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Aa. Vv.: Septic vol.6
(CD - Dependent/Masterpiece Distribution, 2006).
La Dependent celebra la sua pubblicazione numero 100 con il sesto capitolo delle sue compilation. Solitamente non dedico molta attenzione alla miriade di raccolte che affollano il mercato elettro-EBM, ma per le "Septic" vale la pena di fare un'eccezione, perchè questo capitolo, come i suoi predecessori, si mantiene su un alto livello qualitativo, segnalandoci tanto artisti già affermati quanto newcomer di assoluto interesse, spaziando nelle varie sfaccettature del panorama elettronico, tra artisti nel roster dell'etichetta tedesca e non. Ad aprire il cd ecco Dismantled (sempre piu' "Nine Inch Nails oriented"), con un brano che funge da apripista al suo imminente nuovo album; è quindi la volta di Pride and Fall (con un remix di "Border", nettamente il miglior brano del loro nuovo album) e Fractured che ci offrono invece un pezzo inedito. I Covenant non fanno piu' parte del roster della Dependent, ma i rapporti con la label sono evidentemente rimasti ottimi ed eccoli quindi con un remix esclusivo di "The men", uno dei brani piu' belli contenuti nel capolavoro "Skyshaper"; sorvolo su Stromkern, gruppo che non apprezzo affatto e mi butto a capofitto su Mind.In.A.Box (nuovo remix per "Lament for lost dreams") e sopratutto su "Scorch the ground", brano nuovo di zecca dei Seabound, anch'essi al lavoro sul nuovo album. E' ora la volta di sonorità meno immediate, per nomi nuovi quali Encephalon e Schwefelgelb, mentre i successivi brani di Klangstabil e Juno Reactor ci mostrano il lato piu' sperimentale di questo sampler. Si torna su sonorità piu' convenzionali con i polacchi Controlled Collapse (il loro "padrino" risponde al nome di Johan Van Roy, a buon intenditor...) e la loro harsch-elettro, quindi è la volta dei mostri sacri Insekt, con un brano inedito; pregevole anche l'inedito dei Flesh Field e gran finale con gli Edge of Dawn che ci offrono un nuovo remix di "Elegance". Questo sesto volume conferma le "Septic" tra le migliori raccolte-elettro disponibili sul mercato, unendo quantità e qualità e riuscendo nell'intento di soddisfare diversi palati.
Web: http://www.dependent.de.
(Candyman)
Aa.Vv.: Amoeba N. 1
(CD - Rustblade/Audioglobe, 2005).
L’uscita di Amoeba N. 1 è stata accompagnata dallo slogan “Ti piace il riso? …E allora mangia la merda”, il quale già di per sé lasciava intuire che avremmo avuto a che fare con qualcosa di anticonvenzionale, e infatti questa release non è di quelle che passano inosservate! Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si sta parlando di un semplice cd, bensì di una compilation + magazine di circa settanta pagine: in realtà non è ben chiaro quale delle due cose sia l’allegato dell’altra, ma tale ambiguità è giustificata dal fatto che entrambe sono estremamente interessanti e meritano grande attenzione. L’album include quattordici brani che spaziano tra vari stili (cioè l’elettronica più estrema, il dark-ambient e l’industrial) ed ogni singolo episodio è collegato ad un articolo della rivista, anch’esso alquanto particolare… Per esempio “Asbestos cage” dei Detune-X (autori di un rhythmic noise vigoroso e abrasivo) è messo in relazione con un articolo che parla della conservazione della pelle, mentre “Anarcocks rising (in Anarcadia)” dei Black Sun Production e “Untitled” dei N sono legati, rispettivamente, ad un reportage fotografico che oserei definire “fallico” (guardare per credere!) e ad una lunghissima lista di parole inizianti con la lettera n (non si tratta però di termini qualsiasi, si va infatti da “nemesi” a “neofreudiano” passando per “necrofilia”, “nonsenso”, “nulla”, “nausea” e via dicendo…). Da notare che nel magazine ci sono anche altre “bizzarrie” che non hanno a che fare con le tracce del disco, vedi ad esempio le quattro pagine dedicate al “Dollar bill vagina” (grazie al quale si impara a piegare una banconota da un dollaro in modo tale da fargli assumere la forma dell’organo sessuale femminile!), oppure quelle in cui troviamo una serie di “shocking news” provenienti da ogni parte del mondo. Per quanto riguarda la compilation, direi che uno dei suoi maggiori pregi è la varietà e che un po’ tutti i pezzi inclusi sono gradevoli, ma in particolare ho apprezzato le atmosfere oscure di “Dresda” (fatto da Nueva Germania + Bahntier) e di “Senza titolo” (ad opera di A.A.A.), oltre al brakbeat-noise che caratterizza l’ottimo “F.u.l.c.a.n.e.l.l.i.” di Dj Balli. Insomma, come avrete già capito Amoeba N. 1 non si rivolge propriamente ad un pubblico dal palato fine, anzi penso di poter affermare che è fatta per gli stomaci forti e soprattutto per le menti deviate, per cui se appartenete a queste ultime due categorie cercate di non lasciarvela sfuggire!!!
Web: http://www.amoeba.tv.it/.
(Grendel)
Act Noir: Automatisme Psychique
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2006).
Esordio sulla lunga distanza per gli eccelsi Act Noir, gruppo derivante dall’esperienza Alma Mater (tre demo, un ciddì oltre ad uno ulteriore uscito sotto la denominazione Atra, e partecipazioni a diverse compilazioni nel loro palmarès), nati nel 1998 allorquando Valerio Calzoni decise di compiere un ulteriore e decisivo passo verso una più compiuta maturazione artistica. Dopo aver pubblicato “Cosmo Minimized E.P” nel 2003, interessante promo le cinque tracce del quale sono tutte qui riprese, danno ora alle stampe questo pregevolissimo esempio di grande new-rock,ove vanno a confluire elementi darkeggianti, influssi psichedelici ed ambient/trip hop e dove la melodia viene distribuita in abbondanti dosi, ma assai intelligentemente tanto da non insabbiarsi mai nelle pericolose secche del pop facilone. Il grande equilibrio di “Absence of charisma”, “This something” e della title-track è indice di capacità compositiva acquisita con sbalorditiva naturalezza, ove l’uso dell’elettronica va a vantaggio di ogni singolo episodio, giuovando ad esso notevolmente quando trattasi di ricavare il risultato finale. Chitarre liquide disegnano paesaggi bucolici dall’intatta bellezza, coadiuvate da una sezione ritmica dotata di grande senso della misura. Definiscono la loro musica “dark-psych-rock” non per nulla, ma queste nove canzoni offrono all’ascoltatore molto di più di quanto questa espressione possa significare: valga per tutti la splendida “Lithium flowers”, la quale indugia come il tepore delle prime giornate di primavera, assaporato stando adagiati su d’un tappeto d’erba freschissima, fra le fragranze della campagna risvegliatasi dal lungo sonno invernale e punteggiata dei vivi colori di mille boccioli, intenti ad osservare le nuvole, candidi batuffoli di cotone sfilacciato, inseguirsi pigre nel ciel azzurrino. Vantar fra le proprie file un cantante come Nicholas Hill concede agli Act Noir il duplice vantaggio della titolarità della madrelingua inglese e di una padronanza esecutiva notevole: ogni ambiente gli è congeniale, anche quando, come in “Unheimlich”, il ritmo s’impenna, generando una piacevolissima song emanante addirittura aromi simplemindiani, sarà per quella voce così simigliante al Jim Kerr più ispirato, o quando ricorda il miglior Sylvian (“Drag me away” è semplicemente… immensa, un cangiante caleidoscopio di emozioni che mai vorremmo avessero fine!). Puntuale e fantasioso il basso di Michele Gozzi, un motore instancabile che trova nel batterismo meticoloso di Claudio Pilati una ottima spalla (“Swerved rooms” poggia su d’un incedere assai dinamico, pur mantenendo ben chiare le caratteristiche tipiche del gruppo), mentre non m’affaticherò mai nel tessere le lodi, mai troppe, a Sergio, elemento cardine dell’economia sonika del gruppo, e di Stefano Nieri e della sua affidabilissima sei corde. “Automatisme psychique” è disco dalla cifra stilistica ingente, che viene ulteriormente accresciuta dalla presenza del remix di “Unheimlich” (meglio, del mesmerizemix!), e della imponente ed umbratile versione “Act noir remix” della grande “Distance” dei MonumentuM, già ospitate entrambe sulla compilation editata da k:goth e la seconda pure su “Metastasi”: un rispettoso tributo al Culto! Seguite le iridescenti traiettorie sonore descritte dagli Act Noir, giungerete ai limiti d’un Universo multiforme ove i vostri sensi potranno finalmente smarrirsi, definitivamente sottratti al giogo della quotidiana inedia.
Per informazioni: www.actnoir.com.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
Amduscia: From abuse to apostasy
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2006).
Ecco un altro gruppo che probabilmente ha già detto tutto quello che aveva da dire. Dopo il precedente "Melodies for the devil" (generalmente accolto da buone critiche, tra cui anche la mia) ed i mcd "Dead or alive" e "Impulso biomecanico", gli Amduscia approdano al loro secondo album, ripercorrendo fedelmente gli schemi dei dischi precedenti e ripetendo la stessa canzone dalla prima all'ultima delle 11 tracce che compongono "From abuse to apostasy".
Francamente mi pare troppo poco per una band da cui era lecito aspettarsi di piu'; gli Amduscia si dimostrano un gruppo (ahimè sono in buona compagnia, a dimostrazione di una scena elettro-harsch che si dibatte in una fase di forte crisi creativa) valido sulla lunghezza del singolo brano, al massimo di un mcd, ma che alla riprova del "full lenght" fallisce miseramente.
Non posso negare che questo disco offra diversi spunti per il dancefloor (ottima allo scopo, ad esempio, l'iniziale "Absolution" e quindi per quanto precedentemente scritto, anche tutte le altre canzoni del cd!), il che mi fa pensare che venderà bene, e sicuramente soddisferà il palato di buona parte della popolazione delle "discoteche dark", ma a mio avviso, si tratta di un disco veramente mediocre e noioso.
I fans del trio messicano e chi ama l'elettronica piu' "pompata", dalla matrice decisamente dance, troverà in questo disco pane per i suoi denti, per gli altri, meglio girare al largo.
Web: http://www.myspace.com/amduscia.
(Candyman)
Angel Theory: Re-possession
(CD - Ground Under, 2006).
Arriva dalla lontana Australia uno dei migliori dischi "elettro" di questi mesi. "Re-possession" è il secondo album di questa one-man band, il cui titolare risponde al nome di Charlie Fenech, che a dispetto di tanti nomi assai piu' reclamizzati, approdati alla corte di etichette che contano, produce un disco veramente bello, caratterizzato da atmosfere oscure che avvolgono l'ascoltatore, brani dove il battito non è mai esasperato (ma quando si decide di "picchiare" lo si fa alla grande, vedi l'ottima "Human"), a favore della soluzione melodica e di un cantato finalmente "pulito". "Re-possession" è costituito da 12 tracce che ci portano in dimensioni elettro-dark che potrebbero ricordare certe cose di In Strict Confidence e, negli episodi piu' cupi come la title-track, Dive; ma qualunque sia la band che vogliate paragonare ad Angel Theory, rimane il dato di fatto che questo è un disco veramente valido, bello dalla prima all'ultima traccia, che pur non inventando nulla di nuovo, suona come, a mio avviso, ogni album elettro-dark dovrebbe suonare.
Web: http://www.angeltheory.com.
(Candyman)
Arctic Monkeys: Whatever people say I am, that's what I'm not
(CD - Domino/Self, 2006).
Ma chi cavolo sono gli Arctic Monkeys? Fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe saputo rispondere a questa domanda, adesso invece il loro nome è sulla bocca di tutti perché sono considerati una ”brand new band di belle speranze”, tanto per usare un’espressione che dovrebbe chiarir subito ciò che essi rappresentano per la stampa musicale della loro nazione d’origine, e cioè l’Inghilterra. Eh sì, gli inglesi sono inarrivabili nell’arte di creare e lanciare nuovi trend: una band sconosciuta pubblica un paio di singoli e nel giro di qualche settimana si comincia a creare una spasmodica attesa per l’uscita del full-lenght, così come per i live-show del gruppo in questione, i cui componenti passano velocissimamente dallo status di studentelli sfigati a quello di rock-star! Gli AM hanno avuto una gran di fortuna nel riuscire a firmare un contratto con la Domino Records (la stessa per cui pubblicano i Franz Ferdinand!) e adesso sono lanciatissimi, ma viene da domandarsi se tanto interesse nei loro confronti sia effettivamente meritato. In realtà la risposta a tale quesito non è del tutto scontata, perché se da un lato il loro Whatever people say I am, that’s what I’m not non può esser considerato un esordio di quelli stratosferici, dall’altro non si può certo dire che sia un brutto lavoro! Il quartetto di Sheffield ha infatti confezionato tredici canzoni che scorrono via veloci e che ci mettono poco a convincere (un paio di ascolti se vogliamo proprio esagerare, non di più): il sound è grezzo e sporco quanto basta per essere apprezzato dai seguaci del new-rock di stampo americano, ma questi ragazzi non rischiano certo di essere scambiati per gli Strokes perché la loro musica ha anche forti legami con il brit-pop e il post-punk. Brani come “You probably couldn’t see…”, “When the sun goes down” o “I bet you look good on the dancefloor”, di per sé abbastanza semplici e lineari, hanno una freschezza e una carica capaci di mettere di buon umore, e questa mi pare un’ottima qualità!! Come ho detto in precedenza Whatever people… non è una di quelle cose per cui strapparsi i capelli, ma è anche vero che, a parte la poca originalità, non riesco a trovare grossi difetti alle composizioni incluse, che mi piacciono parecchio sia dal punto di vista musicale che da quello vocale. Posso quindi concludere dicendo che gli Arctic Monkeys sono un’ennesima bella scoperta, e che i giornalisti inglesi sono sì un po’ esagerati, ma ultimamente si stanno occupando di band alquanto interessanti…
Web: http://www.arcticmonkeys.com/.
(Grendel)
Beyond Sensory Experience: The Dull Routine of Existence
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2006).
Secondo lavoro per il duo svedese dei Beyond Sensory Experience, artefici di un dark ambient minimale e atmosferico, intenso e interessante come è lecito (doveroso invero) aspettarsi da ogni uscita targata Cold Meat Industry. Il lavoro si presenta come una specie di concept incentrato sull'idea di una vita piatta e abitudinaria (emblematiche in questo senso le immagini d'epoca scelte per la copertina, che ritraggono scene di vita domestica e di lavoro). Con queste premesse quindi non ci si possono attendere dal CD particolari slanci sonori o sperimentazioni aggressive. Tutto quindi è molto misurato, con gli inserti sonori dosati con molta parsimonia. I suoni sono lenti e ovattati, con molti sottofondi lontani e qualche inserto di disturbi e fruscii che fa molto "low-fi". Per la maggior parte dei brani quindi sono prevalenti le atmosfere oniriche e malinconiche. In qualche episodio invece i suoni si fanno più inquietanti e lugubri: è il caso della titletrack, di "The dreaded sun" e soprattutto della bella "Escapism", giocata su una bella melodia suonata con un pianoforte "effettato", in cui il gruppo si lancia maggiormente in sperimentazioni con cut-up sonori presi da molteplici fonti per produrre un risultato davvero convincente. Il CD è quindi più che dignitoso, con qualche episodio decisamente interessante: il limite principale è il suo essere molto "in stile" con le produzioni di stampo dark ambient, un campo in cui molto è stato fatto e spazio per l'innovazione è sempre più difficile da ritrovare. I Beyond Sensory Experience sono senz'altro degli onesti mestieranti ma questo CD, seppur piacevolissimo, non si farà certo ricordare negli annali della musica oscura. Per estimatori del genere e per feticisti delle produzioni Cold Meat.
Web: http://www.coldmeat.se.
(Christian Dex)
Black Wire: Black Wire
(CD - Crash/Audioglobe, 2005).
A proposito dei Black Wire lessi tempo addietro un articoletto, ove venivano citati i seminali The Sisters Of Mercy quale fonte di ispirazione. Ecco spiegata la mia curiosità nei confronti del giuovine terzetto albionico, anche se delle mitiche sorelle di Leeds Daniel Wilson (voce), Simon McCabe (chitarre) e Tom Greatorex (basso) poco hanno in comune; a parte l’utilizzo della drum-machine! Eppure il loro sound scarno ed a tratti inquietante (sopra tutto per una certa sensazione di tetraggine metropolitana aleggiante su alcune delle tracks contenute nell’omonimo debut che stiamo sezionando con curiosità), come nella nervosissima “Attack! Attack! Attack!” ed in “Broken back”, ed una attitudine spiccatamente glamour potranno aprir loro diverse porte, anche quelle che contano, del voracissimo music-biz. Sì, perché i nostri, colle loro belle faccine, possono far decisamente colpo sulle schiere di freschi appassionati di indie-sound. E quelle cravattine dal nodo lasciato intenzionalmente allentato e quelle camicette sgualcite fanno sorgere il sospetto che i nostri adottino uno stile di vita da prime-stelle alla The Libertines, chissà mai (non per nulla titolano una song “Promote the happy hours”)! E la musica? Certo, pure quella non dobbiamo trascurare, perché i tre ci sanno fare, fra il brit-pop furbacchione di “Hard to love easy to lay” (i Blur hanno lasciato il segno su Daniel e soci, eccome!) e la frenesia adolescenziale di “Both your houses” diversi sono i passaggi da tenere in considerazione. “800 million heart beats” deve far riferimento alle loro fan, certo non insensibili nel confronto del fascino tenebroso dei loro beniamini, il pezzo poi non è per nulla male! Le dieci tracce fuggono via veloci, il disco non raggiunge nemmeno i quaranta minuti, ma almeno non dobbiamo sciropparci inutili riempitivi; in chiusura la ammiccante “The face” poi, coi suoi furbissimi inserti elettronici ed il suo incedere danzereccio farà muovere anche il più pigro di voi, per poi lasciare il passo alla incisiva e spiritata “Very gun”, per un gran finale! I Black Wire sono belli così, diretti e sufficientemente disinvolti, speriamo solo che il successo non li travolga, o che a qualche scritturale illuminato (sì, dalle luci al neon della periferia londinese, mica dall’ispirazione) non venga la bella idea di appiccicar loro l’etichetta ormai consunta di nuovi Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs o chissacchì. Apprezziamoli per quello che sono, dei ragazzi vogliosi di musica e di divertimento. Ed i Sisters? Lasciateli in pace, quella è la Storia, e come tale va trattata con deferenza!
(Hadrianus)
Bloodbound: Nosferatu
(CD - Metal Heaven/Frontiers Records, 2006).
Ricapitoliamo: copertina da mamma che paura effigiante un volto deformato da uno spaventevole ghigno, con tanto di corna ed aguzzi canini in bell'evidenza, risaltante da un cerchio di fiamme; sul retro i nostri quattro Bloodbound, dai ceffi pittatissimi (in)degni d'un qualsisiasi gruppuscolo black pullulante le lande norrene. Eppure le due menti del progetto Fredrik Bergh e Tomas Olsson si avvalgono del rispettato Urban Breed (fuoriuscito dai cult-dark-metallers Tad Morose) alla voce! Ma i timori vengono presto fugati dall'ascolto delle prime tre tracce del dischetto: "Behind the moon", "Into the dark" e la bella title-track, dotata di un gran tiro maideniano si rivelano adattissime a coloro che apprezzano Merciful Fate ed in generale il metallo darkeggiante (attenti, non gothikeggiante!). Pezzi ben suonati e ben prodotti, corredati da liriche incentrate sulla vicenda d'un coraggioso avversario del Principe delle Tenebre. Certo, alla lunga il disco mostra un pochino la corda, suonando monocorde e privo di apprezzabili variazioni al tema principale, mentre davvero abbondano trovate divenute ormai regola in opere del genere (come l' incipit della citata "Nosferatu", con tanto di funerei rintocchi di campane e temporale incombente: Black Sabbath docet!). Se amate King Diamond e Merciful Fate (la bella "Desdemonamelia" è davvero oscura), se siete dei fanatici del power-metal ("Crucified" profuma di Helloween prima maniera, e non è l'unica), potete senza altro fare vostro questo "Nosferatu", i Bloodbound non vi deluderanno.
Web: http://www.frontiers.it.
(Hadrianus)
Das Ich: Cabaret
(CD - Massacre Records/Audioglobe, 2006).
Nuovo album per una band che non ha bisogno di presentazioni. Autentica istituzione della scena elettro-dark, i Das Ich realizzano con "Cabaret" un ottimo lavoro che ribadisce l'ottima vena creativa espressa nei precedenti "Antichrist" e "Lava" (tanto per soffermarci solo agli album piu' recenti). Forti di uno stile assolutamente personale che li mantiene sulla cresta dell'onda da tanti anni, il duo Kramm/Ackermann ha prodotto un disco assolutamente godibile che rispetta tutti gli stilemi a loro cari: nessuna novità particolare quindi, ma "solo" un ottimo album, scusate se è poco. Dopo l'iniziale "Moritat" (oscuro brano dal sapore fortemente "teatrale", caratterizzato dall'uso della fisarmonica e riconducibile al lato piu' "sperimentale" della band tedesca), il disco entra nel vivo con la micidiale sequenza "Atemlos"-"Macht"-"Paradigma", una tripletta che ci mostra il lato piu' scatenato dei Das Ich: oscure danze pagane pronte ad entrare nella già lunga lista dei loro hits. "Fluch (Ahnung)" rallenta il ritmo e dà spazio al lato oscuro ed introspettivo dei Das Ich (si ripensi ad un disco come "Morgue"), prima dell'ennesimo hit da dancefloor incarnato da "Opferzeit". Convenzionale ma comunque efficace è anche "Schwarzes gift", mentre risulta piuttosto originale nel contesto della discografia dei Das Ich, "Nahe", brano "lirico", caratterizzato dalle presenze di una sezione d'archi e di Marianne Isers (del gruppo tedesco Schneewittchen) che duetta con Ackermann. Andamento frenetico per "Zuckerbrot & Peitsche" che sembra eseguita da un'orchestra impazzita e che ci conduce agli otto minuti della conclusiva "Cabaret" brano stilisticamente simile all'opener "Moritat", con fisarmonica e sezione d'archi che possono rimandare addirittura ai primi Lacrimosa. Un cabaret oscuro, una rappresentazione teatrale condotta ancora una volta da par loro dall'immarcescibile duo. Cala il sipario, applausi.
Web: http://www.dasich.de.
(Candyman)
Decadence: Where do broken hearts go?
(CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2005).
Il mio primo incontro con i greci Decadence è stato breve ma intenso: si trattava della cover live di “Ach Golgotha” presente sul CD di tributo ai Current 93, uno dei pochissimi brani veramente degni di nota su quella compilation che, nella maggioranza dei casi, era costituita da brani anonimi e inutili; coraggiosa la scelta del brano e geniale il risultato: un brano neoclassico di violino e violoncello su cui si incastonano un breve vocalizzo femminile e un delicato arpeggio di chitarra. È quindi con notevole curiosità che mi sono avvicinato a questa nuova opera degli ellenici, che sono recentemente entrati a far parte della scuderia svedese. Questa nuova opera si rivela più solida, da un punto di vista sonoro, di ciò che avevo ascoltato in precedenza, grazie soprattutto all’inserzione di ritmiche marziali, peraltro mai troppo invadenti. Le strutture neoclassiche sono ben presenti e danno notevole pienezza alla musica dei Decadence, indubbiamente pomposa ma non stucchevole, come capita in altri casi: gli arrangiamenti orchestrali sono ben congegnati, il suono degli strumenti non dà mai la sensazione di essere fastidiosamente sintetico; anche nei brani più tendenti al folk non ci si accontenta dei soliti due accordi e gli sfondi sono sempre un buon substrato su cui lavorare anche con l’arpeggio. La voce femminile non è impostata liricamente ma risulta piacevole e morbida (mi ricorda un po’ quelle degli Chandeen) mentre quella maschile usualmente recita i testi, che sembrano (non li ho letti ma sono abbastanza chiari) trattare alcuni dei temi tipici del genere (amore, eros, caducità, malinconia). I brani più pieni e classicheggianti possono ricordare gli Stoa, altri invece mi hanno fatto pensare alla musica di The Protagonist, pur se con minore influenza industrial: impatto sonoro è più ridotto, le ritmiche sono meno incalzanti e non danno quella sensazione di circolarità seriale. Nel complesso, a mio giudizio, Where do broken hearts go? è un gran bel lavoro e i Decadence sono, per l’etichetta svedese, un ottimo acquisto.
Web: http://www.coldmeat.se.
(Ankh)
Der Blutharsch: When did wonderland end?
(CD - WKN/Audioglobe, 2005).
Quanto mi piacerebbe liquidare questo cd dicendo che i Der Blutharsch si sono un po’ rincoglioniti e non vale più la pena comprare i loro dischi, ma purtroppo non si può… Eh no, non si può stroncare una release con un paio di semplici paroline perché, giustamente, chi legge la recensione pretende di sapere i motivi per cui se ne sta parlando male, e soprattutto se tali ragioni possono essere più o meno condivisibili. Allora, partiamo dall’inizio: le prime produzioni della band austriaca mi avevano esaltato, convincendomi del fatto che a volte è possibile fare ottima musica anche con poco, visto che può bastare una buona idea per far sì che un pezzo possa colpire moltissimo l’ascoltatore. Diciamo che, per lo meno fino a The track of the hunted, Albin Julius era riuscito ad affascinarmi con i suoi brani pieni zeppi di samples e di nenie (a volte cantate con voce un po’ stonata, ma pur sempre efficaci e in un certo senso adatte al contesto di cui facevano parte!). Peccato però che con gli ultimi lavori ( When all else fails! e Time is the enemy!) le cose siano andate peggiorando, visto che essi proponevano sempre la stessa minestra riscaldata (male), e che quest’ultima a un certo punto ha cominciato a risultare un po’ indigesta… Con il nuovo When did wonderland end? la situazione non è affatto migliorata, anzi direi che i Blutharsch stanno andando in caduta libera: l’ispirazione si è persa chissà dove e il contributo di personaggi come Paola Andrea Riascos (Terroritmo), Matt Howden (Sieben) o Didi Bruckmeyer (Fuckhead) non è sufficiente a risollevare le sorti di un album davvero poco coinvolgente. Il problema è che la qualità media delle track è piuttosto bassa, difatti quelle che assomigliano maggiormente alle cose che il gruppo ha fatto in passato risultano un po’ insulse (vedi ad esempio le numero 2, 4, 7 e 11), mentre quelle che propongono qualcosa di diverso lasciano alquanto perplessi. In esse la band sembra voler privilegiare un approccio più rock rispetto a quello che aveva in passato, ma più che di “rinnovamento” del sound parlerei di involuzione perché mi pare che AJ e soci abbiano tentato di scopiazzare roba già sentita un sacco di volte (vedi ad esempio la “goticissima” traccia numero 3, oppure la quinta e l’ottava, molto vicine al neo-folk…). Insomma, l’impressione è che gli austriaci stiano cercando di aggiornarsi un po’, ma per adesso il loro tentativo risulta decisamente goffo e anche un po’ irritante a dire il vero, perché ci si aspetterebbe qualcosa di più e soprattutto di meglio da gente così! Davvero deludenti, e credo proprio di aver detto tutto a questo punto…
Web: http://www.derblutharsch.com/.
(Grendel)
Djenjer: Vortex
(CD - Autoproduzione, 2006).
Senza dubbio è la prima volta che mi capita di incontrare un progetto industriale proveniente dal Marocco, paese in cui sonorità di questo genere credo siano particolarmente poco frequenti; l’esperienza non è stata di certo delle più semplici, visto che si tratta di un lavoro estremamente dissonante, prossimo ad alcune vecchie sperimentazioni con strumenti elettronici analogici ma fortemente intossicata da influenze industrial di vecchia data come dalla cultura più devastante del moderno rumorismo elettronico; si tratta di un progetto nuovissimo, visto che il responsabile del progetto, tal Yassine Maaroufi, gli ha dato vita nel dicembre 2005. Il CD in oggetto è costituito da sei brani, i cui titoli e la cui durata (che varia dai due minuti e mezzo a quasi un quarto d’ora) potrebbero far pensare ad una musica ispirata fortemente a quella dei corrieri cosmici dei tempi andati. In realtà ci si trova davanti a qualcosa di decisamente più ostico, costituito in buona parte da rumore elettronico generato, almeno apparentemente, da strumenti analogici e da strani effetti di feedback o interferenze. L’ascolto è decisamente difficoltoso: il brano che a mio giudizio si discosta un po’ di più dagli altri è quello d’apertura (“Black star dying”), che potrebbe ricordare alla lontana alcune delle cose più astratte dei Coil. Per il resto si alternano brani più silenziosi (“Astral communication”) ad altri più saturi ma sempre tendenzialmente ambientali (“Around newborn stars melted planets spin”) fino a quelli di più difficile impatto, in cui il rumore elettronico la fa da padrone, pur senza arrivare alla violenza inusitata di alcuni gruppi della scena elettronica più estrema. Per concludere, un’opera del genere, ai tempi dei Throbbing Gristle, sarebbe stata dirompente e innovativa mentre al giorno d’oggi perde un bel po’ del suo significato; d’altro canto può sicuramente essere una chicca per i completisti del genere, data la sua provenienza.
Web: http://www.djenjer.tk/.
email: ifouraam@yahoo.fr.
(Ankh)
Evergrey: Monday Morning Apocalypse
(CD - Insideout Music/Audioglobe, 2006).
"Monday morning apocalypse" segna il traguardo del sesto disco di studio per il gruppo di Tom S. Englund, e giungendo dopo un album dal vivo, che rappresenta sovente uno spartiacque nella vicenda artistica di un insieme musicale, segna l'approccio ad un sound moderno ed aggressivo, pur non generando particolari scompensi nella struttura genetica tipica degli Evergrey. Il contributo del duo di produttori costituito da Sanken Sandquist e da Stefan Glaumann, già visti all'opera con Rammstein, Def Leppard e Bon Jovi, certo si rivela fondamentale nell'approccio alla composizione, ed è esemplare a tal punto un brano come "Unspeakable", striato da venature nu-metal che non si possono certamente ignorare. Anche l'apparato scheletrico di ogni singolo pezzo riserva più d'una novità, a principiar dal ridotto minutaggio degli episodi che segnano lo scorrere di "Monday morning apocalypse". Tutti di durata aggirantesi sui tre/quattro minuti, a parte quello titolato "Still in the water", il più lungo, ma relativamente contandone poco più di cinque. Belli i cori di "Lost", dal chitarristismo tipicamente Evergrey, mentre la svelta "Obedience" fa il paio con la title-track posta al principio del disco: sei corde ficcanti, batterismo bello tosto ed il solito, appassionato cantato di Tom. Linee melodiche che si intersecano con frammenti sostenutissimi, ove la capacità di dettare il ritmo di Jonas Ekdal (drums) e del bassista Michael Hakansson esaltano il costante lavorio del principale compositore Henrik Danhage (chitarre), con le tastiere di Rikard Zander pronte ad entrare in scena da protagoniste quando lo sviluppo della canzone lo richiede. Di Englund abbiamo già scritto in abbondanza pure in passato, basti rilevare che pure su "MMA" si esibisce con autorevolezza e senza accusare sbavatura alcuna. L'aver per la prima volta affidato la produzione a degli esterni ha ulteriormento giuovato alla resa finale, come lo dimostra la bella ed incisiva "The curtain fall", dai forti richiami rammsteineiani, o la darkeggiante "In remembrance" dai cori minacciosi, d'altronde le liriche sono incentrate su quanto nella vita d'ogni giorno può accadere: incidenti, morte, malattie... "At loss for words" s'articola su passaggi chitarristici serrati e dichiaratamente metallici, mantendendo intatta la cupezza che da sempre identifica lo stile del combo svedese. In costante evoluzione, e questo nuovo capitolo della loro discografia lo dimostra. Nemmeno il breve strumentale per solo piano "Till Dagmar" ci rasserena, essendo melancolico e precedendo la dura e plumbea già citata "Still in the water", costruita su una parte centrale debitrice di certa doomeggiante epicità. Moderni ed essenziali, gli Evergrey non temono il confronto con le più aggiornate tendenze della musica alternativa, facendole anzi proprie e rendendole parte dell'economia del loro lavoro. "The dark I walk you through": fantastica non solo nel titolo! Una traccia aperta da un sinistro arpeggio di chitarra si sviluppa poscia lungo coordinate obscure e moderne. Un brano da ascoltare attentamente, la dimostrazione che pure da un fenomeno caduco come il nu-metal si possono ricavare input geniali, sopra tutto se incastrati al meglio in un puzzle soniko già in avanzata fase di sviluppo. Nel finale entrano decisamente le keys, a completare un'opera di assoluto valore. Ma il livello rimane alto anche in chiusura di disco, come dimostrato dall'efficace "I should", magistralmente giuocata su parti rilassate ed altre più ficcanti, e sulla chiaroscurale "Closure" affidata ai soli Englund e Zander. Inquietante l'artwork: potenzialmente, siamo tutti minacciati, ogni uno di noi può venir trasformato, da questa folle contemporanea società, in un mostro. Ovvero in una vittima del sistema perverso che ci guida!
(Hadrianus)
In Strict Confidence: Where sun and moon unite
(EP - Minuswelt/Audioglobe, 2006).
Nuova release per una delle migliori band in circolazione nel circuito elettro e non solo. Raggiunto finalmente il meritato successo con il bellissimo ed acclamatissimo "Holy" (2004), gli In Strict Confidence di Dennis Ostermann tornano con questo ricco EP che anticipa l'imminente album "Exile Paradise". Dico subito che siamo al cospetto di un'altro ottimo disco, che ripercorre lo stile degli ultimi lavori della band tedesca, titolare di un personalissimo stile elettro-dark che viene qui ribadito, producendo brani strepitosi, da "Promised land" a "Paradise regained", da "Pearl" a "Wintermoon". Come detto, i brani sono stilisticamente simili a quelli dell'album "Holy": un elettro-dark di grande classe che non punta ai pezzi "riempipista", sparando insensate raffiche di BPM, ma cesella brani sopraffini che sapranno sicuramente soddisfare chi ama la buona musica. Intense, melodiche ed epiche (da rilevare ancora una volta l'apporto vocale della ex Chandeen, Antje Schulz), sono dieci le tracce presenti, con remix a cura di Blutengel, Samsas Traum, Blind Faith & Envy (questi operano sulla già nota "Emergency") e Lucas Boysen ed un artwork ancora una volta sopraffino. Un ottimo EP che apre la strada in maniera ottimale al nuovo album e che conferma gli In Strict Confidence tra gli assoluti protagonisti della scena elettro.
Web: http://www.instrictconfidence.com.
(Candyman)
Jesu: Jesu
(CD - Hydra Head, 2005).
Vogliate scusarci se la recensione del disco degli Jesu (la nuova “creatura” musicale di Justin Broadrick dei Godflesh) arriva con notevole ritardo sulle pagine del nostro web-magazine, ma ogni tanto qualche svista può capitare… Detto ciò passiamo ai fatti, e cioè al contenuto di questo album, che ha la particolarità di far riferimento a varie correnti musicali, e che per tale motivo attirerà tipologie differenti di ascoltatori. Ovviamente una parte sarà rappresentata dai vecchi fan dell’industrial band inglese, ma forse esso verrà apprezzato ancor di più dagli appassionati di post-hardcore, un genere che negli ultimi anni sembra aver preso abbastanza piede e che sta attirando l’attenzione di parecchia gente, anche se ciò avviene soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa (come al solito del resto, almeno per quanto riguarda le sonorità più estreme e anticonvenzionali). Direi comunque che si tratta di un cd che può andar bene anche per una parte del pubblico gothic, se non altro perché è caratterizzato sia da atmosfere oscure e claustrofobiche che da raffinate melodie. È difficile fare una descrizione di questi lunghissimi brani (che durano in media nove minuti…), difatti ciascuno di essi tende a dilatarsi e, pur nella propria omogeneità e linearità, offre vari spunti interpretativi a chi lo sente. Personalmente gli Jesu mi sono sembrati quasi una versione post-rock dei vecchissimi Katatonia (quelli di “Dance of december souls” tanto per intenderci), oppure (volendo considerare la cosa da un altro punto di vista…) una versione industrial-metallizzata dei Sigur Rós! Inoltre, considerando che i loro pezzi alternano un sound etereo e delicato con parti molto potenti e incisive, posso affermare che questo è uno di quei rari casi in cui mi è riuscito ascoltare materiale “impegnativo” (sia in termini di tempo che di assimilabilità) senza annoiarmi a morte e senza aver mai la tentazione di premere il tasto stop! Con ciò non voglio dire che un prodotto del genere debba esser preso alla leggera, perché credo che ci voglia una certa predisposizione mentale per trovarne la giusta chiave di lettura, ma una volta che uno riesce a scovarla il gioco è fatto, e diventa facile apprezzarne la bellezza e la particolarità…
Web: http://www.avalancheinc.co.uk/jesu.html.
(Grendel)
Karsten Hamre: Broken whispers
(CD - Flood the Earth/Masterpiece Distribution, 2005).
Il nome di Karsten Hamre è sicuramente già noto ai cultori del genere industriale grazie ai diversi progetti che fanno a lui riferimento, dei quali il più conosciuto è certamente quello noto con il nome di Penitent. La musica contenuta in questa nuova produzione, pur rimanendo nell’ambito di una musica industriale cupa ed oscura, tende a distaccarsi dalle atmosfere più piene e spesso pompose del progetto sopra citato, riducendo notevolmente le influenze classicheggianti che in esso sono spesso vistose quando non preponderanti. In quest’opera, la pienezza del suono si riduce notevolmente per dare vita ad un disco più ambientale ma con le influenze rumoristiche tipiche della musica industriale. Per quanto mi riguarda, ho sempre trovato troppo forzosamente barocche le sonorità di Penitent, di conseguenza ritengo che quest’album sia più piacevole e meno artificioso di alcuni lavori precedenti del musicista; in alcuni casi, come nel brano “Fortuna synapsis”, si rischia di cadere nella poco sana, almeno al giorno d’oggi, tentazione di certa new age “spacey” (quella di Albedo 0.39 di Vangelis, per esempio) ma in linea di massima il CD si lascia ascoltare abbastanza volentieri; le strutture classicheggianti non sono del tutto assenti, ma in genere sono poco invadenti tendono ad amalgamarsi con lo sfondo più che spiccare al di sopra di esso. Nel complesso si tratta di una musica lenta e molto scura, tendenzialmente dominata da profondi drones a cui si sovrappongono sonorità tipicamente prive di melodia e, tranne qualche caso, di ritmo. Di certo non si tratta di un disco epocale, sia perché non è particolarmente innovativo o personale, sia perché è presente qualche caduta di tono (penso alla parte ritmica di “Enshrouded land”, veramente poco significativa), però molti brani sono adatti ad un ascolto rilassato, anche perché l’oscurità trasmessa non è quella asfissiante di molti gruppi dark ambient nordici bensì quella pacata e avvolgente del vuoto profondo. Probabilmente da un veterano della scena ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più ma, in fondo, non si tratta di un disco malvagio.
Web: http://www.karstenhamre.com.
email: karstenhamre@gmail.com.
(Ankh)
Kelly Osbourne: Sleeping in the nothing
(CD - Sanctuary, 2005).
Ma come si fa a parlare di un personaggio come Kelly Osbourne? Più che altro il problema è dove cominciare, visto che su di lei si potrebbe scrivere un libro… Non so quanti dei lettori di Ver Sacrum abbiano seguito il reality-show The Osbournes su Mtv, ma senz’altro coloro che l’hanno fatto avranno le scatole piene delle vicende di quell’assurda famiglia (anche se, diciamoci la verità, alcune puntate facevano morire dalle risate…). Guardandolo vi sarete accorti che la giovane Kelly sta tentando già da qualche anno di calcare le orme paterne, ed ovviamente non è una povera sprovveduta che non sa come districarsi nei meandri del music business. Qualche tempo fa mi era già capitato di recensire un suo disco (sto parlando di Changes, uscito nel 2003) e, anche se la tentazione era stata forte, non me la sentii di stroncarlo perché, tutto sommato, non avrebbe meritato tale trattamento. Anche stavolta la situazione è simile, nel senso che Sleeping in the nothing non è niente male e non permette certo di gridare allo scandalo, anzi… A differenza di Changes, che era un lavoro “punk-rock oriented”, questo cd pare molto più influenzato da generi come la new-wave e il synth-pop, ma soprattutto mette in evidenza una certa maturazione da parte della cantante inglese, che appare più consapevole dei propri mezzi e si rende protagonista di una discreta performance. Musicalmente parlando Sleeping… è caratterizzato da elementi quali l’immediatezza e la varietà, inoltre c’è da notare che, pur rivolgendosi più che altro al pubblico medio di Mtv (e quindi ad una massa di ragazzini dai gusti alquanto semplici e standardizzati), queste canzoni sono abbastanza stilose e ricercate, quasi a voler riscattare la signorina Osbourne dalla reputazione che si è fatta negli anni, e cioè quello di pseudo-punkettona rozza, volgare e sempre sopra le righe. Basta ascoltare l’opener “One word” (quasi identica a “Fade to grey” dei Visage), oppure la suadente “Secret lover”, per rendersi conto dell’accuratezza con cui l’album è stato realizzato, ma in generale un po’ tutte le track risultano convincenti grazie al particolare mix tra 80’s sound e pop moderno che le caratterizza così tanto. A dire il vero non so se Kelly riuscirà mai a far parlare di sé solo ed esclusivamente per meriti artistici, ma certo questo disco me l’ha fatta rivalutare molto e mi ha permesso di vederla sotto una luce diversa, cosa su cui non avrei scommesso un soldo bucato fino a pochissimo tempo fa…
Web: http://www.kellyosbourne.com/.
(Grendel)
Killing Ophelia: Iamai
(CD - Black Rain Records, 2006).
Un bel suono, netto e potente, caratterizza il seguito del debut "Last Vision" per il duo dei Killing Ophelia. Già la title-track, che funge pure da opener, rappresenta al meglio le intenzioni dei songwriters Lee Lauer e Karen King, con una impressionante serie percussiva che vi abbatterà al suolo. L' incipit inquietante di "Picking up stones" vi trasporterà immediatamente nell'ambiente degradato e decisamente ostile descritto da una traccia cupa, dal riconosciuto effetto cinematografico, esplicante sofferenza e malessere urbani. Sonorità roboanti che si susseguono ad inserti spietatamente taglienti, e nel finale torna quel piano... "For no one but me" poggia su tastiere imponenti che paiono ergersi nell'immensità del cielo come guglie di cattedrali, e su d'un cantato avvincente, mentre le keys di "Breathing room" sono gelide come il vento che sferza le steppe, ed il melancolico cantato acuisce il senso di smarrimento aleggiante sulla song. Musica che evoca immagini, che genera sensazioni, questo è "Iamai", disco impreziosito da una produzione eccellente (by Anarchy-Inc Studios). L'immaginifica "Dolls" estremizza la lezione artistica impartita da Bjork, dimostrando quanto Karen sia brava ad esternare le nostre angoscie, sondando le più remote profondità della mente umana e portandole alla luce. "Coming up for air" è soffocante e stordente come il senso di terror panico che prende chi soffre di claustrofobia, allorquando si trovi in un ambiente chiuso... e Karen e Lee sanno esprimere ansie e timori con incredibile naturalezza! "Burn awake" potrebbe significare un tenue barlume di speranza, con quell'inizio sacrale, ma è pia illusione, le macchine dirette da Lee tornano implacabilmente ad impadronirsi della nostra volontà. Ed il viaggio psichico e soniko prosegue, con la fredda imponenza di "Cut" (il bisturi che affonda nella carne, se non fosse per la voce di Karen, mai la loderò a sufficienza!) e la morbosa "The wound", fino all'epilogo fornito dall'accoppiata finale "Tautology" (gothikeggiante) e "Secret" (la quale riprende certe pagine darkeggianti incise nell'avorio dai maestri Dead Can Dance). Oltre alle tracce audio, il CD comprende tre video (di "Iamai", "For no one but me" e "Cut"), davvero in linea con quanto proposto musicalmente dai nostri.
(Hadrianus)
Manes: [View]
(EP - Epidemie Records/Masterpiece Distribution, 2005).
Inizierei la recensione con due ammissioni: innanzitutto non avevo mai sentito nominare questo gruppo, che poi ho scoperto essere di provenienza metal e annoverare, tra i suoi membri, elementi provenienti addirittura dai 3rd And The Mortal; secondo, che l’ascolto iniziale mi aveva lasciato decisamente perplesso per la varietà di stili e forme in esso presenti. La motivazione di ciò è che si tratta di un EP contenente tre versioni remixate di un brano precedentemente edito dal gruppo (che suppongo sia “Terminus a quo / Terminus ad quem” tratto da Vilosophe), due cover più due brani nuovi. Come ci si può aspettare in casi del genere, il risultato è un disco alquanto incoerente dal punto di vista sonoro, che alterna momenti abbastanza interessanti ad altri, a mio giudizio, assolutamente poco significativi. Le sonorità vanno dal metal melodico, a momenti un po’ più tirati, al noise elettronico, ad ispirazioni vagamente elettro-pop. Ascoltando i tre remix, devo dire che non ho la più pallida idea di come potesse suonare il brano originario, tanto sono diverse tra loro le tre versioni: la prima, di un tale DJ Don Tomaso, è caratterizzata da un’elettronica morbida ma dal suono molto standard, su cui si sovrappongono campioni che, a tratti, la rendono un po’ più evocativa. Le altre due (attribuite a Cordell Klier), sono meno abbordabili: la prima, a mio parere senza dubbio il momento più interessante dell’EP, caratterizzata de gelidi battiti elettronici e rumori di fondo; l’altra è costituita da serie di rumori di fondo, glitch e interferenze spesso al limite del silenzio o del rumore bianco. La prima cover (“Cinder Alley” dei 16 Horsepower) mi ha riportato alla mente certe chitarre di fondo dei 3rd And The Mortal ma nel complesso non mi ha detto molto, troppo ispirata ad un metal melodico. L’altra (“Title – somewhat inspired by Duran Duran”), a metà strada tra un metal morbido e il pop anni ’80, mi ha detto anche meno. Anche i due brani nuovi mi lasciano abbastanza freddo, troppo indecisi tra la solita forma di metal un po’ melenso, momenti più tirati e tentazioni danzerecce.
Web: http://www.manes.info/.
email: manes_no@hotmail.com.
(Ankh)
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