Recensioni giugno 2005

 


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Klimt 1918: Dopoguerra (CD - Prophecy/Audioglobe, 2005). Tornano i miei beniamini Klimt 1918, freschi di nuovo contratto con la prestigiosa Prophecy e con un disco che ne conferma il grande valore. Amai alla follia il loro demo "Secession makes post modern music", romantico e decadente, e se fosse stato un vinile, l'esordio ufficiale "Undressed momento" sarebbe ora inascoltabile, a tal punto l'avrei certamente usurato... Ed ora "Dopoguerra". Confesso i miei timori, allorquando m'apprestai a premere il fatidico tastino play, la paura humanissima di subire una delusione, tanto m'attendevo da questo cerchietto argentato, era troppa ed intollerabile. Desideravo semplicemente provare ancora una volta quella gioia genuina, generata dall'ascolto di bei brani, confacenti al mio spirito, aderenti al mio gusto. Dubbi fugati. E' pur vero che "Dopoguerra" non osa nulla, poggiando su d'una formula consolidata ma assolutamente efficace che viene rigorosamente proposta lungo tutta la sua durata. Un sound fedele agli anni ottanta, ma attualissimo, grintoso e potente, ove riferimenti agli U2, quelli migliori, i più ispirati ("They were wed by the sea"), ma pure a tanti insiemi ritenuti a torto minori (A flock of seagulls, ma anche i Magazine più autoindulgenti o gli Psychedelic Furs degli inizi) fanno da colonna portante a tracce ove melodia e fisicità si fondono in un melange convincentissimo ("Sleepwalk in Rome"). Il tema è dichiarato dal titolo e dalla breve intro untitled. Indi un susseguirsi di chitarre audaci, con una sezione ritmica solidissima a dettare il percorso ed un cantato efficacissimo. Ecco, questo è il disco della maturità, il vero punto di partenza della carriera del gruppo. Sul quale basare le proprie fortune future. Meritate, considerando che nulla i nostri hanno da invidiare a troppe iperpompate produzioni straniere. E certo non posso venir accusato di sciovinismo, se lo affermo a gran voce! Perchè la triste "Snow of '85", con i suoi ulteriori rimandi agli eighties e le sue travolgenti linee di chitarra, o la nervosa "Rachel" meritano davvero un giudizio sereno ed imparziale. "Nightdriver" è umbratile e darkeggiante e distende le sue movenze di ballad elettrica celando un aroma dolciastro sospeso tra commozione e melancolia. La epica e ridondante title-track merita il suo grado, racchiudendo nei suoi quattro minuti scarsi il senso definitivo di questo disco. Che forse non tutti apprezzeranno, sopra tutto se modernisti convinti, ma coloro che si accontentano di genuine emozioni certamente faranno proprio, e lo custodiranno gelosamente come una vecchia fotografia ingiallita... (Hadrianus)

Kutna Hora: Obsession, Faith, Perseverance (CD - Ars Musica Diffundére, 2005). Gran bel disco, "Obsession, Faith, Perseverance", gran bel disco davvero. Passione, lacrime, gioia, sentimenti, veri, reali, emozioni tangibili. Provengono dall'Argentina, Gabriel Carbone e Fernando Javier Diéguez, e la loro musica evoca spazi sconfinati, l'odore del fieno di praterie immense, il sibilo del vento che le attraversa, notti insonni trascorse ad osservare il cielo punteggiato dal tremolio di remoti astri persi negli spazi siderali, accompagnati dall'austero ritmo d'un tamburo percosso da mani sicure. Tanto che l'ultimo brano, "Last song" appunto, induce a ricominciare daccapo, come una vita che pareva perduta ed una speranza rinnovata che infonde il coraggio, la voglia di ricominciare. Da quella "Our Lady of Sedlec" che nel suo incedere minaccioso, scandito da cori, urla disperate, romor di tempesta e da un cupo ed ostentato rullio, rappresenta forse la fine dell'incubo. Forse. Inquadrare i Kutna Hora nel filone dell'apocaliptyc folk è riduttivo, anche se questo emerge a tratti, segnando più d'un episodio. In "If I could ride my horses", ballata dal sapore celtico, il violino di Valeria Collante (presente e decisivo anche in "Circles") disegna tratti di grande effetto, mentre la breve ma significativa "The voice of God" ben evidenzia la capacità dei nostri di comporre tracks epiche ed evocanti gesta eroiche e cruenti duelli. "Farlands" assembla immagini di paesaggi desertici illuminati dall'incerto chiarore lunare, la sola voce è accompagnata dall'arpeggio della chitarra e dalle battute di marziali percussioni, mentre la porzione finale è decisamente psichedelica! "Empty room" esala il profumo dolciastro di addii consumati frettolosamente, onde lenire il dolore del distacco. Invano, il cuore sanguina... Ancora soprese, come nell'intro orientaleggiante di "Holy", che poscia si stemprea in una gradevole folk ballad ove il violino (elettrico stavolta, suonato magistralmente da Denise Eppler) assume il ruolo del protagonista, affiancandosi alla sei corde acustica a sostegno di un canto ispiratissimo. Prima della citata "Last song", irrompe la cupa ed ossessiva "O.F.P.", terribile monito, sorella dell'altrettanto enigmatiche "Baguala" e "Dies Irae", le tenebre e la paura di non farcela che riprendono il sopravvento. L'ho scritto e lo ribadisco, "O.F.P." è un gran disco. Dotato di quella genuina semplicità che ce lo fa amare, fin dal primo ascolto. Web: http://www.capture-music.com. (Hadrianus)

Lost In Tears: To No Avail (CD - Locomotive Records/Frontiers Records, 2005). Seconda fatica per i goth-metallers svedesi Lost In Tears, totalmente asservita alle classiche coordinate imposte dal genere, e palesando chiare ascendenze moonspelliane. In ogni caso i nostri sanno tener ben desta l'attenzione dell'ascoltatore, dimostrando discrete qualità compositivo/esecutive. Si parte belli sparati con l'irruente "On the way", da ora in avanti saremo ben coscienti di ciò che ci attende! Il vocalist L-H Sjoeblom passa con disinvoltura da un tono cavernoso e gutturale ad uno pulito e declamatorio; peccato per la assoluta latitanza di personalità alcuna... Bello il tempo medio "Metamorphosis", caratterizzato da pregevoli intrecci chitarristici (per inciso, i LIT vantano in formazione ben tre sei corde!), "Betrayed" è una sofferta ed ispirata dark-ballad, "Shooting star" suona oggi decisamente retrò, recando nella sua struttura scorie riconducibili a certo doom melodico ascrivibile alla primeva ed onorata scuola Paradise Lost/My Dying Bride, senza peraltro possedere la forza evocativa o l'arcano fascino che questi (all'epoca...) sapevano generare colle loro songs. In mezzo una bella serie di brani che possono rappresentare una ispecie di Bignami del goth-metal. Non a caso, la conclusiva e svelta "Summer rain" pare proprio estrapolata da qualche session dei Moonspell! Se non altro, i Lost In Tears sanno suonare, inducendoci così a giudicare positivamente "To no avail". Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

Macbeth: Malae Artes (CD - Dragonheart/Audioglobe, 2005). I milanesi Macbeth giungono all'appuntamento del terzo disco, importante traguardo che non tutti riescono a tagliare, segnando una decisa evoluzione nel loro stile compositivo. Formazione confermata rispetto al predecessore "Vanitas", ma sonorità che marcano un ammodernamento del sound. "Malae artes" consta di dieci tracce firmate dal combo, oltra alla cover di "How can heaven love me" della cantante inglese Sarah Brightman (non conosco l'originale, ma la versione ivi contenuta è davvero gradevole). Per il resto, nel loro complesso le songs mi paiono più dirette ed aggressive rispetto al passato, ad iniziare da "Lifelong hope" che apre il CD (seguendo la intro "Nuda Veritas"), sostenute da una produzione eccellente, che ne esalta la potenza e l'aggressività. Che non sono le uniche componenti del dischetto, ben si badi, restando la ricerca di atmosfere romantiche ed obscure una delle priorità nella scrittura dei Macbeth ("Keep the secret"). Che certamente non sono rimasti insensibili a quanto offerto ultimamente dalla scena alternativa, senza peraltro snaturare troppo la loro proposta. D'altronde, il successo degli Evanescence ha dato una scossa al mercato, ed ignorare questo significherebbe sprecare una grande occasione per allargare ulteriormente la propria quota di estimatori (che non significa per questo svendersi). Ottima la prova del cantante Andreas, mentre Morena, per quanto sempre bravissima, pare a tratti che forzi un pochino. Ritmiche possenti e squadrate (Sem, basso, ed il batterista Fabrizio dimostrano grande compattezza), tastiere che ricamano quadri di grande effetto, chitarre indiavolate al limite dell'heavy. "Malae artes" è un bel disco di gothic metal moderno ed al passo coi tempi, che solo nell'eccessivo affollamento della scena può trovare un ostacolo al pieno riconoscimento. Web: http://www.audioglobe.it. (Hadrianus)

Maledia: Black Heaven (MCD - Selfproduced, 2005). I romani Maledia si inseriscono nel filone, affollatissimo, del gothic metal orchestrale, affermandolo senza timore di venir confusi con la miriade di bands che propongono sonorità affini. Dispongono di qualità che non vanno taciute: buona padronanza tecnica, una scrittura fluida e, non ultima, una produzione eccellente. Non per nulla, è il quotato Giuseppe Orlando a farsene carico. Garanzia di qualità, come "Black heaven" dimostra. La bella voce di Luana viene pertando opportunamente valorizzata, come pure lo strumentismo, sempre efficace anche nei frangenti più impegnativi. L'originalità verrà collo scorrere del tempo e coll'acquisire ulteriore scioltezza, i Maledia debbono solo perfezionare il loro stile. Nell'ascolto delle tre tracce, la mia preferita è "Hopeless desire", ma anche la title-track e la lenta e solenne "Nightfall", che pare tratta pari pari dal songbook dei best-sellers Nightwish (avete presente il bel mini "Sleeping sun"?) non sfigurano, si eviti per favore il facile confronto con le star del metal-goth, anche perchè questo non gioverebbe ai fini di un giudizio realmente imparziale. Di certo, l'ascolto del dischetto risulta assai piacevole, e facendo tesoro di questa importante esperienza i Maledia non dovrebbero proprio fallire. Visitate il loro sito! Web: http://www.maledia.com. (Hadrianus)

Matore: Crocodile Tears (CD - Curzweyhl/Masterpiece Distribution, 2004). Opera sensualissima, codesta "Crocodile tears" dell'arcana Matore, da Mat-(er) ed (Imper)-Ator, che piacerà ai fruitori di atmosfere provocanti e voluttuose prossime a Portishead, Goldfrapp e Bjork. Una raccolta di brani ove la voluttuosa singer Brita Adler (che l'onorevole Orkus ha paragonato a Kate Bush, e pezzi come "Look at you" e la misteriosa "Elefants" confermano l'accostamento) dispiega tutta la sua fascinante arte, scivolando su d'un liquido tappeto strumentale che ne esalta le mille seducenti sfumature. A volte si oltrepassano gl'incerti confini della pop music, mantenendo sempre e comunque una grazia inusata (come nella intrigante title-track). "Farewell" (proposta anche in versione remix) è dolcissima, profumando davvero d'addii pronunziati sulla banchina di qualche remoto porto avvolto dalle brume, fra lo sciabordio delle onde d'un mare vischioso e l'acre effluvio dell'aere salso che accarezza le gote lasciate appena scoperte dalla sciarpina di seta ch'avviluppa il volto. Gl'inserti elettro che si svolgono lungo "Blackness" acuiscono un malcelato senso di dramma incombente, "Jesaja" è mistica quanto la pensosa "Like a jail" è oscura e sofferta, ma le sensazioni che si possono provare ascoltando più e più volte "Crocodile tears" sono molteplici e cangianti, lasciando sovente stupefatto l'uditore, tanta è la grazia dispensata, pronta però a trasformarsi repentemente in tensione premonitrice d'imminente sventura. Merito della giuovine MKM Promotions l'aver reso disponibile anche in Italia questo disco lucente come una gemma, ben prodotto ed arricchito da un booklet chiarissimo! Per informazioni: www.mkmpromotion.tk. Web: http://www.masterpiecedistribution.com. (Hadrianus)

Melloncek: Melloncek (CD - Ghost Records/Audioglobe, 2005). Una band che ha scelto di utilizzare un monicker così bizzarro non poteva che produrre musica fuori del comune, e infatti il disco di debutto dei lombardi Melloncek non è di quelli che passano inosservati! Innanzi tutto c’è da dire che il gruppo nasce per volontà di Andrea Castelli (il bassista degli Shandon, una delle più famose formazioni ska-core italiane…), che con l’aiuto di diversi altri musicisti ha realizzato brani di indubbio fascino, contraddistinti da atmosfere rilassanti e spesso arricchiti da parti alquanto dinamiche. Proprio questa varietà è uno dei punti di forza dell’album, unitamente al fatto che esso risulta molto immediato e che, di conseguenza, si fa apprezzare fin dal primo ascolto. Come dicevo è ben difficile etichettare il sound proposto, ma direi che si può parlare di una sorta di prog/post rock reso particolarmente originale dall’utilizzo di strumenti come la tromba, il trombone e il sax. L’ultima traccia inclusa nel cd, dal titolo “Grenoble”, merita invece un discorso a parte perché è un po’ diversa dalle altre nove: anche in questo caso c’è una base melodica che fa da colonna portante del pezzo, ma al suo interno compaiono inserti elettronici che davvero non ci si aspetterebbe di trovare in un contesto del genere e che danno origine a un contrasto molto azzeccato con le dolci sonorità create dalla chitarra acustica e da quella elettrica. Per il momento i Melloncek hanno scelto di escludere le vocals dalle loro canzoni, ma chissà che in futuro non decidano di aggiungerle, per lo meno in alcuni casi. Sarebbe molto curioso ascoltare versioni cantate di questi e di altri brani della band, perché ho la sensazione che potrebbe venir fuori qualcosa di molto interessante, ma è anche vero che forse non risulterebbe facilissimo trovare una voce adatta, che possa amalgamarsi perfettamente al suono del gruppo… In attesa di scoprire quali saranno le future evoluzioni della musica di A. Castelli & soci non mi rimane che godermi questo lavoro, che non mancherà di colpire gli ascoltatori più open-minded con la sua mutevolezza e la sua solarità… Web: http://www.melloncek.com/. (Grendel)

Mind In A Box: Dreamweb (CD - Dependent/Masterpiece, 2005). Ad un anno di distanza dal loro ottimo album d'esordio "Lost alone", tornano i Mind in a Box, con il nuovo "Dreamweb", un disco che conferma il talento e l'originalità di questo combo austriaco, fautore di un sound elettronico molto particolare. Non è raro imbattersi in buoni dischi di debutto, ma poi spesso alla riprova del secondo disco ci si trova davanti a prodotti deludenti… non è questo il caso, visto che “Dreamweb” è per me superiore al già ottimo primo disco. Il titolo del cd è abbastanza esplicativo delle atmosfere e delle tematiche che costituiscono l’opera: un percorso "onirico" attraverso sogni ed incubi cibernetici (che dire di un titolo come "Lament for lost dreams" ?), testi sempre improntati all'introspezione ed una tristezza di fondo che ammanta tutto il cd. Prevalgono le atmosfere ovattate ed avvolgenti, ma non mancano lampi di irruenza, come la chitarra che fa capolino in "Machine run"; “Dead end” è un altro brano decisamente energico e che ben figurerebbe sui dancefloor, ma i punti piu’ alti del disco sono costituiti dal singolo “Certainty”, da “Sun and storm” (già inclusa sulla compilation “Septic vol.5”), “Loyalty” e “Between worlds”; ancora una volta molto particolare l'uso della voce (uno dei trademark di Mind in a box), ora naturale, ora effettata, usata alternativamente a sottolineare le diverse atmosfere dei singoli brani o per creare suggestivi duetti come nel brano “The dream”. "Dreamweb" si articola in 12 episodi e posso ben dire che si tratta di un disco che mantiene alto il livello dei brani che lo compongono dall'inizio alla fine (non a caso le ho citate quasi tutte), cosa sempre piu' rara di questi tempi e che me lo fa considerare come una delle migliori release elettro di quest'anno. Un disco di ottima musica elettronica che (pur possedendo brani ballabili) va gustato in ogni sua sfumatura in ascolti solitari, lontano dal clamore delle discoteche. Web: http://www.mindinabox.com. (Candyman)

Moon Far Away: Belovodie (CD - Prikosnovénie/Audioglobe, 2005). Bella sorpresa questo lavoro dei Moon Far Away, ultima scoperta dell’etichetta francese Prikosnovénie, che ancora una volta si rivolge verso i paesi dell’Est alla ricerca di nuove sonorità e talenti. E questa volta ha tirato fuori dal cappello un gruppo russo davvero particolare e interessante (e che non è alle prime armi avendo già inciso due CD) la cui musica si rifà al folklore del Nord-Est siberiano, precisamente della regione costiera di Archangelsk, di cui vengono ripresi gli strumenti e i canti tradizionali (nel brano “Ty vzoidi krasno solnyshko” sono usati ad esempio i lamenti funebri registrati presso il villaggio di Purnema). I Moon Far Away sono un duo, Anastasia alla voce e Count Ash agli strumenti, che costruisce canzoni eteree e malinconiche che ben si addicono alle fredde lande siberiane cui si ispirano, con un andamento alle volte virato verso il folk come nei brani “Ekoy Vania” e “Iz-Za Gor”, che ricorda molto i canti popolari russi, alle volte decisamente più rituale e mistico, come in “Volna Shumit” e “Ne Veli Vetry”, in cui sono presenti anche arrangiamenti elettronici. Belovodie risulta pertanto un lavoro piuttosto originale ed interessante, sia per la sua ricerca in ambito etnomusicale, sia perché riesce a regalarci canzoni profonde e mai banali, dal tocco delicato ma con una vena decisamente oscura, prive di quelle note alle volte un po’ troppo sdolcinate che caratterizzano la produzione di gruppi come i russi Caprice e gli ucraini Fleür. Per gli amanti della musica eterea e di quella rituale-esoterica sicuramente si tratta di un CD da conoscere ed apprezzare. Web: http://www.prikosnovenie.com. (Mircalla)

New Order: Waiting for the siren's call (CD - London Records, 2005). A quattro anni di distanza da "Get Ready", ecco il nuovo album dei New Order, un disco che conferma l'indiscutibile classe di questi musicisti che da ormai un quarto di secolo accompagnano la nostra esistenza sottolineando i momenti piu' o meno lieti. Inutile riesumare ancora una volta discorsi ormai triti e ritriti che si trascinano da anni, su ciò che sono stati i Joy Division e ciò che sono i New Order, passiamo quindi subito a dire che "Waiting for the siren's call" è un puro ed ottimo disco "pop" assolutamente godibile dalla prima all'ultima traccia; rispetto al suo predecessore è forse privo di una "hit" del calibro di "Crystal" (un pezzo semplicemte splendido), ma è forse piu' omogeneo e le varie "Who's Joe", "Dracula's castle", "Turn", "Jetstream", ecc... sono brani dalle sonorità e dagli arrangiamenti perfetti, capaci di spaziare dai momenti piu' "dance" a quelli maggiormente melodici, andando a comporre i tasselli di uno degli album piu' riusciti nella discografia del gruppo inglese. Il basso di Peter Hook e la voce di Bernard Sumner rimangono due dei trademark inconfondibili dei "ragazzi" di Manchester; un gruppo che ha influenzato decine e decine di band contemporanee e che continua a dimostrare che la classe ed il talento non hanno età. (Candyman)

OfflagaDiscoPax: Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione) (CD - Santeria/Audioglobe, 2005). Il cd degli OfflagaDiscoPax non è certo uno di quelli che rischiano di passare inosservati, e con ogni probabilità potrà suscitare reazioni piuttosto contrastanti. “Ma perché dovrebbe accadere tutto ciò??” vi domanderete voi… Beh, il motivo è facilmente spiegabile, difatti Socialismo tascabile è un lavoro sui generis, all’interno del quale la musica non ha la stessa importanza che hanno i testi. La prima è scarna, minimalista, ripetitiva e si rifà a generi come la new wave, il post-rock e l’elettronica, mentre i secondi sono alquanto particolari perché invece di esser cantati vengono declamati (e oltretutto con tono di voce semiserio…). Immaginatevi quindi brani composti da un sottofondo sonoro che non è molto in rilievo e da lunghi monologhi che trattano vari temi, ma che quasi sempre includono anche riferimenti alla politica. Il tutto è presentato in chiave ironica e divertente, infatti si riescono a fare grandi risate ascoltando quello che Max Collini (voce e lyrics) ci racconta nelle nove tracce incluse nell’album. Spassosissima la descrizione del “giovanotto rigidamente alternativo” proprietario di un negozio di materiale cinematografico (che si trova all’interno di “Tono metallico standard”), per non parlare della disquisizione sui mitici chewing-gum alla cannella che erano in commercio negli anni settanta/ottanta (presente in “Cinnamon”), ma ovviamente ci sono anche pezzi nei quali l’ironia si mescola a considerazioni più che serie (come accade ad esempio in “Tatranky”, dove si parla della Praga post guerra fredda, o in “Piccola Pietroburgo”, dove viene ricordato l’assurdo clamore suscitato dalla vicenda della madonnina “piangente” di Civitavecchia…). Come ho già accennato in precedenza questo è il classico disco che alcuni criticheranno perché troppo poco musicale e troppo politicizzato nei testi, e che altri invece considereranno come uno dei più interessanti e originali tra quelli usciti nei primi mesi del 2005, se non altro per quanto riguarda le band italiane. Io faccio senz’altro parte della seconda categoria, e non posso che raccomandarne l’ascolto a tutti coloro che hanno uno spiccato senso dell’umorismo… Web: http://www.offlagadiscopax.splinder.com/. (Grendel)

Olen’K: Silently noisy (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2005). Nome assolutamente nuovo, almeno per quanto mi riguarda, quello del gruppo francese che incide il suo primo CD di lunga durata per la Cold Meat Industry; si tratta di un’uscita decisamente atipica per l’etichetta svedese, che abitualmente pubblica lavori che spaziano dall’ambient scurissima alle forme più possenti e marziali delle moderne tendenze industriali oppure sonorità eteree con forti ispirazioni alla musica classica o medievale. Gli Olen’K provengono da Limoges e sono un trio, anche se in quasi tutti i brani di questo CD è presente una seconda voce femminile; la loro proposta è costituita da una fusione di sonorità eteree con suoni etnici ispirati alla musica mediorientale; saltuariamente compiono incursioni nel mondo wave e shoegazer ma non solo, visto che a tratti mi hanno fatto pensare a Bjork (la parte introduttiva di “Rêve Éveillé”). Mescolare così tante influenze può essere alquanto pericoloso e difficile da gestire; il trio non se la cava malissimo, anche se non tutto il materiale contenuto nel CD è esattamente all’altezza: da un lato trovo che il CD sia troppo eterogeneo; dall’altro le varie influenze vengono fuori in maniera troppo evidente e poco filtrate. Trovo che alcuni brani, come l’introduttiva “Season of tears”, “Silencio” e “Obscura luz” siano effettivamente belli ma, forse, poco originali (nella seconda in particolare, gli Ataraxia sono decisamente troppo presenti); in altri casi, come nelle successive “How Hard” e “She’s dead” si fanno sentire le influenze wave ma nella prima delle due, in maniera non del tutto convincente. Anche i brani dai ritmi più orientaleggianti sono abbastanza belli ma, alla lunga, possono risultare un po’ piatti. C’è da dire che, trattandosi di un esordio sulla lunga distanza, nel complesso non ci si può lamentare anche e le premesse sono buone: di carne al fuoco ce n’è tanta, bisogna solo trovare le spezie giuste per condirla e amalgamare un po’ meglio i sapori. Web: http://www.olenk.com/. (Ankh)

Painbastard: Overkill (CD - Accession/Audioglobe, 2005). Mi ero avvicinato con sospetto al primo album di questo progetto tedesco, poichè il nome mi sembrava piu’ adatto ad una band metal che non ad un elettro-act ed invece “Skin on fire” si rivelò un signor disco, che se non faceva dell’originalità il suo fiore all’occhiello, aveva comunque il pregio di contenere ottimi brani di EBM dura ed aggressiva, dal battito incalzante, con testi carichi di rabbia ma anche di tristezza e nostalgia (come dimenticare il disincanto e la rabbia della delusione amorosa espressa in “Disappointment” ? ). Tante buone premesse vengono ribadite nel nuovo album “Overkill”, un disco ancora piu’ cupo ed “incazzato” del suo predecessore: la voce (come prevede il cliché dell’harsh-elettro) è sempre piu’ roca e dura, il battito sempre piu’ incalzante (ma sostenuto da trame melodiche interessanti); opera che quindi è consigliata per tutti gli “orfani” di Wumpscut. Painbastard non vuole lasciare ai soli Retrosic il compito di surrogare il sound di cui Rudy Ratzinger fu uno dei piu’ illustri esponenti e quindi “scende in campo” con brani come “Final day” (tra le tante “bombe” dell’album, la mia preferita), “System failed”, “Todesengel”, “23.55 uhr” o “Nervenkrieg”, brani “muscolari”, ad alto tasso di BPM, che compensano con grinta e ritmo ciò di cui mancano in sede di originalità; caratteristica quest’ultima che va a farsi benedire anche in “The face of war”, aperta dall’inflazionatissima sirena d’allarme antiaereo, ma che fortunamente si sviluppa poi in maniera autonoma e piacevole. Non mancano momenti come “Innocence”, che dopo un inizio sommesso e con uno scontato (ma sempre efficace) testo recitato in tedesco, esplode in tutta la sua potenza e forza distruttiva o l’opener “Eternity”, un brano che paga pegno alla lezione degli Enigma. “Overkill” è un disco onesto e ben strutturato, che non si ripromette d’indicare nuovi orizzonti nell’ambito dell’elettro-sound: preferisce solcare percorsi già noti, ma lo fa con indubbia efficacia e tanto basta. Web: http://www.painbastard.de. (Candyman)

Project Pitchfork: Kaskade (CD - Candyland/Audioglobe, 2005). Abbandonate le sperimentazione della "trilogia" costituita dal precedente album "Inferno" e i due mcd che gli erano succeduti, ecco il nuovo album dei Project Pitchfork; "Kascade" è un ottimo disco che riporta la band tedesca agli alti livelli qualitativi a cui ci aveva abituata con quasi tutti gli album precedenti (fatta eccezione per "Eon:Eon", a mio avviso il peggior capitolo della loro discografia). Indubbiamente lo stile della band di Spilles & co. è mutato nel corso degli anni ed anche in questo disco è sempre piu' marcata la "svolta rock" della band tedesca (d'altronde i Pitchfork sono stati una delle prime band elettro ad introdurre chitarra e batteria nella loro strumentazione). Il disco si apre con "Instead of an angle", un brano strutturato ancora secondo i dettami della "trilogia", ma già dalla successiva "The future is now", i ritmi si fanno sostenuti; si tratta di un brano in cui batteria e chitarre sono in bella evidenza, un pezzo quindi che incarna la vena "rock" dei Pitchfork. La quarta traccia "Dance in the air" è uno dei migliori episodi di questo album e ci porta all'altrettanto valida "Fleischverstarker", un brano in puro stile Pitchfork: ascoltare per credere. Il susseguirsi dei brani e l'evolversi delle loro strutture musicali, mi fa ritenere "Kaskade" una sorta di compendio di quanto i Pitchfork hanno prodotto in questi anni, dai pezzi piu' marcatamente elettro, con refrain immediati (in questo caso, uno dei pezzi di punta del disco è "Schall und rauch"), ai brani "rock" del corso piu' recente. L'ennesimo buon disco di una grande band. Web: http://www.pitchfork.de. (Candyman)

Psyclon Nine: INRI (CD - NoiTekk/Audioglobe, 2005). La nuova perversa creatura degli americani Psyclon Nine vede finalmente la luce, concretizzandosi in dodici tracce (oltre alla cover di "You know what you are" dei loro padrini Ministry) di efferato elettro-dark. I suoni di "INRI" sono violenti, oscuri, urticanti, recando inoltre sulla loro pelle purulente piaghe provocate da scudisciate del più glaciale black metal; non mancano comunque episodiche ma significative deviazioni dal tema principale, come nella disturbante marcia funebre titolata "The unfortunate", solenne discesa nelle tenebre della perdizione, come le tematiche religiose sostenenti il concetto lirico di "INRI" pretendono o come nel salmo sacrilego "Requiem for the Christian Era". Chitarre pesanti e metalliche squassano "The feeding", traccia manifestante abnorme cattiveria, per il resto è l'elettro imbastardita dall'industrial a dominare feroce. Su tutto grava un plumbeo senso d'ossessione, generato da beats maligni e da vocals raggelanti, ergendo ner0 a protagonista del disco. Senza peraltro tacere il gran lavoro di Josef Heresy e di Eric Gottesman, compatti nei loro ruoli di creatori di un sound malefico, come viene ulteriormente evidenziato dalla splendida resa della citata "You know what you are". Grande disco, destinato a stazionare a lungo nelle chart alternative! Web: http://www.noitekk.de/. (Hadrianus)

Qntal: Qntal IV Ozymandias (CD - Drakkar, 2005). Dopo aver atteso per otto anni il terzo album dei Qntal Qntal III è stata quasi una sorpresa questa rapida uscita (nemmeno due anni) del nuovo lavoro di una delle band più interessanti e originali del panorama tedesco. Questa ricchezza creativa si deve senz’altro al fatto che la formazione si è ormai stabilizzata con l’arrivo di Philipp Groth che ha dato un notevole incentivo sia dal punto di vista creativo che produttivo alle ricerche sonore di Syrah, la bravissima vocalist e del polistrumentista Michael Popp, entrambi leader anche dello storico gruppo medievale Estampie. Questo nuovo CD, dall’evocativo titolo (“Ozymandias” è uno dei più importanti poemi del poeta romantico inglese Percy Bysshe Shelley), prosegue in alcuni brani (“All for One”, “Vogelfluc”,) le sonorità del precedente lavoro, fatte di un‘abile fusione tra musica medievale ed elettronica elegante e raffinata, genere di cui possono essere considerati maestri. Qntal IV introduce però anche degli elementi di novità, riscontrabili nell’andamento quasi pop-waveggiante di alcuni brani (“Blac” e “Amor Volat”) che li rende particolarmente appetibili anche da chi non è un estimatore del genere, e nella ricerca, a livello di arrangiamenti, di una elettronica sperimentale e ambient, presente in alcuni brani, in particolar modo in “Ozymandias I e II” e “Noit et Dia”. I Qntal per questo lavoro, oltre che all’ispirazione di Shelley, fanno ricorso ad un repertorio che riprende molti pezzi dai Carmina Burana (“Dulcis Amor”, dalla melodia estremamente accattivante, “Cupido” e “Indiscrete” entrambi caratterizzati dalla doppia voce e da ritmiche ballabili, “Amor Volat” e “Flamma”, in una versione decisamente originale e potente rispetto a quella che hanno rifatto molti altri gruppi), mentre per gli altri brani si rifanno soprattutto alla tradizione inglese (“All for one”, “Blac” e “Flow”, caratterizzata dalla presenza in primo piano del clavicembalo, come anche la barocca “Remember me”), ma anche tedesca (“Vogelfluc) e spagnola (“Noit et Dia” dai Cantigas de Santa Maria). Complessivamente siamo dunque di fronte ad un album di grandissimo livello che non delude le aspettative dei fan e potrebbe anche fare nuovi accoliti, mostrandoci un gruppo al meglio delle sue capacità creative. Web: http://www.qntal.de. (Mircalla)

Raison d'être: Reflections from the time of opening (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2005). Reflections non è propriamente il nuovo album di Raison d'être, il progetto più famoso fra i tanti che fanno a capo al vulcanico Peter Andersson. Si tratta infatti della ristampa per la "classica" Cold Meat dell'omonimo lavoro pubblicato originariamente da una piccola casa discografica australiana, la Bloodless Creations; a sua volta quest'uscita conteneva, tra le altre cose, materiale edito originariamente in una cassetta prodotta dalla nostrana Old Europa Café. Roba da far girare la testa ai fan: non invidio proprio i collezionisti di Andersson! La maggior parte delle registrazioni qui presenti risalgono al 1991, ma sono state ampiamente rimaneggiate nel corso degli anni. Questa nuova edizione è poi arricchita con 2 brani mai editi finora su CD, pezzi da compilation (tra cui "The Verge of Somnolence" dalla stupenda doppia raccolta Cold Meat The Absolute Supper) e due remix dal CD d'esordio di Raison d'être, Prospectus I. Necessariamente quindi le atmosfere in Reflections sono abbastanza diversificate e si possono ascoltare le varie sfaccettature della musica di Raison d'être. Si va infatti dalle atmosfere malinconiche e solenni, pieni dei cori ecclesiastici che hanno reso celebre il suono del gruppo (es. la già citata " The Verge of Somnolence", "Ruins", "Forgotten Mound"), a sperimentazioni sonore più simili ad altri gruppi di Andersson ("Archetypon Ataraxi", "The external world"), da brani di tipico ambient-industrial ("Arbitaire Emotion", Sub Specie Aeternitas"), fino a pezzi marziali di stile "apocalittico" ("Auto-dafé", "Faceless"). Il CD è pieno fino all'orlo (oltre 77 minuti in totale) e rispetto all'edizione originale di Reflections troviamo qui ben 7 pezzi in più. La musica è sempre di ottima qualità, contraddistinta da atmosfere oscurissime e misteriose, perfetta per accompagnare momenti di riflessione notturna: personalmente preferisco i brani più intimistici e malinconici dove Andersson riesce davvero a coinvolgere l'ascoltatore con i suoi struggenti suoni. Le fasi più sperimentali di Raison d'être (e in generale gli altri side project di Andersson) alla fine non riescono mai a coinvolgermi nello stesso modo. Andersson ha in cantiere altre riedizioni del catalogo dei Raison d'être tra cui la ristampa di Prospectus I e dello splendido In Sadness, Silence and Solitude originariamente uscito nel 1997 che conterrà stavolta dei non meglio specificati "extra": collezionisti state all'erta! In conclusione, Reflections è senz'altro un gran bel disco sebbene non sia proprio l'ascolto più adatto per una vacanza al mare… a meno che non vogliate estraniarvi completamente dall'ambiente circostante. Web: http://www.coldmeat.se. (Christian Dex)

Rapture: Silent Stage (CD - Spikefarm Records/Audioglobe, 2005). I Rapture si limitano a proporre un metal gothikeggiante che a tratti rimanda ai primi Paradise Lost ed Anathema, ma il risultato finale non è per nulla irritante, come troppe volte accade quando trovasi al cospetto di uscite similari. "Silent stage" è costituito di nove capitoli di media durata, altro vantaggio per chi ascolta; i brani suonano compiuti e godibili, ed i nostri non cadono nella, facile per altri, tentazione di dilungarsi oltremodo. Il cantato si sdoppia fra growl e pulizia, e del primo farei volentieri a meno, dimostrandosi il secondo di gran lunga più espressivo. Notevole la mole di lavoro sviluppata dalle chitarre, con uso parco degli a soli e fraseggi incisivi, e qui davvero l'infulenza dei combos citati in apertura risulta decisiva (evidentemente i Rapture mal hanno digerito le svolte stilistiche dei loro maestri, anche se in "Completion", strumentale che chiude il disco, fanno la loro comparsa riferimenti a lavori più recenti e, perchè no, ai Tiamat dell'immenso "Wildhoney"). La qualità del CD si mantiene omogenea, non v'è un episodio da commiserare od un'altro da esaltare, i tempi medi sono ben strutturati ("Cold on my side", "Misery 24/7" e "The past nightmares"), brillanti in alcuni casi ( l'accoppiata "Dreaming of oblivion"/"The times we bled") mentre la strumentale "For the ghosts of our time" è davvero significativa. Soddisferanno senza dubbio gli appassionati del settore! (Hadrianus)

Shamrain: Someplace Else (CD - Firebow Records/Masterpiece Distribution, 2005). Freschi di nuovo contratto discografico, ora fanno parte della scuderia Firebox, i finnici Shamrain ripropongono con "Somewhere Else" il loro peculiare ed intrigante mélange di tetraggine e melodia. Mika Tauriainen interpreta con gran sentimento queste tracce, tutte impostate su tempi lenti e solenni, a tratti vocalmente ricordando il Bret Anderson (Suede, ora coi suoi Tears) più decadente. Un disco che già dal primo ascolto va ad inserirsi di diritto nella schiera dei miei preferiti, e che dichiara la maturazione definitiva del gruppo e lo sviluppo compiuto delle idee già presenti su "Empty world excursion" del 2003. Dall'introduzione affidata ad "Into nothingness", attraversando le brume crepuscolari che cingono "Still aeon" e "To leave", fino a giungere a quel piccolo capolavoro di tristezza che è "Aura", è un susseguirsi di emozioni, ove la componente prettamente dark si fonde meravigliosamente e naturalmente con ambientazioni eteree e sospese. Anche nei rari episodi più movimentati il gruppo controlla con efficacia lo svolgersi del pezzo, facendogli acquisire un particolare flavour epico ("Slow motions", fra l'altro graziata da un soave coro muliebre). E' certo musica non destinata all'uso delle masse, quella propostaci dagli Shamrain, scevra bensì di qualsisia residuo imbarazzante di tracotanza. Potrebbe davvero, considerato il successo esponenziale di insiemi quali Coldplay et similia, raggiungere un discreto riconoscimento, se non volesse quasi auto confinarsi in quel settore destinato a pochi estimatori, limitando i tratti più marcatamente pop a pochi passaggi. Senza per forza voler apparire elitari, gli Shamrain compongono ed eseguono per il gusto di creare tracce significative, altrimenti non avrebbero senso brani quali la classicheggiante "The missing pieces", la quale nella sua disadorna trama esplica una vigorosa espressività, la dolente "A Woeful song" o la mesta e quasi doomeggiante "Laren U Freht Ona". Non a caso, la finale "The empty flow" si dipana lungo ben dieci minuti, dichiarando con questo la sua totale a-commercialità! E' con piacere che si deve accogliere opere come questa, perchè ci accompagneranno a lungo. Il tempo non può confinare i sentimenti più puri... Web: http://www.masterpiecedistribution.com. (Hadrianus)

Sostrah Tinnitus: L’odore del ramo spezzato (CD - Beyond Productions/Masterpiece Distribution, 2005). Secondo lavoro per questo interessante progetto italiano dedito alle sonorità più quiete e prossime al silenzio ma caratterizzate da fosche e inquietanti sensazioni. La prima cosa che mi ha colpito è stata l’ispirazione orientale (indiana, direi) dei titoli dei brani e della grafica; non da meno è stato l’ascolto, in cui ho avuto l’impressione di sentire i suoni che il grande maestro Klaus Wiese riesce ad estrarre dalla vibrazione delle tibetan singing bows, strumenti che non ho trovato tra quelli utilizzati nel CD, mentre è presente il ringraziamento al musicista tedesco, il che mi spinge a pensare che si tratti di suoni campionati. Questo nuovo lavoro è decisamente più minimale del precedente, ancora più scuro e caratterizzato da suoni bassi; è composto da cinque lunghi brani, la cui durata è compresa tra gli undici e i diciotto minuti; rispetto a Les debris de l'ete sono meno sensibili le inserzioni di suoni della natura, mentre sono ancora presenti, sovrapposte ai drone, percussioni di vario genere tra campane e piccoli gong, sonagli, bastoni della pioggia e sonorità elettroniche legate a quelle dei corrieri cosmici ma, allo stesso tempo, più “terrene”. Probabilmente questo lavoro è ancora più ostico del precedente, più sottile e richiede, nell’ascolto, maggiore concentrazione, ma si tatta di un lavoro che ritengo essere molto interessante nel suo lento incedere e non fa che confermare l’ottimo stato della musica ambientale italiana, di cui Sostrah Tinnitus sta rapidamente diventando un esponente di spicco. Web: http://www.masterpiecedistribution.com/. (Ankh)

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