Recensioni luglio 2006

 


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Aa. Vv.: Noise Terror Vol. 1 (CD - Noise Terror Productions/Dependent/Masterpiece, 2006). A fotografare perfettamente lo stato agonizzante del panorama "harsh-elettro" ecco "Noise Terror Volume 1", primo sampler per l'etichetta gestita da Johan Van Roy. Mr.Suicide Commando ha riunito in 15 tracce nomi noti e belle speranze (e ce ne vuole proprio tanta di speranza e/o incoscienza nel produrre certa roba) del panorama elettro, focalizzandosi, come del resto prerogativa dell'etichetta, sull'aspetto "harsh" della galassia elettro-industrial. Purtroppo alla fine il risultato è modesto e sono i "soliti noti" a dare qualche isolato sprazzo d'interesse a questo disco (Insekt, Leaether Strip, Suicide Commando e Unter Null remixata da Grendel); per il resto ci tocca sentire la solita minestra insipida servitaci da Life Cried, Shattenschlag, Dawn of Ashes, Mindecease, Captive of Society, Dioxyde, ecc..; inutile soffermarsi particolarmente su brani che riproducono pedissequamente tutti gli stilemi dell'harsh-elettro piu' becera e povera di contenuti. Due parole giusto sugli unici brani decenti di questo trascurabilissimo sampler: gli Insekt ci offrono un bel remix elettro-industrial di "Isolated" dal sapore "Skinny Puppiano"; completamente stravolte rispetto alle versioni originali e molto club-oriented "Sleep is only heartbreak" di Leaether Strip e "We are the sinners" di Suicide Commando; sempre valida "Your nightmare" di Unter Null qui affidata alle cure di Grendel che elimina quasi completamente le parti vocali e dà il suo inconfondibile tocco. Decisamente troppo poco però, da Johan Van Roy mi aspettavo una selezione piu' accurata ma forse non è solo colpa sua se il mercato "harsh" al momento offre questo. Web: http://www.noiseterrorproductions.com. (Candyman)

Aa. Vv.: Accession Records Vol.3 (CD - Accession Records/Audioglobe, 2006). A celebrare il decimo compleanno dell'etichetta di Adrian Hates (Diary of Dreams), ecco il terzo volume dei sampler della label tedesca. Per l'occasione scendono in campo tutti gli artisti nel roster della Accession e tutti portano in dote brani esclusivi ed inediti, caratteristica che dà un minimo di "appeal" ad una raccolta che francamente non mi pare brillare per la qualità dei brani che raccoglie. Se è vero infatti che il materiale è inedito (mentre altri sampler spesso riciclano brani già stra-sentiti), è anche vero che in alcuni casi si ha la sensazione di ascoltare pezzi che gli artisti stessi considerino "seconde scelte" del loro repertorio; i casi piu' emblematici mi paiono quelli di Diary of Dreams e Diorama che rispettivamente con "Leb-los" e "The pulse of life" ci offrono pezzi mediocri ed al di sotto dello standard medio delle loro composizioni. Pur senza strafare quindi, i migliori brani del lotto sono a mio avviso quelli di S.I.T.D. ("Area 51"), Assemblage 23 ("Decades") ed i redivivi Angels of Venice ("Primitive Kiss"); discreti anche gli Spektalized con "Strange reactions" e Faderhead con "Bassgod". Meno peggio rispetto a quanto proposto col recente album, ma pur sempre mediocre, Panzer AG con "Gateway"; particolarmente tamarri i Lights of Euphoria ("Emptiness") ed incapace di fare il salto di qualità Painbastard ("Make my day"). Trascurabilissimi i brani di Human Decay e Belief; sempre uguali a sè stessi gli Psyche, le cose piu' particolari (oltre ai già citati Angels of Venice) il sampler le offre in apertura e chiusura, affidando il compito sempre ai Silence che sfoderano due ottimi brani strumentali. Disco quindi dal livello altalenante; per celebrare il decimo compleanno della label ci si poteva forse impegnare un pò di piu'. Web: http://www.accession-records.de. (Candyman)

Aa. Vv.: Infacted Vol.3 (CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2006). Tra i tanti sampler che ogni mese si affacciano sul mercato elettro, ecco anche il terzo capitolo delle compilation della Infacted. Come per i due capitoli precedenti, al suo interno troviamo nomi già affermati e realtà meno note (anche bands all'esordio come Richter ed Obscenity Trial) che propongono brani inediti o remix esclusivi. Per i miei gusti, la compilation dà il meglio di sè nella prima parte, dove ospita gruppi dedità a sonorità catalogabili come "synth-pop"; ad aprire l'elenco è Modcom, il progetto di Ronan Harris (VNV Nation) che ci offre la sua rilettura di "Chrome", stravolgendo il brano (e forse migliorandolo) rispetto alla versione originale. A seguire, ottimi brani per Conetik, Code 64, Iris, Frozen Plasma e gli esordienti Obscenity Trial. All'altezza della traccia numero 7 troviamo l'elettronica aggressiva (e piuttosto convenzionale) dei greci PreEmptive Strike 0.1.; mediocri i pezzi degli svedesi Necro Facility ed il nuovo singolo dei tedeschi Liquid Divine. L'esordiente Richter sembra promettere bene, mentre assolutamente deludente è il remix degli Angels & Agony per "Bleed and Shout" degli XP8: se la struttura strumentale del brano è rimasta fedele alla versione originale, pessimo è il trattamento subito dalle vocals, andano ad inficiare la qualità del pezzo. Buono il brano degli Z Prochek, il cui sound viene rinvigorito dal "trattamento" dei Vigilante; a seguire tre pezzi di "EBM old school" a cura di Orange Sector, Militant Cheerleaders On The Move e Sturm Cafè su cui preferisco sorvolare non amando assolutamente il genere. Si rialza la testa grazie ad un nuovo brano di Reaper (di cui attendiamo l'imminente album d'esodio) e finale per l'elettro-techno di Soman. Come per (quasi) tutte le compilation, un andamento alterno, tra cose buone ed altre meno, con il vantaggio di essere in commercio al prezzo di un mcd. Web: http://www.infacted-recordings.de. (Candyman)

AFI: Decemberunderground (CD - Interscope/Universal, 2006). Gli americani AFI hanno esordito come band hardcore punk, ma con il passare del tempo la loro proposta musicale si è notevolmente evoluta, avvicinandosi sempre più ad altri generi. In particolare il disco della svolta è stato l’interessante Sing the sorrow (2003), che ha permesso al gruppo di farsi conoscere ben oltre i confini della propria scena di appartenenza, o almeno di quella che li vedeva protagonisti agli esordi. Io stessa ho iniziato a notarli grazie a quel lavoro e a brani come “The leaving song” e “Girl’s not grey”, ma devo ammettere di essere stata parecchio colpita anche dal look di Davey Havok e compagni, che all’abbigliamento da skater preferiscono di gran lunga il gothic-style, ovviamente abbinato a massicce dosi di make-up… Come c’era da aspettarsi anche Decemberunderground prosegue sulla stessa linea del suo predecessore, proponendo una serie di episodi orecchiabili e di grande impatto, che confermano quanto già sapevamo a proposito dell’abilità compositiva della band e dell’importanza che essa attribuisce alla componente melodica delle proprie canzoni. Ancora una volta quello che impressiona di più è il fatto che il sound del quartetto sia una via di mezzo tra l’emo-core tanto in voga negli ultimi anni, l’alternative rock inglese e certe sonorità pop/wave anni ottanta che non sono mai preponderanti, ma riescono a conferire ai pezzi quel tocco di originalità che li rende assai godibili. Davvero buona la prova del cantante, dotato di una timbrica riconoscibilissima e anche piuttosto bravo dal punto di vista interpretativo (non per niente la sua performance è alquanto efficace sia nelle parti aggressive che nei momenti in cui il ritmo rallenta e le atmosfere si fanno più tenui e malinconiche). Ed è proprio la malinconia uno dei punti di forza della musica degli AFI: non che si possa parlare di sound tetro e oscuro, ma certamente il mood che caratterizza molti dei brani è più crepuscolare che solare, vedi ad esempio “Love like winter”, “Endlessly, she said”, “The missing frame”, “The interview” e “Kiss and control”. Tra le track in cui invece tale peculiarità spicca di meno citerei l’ottima “Miss murder” (contraddistinta da un ritornello bastardo che ti entra in testa e non se ne va più via…) e le impetuose “Kill caustic” ed Affliction” (due veri hit per ogni emo-core fan!). Un album da avere insomma, soprattutto per chi già era rimasto folgorato da quello che lo aveva preceduto… Web: http://www.afireinside.net/. (Grendel)

Agonoize: Assimilation: Chapter Two (2CD - Out of Line/Audioglobe, 2006). Ebbene sì, anche questo mese abbiamo un cd degli Agonoize da recensire! A dire il vero non ho rispettato l'ordine cronologico, perchè "Assimilation: Chapter Two" è uscito due mesi prima del mcd "Ultraviolent six" già trattato su questo sito nelle recensioni del mese di Giugno. Meglio tardi che mai, eccoci quindi a parlare di questa release che poi non è altro che il ripescaggio effettuato dalla Out of Line del primo album del trio berlinese, originariamente pubblicato nel 2004 per il mercato americano dalla label BLC. Sulla scia del successo (ebbene sì, con buona pace del sottoscritto, gli Agonoize vanno forte, almeno in Germania) delle recenti pubblicazioni, la Out of Line rimette le mani su questo disco, dandogli una nuova veste grafica ed arricchendolo di un secondo dischetto che include pezzi e remix originariamente inclusi sui mcd "Paranoid destruction" e "Open the gate/To Paradise". Considerando che il materiale contenuto nei due cd risale a due anni fa, quando il mercato non era ancora saturo di band "harsh" come lo è oggi, devo dire che pur senza esaltare e limitandosi al tentativo di clonazione di Suicide Commando ed Hocico, gli Agonoize riescono oggi a strapparmi un giudizio benevolo o almeno di sufficenza. I brani dalle ottime potenzialità "dance" non mancano ("Paranoid Destruction", "Death, murder, kill") e sopratutto vi è una spontaneità che poi si è persa per strada, facendo divenire gli Agonoize caricatura di sè stessi, condannandoli a ripetere all'infinito la stessa canzone (per tacere dei famigerati side-project Virtual Embrace ed Infekktion, praticamente uguali al progetto principale). Visto nel contesto attuale "Assimilation: Chapter Two" sarebbe da liquidare come un disco superfluo, ma rivedendolo nel suo contesto originale lo si può anche salvare e comunque costituisce, a mio avviso, quanto di meglio (o di meno peggio) abbiano prodotto gli Agonoize sino ad oggi. Web: http://www.maomusic.de. (Candyman)

All Gone Dead: Fallen & Forgotten (CD - Strobelight Records/Masterpiece Distribution, 2006). Hmmm!, non sarà mica questa arsura asfissiante ad onnubilarmi il cervello? Mah!, la materia grigia residua sarà forse andata in pappa, inducendomi ad una certa benevolenza... Che diamine!, questo "Fallen & forgotten" mi piace, con quell'incedere ruffiano che caratterizza "The Holy city of Karbala", o quei rimandi al pop ottantiano della sbarazzina "Newspeak (Room 101)". L'ex Tragic Black Stitch ha trovato nella dark-vamp Darlin' Grave un'ottima spalla, ed il duo londinese così può davvero partire alla conquista del mondo (gothiko). La death-rock oriented "Skritch 'n' skrill" fa intravvedere l'anima più oscura e tribale del combo, ed il pezzo dimostra quanto i nostri siano dei versatili compositori, e "Vivid still beating" suona davvero bene, con delle chitarrine che si sposano a meraviglia col synth plastificato, la vocina di Darlin' fa poi il resto... Ma non è certo finita qui, in quanto la tenebrosa "Orchids in ruin" (grande titolo!), "Cedric Kane" (Adam Ant che gioca a fare il rockabilly?) e "Within but not before" (begli intrecci chitarra-basso-batteria) sono qualitativamente omogenee, ed illustrano a perfezione le capacità esecutive del duo. Bravi davvero, a creare hit di successo (almeno nel ristretto ambito del genere), come "Sunday went mute", omaggio decorosissimo ai Christian Death, un pezzo ove l'urgenza del punk si sposa (matrimonio perfetto!) col dark più autarchico e viscerale. "The aftertaste" si presenta come umbratile ballata, che a questo punto del disco proprio ci vorrebbe. Lenta e meditativa, subisce poi un'improvvisa (ed inaspettata) accelerazione; Stitch e Darlin' Grave vogliono giuocare coi nostri sentimenti, e lo fanno con sottile ironia. L'episodio si dipana così fra rallentamenti e fughe ad elevata velocità, facendo emergere fra le sue pieghe una latente vena melancolica. Assolutamente fuori "D(escending)", scheggia che incorpora rumorismo, cantar di galli (?), briciole cabarettistiche... ma il meglio deve ancora venire, e si materializza dopo una manciata di secondi di assoluto silenzio. A voi spetta scoprire la gemma che le nostre due marionette dell'orrido ci hanno riservato, nascondendola tra i solchi di questo interessante e decisamente riuscito "Fallen & forgotten". Il miglior rimedio all'afa opprimente di queste lunghe giornate estive! Web: http://www.masterpiecedistribution.com. (Hadrianus)

Ashram: Shining silver skies (CD - Equilibrium Music, 2006). Oh Cielo! Queste eteree melodie mi hanno commosso! La delicatezza del tocco di Luigi Rubino, l'austera compostezza del cantore Sergio Panarella (coloro che nel lontano giugno nel 1997 diedero origine al gruppo, e mai circostanza fu più fortunata, per noi che possiamo gioir delle loro creazioni), il violino suonato dalle mani sapienti di Alfredo Notarloberti, che in "Maria and the violin's string" ci fa toccare con un dito il cielo, illudendoci di poterci librare (ma per la durata del brano il nostro animo vola...) al di sopra delle quotidiane brutture, danno vita ad un'operina che segnerà questo 2006, e non solo. Amici lettori di Ver Sacrum, "Shinig silver skies" è una pagina illuminata della recente storia della musica colta, perchè di questo si tratta. "Lullaby" monda la nostra coscienza, tanto è pura, leggiadra come il volo d'una farfalla che sfiora danzando passiflore, delicate margherite campestri, calendole... ed i mille coloratissimi fiori olezzanti dei giardini dell'Eden. "Il mostro" lo è tale solo nel titolo, essendo questi quattro minuti scarsi occasione per Luigi e per Alfredo per esternare il verso umbratile della loro inarrivabile arte. Il sole allunga pigramente i suoi ultimi raggi sulla campagna che s'appresta al sonno, par quasi che in "All'imbrunire" non voglia cedere il passo al sorgente tenebrore. Ma presto la notte calerà il suo sipario punteggiato di mille e più stelle, che noi starem a mirare ancora una volta, accompagnati dal piano e dalla voce di Sergio. Come il pennello, trattenendo il colore e trasportandolo sulla tavolozza, segue gli impulsi del pittore, traducendoli in tratti ed immagini, così l'acquerello steso dagli Ashram rappresenta un succedersi di cangianti emozioni, le quali ascendono dallo spirito, dopo esservi rimaste celate tra le sue più ascoste e remote pieghe, fino al cuore, producendo la piacevole sensazione del serrarsi delle viscere. "Last kiss", la sognate "Elizabeth" e l'ispiratissima "For each and every child", la quale svolge la sua trama come una vecchia pellicola in bianco e nero, tale è l'effetto cinematografico che promana il brano, non sono esercizi di bravura, per quanto questa non vada assolutamente taciuta, tanto abbonda tra questi solchi. Sono espressione del più beato sentire, perchè proprio beatitudine si prova, ascoltandole. Non a caso Equilibrium, etichetta assai attenta e vantante un catalogo di assoluto pregio, ha raccolto queste perle, fissandole su "Shinig silver skies"; gli Ashram in terra lusitana sono assai apprezzati, avendovi concluso diverse tournée sempre coronate da successo e da apprezzamenti incondizionati. "Tango para mi padre y Marialuna" (al piano l'ospite Martina Mollo, mentre è sempre presente, anche se indicato come session musician, il perito violoncellista Leonardo Massa, nel gruppo fin dall'uscita dell'omonimo debutto del 2001) è melancolico come solo questa musica sa esserlo. La title-track rende onore all'importante ruolo affidatole: un bel pezzo che sintetizza le qualità di questo disco, per meglio descrivere il quale risulta difficoltoso impiegar acconci verbi. Accade quando a noi dinnanzi si materializza un'opera mirabile. Destinata a resistere all'usura del tempo ed allo scolorir di mode soggette ai mutevoli umori d'una umanità disillusa e travolta dalla frenesia d'ogni dì. "Shining silver skies" ci saluta, ed il commiato è quello consumato tra lo sventolio leggiadro d'un fazzoletto orlato di delicati pizzi, presto bagnati dalle lacrime che rigano il volto. Quando tutto par aver fine, e l'animo non poter resistere oltre alla morsa dell'angoscia ("Rose and air"). Ma la speme di riviver ancora quegli spensierati attimi di beatitudine è pronta a far rifiorire il sorriso! "Ultimo carillon", atto finale: il volto d'un bimbo dormiente, una madre felice china su quel guanciale candido, una nuova vita che sboccia, una nuova alba che s'annunzia. "Shining silver skies" s'allontana, in punta di piedi, attento a non provocar il menomo romore; lo fa così, colla discrezione che solo queste note possono evocare, ma è un cerchio che si chiude. Come il destino che si compie, scritto fra gli astri. Web: http://www.equilibriummusic.com. (Hadrianus)

Breathe One's Last: Sonno invernale (MCD - Self-produced, 2003). Questo dischetto di cinque pezzi risale a tre anni fa, essendo stato registrato nell'estate del 2003, ma solo ora ci viene concessa l'opportunità di trattarne. Essendo attivi da una decade ormai, ed avendo nel frattempo subito una costante evoluzione stilistica che li ha portati ad abbandonare le sonorità gothic-doom degli esordi, quando loro riferimento erano i primi Theatre of Tragedy, per approdare a lidi espressivi prossimi al dark ottantiano, si può supporre che ciò che stiamo recensendo non corrisponda più ai paramentri nel frattempo fatti propri dal gruppo. Fissiamo comunque la nostra attenzione sulla presente release; quanto riferito in sede di infosheet corrisponde al contenuto stilistico del mini, in quanto brani come "Desolate", "A summer song" o la bella title-track risentono del mood melancolico ed oscuro che caratterizzò le immortali produzioni targate Joy Division, rivisto in un'ottica attualizzata ed innerbata da corpose parti metalliche e dall'uso della voce femminile. E la declamatoria "Sonno invernale" può alla lontana riferirsi anche all'austerità del folk apocalittico. Buona l'idea di ornare l'assunto strumentale (in questo caso trattasi di uno scarno gothic-metal abbastanza originale soprattutto per l'abbondante uso di porzioni elettroniche che lo rendono particolarmente horrorifico) di "Danza macabra", con il testo che fa da didascalia all'eponimo affresco di Clusone. Coi distinguo di cui sopra, "Sonno invernale" costituisce una uscita senza altro interessante, sempre che il gruppo abbia proseguito con fermezza sulla strada della maturazione e della ricerca di uno stile personale. Web: http://www.breatheoneslast.com. (Hadrianus)

Camouflage: Relocated (CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2006). Ricordo come fosse ieri l'emozione che provai la prima volta che ascoltai alla radio "The Great Commandment": quello che credevo essere il nuovo singolo dei Depeche Mode, era invece il singolo d'esordio di un trio tedesco, indubbiamente fortemente influenzato dai dischi di Martin Gore & co. Era il 1987 e quel singolo trascinò al successo l'album "Voices and Images", un buon disco che fondeva sonorità elettro-pop e new wave. La carriera dei Camouflage sarebbe proseguita tra fasi alterne: dopo un secondo acclamatissimo album nel 1989, vi furono album meno convincenti, una lunga fase di pausa ed un ritorno alla ribalta nel 2003 con l'album "Sensor" che li riportò alle vette delle classifiche ed a concerti "sold out". Eccoci ora a "Relocated", settimo album della discografia della band tedesca, ancora una volta fedele al loro stile elettro-pop (se è vero che i Depeche Mode sono stati la musa ispiratrice dei Camouflage, è altresì vero che loro lo siano stati per tante elettro/synth-pop bands, De/Vision su tutti) che alterna momenti piu' briosi ad altri maggiormente malinconici. "Relocated" incarna nel bene e nel male il tipico sound dei Camouflage, dando il meglio di sè negli episodi piu' frizzanti come "Motif sky" (primo singolo estratto dall'album), "We are lovers" e "Dreaming", momenti di delizioso elettro-pop che hanno le potenzialità per portare anche questo album nelle alte vette delle charts alternative (ed almeno in Germania non solo in quelle); quando invece i Camouflage si avventurano nel terreno della "ballad intimista", i risultati sono altalenanti, producendo anche episodi tra lo stucchevole ed il melenso ("Real thing" ad esempio, è da colpo di sonno, mentre "Bitter taste" sembra un tributo ai Depeche Mode di "Playing the angel"). Un disco discreto che si colloca degnamente nella discografia della band tedesca, senza nulla aggiungere e nulla togliere. Web: http://www.camouflage-music.com. (Candyman)

The Cascades: Dead of Dawn (CD - Soul Food/Masterpiece, 2005). Rock 'n' Roll is back in Goth Music, così c’è scritto nelle note che accompagnano il promo della nuova fatica della band berlinese. Mah, sarà... ma a me sembra che gli undici pezzi proposti in questo Dead of Dawn siano solo semplicemente puro kraut-goth-rock, e anche un poco retro’, come se Vision Thing fosse uscito ieri, come se i grandi Marionettes e EndGhost avesssero testè proposto come una novità il loro gothic contaminato con il punk e come se conterranei dei Cascades quali Dreadful Shadows o Love Like Blood fossero delle “nuove proposte”. Per il resto, un lavoro forse ottimo per i defenders del suono più canonicamente gothic-rock (voce eldritchiana, struttura anthemica e galoppante, chitarre metalliche e tastierone a condire il tutto...), con qualche episodio sopra la media come la title track molto rock’n’roll e la notevole “Lust of Pain”, ma per gli altri destinato a finire presto nel dimenticatoio, complice oltretutto una produzione non eccelsa. Per smemorati... Web: http://www.thecascades.de. (Manfred)

Cocteau Twins: Lullabies to Violaine (Cofanetto - 4AD/Self, 2006). Anche se con colpevole ritardo, eccoci a parlare di una delle piu' prestigiose pubblicazioni dei mesi scorsi: "Lullabies to Violaine" è un elegante box che in 4 cd racchiude tutti i singoli ed EP pubblicati dai Cocteau Twins nel corso della loro lunga carriera (1982-1996). Band "di culto", autrice di dischi di epocale bellezza e depositaria di uno stile assolutamente unico, caratterizzato dalla splendida voce di Elisabeth Fraser (fonte di ispirazione per innumerevoli altre artiste), lo stile dei Cocteau Twins si è evoluto dalle atmosfere prettamente "dark" dei primi lavori, per passare attraverso momenti di poesia eterea sino ad approdare alla (poco convincente) fase trip-hop dei loro ultimi lavori. Enorme è la mole di materiale che i Cocteau Twins hanno pubblicato come singoli ed EP, tutto materiale che poi non veniva incluso negli album, creando così una discografia parallela che include alcune tra le loro migliori canzoni; quest'opera giunge quindi assai gradita tanto ai neofiti (recuperare ora i vinili originali è impresa non semplice ed a volte assai dispendiosa) quanto ai vecchi fans, che hanno l'occasione di mettere le mani sull'intera discografia di singoli ed EP dei Cocteau Twins in formato digitale ed in una confezione assolutamente pregevole (box in carta gommosa, con dettagliatissimo booklet allegato), anche se al momento in cui scrivo non è piu' di facilissima reperibilità, tanto che la 4AD ha immesso sul mercato una nuova versione in due doppi cd venduti separatamente. Singoli ed EP vengono proposti ovviamente in ordine cronologico lungo i 4 dischetti e fermo restando l'altissimo livello qualitativo della musica dei Cocteau Twins, devo dire che la mia preferenza va ai primi due cd, che coprono il periodo 1982-1990, anni che oltre ai singoli qui trattati, vedono la pubblicazione di album favolosi come "Garlands", "Head over heels", "Treasure", "Victorialand" e "Blue bell knoll". Il cd1 ospita cinque EP, partendo con la cupa e frenetica "Feathers Oar-Blades", tratta dall'EP "Lullabies", per arrivare all'EP "Aikea Guinea": questo brano rappresenta a mio avviso una delle piu' alte vette della produzione della band scozzese, ma come non citare "Peppermint pig", "Hitherto", "The Spanglemaker", "Pearly-dewdrops'drops", ecc.... Il cd2 si apre in maniera altrettanto splendida con due EP per i quali è difficile trovare parole che ne possano descrivere appieno la bellezza: "Tiny Dynamine" e "Echoes in a shallow bay" racchiudono veri e propri gioielli, di cui mi limiterò a citare il piu' luminoso, "Pink orange red". Il cd è completato dall'EP "Love's easy tears" (i quattro brani contenuti sono uno piu' bello dell'altro) e dal singolo "Iceblink luck" (tale brano è incluso anche nell'album "Heaven or Las Vegas"). I cd 3 e 4 raccolgono la parte terminale della carriera dei Cocteau Twins, abbracciando il periodo 1993-1996; personalmente si tratta di materiale che non conoscevo, in quanto smisi di seguire l'opera del trio scozzese proprio in quel periodo, deluso dall'album "Four Calendar Cafè" ed in effetti, ferma restando la valenza dell'incomparabile voce della Fraser e la presenza di alcuni brani di indubbio valore, è altresì innegabile che il tocco magico che aveva contraddistinto i lavori precedenti era andato smarrito, la forza innovativa di una musica tanto soave quanto cupa, i vocalizzi di Elisabeth in una lingua inesistente, tutto era stato virato verso sentieri maggiormente convenzionali e "pop". L'avventura si concluse inesorabilmente nel 1996, consegnando i Cocteau Twins alla leggenda di un periodo musicale inimitabile ed indimenticabile. Dai brani piu' cupi e "tirati" degli esordi, sino alle piu' delicate poesie musicali della seconda parte della carriera, la superba voce di Elisabeth Fraser unita alle musiche di Simon Raymonde e Robin Guthrie hanno creato brani immortali e senza tempo che ne fanno una delle band fondamentali degli anni '80. Musica di assoluta bellezza, al di là del tempo e delle mode. Web: http://www.cocteautwins.com. (Candyman)

The Cure: The Cure 1979 – 1989: An indipendent critical review (DVD - Classic Rock/Audioglobe, 2005). Non lasciatevi ingannare dalle ottime apparenze: questo doppio DVD è infatti quello che dalle mie parti di dice "una sòla". Intanto si tratta di un'opera non ufficiale, non quindi una produzione di Robert Smith e compagni: l'idea di fondo non sarebbe comunque nemmeno male, ovvero fare un documentario sui primi dieci anni della storia dei Cure, da Three Imaginary Boys a Disintegration. Le premesse sono perciò buone e anche il prodotto si presenta davvero bene. Appena aperta la confezione cade l'occhio sul booklet interno, molto lungo e completo, in cui viene fatta un'analisi filologica degli album del periodo, analizzando canzone per canzone! Le note di copertina interne però cominciano a farmi sospettare qualcosa e con un filino di diffidenza metto nel lettore il primo dei due DVD. Si tratta del "pezzo forte", ovvero del documentario di circa 50 minuti in cui la storia dei Cure viene analizzata in una serie di interviste, a musicisti, giornalisti, dj, promoter ma mai a qualcuno dei Cure o del loro entourage. I Cure, a parte in foto, si vedono solo in tre bellissimi pezzi tratti da una trasmissione televisiva inglese del 1984 ("Bananafishbones", "The top" e "Piggy in the mirror"). Tutto qui, 3 apparizioni originali dei Cure e nient'altro: davvero troppo poco, anche per un lavoro non ufficiale. Se questa non è una fregatura non so come chiamarla... Addirittura gli intermezzi musicali che si ascoltano in sottofondo non sono nemmeno i brani originali dei Cure ma solo delle riprese fatte dalla cover band Insecure! Insomma, se questo documentario fosse inserito come bonus in un DVD pieno zeppo di materiale "vero" dei Cure sarebbe anche una gradita sorpresa, perché di per sé si tratta anche di un lavoro interessante; come traccia principale è invece innegabilmente poca cosa. Il secondo DVD è poi una presa in giro bella e buona, visto che contiene solo cover dei Cure suonate dai soliti Insecure, mentre la parte visuale è composta da una serie di effetti visivi di quart'ordine. Insomma cosa pensare di questo DVD? Ad essere buoni si tratta di un prodotto non riuscito ma se si vuole essere maligni si tratta invece solo di una speculazione a danno dei fan (ribadiamo che non si tratta di una release ufficiale dei Cure). Certo a pensar male si fa peccato... ma spesso ci si azzecca.... Da ignorare. (Christian Dex)

Current 93: Black ships ate the sky (CD - Durtro/Demos, 2006). Esistono alcuni personaggi che, in qualche modo, sono al di fuori della norma. Spesso capita che costoro, all’interno di gruppi ristretti, siano prossimi alla normalità; può però capitare che rimangano fuori dagli standard anche all’interno di questi ambienti più ristretti. Esistono inoltre degli artisti che, in qualche modo, lasciano un segno indelebile su alcune persone, riuscendo a pizzicare corde talmente nascoste e remote della loro sensibilità che li legano indissolubilmente a sé. Per quanto mi riguarda, una persona che ha entrambe queste caratteristiche è David Tibet. Personaggio cardine all’interno della scena musicale esoterica e del folk apocalittico, è stato in grado non solo di definirne gli elementi cardine ma anche di allargarne i confini secondo una poetica assolutamente personale e difficilmente imitabile. Devo dire che, a parte il concerto di Torino di un paio di anni fa, avevo un po’ perso i contatti con i Current 93 che, negli ultimi anni, hanno emanato una notevole quantità di registrazioni live, compilazioni e ristampe; ciononostante non hanno mai abbandonato completamente il cantuccio che occupano definitivamente nella mia coscienza. Questo Black ships ate the sky rappresenta un ritorno a posizioni più tipicamente folk rispetto alle ultime uscite del combo inglese, per le quali bisogna tornare indietro di qualche anno: penso alle trame angoscianti e minimali di Sleep has his house, all’ostico cut-up di The great in the small o al noise di Faust. Sarà forse per il ritorno in formazione di un tale Michael Cashmore, sarà per il lungo silenzio, certo è che quest’opera mostra uno stato di grazia invidiabile e, come spesso è capitato in passato, molto al di sopra della media delle produzioni del genere; per festeggiare il rientro, Tibet ha chiamato a sé una serie di amici e artisti che ama, che si cimentano con un inno, usato nella chiesa metodista, intitolato “Idumea”: i nomi vanno da quelli più famosi (Marc Almond, Cosey Fanni Tutti) agli artisti folk tanto amati da Tibet (come Shirley Collins o Bonnie Prince Billy). Il disco è ricco di una tenue sacralità, commovente e splendido nelle trame di chitarra acustica arpeggiata accompagnata da violino o violoncello; a tratti si aggiunge una leggera vena psichedelica ed elettrificata mentre in altri frangenti il suono si fa più scuro e cupo (come se ci fosse sorta di dark ambient acustica sullo sfondo), in altri ancora torna in primo piano la fisarmonica, regina di Sleep has his house ma queste caratteristiche nulla tolgono alla delicatezza complessiva dell’opera che è, a mio giudizio, di valore elevatissimo. Web: http://www.durtro.com/. (Ankh)

Die Sektor: To be fed upon (CD - Noitekk/Audioglobe, 2006). Non c'è molto da dire su questo cd d'esordio degli americani Die Sektor; non devo far altro che riprendere il discorso affrontato già piu' volte sullo stato di pessima salute in cui versa la scena "harsh-elettro", afflitta dalla presenza di un grande numero di bands senza arte nè parte, che non fanno altro che cercare di riprodurre il sound dei maestri Hocico e Suicide Commando, ottenendo l'unico risultato di farci rimpiangeri i suddetti. I Die Sektor in particolare mi ricordano lo stile di Hocico ed Amduscia e devo ammettere che avevo anche apprezzato il loro brano "Scraping the flesh", inserito nella compilation della Noitekk "United vol.1" uscita lo scorso anno, ma per l'appunto, questi gruppi mi paiono poter funzionare solo se presi a piccole dosi, come il singolo brano da compilation, mentre l'ascolto integrale di un album (11 le tracce di "To be fed upon") si rivela di una noia mortale, ripetendo lo stesso clichè di beats e voce distorta dall'inizio alla fine, fatta eccezione per le strumentali "Revelation none", "Through glass" e "All turns white" isolati e per altro anche pregevoli momenti di tregua in mezzo a tanta furia. Purtroppo tutto il resto del disco non fa altro che riproporci la solita ricetta "harsh" ormai stra-consumata facendo di "To be fed upon" l'ennesimo disco fondamentalmente superfluo destinato a perdersi nel mare delle produzioni di questo genere. (Candyman)

Division Of Death: No life here... (CD - Nelly Records, 2006). La cover di questo cd, che raffigura un’equipe di medici alle prese con un intervento chirurgico, mi aveva fatto subito pensare ad una di quelle grind band dei primi anni novanta che avevano una vera e propria fissazione con le immagini splatter e con tutto ciò che di più macabro ci possa essere, ma devo dire che ero andata molto lontana dalla verità… Come se non bastasse anche il nome del gruppo (Division Of Death) sembrava accreditare la mia ipotesi iniziale, invece la musica proposta all’interno di No life here… non ha nessun legame con il metal, e tutto sommato non è neanche molto semplice da descrivere, visto che si tratta di uno strano mix tra industrial, dark ambient e EBM minimalista. I nove brani inclusi nel disco sono abbastanza diversi tra loro e l’unico comun denominatore è una certa ripetitività del sound, che in effetti tende alla monotonia nella maggior parte dei casi. Le atmosfere sono opprimenti e claustrofobiche, e basta dare un’occhiata ai titoli dei pezzi (vedi ad esempio “Empty rooms of a mental hospital”, “Possibilities of skin devastation”, “The violent silence before the surgery” o “Relationships cut like veins”) per rendersi conto che le tematiche che hanno ispirato la composizione di questo tipo di materiale hanno poco a che fare con la gioia, il divertimento e la positività in genere… Ascoltando l’album, a tratti caratterizzato da una certa ingenuità e da un po’ di scontatezza, si capisce che la band è abbastanza acerba e ancora alla ricerca di un suono che la caratterizzi maggiormente, visto che quello che propone al momento non è molto ben definito. In poche parole l’impressione generale è che i DOD stiano cercando di trovare la propria strada, e quindi sarebbe assurdo considerare No life here… come un lavoro rappresentativo di ciò che essi possono essere in grado di fare: diciamo che lo vedo più come uno stadio della loro evoluzione, ed è probabile che in futuro ci riserveranno ben altro… Per informazioni: http://www.nextpress.it/. Web: http://www.nellyrecord.com/. email: l.bramanti@nextpress.it. (Grendel)

Dust Fear Of Lover: Narrow (CD - Self-produced, 2006). Una one-man-band, Dust Fear Of Lover (bel monicker, e pure originale), comprendendo il solo Death Boy, il quale ovviamente si occupa di tutto, dalle vocals ai suoni (all noises come specifica esso stesso). "Narrow" conta ben quattordici (!) pezzi, dodici originali più le riuscite versioni di "Real good time together" di Lou Reed (trasformata in un pezzo dai forti connotati joydivisioniani) e di "Nothing changes" dei Death In June di Douglas P., i quali due potrebbero essere chiamati a testimoni del presente sforzo creativo. Ovviamente, data la ristrettezza della formazione e della relativa strumentazione, ci troviamo dinnanzi ad un'operina dal sound volutamente scarno ed essenziale (scarnificato potrebbe meglio sintetizzarlo). Al solito, ciò che risulta estenuante in prove del genere è proprio la durata del lavoro: alla lunga mortalmente stancante, ed è questo un peccato, in quanto più di un pezzo si eleva ben oltre la sufficienza. Un disco straniante, introverso, misantropico, ove l'elettronica spadroneggia, anche a supporto vocale del volonteroso Death Boy, creando un'atmosfera minacciosa ed oscura, anche se a tratti emergono belle scheggie melodiche (come in "A.K.A.") dal sapore vagamente ottantiano. Una bella sfoltita, ed ecco che la somma finale sarebbe risultata ben maggiore. Il nostro le qualità le possiede, deve solo operare di sintesi, e perseverare lungo la solinga via intrapresa. email: deathboy1@aliceposta.it. (Hadrianus)

Echo West: In pop we trust (CD - Dark Vinyl, 2006). In un periodo di revival, in cui in tanti generi “basta che sia oldie” e tutto va bene, distinguere tra chi copia e chi fa di sonorità in auge anni prima la forma in cui riversare il proprio estro diventa un compito arduo, sia per l’eccessivo numero di nomi in circolazione, sia perché i battage pubblicitari spesso hanno la meglio sull’effettiva qualità delle proposte. Gli Echo West appartengono alla seconda, striminzita categoria. E in maniera abbastanza particolare: catalogati nell’ambito industrial quanto in quello apocalyptic folk e correlati, pur senza farvi a mio parere effettivamente parte, 12 anni di attività, una discografia sterminata tra cd, mini, split e partecipazioni a compilation varie. E adesso un nuovo album, In pop we trust. Dove il duo di Dortmund stupisce ancora una volta con la sua capacità di interpretare a modo suo un’electro minimale che sa di primissimi anni 80 focalizzandola in un’ottica “dark” nel senso più letterale del termine. Armonie malinconiche e intense, battiti scarni ma capaci di colpire in profondità, permeate da un’atmosfera cupa e carica di un’emotività nera che si sviluppa in infinite diramazioni, nei momenti più soft e in quelli maggiormente sincopati . “In pop we trust” entra dentro dall’omonima opener, con la sua melodia semplice e “gloomy”, e si snoda tra ritmiche quadrate, incisive, a volte marziali come in “Fucking Gloom”, accompagnate da linee melodiche che conferiscono a brani come “In deine augen” e “So kalt” una forma-canzone inusuale e a suo modo ineccepibile. La capacità degli Echo West di costruire brani dall’impatto immediato, unici nella loro rielaborazione di stili, sfiora senza mai convergere completamente con atmosfere care agli amanti del folk apocalittico, dell’old-school ebm e della darkwave, volgendo in uno stile che li fa unici nel panorama attuale, inconfondibili nella loro strana ed efficace esclusività. Echo West, stando a quella parte della loro discografia passata che ho avuto modo di ascoltare, non necessitavano comunque di miglioramenti al loro sound già così personale, ma con “In pop we trust” hanno saputo plasmarlo in una maniera che, guardandosi attorno, non risulta avere uguali. Un jet-lag sonoro da cui non si torna stravolti, ma gradevolmente sorpresi. Web: http://www.echo-west.de/. (LilleRoger)

L'Effet C'Est Moi: Tomber en Héros (CD - Autoproduzione/Forart, 2006). Chi conosce i miei gusti sa che da un po’ di tempo non nutro più molta simpatia per generi come il neo-folk e il dark-ambient: in realtà questi due stili musicali mi hanno attratto parecchio in passato, ma con gli anni mi sono resa conto che la maggior parte delle band dedite a tali sonorità tendono all’involuzione piuttosto che all’evoluzione, e che in generale ripetono le stesse cose all’infinito. Sono davvero poche le formazioni che si salvano, e se si pensa che la scena è letteralmente infestata di cloni c’è davvero poco da stare allegri, per cui potete immaginare cosa mi è passato per la testa quando, leggendo la biografia di questo progetto di Emanuele Buresta, ho scoperto che i gruppi che lo hanno influenzato sono i Der Blutharsch, i Les Joyaux De La Princesse e i Puissance!! Per la verità gli ultimi mi sono sempre piaciuti, ma la proposta dei secondi non mi ha mai colpito granché e Albin Julius mi ha veramente deluso con le sue ultime uscite discografiche, di conseguenza è con una certa cautela che sono andata ad ascoltarmi Tomber en Héros, un album suddiviso in due parti ben distinte dedicate allo splendore dell’impero romano e al legame simbolico tra quest’ultimo e i regimi totalitari della prima metà del Novecento. Con mia sorpresa, però, ho realizzato che non si trattava del solito lavoro noioso e scontato, bensì di una prova abbastanza brillante e gradevole, soprattutto per quanto riguarda i primi cinque pezzi che, più che le band nominate in precedenza, mi hanno ricordato certe atmosfere tipiche dei primi dischi di Mortiis (quelli in cui il musicista norvegese proponeva un dark-medieval-ambient piuttosto originale e d’impatto), unite ad una base percussiva che dà sostegno e corposità ad ognuno dei brani. Dalla sesta traccia in avanti le sonorità si fanno invece più cupe e ferali: il livello è leggermente inferiore a quello degli episodi già descritti in precedenza (se non altro perché essi suonano un po’ più “freschi”…), ma si tratta comunque di composizioni valide ed efficaci, oltre che molto curate. Per concludere direi quindi che, a conti fatti, questo progetto meriterebbe di uscire dall’anonimato, se non altro perché è più convincente di tanti altri già accasatisi da tempo con etichette famose e blasonate… Per informazioni: http://www.forart.it/. Web: http://www.myspace.com/leffetcestmoi/. email: garzaroth1348@libero.it. (Grendel)

Eisheilig: Elysium (CD - Drakkar/Audioglobe, 2006). Gruppo tedesco giunto al suo terzo lavoro dopo l’omonimo Eisheilig del 2001 e Die gärten des herrn del 2003, gli Eisheilig si pongono immediatamente nella scia dei ben più famosi Rammstein sia da punto di vista musicale che dell’interpretazione vocale. Il loro infatti è un industrial-rock-metal potente e immediato, basato su linee melodiche e testi semplici ed efficaci che richiamano subito l’attenzione dell’ascoltatore ed entrano facilmente in testa. Non tutte le canzoni risultano però alla stessa altezza: tra tutte spiccano “Sturm”, un pezzo potente alla Oomph, “Lucifer”, forse il brano più bello e riuscito e “Fahrmann”, dagli echi alla Fields of the Nephilim. Altre canzoni, come la title-track “Elysium”, “König der planeten”, “Märchenreich” e “Schrei”, pur mantenendosi su un buon standard qualitativo complessivo, non riescono a colpire più di tanto, forse per l’effetto “già sentito” e scorrono pertanto un po’ sottotono. Certo una maggiore originalità e un allontanamento dal modello Rammstein sia a livello di composizione musicale che di testi gioverebbero a questo gruppo che dimostra di avere delle buone potenzialità e la giusta dose di aggressività e oscurità per sfondare nel mercato “alternativo” e gli permetterebbero anche di uscire dall’ambito delle band “solo per tedeschi” per acquisire una maggiore visibilità internazionale. Web: http://www.eisheilig.de/. (Mircalla)

Faderhead: FH1 (CD - Accession Records/Audioglobe, 2006). Faderhead, chi è costui? Un perfetto sconosciuto sino a qualche me fa e, leggendo le note biografiche riportate sul suo sito, addirittura questo ragazzo di Amburgo è alla sua opera prima (direttamente su un'etichetta come la Accession, complimenti!) con alle spalle un background di ascolti che non contemplano elettro, gothic ed affini. Chissà, forse l'essere "vergine" da influenze varie della cosidetta "scena" è proprio il punto di forza di Faderhead, capace di realizzare un disco che senza far gridare al miracolo, si rivela comunque assolutamente piacevole. Non è semplice descrivere e catalogare la musica del progetto tedesco, che combina comunque elementi elettronici e rock, per un "meltin'pot" che genera brani efficaci, tanto per il semplice ascolto casalingo, quanto per il ballo. La prima metà dell'album ci riserva gli episodi piu' "frizzanti", come "The protagonist", "The beat has started", "Naughty H" e "O/H Scavenger"; dopo la pessima parentesi rappresentata da "Mattaku" (con tanto di guest-singer giapponese), l'album riprende quota con la delicata "Vanish", forse il miglior brano del disco, e con la piu' ritmata "Melt into your eyes"; completano la tracklist "Hey girl" (brano forse un pò troppo mainstream) e la lunga "Burning/Dancing". L'originalità e la freschezza della proposta sono sicuramente i meriti principali di "FH1", disco che merita sicuramente la chance di un ascolto. Web: http://www.faderhead.com. (Candyman)

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