grendel)
MZ412: Infernal Affairs
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006).
Sette anni di assenza dalle scene per poi ricomparire in una data abusata ma quantomeno consona ai soggetti coinvolti: 6/06/06. Non poteva essere altrimenti per MZ412, progetto che fin dall’inizio degli anni 90 ha fatto dell’arte nera il suo verbo. Prima portandolo, più per ragioni ideologiche che altro, in ambito black metal, creando odio (soprattutto da parte dei puristi del genere) e venerazioni senza mezze misure, poi propagandolo verso gli amanti dell’industrial più criptico, diventando uno dei nomi di culto della Cold Meat Industry e destinato a rimanere tale fino all’inaspettato ritorno. Abbandonati temporaneamente i progetti paralleli quali Nordvargr, Beyond Sensory Experience, Incinerator International e via discorrendo, la MaschinenZimmer si ripresenta come era lecito attendersi, ovvero con un masterpiece di evil-ambient-industrial saturo di atmosfere angoscianti, degne dell’aura infernale che, prescindendo dal titolo, è sempre stata il suo marchio e il suo appeal al tempo stesso. Esemplificativa, a questo proposito “Infernal Affairs I” , che si apre come plumbea dark-ambient per poi fondersi a ritmiche marziali da kolossal ambientato nelle profondità dell’Ade. Un sentire “nero” e maligno che in “Lord, make me an instrument of your Wrath” e “Inkant 12 SLE” si estende in una cappa di progressiva e inesorabile oppressione, tra passaggi di ambient sulfurea di chiara scuola CMI- con l’unica particolarità che qui si tratta dei maestri.. – , sussurri infernali e brevi ma incisive virate noise. “Unhealing wounds” riprende lo stesso mood tra clangori e percussioni metalliche, accompagnando la vittoria del Male con paesaggi sonori post-apocalittici.
Un ritorno che rende onore al nome MZ412, alla loro storia e a quanto hanno contribuito all’attuale industrial-noise, mettendo a tacere ogni detrattore per hobby come tanti se ne sentono negli ambiti meno mainstream di qualsiasi genere, carico di un’evilness e di un’oscurità addictive e annichilenti.
Web: http://www.coldmeat.se/.
(LilleRoger)
Narsilion: Arcadia
(CD - Caustic Records/Masterpiece Distribution, 2006).
Ecco il secondo lavoro dei catalani Narsilion, che dopo il Cd d’esordio Nerbeleth si ripresentano al pubblico con questo Arcadia che subito ben si presenta visivamente per l’elegante digipack delle dimensioni di un Dvd e l’ottimo artwork. Ma anche la musica non delude le aspettative: i Narsilion infatti sono abilissimi nel creare atmosfere fantastiche, dilatate nel tempo e nello spazio, che evocano lande arcane, paesaggi mistici e idilliaci, lontane mitologie e misteriosi riti. La loro musica rientra senz’altro nel genere medieval folk ma sa spaziare da sonorità sofisticate ed orchestrali “alla Enja” (“Faraway”), a canzoni di struggente e romantica malinconia con il violino in primo piano (“The dream of the Unicorns”) fino a episodi più ritmici e marziali vicini all’apocaliptic folk (“Visions from the ancient times” e “Winds of eternal prophecies”, tra i brani più belli ed evocativi del disco). Le canzoni oltre che in inglese sono cantate anche in catalano (“Montsegur” e “Montserrat”) e in castigliano (“Lagrimas the Cristal”), il che le rende particolarmente affascinanti e interessanti, ma in generale sia Lady Nott, la cantante femminile, che Sathorys Elenorth, voce maschile, offrono ottime performance, spesso ricche di pathos, anche per l’uso frequente della voce recitata. Da notare l’abile uso del flauto da parte del terzo componente del gruppo (Dark Wind) che arricchisce i brani di sonorità folkeggianti che assieme alla chitarra classica e alle percussioni concorrono a rendere più complesse e articolate le composizioni. In conclusione dunque un album piacevole ed interessante che merita un ascolto attento e che nonostante non si distingua per particolare originalità in un ambito del resto ormai abbastanza inflazionato come quello del medieval folk, offre comunque un prodotto di buon livello e di una notevole maestria musicale, fattore non certo trascurabile ai giorni nostri.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com/.
(Mircalla)
Neon: Boxed
(Cofanetto - Contempo/Abraxas, 2006).
Indubbiamente questo è un periodo buonissimo per gli appassionati della new wave degli anni '80 visto che il mercato si sta riempiendo di ottime ristampe in CD delle opere del periodo. Abbiamo parlato ampiamente in questo spazio delle reissue dei Cure, Cocteau Twins, Siouxsie & the Banshees e Simple Minds: ora siamo lietissimi di segnalare questo splendido cofanetto dei Neon. Sicuramente non si esagera definendo i Neon di Marcello Michelotti uno dei gruppi storici del dark italiano. I loro dischi, in particolare lo storico Rituals, sono oggetto di un'appassionata caccia tra i collezionisti e strappano anche quotazioni di tutto rispetto. Negli anni '80 erano una delle classiche band di culto, molto apprezzati dai dark e dai waver italiani, soprattutto nella loro Firenze e ricordo le radio della zona dedicare grandissimo spazio ad ogni loro nuova release. Dopo l'uscita del progetto Crimes of passion alla fine degli anni '80 ho perso un po' le tracce del gruppo, che probabilmente di lì a poco si sciolse definitivamente. A distanza di oltre un decennio invece i Neon sono riapparsi a sorpresa sulla scena per una manciata di incredibili concerti che sono stati accolti con molto calore dai loro vecchi fan nonché da qualche nuovo "aficionados". Qualche anno fa si mormorava di un nuovo lavoro del gruppo ma poi non se ne è più saputo niente. Quando sembrava che il silenzio fosse calato nuovamente su Michelotti e compagni ecco apparire questo splendido e lussuosissimo cofanetto. Sicuramente chi ha progettato quest'uscita lo ha fatto con l'occhio del collezionista. I 7 CD presenti infatti sono le ristampe, con tanto di copertina originale, di altrettante uscite ufficiali del gruppo, quelle del periodo '80-'86. In ordine ci sono Information of death, che contiene anche 2 brani in più rispetto al 7" originale, Tapes of darkness, Obsessions, My blues is you, Dark Age/Last Chance, lo storico Rituals e Red light/Sister Shadow. Molto carina è l'idea di stampare ogni CD con le apparenze di un disco di vinile: e proprio come se si trattasse di vinile ogni CD ha la sua bella bustina interna, in alcuni casi stampata come nell'opera originale. Il tutto è completato da un booklet con delle belle foto e i testi dei brani principali. Purtroppo non viene presentata una storia della band, cosa che sarebbe stata secondo me molto interessante. L'ascolto dei CD deve gioco forza essere fatto in ordine cronologico, per apprezzare le evoluzioni del suono del gruppo. Devo dire che i brani che più mi hanno emozionato sono stati quelli del primo CD, in cui i Neon proponevano una wave elettronica certo un po' acerba ma molto interessante. Negli album seguenti nel suono del gruppo viene introdotta la chitarra, diventando talvolta, soprattutto con l'ingresso di Ranieri Cerelli in formazione, un po' troppo presente. Comunque la qualità complessiva della musica di tutti questi CD è davvero alta e si riesce ad apprezzare anche a distanza di anni, a dispetto di certe soluzioni sonore "datate" (un esempio su tutte: la "clap machine" nella storica "My blues is you"). Una cosa che mi ha deluso di questo cofanetto è invece la quasi totale assenza di brani inediti o rari, se si eccettua i due presenti in Information of death: spazio per contenerli ce n'era in sovrabbondanza, se si considera che a parte Rituals, che comunque dura circa 40 minuti, gli altre 6 CD contengono solo dai 2 ai 4 brani ciascuno. Possibile che non c'erano demo, brani live o outtakes da utilizzare? Vabbé accontentiamoci e facciamo un plauso alla rinata Contempo per questo cofanetto. La speranza è quella di farci avere presto le ristampe degli altri lavori dei Neon e perché no, qualcosa di altri gruppi storici del periodo. Io ad esempio avrei una richiesta... fateci avere un bel CD dei Death in Venice!!!
Per informazioni: http://www.myspace.com/neonfactory.
Web: http://www.abraxasrecords.com.
(Christian Dex)
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