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Absurd Minds: Noumenon
(2CD - Scanner/Audioglobe, 2005).
Quarto album per gli Absurd Minds, trio tedesco che sin dagli esordi (il primo album, "Deception", è del 2000) si è caratterizzato per uno stile musicale assai simile a quello dei Project Pitchfork; tale accostamento era (ed è) legittimato sopratutto dalla voce, che ricorda molto quella di Peter Spilles. "Noumenon" si muove quindi lungo le coordinate tipiche della band di Dresda, ovvero brani elettro-dark di impatto immediato, melodie semplici e godibili che si fanno apprezzare sin dal primo ascolto, ma che d'altro canto non lasciano nemmeno un grande impatto sull'ascoltatore una volta che si è tolto il cd dal lettore. 14 tracce (disponibile anche una "limited edition" di 2000 copie, contenente un secondo cd che ospita 5 remix esclusivi) di discreta fattura, ma anche piuttosto simili tra loro che evidenziano sopratutto il fatto che gli Absurd Minds dal 2000 ad oggi non abbiano praticamente fatto passi in avanti, continuando a limitarsi a restare nel limbo popolato da decine di bands che per il momento possono solo ambire al salto di qualità. Ci risentiamo al prossimo album.
Web: http://www.absurdminds.de.
(Candyman)
Aghiatrias: Regions of Limen
(CD - Epidemie Records, 2004).
Ancora una volta la ricerca, durante i viaggi estivi, di gruppi provenienti dalle lande visitate si è rivelata utile e fortunosa. In realtà avevo già letto qualcosa di questo oscuro duo praghese, ma si trattava di descrizioni molto generiche che avevano stuzzicato solo in minima parte la mia fantasia; tutt’altro risultato ha avuto l’ascolto del CD, che mi ha spinto verso un immediato acquisto. Il progetto è costituito da Vladimìr Hirsch, che si occupa della composizione, della strategia globale (!!!), della strumentazione, dei sampler e della voce, e da Tom Saivon che invece lavora a livello di produzione, strategia interna (!!!), generatori e distorsori; in questo CD collabora anche il mezzosoprano Martina Sanallovà. L’opera in oggetto è la “aghiatrizzazzione” di una suite orchestrale di Hirsch intitolata “De regionibus limis” e, nelle intenzioni dei due musicisti, rappresenta le attività astratte del cervello e lo si vorrebbe localizzato nel punto in cui il mondo reale entra in contatto con quello surreale presente nel nostro inconscio. Devo dire che la realizzazione rende decisamente l’idea e risulta fortemente straniante; musicalmente parlando Regions of limen può essere assimilato a certe produzioni di Raison D’être (in particolare quelle in cui sperimenta maggiormente con le distorsioni di suoni emessi da lastre percosse, come in The Empty Hollow Unfolds) ma risulta nel complesso ancora più ossessivo e opprimente, al punto da essere riuscito a darmi, quando l’ho ascoltato a volume alto, un senso di vertigine. Non si tratta certo di un suono semplice e adatto a tutti, anzi, credo sia ben più ostico e meno “musicale” di buona parte dei lavori prodotti dalle varie etichette di genere, pur non perdendo completamente d’occhio il senso dell’armonia come accade nei progetti power electronics. Peccato averlo scoperto con un anno di ritardo, altrimenti avrebbe probabilmente trovato facilmente posto nella mia classifica di fine anno; ma la speranza rimane accesa: il duo sta già componendo altri tre lavori, uno dei quali avrebbe dovuto essere pubblicato entro la fine del 2005 ma credo che la data sia slittata di qualche tempo. Come nota conclusiva, credo sia interessante segnalare che Hirsch, oltre a produrre musica sotto il suo nome e quello degli Aghiatrias, milita (o ha militato) in numerosi altri progetti, che personalmente non ho mai ascoltato, come Der Marabu, Skrol, Subpop Squeeze, Zygote più svariati altri di breve durata che evito di nominare; inutile aggiungere che è mia intenzione cercare di approfondire la conoscenza di questa incredibile realtà musicale.
Web: http://www.vladimirhirsch.com/.
email: aghiatrias@hotmail.com.
(Ankh)
All Scars Orchestra: New scars 2004
(CD - Into My Bed/Bosco Rec./Milarecords, 2004).
Negli scorsi mesi mi è capitato di recensire il nuovo cd di Daniele Brusaschetto (intitolato [Mezza luna piena]) e anche un secondo lavoro imputabile al chitarrista torinese (vale a dire Ri-tagli, disco di debutto del side-project denominato Ich Niente), ma nelle ultime settimane alla redazione di Ver Sacrum è arrivato pure New scars 2004, ennesimo album nel quale c’è lo zampino del già citato artista (che in questo caso ha collaborato con Paul Beauchamp dei Gullinkambi, Paola e Luca dei Ludmila, Mirco Rizzi e vari altri musicisti). Inutile dire che la prolificità del bravo Daniele appare assolutamente encomiabile, ma viene da domandarsi se egli sia uno di quei fortunati che riescono a vivere dormendo solo tre o quattro ore per notte, visto che proprio non si capisce dove riesca a trovare il tempo per dedicarsi a così tante attività!! Se già avete avuto modo di ascoltare alcuni dei suoi lavori sapete che essi non propongono un sound facile o immediato, e quindi sapete anche cosa aspettarvi da questo cd, suddiviso in dodici brani ipnotici e stranianti, che in linea di massima potrebbero essere accostati all’ambito experimental. Diciamo pure che è molto probabile che il disco attiri gli appassionati del suono CMI (in particolare quello dei cd che hanno reso famosa la label svedese nel corso degli anni novanta…) e più in generale tutti coloro che amano le cosiddette “sonorità di confine”. In New scars 2004 convergono elementi di vario tipo, che sembrano esser stati “sradicati” dal loro ambito naturale e integrati in un contesto anomalo, per cui può capitare di ascoltare l’episodio pseudo-rock noise (vedi ad esempio “Psydialog in dark city” o “Rocky horror in psydialog”), quello ambient/sperimentale (“Sci-fi”, “Bestie”), o anche quello industrial-ritualistico (“La cosa più violenta che fai”, “La confusione”). Per quanto mi riguarda ho trovato interessanti soprattutto le ultime due song nominate, e avrei senz’altro accolto con favore un album contenente molte più tracce simili ad esse, ma in generale non posso non apprezzare il lavoro svolto dagli All Scars Orchestra, davvero lungi dall’essere monotono o troppo scontato!!
Web: http://www.danielebrusaschetto.com/.
(Grendel)
All Souls' Day: In The Mourning
(CD - Doom Symphony, 2005).
Le dolentissime note di "A breath from the death" battezzano l'esordio discografico dei veneti All Souls' Day, tracciando nitidamente il sentiero sul quale essi s'incamminano con ostentata fierezza, ovvero autarchico ed incompromesso doom spezzato da decisi impulsi epici, e devoto alla tradizione auspicata dai leggendari Candlemass in virtù di incorrotti capolavori quali "Nightfall" ed "Ancient dreams". Un moloch di plumbea tetraggine appena scalfito da parziali dinamismi strumentali, edificato da una voce drammaticamente impostata e dal cupo martellare della sezione ritmica, sulla quale s'inerpica una battagliera chitarra, grondante note disperate. Ennesimo manifesto della musica dell'avverso destino è "A mortal day", con un liquido fraseggio della sei corde ad evocare la quieta disperazione che segue l'addio. La voce muliebre poteva venir meglio sfruttata, apparendo così com'è fuori contesto, ma trattasi di pallida sfumatura presto cancellata al pachidermico incedere del brano. Nulla si inventa nel doom, ed ogni episodio deve possedere la coerenza e la pertinacia che si riconoscono agli iniziati, ed anni di gavetta, trascorsi nell'oscurità, hanno forgiato il carattere degli ASD, pronti a gettare l'anima nella pugna, come nella estenuante e cerimoniale "The mourning". La speme mitigatrice d'un domani migliore si spenge fra le spire asfissianti della possente "At the bell toll", la quale, unita alla strumentale "Forever", dà forma ad una piece de resistence magniloquente. "The sinner" evoca espiazioni dolorose, la breve anticipazione di "Ancient" chiude "Into the mourning", rimandandoci al futuro. Che sia già scritto? Una nera processione s'approssima al disadorno cenotafio edificato sulla terra sconsacrata a causa d'occulti riti... It's time of doom, again!
P.S.: v'è pure una - sorprendente - ghost-track!
Web: http://www.undergroundsymphony.com.
(Hadrianus)
Apoptygma Berzerk: Shine on
(MCD - Gun Supersonic/Audioglobe, 2006).
Secondo singolo estratto dall'album "You and me against the world", il disco che ha segnato una svolta nella carriera musicale di Apoptygma Berzerk, spiazzando molti fans (e "spezzando il cuore" del nostro direttore Christian Dex!!). La scelta cade su "Shine on", cover del celebre brano degli House Of Love, presente solo sulla "limited edition" dell'album; chi conosce il brano in questione sa già quindi cosa attendersi: una zuccherosa canzoncina pop, assai gradevole, ma che non può non lasciare perplessi i fans della prima ora di Stephan Groth! Seguono le inediti "Black pawn" e "Friendly fire", due brani molto carini (la seconda è cantata da una voce femminile), all'insegna di un "elettronica retrò", che ricordano molto quanto fatto da Stephan con il progetto Fairlight Children. Le ultime due tracce riguardano invece due remix dei brani "You keep me from breaking apart" e "Tuning in to the frequency of your soul". Devo dire che ho trovato questi due remix decisamente gradevoli, così come i due brani inediti, tanto da farmi ricredere su questo mcd a cui mi ero avvicinato con molto scetticismo e sufficenza. Certamente siamo in un campo decisamente "easy-pop", ma tant'è, ormai Apoptygma Berzerk è questo, prendere o lasciare.
Web: http://www.apoptygmaberzerk.de.
(Candyman)
Art Brut: Bang bang rock & roll
(CD - Fierce Panda/Goodfellas, 2005).
L’ambito alternative-rock inglese ha davvero riservato ottime sorprese negli ultimi due anni, e ormai non si contano più i gruppi balzati agli onori delle cronache musicali grazie al clamore suscitato da qualche singolo azzeccato. Per adesso la qualità media delle uscite è piuttosto alta, e ciò non può che far piacere, ma ho già i brividi al pensiero di quanti cloni ci dovremo sorbire nei mesi a venire. Proprio a proposito di cloni c’è da dire che molti hanno accusato le band dedite alla brand new wave (o al new post-punk) di essere delle semplici copie di gruppi in auge più di venti anni fa (vedi ad esempio i vari Joy Division, Talking Heads, Fall, Jam, Television ecc.), ma personalmente non trovo nulla di sbagliato nel fatto che ci sia gente che ha deciso di rivedere in chiave moderna certe sonorità. Anzi, a dire il vero trovo che il lavoro svolto da formazioni come Maxïmo Park, The Rakes o dagli stessi Art Brut sia più che encomiabile, difatti il debut di questi ultimi è l’ennesimo disco diretto ed efficace che colpisce subito l’ascoltatore. E i motivi di ciò sono presto detti: i pezzi sono divertenti e grintosi, inoltre sono contraddistinti da parti vocali che non passano certo inosservate, visto che la performance del frontman Eddie Argos fa sorgere spontanea la domanda “Ma questo sta cantando o chiacchierando?!?”. Quello che voglio dire è che i testi di Bang bang… stanno a metà strada tra il cantato e il declamato, e questa è una cosa che a me piace moltissimo perché ben si adatta al genere proposto dalla band, un post-punk intellettual-sgangherato che farà la gioia di tutti coloro che amano la musica senza tanti fronzoli, fatta di strutture semplici e di melodie immediatamente riconoscibili. La miscela sonora proposta dagli Art Brut è davvero esplosiva in certi momenti, difatti episodi come “Formed a band”, “Rusted guns of Milan”, “My little brother” o la titletrack non sono soltanto piacevoli da sentire, ma fanno anche venire una gran voglia di ballare (già immagino il pogo che riescono a scatenare quando vengono proposti dal vivo!!). Ho nominato solo quattro dei brani del cd ma in realtà anche gli altri non sono da meno, per cui correte a procurarvelo se non siete tra quelli che detestano tutto ciò che sa un po’ di revivalistico e che suona terribilmente “british”…
Web: http://www.artbrut.org.uk/.
(Grendel)
Artica: Plastic Terror
(CD - Decadance Records/Audioglobe, 2006).
A due anni dalla ristampa del - fondamentale - "Ombra e luce" (che ribadì il valore di veri caposaldi della scena italiana, una riesumazione che ci permise di giuovarci ancora di una manciata di imparagonabili perle) la stella degli Artica torna a rifulgere vigorosa nell'obscuro firmamento del goth-rock, reclamando la deferenza dovuta agli astri che più degli altri ci guidano attraverso gli indefinibili confini dell'Universo. "Plastic terror" è aperto dalla sofferta "Black eyes", ove il nervoso magma soniko prodotto dagli istrumenti sostiene un cantato quanto mai cupo (citare McCoy, quello più ispirato, quasi che l'ottimo Alberto Casti abbia voluto seguire l'evoluzione stilistica che ha segnato in questi anni il suo maestro, fissa delle coordinate, utilizzando una pietra miliare di facile reperibilità) ma fin dalla successiva "Sacrificium" il sound si distende, assumendo contorni sempre più netti e personali. Gran lavorio delle tastiere di Massimiliano Bonavita e della dinamica sezione ritmica composta da Michele Mariella e da Stefano Marcon, è indiscutibile il valore di questi veterani (formazione immutata), tanto che Gabriele Serafini, chitarrista di nobile lignaggio, ce lo rende invidiato da molti combi foresti. Insiste la title-track, avvalorata da una porzione strumentale gradevolissima e dall'ennesima, grande prova di Alberto. Tracce vieppiù valorizzate da una produzione eccellente. C'è quindi spazio per una ballata, "Ocean", il brano che Wayne Hussey, credetemi!, vorrebbe firmare come proprio, e che gli Artica trasformano in uno sfavillio di emozioni! Le successive "Engel" e "The deceiver" sono quasi ovvie, in questo contesto, eppure il loro livello è ben superiore alla media alla quale siamo negli ultimi anni adusati, ribadendo la statura internazionale di "Plastic terror" e degli Artica. Ed è conseguente l'utilizzo dell'inglese, che se da un lato sgrava di quell'aura melodrammatica della quale i loro classici quali "Indomita", "Dahlia"... erano pervasi, proietta questo disco in una dimensione decisamente più consona alla sua intatta cifra. "Nemesi" e "Fade Away" portano le stimmate dei classici, "Aggressione" (cantata in madre lingua) rimanda a quanti appena citati, coll'irruento incedere di un assalto all'arma bianca. Un ponte sospeso sul passato e proiettato al futuro, dallo shockante effetto praticamente assicurato! La severa compostezza di "I don't fit" ci prepara al commiato: una mesta, commovente cerimonia che magnifica i suoi esecutori, e ch'induce l'ascoltatore ad un quieto abbandono, cullato dalle note dolenti della chitarra, che salgono al cielo sospinte dalle volute di fumo innalzantesi da pire brucianti incensi e fronde umide di pioggia. Ancora l'italiano marchia la conclusiva "Roma brucia", valgono le considerazioni appena stese per "Aggressione", della quale par essere la degna sorella. "Plastic terror" consegna agli annali del goth gli Artica, ed è un onore aver partecipato a questo evento, la portata del quale potremo valutare ancora in avvenire. Ribadisco la caratura elevata della produzione, e d'una grafica adattissima, alla quale l'attiva Decadance Records ci ha ormai... viziati!
Web: http://www.decadancerecords.it.
(Hadrianus)
Ayria: Flicker
(2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2005).
Secondo album per Ayria, al secolo Jennifer Parkin; la ragazza sembra aver fatto tesoro delle stroncature piovute piu' o meno unanimemente sul precedente "Debris" e torna con questo disco che, pur senza far gridare al miracolo, ci regala alcuni episodi interessanti e risolleva almeno un pò le quotazioni di questo progetto. "Flicker" era stato preceduto dal mcd "My revenge on the world" e la title-track era già programmatica della voglia di riscatto che animava Jennifer dopo lo scarso riscontro ottenuto dall'album precedente (assai bruttino come già detto); in effetti questa canzone ( caratterizzata da un elettro-industrial spiccatamente "dance" che sarà poi lo stile dominante di "Flicker") risulta uno dei migliori episodi del nuovo album; un disco abbastanza vario, capace di passare da momenti "elettro-industrial" piu' marcatamente dance ("It's been fun", "My device", "My revenge on the world") ad altri piu' intimisti ("St. Edith", "Lovely day"); mentre in "Pink dress" spicca l'uso della chitarra elettrica. Indubbiamente alcuni episodi risultano piuttosto stucchevoli e poco entusiasmanti a dimostrare che, se è vero che dei progressi sono stati fatti, la strada da compiere per Jennifer è ancora lunga.
Web: http://www.ayria.com.
(Candyman)
Bohémien: La Parata Del Circo
(MCD - In The Night Time, 2005).
Pronta conferma per i romani Bohémien i quali, dopo il più che positivo rientro sulle scene puntualizzato da "Danze pagane", ci offrono un ulteriore saggio della loro creatività, rappresentato dalle quattro tracce che costituiscono questo mini. Un buon death-rock interpretato in madrelingua e con grande fermezza, corredato da un artwork adattissimo ed assolutamente in tema, ecco quanto riservatoci da "La parata del circo" e dalla sofferta "Anemia (da qui all'eternità)", pezzo assai apprezzabile, grazie al sinistro incedere dettato da una chitarra tagliente e dalla nervosa sezione ritmica, il tutto tenuto assieme dalle tastiere di Stefania Minutaglio, protagoniste pure ne "Nell'ora dell'enigma", ove creano un'atmosfera sottilmente horrorifica. Ottimo il cantato di Alex Buccini, ancora grande spazio per Luciano Liberatore, Giovanni Staccone e Walter Vincenti nella irruenta "Specchio", manifesto del dark americaneggiante. La versione in idioma anglosassone di "Anemia" (v'è pure uno "S*phz remix") fornisce una ulteriore prova della bravura del quintetto, ormai pronto ad affrontare con sicurezza qualsiasi ribalta.
Per informazioni: www.bohemien.net.
Web: http://www.inthenighttime.it.
(Hadrianus)
The Boxer Rebellion: Exits
(CD - Poptones/Universal, 2005).
Il “rock revival” è senz’altro uno dei fenomeni musicali più significativi di questi ultimi anni, anche perché l’improvviso successo di formazioni come White Stripes, Strokes e Black Rebel Motorcycle Club ha fatto riscoprire alla gente il gusto di ascoltare canzoni semplici, dirette e dannatamente efficaci, di quelle che ti ritrovi a canticchiare senza neanche volerlo. Nel filone new rock si inseriscono, per certi versi, anche i londinesi The Boxer Rebellion, autori di un album che ha tutte le carte in regola per piacere a coloro che, come me, sono ben felici di sentire musica energica ed orecchiabile. In particolare direi che il disco dovrebbe risultare gradito ai fan dei già citati BRMC, che mi pare abbiano rappresentato una grossa fonte di ispirazione per questo quartetto. Non aspettatevi però un clone della band di San Francisco, difatti i TBR hanno saputo far bene i conti e hanno bilanciato ottimamente i vari elementi del loro sound, che solo a tratti è “detroitiano” quanto quello dei primi due cd di Peter Hayes e compagni. Exits è quindi il risultato della fusione tra sonorità ruvide e sporche (che piaceranno ai più oltranzisti…) e melodie ricercate che in più di un’occasione fanno venire in mente gli U2 dei tempi migliori. Tra l’altro il mix a cui ho appena accennato dà risultati ragguardevoli, non solo perché i brani contenuti nella release sono belli e piacevoli, ma anche perché riescono ad emozionare, e questa non è certo una cosa da poco… A partire dall’iniziale “Flight” (nella quale il timbro di Nathan Nicholson, il cantante del gruppo, ricorda parecchio quello di Bono Vox), e fino alla conclusiva “The absentee”, c’è tutto un susseguirsi di momenti ricchi di pathos e di sonorità che riescono a coinvolgere appieno l’ascoltatore, sia nei casi in cui la band spinge il piede sull’acceleratore che in quelli in cui invece rallenta progressivamente. Non c’è che dire, i The Boxer Rebellion saranno anche al debutto ma in quanto a songwriting hanno davvero poco da imparare: magari non sono la formazione più originale di questo mondo, ma certo possiedono tante altre qualità per le quali farsi apprezzare…
Web: http://www.theboxerrebellion.net/.
(Grendel)
Clan of Xymox: Weak in my knees
(MCD - Pandaimonium/Audioglobe, 2006).
Nuovo mcd per i Clan of Xymox di Ronny Moorings; "Weak in my kness" è un brano nello stile che contraddistingue il sound della band olandese ormai da qualche tempo, ovvero un punto d'incontro tra la dark-wave (che vede gli Xymox tra i suoi esponenti storici) e l'elettronica, per un brano dalle atmosfere oscure ma al tempo stesso assai ballabile; non è quindi un caso che per due della quattro versioni della "title-track" presenti dul disco, troviamo come remixer bands di primo piano della scena elettronica come Grendel e The Azoic, mentre Daniel Myer (questa volta nei panni di Destroid), interviene sulla classica "Michelle". Devo però dire che nonostante i bei nomi dei remixer, tanto la versione originale di "Weak in my knees", quanto i remix, non mi entusiasmano piu' di tanto; non si tratta di una brutta canzone per carità, ma sa tanto di già sentito e mi pare priva dell'appeal che contraddistingueva (tanto per restare fermi a tempi recenti) "There's no tomorrow", singolo che aveva anticipato il precedente album "Farewell". Come detto, tra le sette tracce che compongono il mcd trova spazio anche un vecchio classico del repertorio degli Xymox, ovvero "Michelle": oltre al già citato remix di Destroid abbiamo anche una nuova versione a cura degli Xymox stessi; a completare la tracklist "Calling you out", brano senza infamia e senza lode che mette maggiormente in risalto le chitarre rispetto alla parte elettronica. Un mcd tutt'altro che indispensabile a mio avviso, da consigliare solo ai fans piu' sfegatati del Clan of Xymox.
Web: http://www.clanofxymox.com.
(Candyman)
Covenant: Ritual Noise
(EP - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2006).
Dopo un lungo periodo di silenzio, tornano i Covenant con questo EP che anticipa l'album "Skyshaper" in uscita ai primi di Marzo. A fare la parte del leone di questo EP è la title-track, presente in ben 4 remix; "Ritual Noise" è un brano assai affascinante che si sviluppa in maniera avvolgente convincendo ascolto dopo ascolto, mettendo i pressuposti giusti per quello che si annuncia come un ottimo album da parte del trio svedese. Ottimi i remix, il piu' particolare dei quali è certamente quello realizzato da Terence Fixmer.
A completare la tracklist due brani inediti (che non saranno inclusi nell'album): "The island" e "XRDS", a dire il vero non propriamente indimenticabili, caratterizzate da ritmi piuttosto lenti ed ipnotici. Dopo i contradditori album di VNV Nation ed Apoptygma Berzerk, non ci resta che attendere poche settimane per scoprire cosa hanno in serbo per noi Covenant; da questo singolo direi che si può essere ottimisti.
Web: http://www.covenant.se.
(Candyman)
The Daughters Of Bristol: Voyage
(EP - Magnolia Recordings, 2005).
Le tracce componenti questo interessante EP riesumano in toto le atmosfere care ai primevi Sisters of Mercy, e questa sensazione viene certamente acuita dalla cavernosa voce del cantante, quasi una clonazione dell'Eldritch più oscuro di "Temple of Love" o "The reptile house". Oltre passata la interlocutoria strumentale "Mary death", ci troviamo in fatti trasportati indietro nel tempo, e "Velvet curtains" e la scarna "Take you away" non possono non richiamare lo storico insieme di Leeds. Una band di Columbia (Montana), una etichetta di Seattle (no grunge relations!), ma un suono inconfondibilmente brit-goth! Ambientazione obscurissima ed inputs epici scardinati dalla presenza costante di una chitarra lancinante e da un basso che penetra le viscere, anche se la seguente "Give rise" aumenta decisamente il ritmo, avvalendosi di ritmiche rabbiose e pulsanti. Un episodio veloce che risente dell'urgenza espressiva del post-punk, al quale i nostri certo debbono aver attinto quale fonte ispirativa. Dolore ed angoscia esprime la title-track, ristabilendo il giusto dosaggio di plumbea tetraggine propria del lavoro. Non proprio degli innovatori, The Daughters of Bristol, ma se l'originalità, né la sua ricerca, costituiscono la loro missione (ad eccezione del nome che si sono scelti, questo sì particolare), almeno si riconosca loro una profonda conoscenza della materia che trattano! Belle le chitarre a la Cure della dolentissima "Sweet lies", degna conclusione di un lavoro che potrà costituire utile palestra per i suoi propugnatori, ove fortificare muscoli ed apparato osseo in vista di ulteriori, questa volta più esaustive e coraggiose, prove!
Per informazioni: www.magnolarecordings.com.
Web: http://www.thedaughtersofbristol.com.
(Hadrianus)
De/Vision: Subkutan
(CD - E-Wave/Audioglobe, 2006).
Nuovo album per una delle "istituzioni" del synth-pop; i De/Vision realizzano con "Subkutan" un disco assolutamente gradevole, probabilmente uno dei piu' riusciti della loro discografia. Sempre fedele alla formula di un elettro-pop assai melodico, con canzoni incentrate sull'amore, il duo tedesco ha realizzato 12 nuove tracce che si basano sulla collaudata ricetta a base di malinconia e sentimenti intessuti su linee melodiche "elettro-pop" assai delicate. "Subkutan" si apre in maniera assai brillante, con due dei migliori brani racchiusi al suo interno: "Subtronic" e "The end" (apparse anche sul singolo promozionale che ha anticipato l'album); successivamente il disco si assesta su atmosfere piu' intimiste con "Star crossed lover", brano che dopo un inizio minimalista si avvia verso un refrain contraddistinto dalla chitarra elettrica. Le successive tracce alternano momenti piu' dinamici ("Addict", "Obey your heart", "E-shock") ed altri piu' intimisti e zuccherosi (con una prevalenza di questi sul finire del cd che francamente risulta un pò noioso, facendo perdere qualche punto alla valutazione complessiva dell'opera). "Subkutan" non apporta quindi nessuna particolare innovazione tematica o stilistica per i De/Vision, che rimangono comunque una certezza per gli amanti del synth-pop, anche se per chi vi scrive Mesh ed Iris rimangono di un'altra categoria.
Web: http://www.devision-music.de.
(Candyman)
Deviated Sister T.V.: The coming of the 1st generation
(MCD - Autoproduzione, 2005).
Davvero niente male gli alessandrini Deviated Sister T.V., band nata nel 2003 per volontà di Aleph Zero, già membro di svariate formazioni dedite al genere industrial. Con l’aiuto della consorte mAlice (e di Claudio Dondo dei Runes Order, che ha collaborato alla realizzazione del brano “We have made a religion!”) Aleph è riuscito a produrre il primo mcd del gruppo, che si intitola The coming of the 1st generation e si compone di cinque tracce piuttosto convincenti, che mi hanno colpito fin dal primo ascolto. Nella biografia in mio possesso ci sono chiari riferimenti agli act che più hanno influenzato i DST.V.: in particolare vengono citati numi tutelari come SPK, Einsturzende Neubauten, Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire e band che si sono affermate in anni recenti come Hypnoskull e Converter, ma direi che sono proprio queste ultime quelle a cui è più facile accostare il combo piemontese. Ad eccezione della già citata “We have made a religion!”, che è caratterizzata da atmosfere cupe e da una forte componente melodica, il materiale incluso in questo lavoro si inserisce tranquillamente nel filone rhythmic-noise e, tutto sommato, non ha poi molto da invidiare a quello prodotto da tante formazioni famose della scena elettronica più estrema. L’incastro tra ritmiche superveloci ed elementi industrial sembra essere materia alquanto congeniale ad Aleph e mAlice, che “deliziano” le orecchie degli ascoltatori con composizioni che non danno loro tregua neanche per un istante, ma che pur essendo caratterizzate da una certa ripetitività non risultano mai noiose o difficili da digerire. Sinceramente non ho trovato pecche in questo mcd, e come dicevo all’inizio esso ha rappresentato per me una piacevole sorpresa, per cui mi auguro di risentir parlare presto dei Deviated Sister T.V., magari in occasione dell’uscita del primo full-lenght! Per adesso mi limito a segnalare il loro nome agli estimatori del sound Hands/Ant-Zen, che leggendo queste righe si saranno già molto incuriositi…
Per informazioni: Mario Olivieri, via Carducci 68/A, 15076 Ovada (AL); Tel. 392-9143501.
email: zeroaleph@tiscali.it.
(Grendel)
Dredg: Catch without arms
(CD - Interscope/Universal, 2005).
Gli americani Dredg sono una sorta di band di culto qua in Italia, eppure la loro musica non è né strana né di difficile assimilazione, e non si capisce come mai sia apprezzata solo da una ristretta cerchia di ascoltatori. Ho detto “apprezzata” e non “conosciuta” proprio perché il problema sta tutto qui, e cioè nel fatto che i lavori del quartetto di Los Gatos non sono stati adeguatamente promossi dai nostri media e non hanno ricevuto quell’attenzione che forse avrebbe permesso al gruppo di crearsi un grosso seguito anche da queste parti. A scanso di equivoci dirò subito che Catch without arms è un disco bellissimo, un concentrato di energia, emozioni e melodie da brivido che non possono lasciare indifferente chi le ascolta. Difficile dire quale sia il genere proposto dai suoi autori: in generale si potrebbe parlare di emo-rock (tanto per usare una terminologia in linea con i trend del momento…), ma analizzando con attenzione le dodici canzoni contenute nel cd si nota che i Dredg hanno saputo trarre spunto da vari stili musicali, mescolandoli in maniera alquanto originale. Gavin Hayes e compagni saranno anche californiani, ma l’impressione è che siano nati nella cara vecchia Inghilterra, e che in gioventù abbiano fatto una bella scorpacciata di alternative rock e new wave, privilegiando in particolar modo le formazioni che riuscivano ad avere un sound dinamico e corposo, ma anche fluido e incisivo (vedi ad esempio quello degli U2). Con un album del genere sarebbe insensato mettersi a fare una lista dei pezzi più validi, difatti qui non ci sono track migliori di altre e il livello medio è davvero alto. Quello che invece si può fare è una distinzione tra gli episodi più movimentati ed elettrici, rappresentati per esempio da “Bug eyes”, “Ode to the sun” o “Tanbark” (un brano fantastico che piacerà parecchio agli amanti dei Mars Volta), e quelli maggiormente rilassanti, come nel caso di “Sang real”, “Zebraskin” e della commovente “Jamais vu”. Insomma, coloro che si erano già entusiasmati con “El cielo” (il precedente cd della band…) non possono proprio perdersi questo nuovo lavoro, ma c’è da augurarsi che anche tanti altri non lo trascureranno… Su una cosa, infatti, non ho dubbi: Catch without arms, con la sua bellezza ed intensità, farà breccia nei cuori di tutti coloro che avranno modo di ascoltarlo!!
Web: http://www.dredg.com/.
(Grendel)
Drunk with Joy: Sound living
(CD - A Maze Records, 2005).
Devo ammettere che riuscire a scrivere la recensione di questo CD è stato per me piuttosto complicato: sarà forse a causa delle note allegate al CD, che parlavano di un duo folk, il che mi aveva preparato a tutt’altra tipologia di suono, oppure alla particolarità della musica, che sembra trarre ispirazione da fonti differenti e che, nel complesso, non è particolarmente vicina ai miei ascolti abituali. In realtà di folk, almeno di quello che più comunemente viene definito tale, in questo lavoro ce n’è ben poco. Si tratta piuttosto di una via di mezzo tra rock e pop elettronico con rarissimi accenni a suoni acustici che, in alcuni casi, riporta alla mente musicisti appartenenti a generi abbastanza disparati; il duo è formato da Mila Oshin, che si occupa della voce, e Kris Jager, che presumo si occupi dell’elettronica e del resto della strumentazione. Il lavoro in questione è costituito fondamentalmente da brani che si poggiano su basi elettroniche (che alternano sonorità pop facili facili a suoni più sporchi e, ancora, a sensazioni trip hop) su cui si sovrappone una voce femminile e a cui si aggiungono, di tanto in tanto, suoni di chitarra più o meno distorta. Nel complesso la musica del duo americano mi ha riportato alla memoria nomi molto interessanti (Kate Bush o, in alcuni casi, Monica Richards) senza però avvicinarsi più che tanto a così elevati livelli di qualità. Nel complesso Sound Living risulta decisamente troppo leggerino per i miei gusti pur potendo costituire un ascolto piacevole e poco impegnativo in determinate situazioni; di conseguenza non saprei se e a chi caldeggiare l’acquisto del CD poiché, se da un lato è difficile inserirlo comodamente in un genere definito, dall’altro neppure eccelle per trovate geniali che creino un impatto degno di nota.
Web: http://www.drunkwithjoy.com/.
(Ankh)
Dunkelwerk: Troops
(2CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2005).
Non ha mancato di suscitare polemiche l'uscita di questo primo album a nome Dunkelwerk:
la rivista Sonic Seducer ha infatti deciso di non parlare di questo disco, accusandolo piu' o meno espicitamente di essere "politically -scorrect" ed anche le altre riviste tedesche, pur non bannandolo, non ne hanno fatto una gran promozione; questo a causa delle tematiche affrontate da questo misterioso progetto tedesco, tematiche inmperniate sui due ultimi conflitti mondiali, corredate da un artwork grafico un pò ambiguo e che può rimandare a quanto già fatto da Feindflug e Wumpscut (che qualche problemino nel passato per tali motivi hanno pure avuto); siccome però certe polemiche costituiscono spesso la miglior pubblicità, il disco ha subito fatto irruzione al sesto posto della DAC!! Musicalmente ci troviamo davanti ad un prodotto non trascendentale, ma comunque buono, imperniato su un'elettronica oscura ed aggressiva, dove i patterns disegnano panorami cupi ed apocalittici, ideale colonna sonora per scenari di battaglia e distruzione. Le dodici tracce di "Troops" (superfluo ricordare che, come per tutti i cd del catalogo Alfa Matrix, esiste una versione in doppio cd, con svariati remix) sono caratterizzate da atmosfere epiche e cupe che spaziano da momenti maggiormente ritmati e "ballabili" (su tutte "Bastard", vera hit del disco) a brani maggiormente cupi ed "atmosferici" ("Sternensoldat"), con ampio ricorso a campionamenti "bellici", per un lavoro che può trovare in The Retrosic un buon termine di paragone. Tra tante uscite mediocri, "Troops" pur non essendo un disco imprescindibile merita comunque un giudizio positivo, mentre volendo tornare sulle polemiche che hanno fatto da cornice alla sua pubblicazione, direi che al di là di ogni strumentale tentativo di interpretazione, è meglio leggere le parole riportate direttamente sul sito del gruppo: "Dunkelwerk parla di sconfitta, non di vittoria! Usando immagini e tematiche belliche crea un'atmosfera di abbandono e perdita. L'intero concetto di Dunkelwerk focalizza questi aspetti. Non c'è eroismo o gloria; la guerra era e sempre sarà una fatale catastrofe per la vita e l'amore".
Web: http://www.dunkelwerk.de.
(Candyman)
Edge of Dawn: The Flight (Lux)
(MCD - Dependent/Masterpiece, 2005).
Frank Spinath (vocalist dei Seabound) e Mario Schumacher danno vita a questo nuovo progetto che a mio parere si segnala come una delle migliori elettro-release dell'anno. "Elegante" è il termine che meglio descrive la musica degli Edge of dawn (e non a caso questo è anche il titolo di uno dei brani inclusi nel mcd); un elettro-sound che trova proprio nei Seabound il suo piu' logico punto di riferimento (e questo a conti fatti è l'unico appunto che mi sento di muovere a Spinath & Schumacher: se è vero che Edge of Dawn non è propriamente un side-project di Seabound, è però innegabile che i due progetti risultino assai simili). "The flight (lux)" è composto da 9 tracce assai piacevoli, caratterizzate da sonorità pulite e da una bella voce; tre le versioni della title-track (con remix di Iris ed Auto Aggression), che con "Losing ground" ed "Elegance" risultano tra le cose migliori offerte in un mcd che comunque non accusa passaggi a vuoto e si mantiene su un livello qualitativo decisamente alto rispetto alla media delle pubblicazioni “elettro” di questo periodo; un disco assolutamente consigliato a chi apprezza Seabound, Covenant e l'elettronica piu' pulita e raffinata, lontana anni luce da voci distorte e sonorità dozzinali.
Web: http://www.edgeofdawn.de.
(Candyman)
En Declin: Trama
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2005).
La picciola ma attivissima My Kingdom Music si conferma etichetta votata alla valorizzazione di insiemi talentuosi, aggiungendo alla propria collezione di degnissime operine "Trama" dei romani En Declin, già attivi come My End fin dal 1996, giunti all'attuale formazione dopo i fisiologici ricambi che precedono definitive stabilizzazioni dell'organico (e la Capitale vanta ormai una nutrita schiera di band capaci di proporre sonorità melancolico/darkeggianti, come gli affermati Klimt 1918, i blasonati Novembre e gli emergenti Room With A View, freschi di seconda uscita proprio sotto gli auspici della label nocerina). Trattasi di un quintetto che nella ricerca di un'elegante scrittura identifica il proprio credo artistico, una missione che giunge ad amalgamare nel peculiare sound proposto parti di dark rock, echi progressive e molecole alternative che si possono far risalire alla basilare lezione impartita in questi anni dal geniale Maynard James Keenan colle sue creature, i rutilanti Tool e la combriccola A Perfect Circle. Un suono moderno, a tratti decisamente ammiccante, che non disdegna vigorose impennate elettriche, come nella accoppiata "When edge..."/"...Turns blade", forse quanto di più prossimo ai citati APC od ai Dead Soul Tribe di Devon Graves (non è un isolato esempio di brani gemelli, comprendendo "Trama" altri episodi siffatti come "My anger" e "Still anger" e "Lost..."/"...In the trama"), e che disegna meravigliosamente l'essenza melancolica del disco, un portentoso susseguirsi di quadri romantici ed ispirati, mai grevi o forzosamente appesantiti, mantendosi sempre nei limiti aurei di una composta tristezza. "Trama" è opera raffinata e colta (come l'inserto di Quasimodo in "Isquosadmove" conferma), che valorizza la scena minore italiana, e che ci permette di gustare un frutto dolcissimo, come la melancolia che i suoi autori sanno con tanta grazia evocare, quella dei meriggi d'inverno, fugaci di luce abbacinante spengentesi in un velo di nebbia incombente.
Per informazioni: www.mykingdommusic.net.
Web: http://www.masterpiecedistribution.com.
(Hadrianus)
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