Recensioni aprile 2005

 


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Moby: Hotel (CD - Virgin/EMI, 2005). Diciamoci la verità, anche la canzone più bella diventa insopportabile se la si sente tutte le volte che si accende la televisione, soprattutto se ciò che ci viene proposto è sempre (e solo) la parte del ritornello… Proprio questo è successo con “Lift me up”, un brano che di per sé sarebbe anche abbastanza geniale, ma che avevo iniziato ad odiare ben prima di capire che si trattava di una creazione di Moby! Che altro dire, spero solo che questo disco non subisca il trattamento riservato a Play, che praticamente è stato utilizzato quasi per intero per pubblicità e nefandezze varie… C’è da dire che il musicista newyorkese, che certo non è uno stupido, è riuscito anche stavolta ad accontentare un po’ tutti i gusti, vale a dire quelli di persone che la musica la “guardano” sempre con occhio critico, ma anche quelli di coloro che la “subiscono” passivamente, buttandosi a pesce su ciò che è più trendy in un determinato momento. È quindi probabile che i secondi verranno particolarmente attirati da episodi “easy” e per certi versi commerciali come la già citata “Lift me up”, la maliziosa “I like it” o la solare “Beautiful”, mentre i primi apprezzeranno di più il fatto che molti pezzi hanno un gusto rétro e rimandano a certe sonorità degli anni settanta/ottanta. In particolare mi riferisco a “Temptation” (che fa parte della categoria perché è la cover di una canzone dei New Order, e non per il sound che la caratterizza in questa versione…), “Where you end”, “Very”, “Spiders” e soprattutto all’ottima “Raining again”, una specie di incrocio tra la new wave inglese e gli LCD Soundsystem. Da notare che nell’album ci sono anche brani un po’ più anonimi, che tutto sommato potevano esser lasciati fuori: uno di questi è il mieloso “Dream about me”, ma anche “Love should” e “Slipping away” appaiono abbastanza slegati dal contesto di cui fanno parte. Quello che è certo è che non si può parlare di un brutto lavoro, anzi direi che ancora una volta Moby ha dimostrato di possedere un talento musicale abbastanza fuori del comune… Web: http://www.moby.com/. (Grendel)

Morticia: Exhumed (CD - Black Widow Records, 2005). Grande opera di riesumazione da parte di Black Widow! Una polverosa urna contenente una sanguinolenta collezione di tracks che rappresentano dei veri e propri misconosciuti classici del più morboso e deviato death-rock! La vita artistica dei Morticia si dipanò nel corso di un decennio durante il quale i nostri andarono a segnare col proprio peculiare sound fatto di post-punk gothicheggiante tre dischi (l'ultimo, l'epitaffio, "Thirteen Nightmares" peraltro affine al metal-goth), dei quali i primi due, "Mortal fear" del 1987 e "D.O.A." (titolo mediato da una canzone, resa sul presente, dei Bloodrock) del 1988, usciti originariamente per la indie Channel 83, sono qui ben rappresentati, oltre al singolo "Zombie love/You scare me to death", ripreso nella sua intierezza. Un sound per nulla datato, segno di grande intuito compositivo, velenoso e terrifico, ideale colonna sonora per qualsisia horror-B-movie (ed il dischetto custodisce pure la traccia video di "Voyeur"), tanto che nel 1988 la band presenziò ad una scena della pellicola "The Blood Club". Titoli leggendari quali "Graverocker", Rotting corpse" "Cabareth of death" rendono efficacemente l'ideale musicale dei Morticia, ironici e dissacratori poeti del pentagramma, grandi nel celebrare una altra icona del rock obscuro americano dei primi ottanta, i precursori 45 Grave (e "Party time", registrata live nel corso di un concerto al 1st Avenue Nightclub di Minneapolis rende giusto ossequio ai suoi compositori), immensi nel recitare la parte a loro più consona, quella di decadenti ed autoindulgenti losers. Come è scritto nella bio: "...Morticia coming back from the grave for you!". Tremate, gente, tremate... PS: davvero accattivante pure il booklet in cartoncino, con foto rituale effigiante il quartetto (dal look spettacolare!). Web: http://www.blackwidow.it. (Hadrianus)

Nine Inch Nails: The Downward Spiral – Deluxe Edition (2CD - Nothing-Universal, 2004). A dieci anni dalla sua uscita Trent Reznor ha deciso di pubblicare la riedizione di The Downward Spiral, vera e propria pietra miliare della musica alternativa (e, per la cronaca, mio album preferito di sempre, ma questa è un'altra storia...). Quest'edizione esce in una forma un po' particolare, ovvero un doppio CD in cui il primo contiene l'opera originale, remixata digitalmente e resa in due versioni, una stereo normale, da ascoltare con gli impianti hi-fi tradizionali e un remix in Super Audio CD, caratterizzato da un suono 5.1 in dolby surround, tipico dei sistemi video home-theatre. Con tutto l'affetto che provo per Reznor la cosa mi sembra un po' masturbatoria, rivolta ad un per cento (per mille?) di fissati dell'hi-fi e non ai veri appassionati di musica. Se poi questo formato rappresenterà il futuro dell'hi-fi solo il tempo ce lo dirà, ma è pur vero che la diffusione sempre più pervasiva della musica digitale e dei relativi player pone dei seri dubbi su questo scenario. Archiviato il primo CD, passiamo ad esaminare il secondo. Purtroppo di 13 brani solo 3 sono dei veri e propri inediti (le versioni demo di “Ruiner”, “Reptile” ed “Heresy”): il resto, oltre a “Burn” e alla cover di “Dead Souls” rispettivamente prese dalle colonne sonore di Natural Born Killers e de Il Corvo, era già presente in Further Down the Spiral e negli ep di Closer e di March of the Pigs. Di squisita fattura è invece la confezione, davvero “deluxe” e impreziosita da un bel booklet che raccoglie tutti i dipinti che Russell Mills aveva realizzato appositamente per l'album. In conclusione, chi aveva già il CD originale se lo tenga stretto ed eviti di comprare questa Deluxe Edition (a meno che non siate dei collezionisti, ma in questo caso sono certo che la Deluxe Edition ve la siete già presa da un pezzo). Chi invece al tempo aveva perso quest'opera la compri senza indugio, dimentichi il bonus CD, il booklet, il remix 5.1 dolby surround e si concentri sulla musica, per prepararsi all'ascolto di un vero e proprio capolavoro. In fondo l'unica cosa davvero importante è la musica, n'est-ce pas? Web: http://www.nin.com/. (Christian Dex)

Nine Inch Nails: With Teeth (CD - Nothing-Universal, 2005). Stavolta Trent Reznor ha fatto attendere i suoi fan per oltre 5 anni ma è il caso di dire che è valso davvero la pena aspettare così tanto. Correva la fine del 1999 infatti quando The Fragile, mastodontica opera doppia dei Nine Inch Nails, debuttò direttamente alla prima posizione delle charts americane: in questi anni sono usciti un album di remix, un CD dal vivo, con relativo doppio DVD, un album di (ottime) outtakes e alternate versions e addirittura la reissue di The Downward Spiral di cui abbiamo appena parlato. Certo, c'è stato di che far contenti i fan dei NIN ma ovviamente avere tra le mani il “vero” nuovo CD del gruppo è tutta un'altra cosa. Ad un primo rapido ascolto si ha l'impressione che With Teeth sia in qualche modo un'opera più facile rispetto agli altri CD dei NIN: le canzoni sono infatti molto a fuoco e ben strutturate, con una speciale attenzione alle parti melodiche, non compare alcun brano strumentale e il tutto è reso con suoni precisi e puntuali, scelti da Reznor con la solita cura maniacale. Ovviamente quando scrivo “facile” ho in mente i lettori di Ver Sacrum, non certo il pubblico di MTV, per buona parte del quale quest'opera risulterà indigesta. Infatti non è che in With Teeth manchino pezzi ostici e abrasivi, ma la costruzione delle canzoni è in qualche modo più tradizionale, più rock rispetto agli episodi del passato. Questo comunque non va affatto visto come un difetto visto che – cosa essenziale – la qualità dei 14 pezzi qui presenti è davvero elevatissima. L'album si apre con “All the love in the world”, un brano davvero atipico, che comincia in modo molto morbido con un sottofondo di drum machine e piano per poi trasformarsi in un pezzo di puro rock con una bella melodia di pianoforte in evidenza. Con le successive “You know what you are” e “The collector” si ritrovano le sonorità dure e nervose già esplorate da Reznor in The Fragile mentre “The hands that feeds” non poteva essere miglior scelta come primo singolo estratto dal CD: si tratta di una canzone davvero bella, molto semplice ma assolutamente irresistibile, abbastanza “strana” per intrigare il pubblico alternativo ma sufficientemente accattivante per piacere ad un audience rock. “Love is not enough” riporta l'ascolto su terreni più ostici: si tratta di un brano abbastanza lento e notturno con un basso distorto in evidenza, che viene attraversato a momenti da chitarre affilate come rasoi. “Every day is exactly the same” è un altro singolo potenziale con il suo andamento morbido e malinconico, sorretto da una bella linea di tastiera e con quel ritornello fatto apposta per rimanere in testa dal primo ascolto. Le sensazioni tranquillizzanti e rilassanti del brano vengono subito accantonate quando parte la title-track, non veloce né particolarmente violenta ma ossessiva e corrosiva, con la voce di Reznor ad aggredire l'ascoltatore con rabbia. Dopo questo intermezzo duro l'attacco in puro stile “eighties” di “Only” non può che sorprendere! Si tratta di un brano molto accattivante in cui le sonorità industrial-rock sono ben bilanciate da quelle new-wave. Si potrebbe quasi dire che “Only” è per With Teeth ciò che “Closer” era per The Downward Spiral, sebbene “Closer” io l'abbia sempre detestata mentre “Only” mi piace davvero molto. Segue “Getting smaller” un altro brano rock molto veloce, carino ma niente di speciale. Con “Sunspots” tornano le sonorità eighties, soprattutto nel ruffianissimo ritornello mentre il CD si avvia alla conclusione con una manciata di pezzi davvero stupendi: si comincia con “The line begins to blur”, il brano più propriamente industrial dell'album, ostico, notturno e rumoroso, che si ammorbidisce con un ritornello malinconico di straordinaria dolcezza e bellezza. “Beside you in time” è un altro brano dall'inizio morbido, impreziosito da un'originalissima costruzione il cui punto di forza è un ossessivo, intermittente suono di chitarra. Ma è con “Right where it belongs” che l'album raggiunge il suo apice: una ballata malinconica dal testo bellissimo costruita su una semplice ma efficacissima linea di piano che si appoggia ad un minimale tappeto di tastiere. Se vi eravate commossi con “Hurt” questa canzone non potrà lasciarvi indifferenti. “Home”chiude l'edizione europea del CD, ancora un brano malinconico e morbido, davvero troppo bello per essere relegato nel cassetto. Cosa dire in conclusione? Intanto è evidente che i NIN sono un gruppo che unicamente riesce ad unire sonorità mainstream a istanze underground e alternative. Sebbene With Teeth verta più sul rock che sull'industrial puro si tratta a mio avviso di un'opera eccellente, impreziosita com'è da sonorità particolarissime e originali e da arrangiamenti di squisita fattura. Da segnalare poi la presenza di Dave Grohl, ex-Nirvana e ora leader dei Foo Fighters, che ha suonato la batteria in molti brani del CD, mentre nella band che accompagna Reznor nella nuova tournée compaiono alla batteria Jerome Dillon, già presente nel tour di The Fragile e niente meno che Jeordie White, alias Twiggy Ramirez, ex-Marilyn Manson e ora con gli A Perfect Circle. Forse non è il capolavoro dei Nine Inch Nails ma senz'altro With Teeth è una grande prova di maturità artistica, di talento fuori dal comune e di professionalità. Già da ora questo è per me l'album dell'anno: poteva essere altrimenti? Web: http://www.nin.com/. (Christian Dex)

Ouroboros: Nigredo (CD - Autoproduzione, 2005). Ouroboros è una creatura musicale di Marco Grosso, di cui Nigredo è la seconda uscita dopo il precedente Solve et coagula; il progetto è dedicato all’esplorazione dell’eterna ricerca alchemica e in questo lavoro si aggiunge anche Claudio Dondo, come collaboratore alle tastiere e in fase di mixaggio. Il CD, la cui durata si aggira intorno alla mezz’ora circa, si compone di quattro lunghi brani che, da un punto di vista sonoro, si muovono da sonorità decisamente ispirate a quelle dei corrieri cosmici tedeschi dei primi anni ’70 (che individuerei come la fonte principale d’ispirazione, insieme a certa musica elettronica un po’ più morbida) a lidi più vicini a quelli di una dark ambient non particolarmente opprimente, almeno se la si confronta con alcuni recenti lavori in quest’ambito; a tratti le due influenze sembrano sovrapporsi con discreti risultati, come in “Nosce te ipsum”. Sono poco presenti le strutture ritmiche, in ogni caso mai battute, mentre a tratti è presente la voce, anche se molto filtrata e lavorata, ed è proprio questa che aggiunge un tocco di mistero e di oscurità al complesso sonoro. Dovendo scegliere dei brani che ritengo più interessanti, mi sbilancerei su “Nigredo”, con il suo organo decisamente “space”, e sul brano di chiusura, “Herməphroditus”, sicuramente il più oscuro del quartetto, con la voce trattatissima in primo piano. Del CD esiste una limitatissima versione di 77 copie in cui è incisa una bonus track, non presente nella copia promozionale in mio possesso. (Ankh)

Robert Ziino: Music from the valley of the flowers (CD - Autoproduzione, 2005). Questo Music from the valley of the Flowers è la seconda pubblicazione discografica di questo musicista elettronico statunitense e va interpretata come un seguito del precedente Twilight Clones. Quel CD mi aveva creato non pochi problemi di interpretazione che, devo dire, non sono ancora riuscito a risolvere e che mi attanagliano anche per questo secondo lavoro, malgrado non possa negare che lo trovo più interessante del precedente. In questo caso il CD è costituito da dodici brevi bozzetti elettronici, ciascuno della durata di tre minuti, in cui si alternano vari tipi di rumoreggiamenti sintetici: da brani quasi dadaisti ad ambienti che possono ricordare i Coil più astratti dell’epoca di Worship the Glitch (senza però raggiungerne il forte pathos, a dire il vero), a sovrapposizioni rumoristiche potenti e stranianti che ancora una volta possono ricordare alla lontana i Coil di più rumorosi, a brani di maggiore atmosfera su cui si sovrappongono rapide spirali elettroniche. Rispetto alla precedente produzione, noto una maggiore coesione del prodotto nel suo complesso che rimane, in ogni caso, ostico e alquanto accademico: decisamente adatto ad un pubblico amante dell’elettronica più oltranzista e aritmica. Web: http://www.experimentalartists.com. email: ziino@experimentalartists.com. (Ankh)

Simple Minds: Silver Box (Cofanetto - EMI, 2004). Prima o poi dovrò scrivere su questo sito qualcosa sui Simple Minds, un gruppo che negli anni '80 ho davvero amato alla follia. Non ho perciò saputo resistere alla tentazione di acquistare questo lussuosissimo cofanetto di 5 CD, completamente costituito da brani inediti. Chi legge regolarmente Ver Sacrum sa che ho un feticismo per questo genere di uscite che in effetti negli ultimi mesi hanno affollato il mercato (si veda ad esempio i “box-set” di Siouxsie and the Banshees e dei Cure). Il Silver Box rappresenta un completo compendio della lunga carriera del gruppo scozzese, con brani che vanno dagli eccitanti inizi in piena epoca post-punk (1979) fino ad un intero album, composto nel 1999 e mai pubblicato finora per problemi con la casa discografica. La qualità artistica del gruppo è andata progressivamente crescendo dall'acerbo esordio (Life in a day), passando da opere via via sempre più interessanti (Reel to Real Cacophony, Empires and Dance, Sons and Fascination/Sister Feelings Call) fino ad arrivare a quel capolavoro assoluto che è New Gold Dream, davvero una pietra miliare della new wave. Da quel momento in poi il gruppo ha subito invece una vera e propria "involuzione" che, se si esclude qualche momento più convincente (una buona metà di Sparkle in the Rain, Street Fighting Years) è stata caratterizzata da prove discografiche davvero scarse. In questa fase il gruppo ha abbandonato il suo stile musicale per abbracciare sonorità rock che solo raramente (es. il già citato Street Fighting Years) hanno portato a dei risultati qualitativamente interessanti. Questo cofanetto è lo specchio fedele di quanto appena detto: non sorprende quindi che i primi due CD, che raccolgono pezzi fino al 1985, sono assolutamente strepitosi e valgono da soli l'acquisto del box-set. Qui sono presenti alcuni brani live ma soprattutto molte session radiofoniche e demo con i brani dei primi cinque album; c'è poi una emozionante versione di “New Gold Dream” eseguita dal vivo a Glasgow con Bono come ospite (quel concerto era precedente disponibile sul bootleg Summertime in Glasgow) e “Don't you” tratta dalle prove effettuate in vista del Live Aid. “Don't you” marca proprio il passaggio da una fase all'altra della musica del gruppo. I successivi due CD del Silver Box presentano brani dal vivo registrati tra l'85 e il '95. Quelli presi dal concerto di Rotterdam (che al tempo venne anche trasmesso in TV) mostrano un gruppo tronfio, che allunga a dismisura i brani (oltre 7 minuti di media), diventando “de facto” l'antitesi della band post-punk degli esordi. Gli altri pezzi live mostrano i Simple Minds affiatati e convincenti, capaci ancora di emozionare con le canzoni più vecchie del loro repertorio (bellissima la versione di “King is white and in the crowd”). Sul quinto CD del cofanetto, l'album “perduto” dal titolo Our secrets are the same, c'è davvero poco da dire. E' un CD di rock AOR senza infamia e senza lode, con brani non particolarmente memorabili (se non erro la casa discografica ne blocco l'uscita perché non c'erano potenziali singoli) che dubito potrà interessare ai fan di vecchia data dei Simple Minds. In generale quindi questo Silver Box è rivolto a chi del gruppo apprezza ogni momento della sua carriera: ma anche chi ha smesso di seguirli da “Don't you” in poi sono certo che non mancherà di emozionarsi all'ascolto dei primi due CD. Può bastare questo per giustificare l'acquisto del Silver Box? A ognuno di voi la risposta (a me comunque è bastato...). Web: http://www.simpleminds.com/. (Christian Dex)

S.I.T.D.: Coded Message:12 (CD - Accession Records/Audioglobe, 2005). L'ascesa dei S.I.T.D. mi pare inarrestabile. Dopo essersi messi in luce come autori di alcuni dei migliori remix della scena EBM, dopo aver realizzato due singoli di grande successo ("Snuff machinery" e "Laughingstock"), i nostri avevano realizzato l'album "Stronghold" che era risultato piacevole, ma che forse aveva un pò deluso dopo cotante premesse, ma il nuovo album (preceduto anch'esso da un buon singolo come "Richtfest"), si rivela una "bomba" che si candida come uno dei dischi elettro del 2005. Dodici tracce di elettro-dark martellante ed apocalittica, tanto ballabile quanto oscura; nessuna innovazione nel sound del trio della Ruhr, ma una manciata di brani che lasceranno il segno; carne al fuoco per i dj ce n'è veramente tanta. Detto della già nota "Richtfest", le varie "Brand of Cain", "Ascension", "Crusade" e "Sentiment" non sono da meno e promettono di entrare per lungo tempo nelle playlists dei dj. In "Coded Message:12" vi è spazio anche per momenti piu' pacati, per un elettro-dark oscura che è comunque una delle caratterisctiche salienti del songwriting del gruppo tedesco; a tale riguardo vi rimando all'ascolto di "Curtain raiser" e "The final curtain", i due brani (interpretati dall'inconfondibile voce di Adrian Hates) che aprono e chiudono il cd, nonchè "Upstairs" e "Yeld to despair", altri momenti assolutamente "oscuri", che vanno ad intervallare i vari "martelli apocalittici" che faranno la sicura fortuna di questo disco. Citazione finale per "Plastination city", che rappresenta per i S.I.T.D quello che "Electronaut" rappresentò per i VNV Nation, ovvero un irresistibile hit strumentale e che, a giudicare dalla piega presa dal duo britannico col nuovo cd "Matter and Form", potrebbe rappresentare una svolta stilistica anche per il futuro dei SITD. Per gli amanti dell'elettro-dark, un disco imperdibile. Web: http://www.sitd.de. (Candyman)

Siva Six: Rise New Flesh (CD - Decadance Records/Audioglobe, 2005). Gli ex Wintermute Noid (keys) e Z (vocs) esordiscono per la nostrana Decadance (ancora un bel colpo!) con questo autentico concentrato di violenza titolato "Rise new flesh". Già le due tracce iniziali, "Fire walks with me" e "Streetcleaner", chiariscono all'ascoltatore quale sarà l'obscuro percorso soniko che sarà costretto a seguire: un micidiale e venefico concentrato di EBM, industrial e power electro che non lascerà scampo. Sopra tutto la seconda, squassata da un ritmo forsennato e resa ancora più drammatica da cupissimi cori, indurrà in chi vi si imbatte, ignara vittima!, un subdolo senso di panico. Certo che la Grecia continua a riservare (piacevoli) sorprese, ed i nostri due (per inciso Noid ha fatto parte dei blacksters Rotting Christ per ben sette anni, mentre Z vanta una onorata militanza in combi quali Horrified e Septic Flesh) non vogliono certo smentire questa tendenza, confezionando un prodotto validissimo sotto tutti i punti di vista, anche, e non ultimo, quello grafico. Merito adunque della attentissima label romana l'aver saputo valorizzare appieno le loro qualità. La tormentata "Another dead world" disegna foschi paesaggi post-atomici, fra dense volute caliginose che si levano verso un cielo plumbeo e malato ed inquietanti rovine di città rese silenti deserti di ferro e cemento. "120 days (in slavery)" è perversa e viziosa, la fredda e chirurgica "Awayk" precede una "Nihil before me" caratterizzata da tastiere ora sacrali ora space. Assolutamente horrorifica è la breve, riuscitissima "Deep black well", poscia la coppia finale "Nexus 6" e "Become untrue" soggiogano definitivamente l'uditore, degna chiosa di un disco eccellente. Web: http://www.decadancerecords.it. (Hadrianus)

Syrian: Kosmonauta (CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2005). Prosegue senza sosta la navigazione dei due cosmonauti italiani verso la consacrazione nell'empireo del panorama elettro-internazionale. Dopo l'album "De-synchonized" ed una manciata di singoli e mcd, ecco l'atteso nuovo album; "Kosmonauta" è un "concept album", in cui i brani si susseguono seguendo una precisa sceneggiatura che narra della fuga del "cosmonauta" dalla Terra, alla ricerca di un nuovo posto nello spazio su cui cominciare una nuova vita. La vicenda viene narrata nelle tracce dell'album, attraverso irresistibili episodi dance (oltre alle già note "Enforcer", "Cosmic Gate" e "Space Overdrive" brilla "Future Storm" un brano dal ritmo accattivante ed irresistibile che non mancherà di spopolare sui dancefloor) ed altri piu' rilassati e d'atmosfera. "Kosmonauta" è un disco che evidenzia chiari progressi rispetto al pur valido "De-synchonized" e ribadisce l'indiscutibile personalità di questo duo, uno dei pochi esempi di gruppi elettro-EBM italiani con le carte in regola per ben figurare nelle charts internazionali. Al di là dei gusti personali, trovo infatti che ai Syrian vada riconosciuto il merito di avere un proprio stile ben riconoscibile, uno "space-sound" che attinge da vari elementi (la moderna techno e l'elettronica dei primissimi anni '80 incarnata da bands come Kraftwerk e Rockets, nonchè la wave degli Alphaville) e che promette di regalare loro grosse soddisfazioni.... quanto meno, questo è il mio augurio. Web: http://www.spacetalk.net. (Candyman)

Tumor: Welcome back asshole (CD - Out of Line/Audioglobe, 2005). Nuovo album per la terza creatura (in ordine di popolarità e vendite) dello "stakanovista" Chris Pohl. Il ragazzo ama mischiare le carte quando si trova alle prese con il progetto Tumor; se i primi due album erano stati catalogati come "industrial", il terzo (e per me migliore) "Zombie Nation" era un disco piu' prossimo a quanto Chris fa con i Terminal Choice, mentre il nuovo "Welcome back asshole" (complimenti per il titolo e la grafica del cd, di rara burinaggine) mescola techno, industrial ed altro ancora in un minestrone poco saporito ed abbastanza indigesto. L'album è stato preceduto dal mcd "Killer Tekkkno" che non ho avuto il piacere (si fa per dire) di ascoltare, ma la canzone omonima, ahimè la ritroviamo anche nell'album ed è veramente un episodio deprimente. La prima sensazione che mi ha dato l'ascolto di questo disco è che Chris abbia voluto cercare di scopiazzare quanto Andy La Plegua (altro stakanovista della sala d'incisione) abbia ultimamente prodotto a nome Combichrist, ma in un ipotetico confronto tra i due progetti, Tumor ne esce massacrato. Uno dei pochi episodi, forse l'unico, meritevole di questo disco è "Raising hell", brano dalle cadenze apocalittiche, debitore di quanto già fatto in alcuni episodi della discografia dei Terminal Choice, per il resto abbiamo una lunga e tediosa processione di brani piu' prossimi alla "techno-maranza" che non all' industrial o all'elettro-dark. Disco che incarna tutti gli stereotipi negativi del "dark-tamarro-teutonico". Da evitare. Web: http://www.tumor.de. (Candyman)

The Visionuts: A come amore (CDS - Angle Records/Audioglobe, 2005). Ogni tanto alla redazione di Ver Sacrum arrivano lavori abbastanza strani, che non hanno molta attinenza con i generi di cui ci occupiamo… Il singolo dei The Visionuts rientra in tale categoria, ma tutto sommato ci sono validi motivi per recensirlo in queste pagine, e tra poco vedremo il perché. Innanzi tutto c’è da dire che qui non si sta parlando di una band vera e propria, bensì di un progetto del dj Nicola Guiducci, personaggio dal quale ci si potrebbe aspettare di tutto ma certamente non musica così particolare! La prima traccia del cd è occupata dalla radio version di “A come amore”, una canzone che certo non è nata per esser suonata nelle discoteche (essa infatti è stata utilizzata nello spettacolo della coreografa e regista Julie Ann Anzillotti…) e che ci propone atmosfere molto ricercate ottenute tramite l’abbinamento tra una base percussiva dai ritmi ultra-rilassanti, una chitarra acustica e qualche campionamento “anomalo” (tanto per rendere l’idea dirò che ci sono frasi pronunciate da bambini che giocano, alcuni scatti di una macchina fotografica e persino il suono prodotto da qualcuno che fischietta allegramente!). Il pezzo successivo è invece una versione remix curata dal giovanissimo Nicola Mazzetti, che ha pensato bene di rifare “A come…” in chiave breakbeat (!!), ottenendo tra l’altro un buon risultato… Stilisticamente parlando il brano appare abbastanza stravolto, ma il mood è simile a quello dell’originale perché le sonorità proposte sono piuttosto soft e delicate. In chiusura c’è il remix ad opera dei Mantle & Calm, che assomiglia molto alla prima traccia (in pratica cambia solo il tipo di campionamenti aggiunti, che in questo caso riproducono veri e propri “rumori” ambientali e perfino la melodia di un carillon). Inutile dire che è difficile esprimere un giudizio su un lavoro così fuori del comune: il genere di musica prodotto da The Visionuts è senz’altro perfetto come sottofondo per una performance teatrale, ma per capire se può andar bene anche per il solo ascolto bisognerebbe davvero poter sentire qualcosa in più… Web: http://www.anglerecords.com/. (Grendel)

VNV Nation: Matter and Form (CD - Anachron Sounds, 2005). Non vi è alcun dubbio su quale fosse il disco piu' atteso del 2005 in campo elettro. "Matter and Form" segna il ritorno dei VNV Nation, tre anni dopo "FuturePerfect", disco che aveva diviso i fans tra entusiasti e perplessi, evidenziando i primi sintomi di evoluzione e distacco dallo stile che i VNV Nation stessi avevano in pratica "creato", ovvero il future-pop. Il nuovo disco costituisce un nuovo e ben piu' marcato passo in avanti nell'evoluzione stilistica della band, che sembra ormai voler lasciare in mano ai tanti suoi cloni il futuro del "future-pop", per aprire una nuova strada musicale. Da questa premessa avrete capito che "Matter and Form" è un disco che, nel bene e nel male, farà parlare molto di sè e non lascerà certamente indifferenti i vecchi fans, vedremo se prevarrano i "nostalgici" del vecchio stile o i "progressisti". Dopo un "intro" assolutamente trascurabile, il disco si apre con la già nota "Chrome", il brano edito precedentemente solo in formato mp3 (altra scelta rivoluzionaria) che ha anticipato la pubblicazione di "Matter and Form"; si tratta di un brano dall'andamento piuttosto tranquillo, privo dei guizzi che ci aspetteremmo da un singolo; un brano discreto ma che certamente non entrerà nella cerchia delle loro migliori composizioni. La successiva "Arena" è invece splendida ed introduce le prime evidenti novità; alcuni passaggi del brano si potrebbero definire "rock" e il ritmo viene scandito da quella che ha tutta l'aria di essere una vera e propria batteria!! La struttura melodica ha il netto sopravvento sulla ritmica, la voce di Ronan è particolarmente ispirata per quello che si rivelerà essere uno dei migliori brani del cd. "Colours of rain" è un brano strumentale imperniato sul suono del pianoforte, una sorta di intermezzo di musica classica, che ci porta alla successiva "Strata", altro brano strumentale, ma di tutt'altra struttura; siamo infatti in pieno techno-sound, un brano dalle strutture robotiche e futuristiche sulla scia di "Electronaut". Proseguiamo con "Interceptor", altro brano strumentale, dal ritmo incalzante assai simile a quello della precedente "Strata". A questo punto, giunti a metà cd, mi sento di muovere la prima critica a "Matter and Form" : quattro brani strumentali su sei mi paiono un pò troppi e le similitudini tra "Strata" ed "Interceptor" un pò troppo evidenti, non ne bastava una ? Riprendiamo con "Entropy", brano che si apre in maniera sommessa per poi deflagrare come una bomba, un brano con una carica particolarmente aggressiva e che penso sarà una delle punte di diamante nei prossimi concerti della band britannica. E' ora la volta di "Endless skies", brano che smorza nuovamente i toni, riportandoci in atmosfere estremamente rilassate e romantiche. "Homeward" rappresenta uno dei punti piu' alti dell'album: molto bella la sua apertura strumentale, su cui si va ad adagiare un altro ispiratissimo testo di Ronan, per un brano estremamente poetico, sentito e toccante. E' ora di tornare a ballare, sotto quindi con "Lightwave", ennesimo brano strumentale, dalle irresistibili ritmiche, ancora debitrici della strada aperta da "Electronaut". Siamo alla conclusiva "Perpetual", dinamico brano dal ritmo ancora scandito da una batteria "rock", un pezzo estremamente gradevole, che costituisce un altro dei picchi qualitativi di questo disco, che effettivamente, a parte "Arena", riserva il meglio di sè proprio in questi ultimi tre brani. Un disco, come detto in apertura di recensione, sicuramente innovativo, che per essere assimilato completamente necessita diversi ascolti; al di là di quelli che saranno i giudizi dei singoli ascoltatori, rimane il dato di fatto di un disco che segna un'evoluzione nel sound dei VNV Nation ai quali va riconosciuto il coraggio di aver voluto aprire nuove strade e di non seguire pedissequamente la strada (ed il grande successo) di "Empires". La parola ora passa al pubblico: se "Matter and Form" avrà successo, potremmo essere davanti ad una nuova fase dell'EBM. Web: http://www.vnvnation.com. (Candyman)

The Void: Remember (CD - Selfproduced, 2004). I genovesi The Void sono attivi dal 1998, ed in questi anni hanno maturato una notevole esperienza live, oltre ad aver composto diverse tracce, raccolte nel CD "Farewell" del 2003, rilevante compendio della loro evoluzione artistica. Non trattavasi certo di addio, quel disco, tant'è che giunge a pubblicazione "Remember", offerto in due versioni, quella definitiva di nove tracce e quella promo (oggetto di questo articoletto) che ne contiene cinque, sufficienti comunque a fornirci una idea compiuta della maturazione stilistica dei nostri. Il metal darkeggiante e malinconico dei The Void trova illustri riferimenti nell'ala meno oltranzista del doom, quella incline alla contaminazione col gothic ("Remind me I have to die"), presentando interessanti fattori di innovazione, come nella successiva "Lost in oblivion", tragica piece movimentata da inserti horrorifici e da un cantato teatrale, riuscendo così a stupire l'uditore con repentine mutazioni di ambiente. Ed è proprio un sottile ed onnipresente velo di tristezza a costituire fattore comune di tutte le canzoni di "Remember"; a ciò contribuisce il particolare cantato di Demon, che a tratti ricorda Nick Cave! "Cadmo" è pezzo cangiante e sostenuto da un grande lavoro delle tastiere, ricco di cambi di tempo che mettono in luce le capacità strumentali del gruppo, "Song for the lost sound" incede maestosa e melancolica, ed è dotata di un pregevole solo di chitarra. Chiude "The door of hell", confermando le positive impressioni ricavate dall'ascolto dei precedenti episodi. La versione ufficiale di "Remember" è richiedibile all'indirizzo riportato. Web: http://www.into-thevoid.com. email: promo@into-thevoid.com. (Hadrianus)

Wumpscut: Evoke (2CD - Beton Kopf Media/Audioglobe, 2005). Dopo le perplessità suscitate dal precedente "Bone Peeler", ecco l'atteso nuovo album di Wumpscut; "Evoke" conferma la svolta stilistica di Herr Ratzinger, il quale ha ormai placato la rabbia dei primi album ed anche in questo disco, predilige dedicarsi a sonorità piu' tranquille, ma pur sempre immerse in un clima cupo che e' il "trademark" di casa Wumpscut. Il ritmo non è mai elevato in "Evoke" ed anche questo album non darà spunti ai dj, ma ciò conta relativamente; quel che è importante è che i nuovi pezzi hanno tutta un'altra marcia rispetto a quelli di "Bone Peeler" e personalmente trovo che in questo disco vi siano alcuni tra i migliori brani che Rudy abbia mai composto. Particolare evidente, sin dalla prima traccia "Maiden", è che la voce femminile avrà ampio spazio in questo disco ed infatti la ritroveremo in diversi altri brani, tra cui "Hold", uno dei migliori pezzi di questo album. E' un Wumpscut che sembra dibattersi tra sentimenti d'amore ("Don't go") e retaggi nostalgici ("Rush" con l'inflazionata ma sempre efficace sirena d'allarme anti-aereo) e che raggiunge l'apoteosi nel brano "Perdition" , per me veramente bellissima. La "limited edition" di "Evoke" include (come già accaduto per "Bone Peeler") un secondo cd con remix di vari gruppi; il livello medio è abbastanza buono, con menzione particolare per il remix di "Rush" a cura di Dismantled e, sopratutto, per lo splendido remix di "Hold" a cura dei Kirlian Camera, una versione sinfonica da brividi !!. "Evoke" è quindi un disco assolutamente apprezzabile da parte di chi ha accettato l'evoluzione stilistica di Wumpscut, per gli altri..... beh, i gruppi con cui consolarsi non mancano. Web: http://www.wumpscut.com. (Candyman)

YcosaHateRon: Mechatherion (3CD - Autoproduzione, 2004). Strani ed oscuri passaggi hanno caratterizzato l’arrivo di questo box nelle mie mani; per quanto mi riguarda, il nome di questo progetto è assolutamente nuovo, anche se credo di intuire che in esso collaborano diversi musicisti dell’area metal più estrema. Quest’autoproduzione è contraddistinta dalla confezione decisamente sontuosa e, considerato che si tratta di un’opera prima, direi anche un po’ pretenziosa: si tratta di un box stile DVD contenente tre CD-R, uno dei quali è definito come “bonus CD”, e di un libretto riportante brano per brano autori di testi e musica nonché i gli strumentisti che vi partecipano. Ad occhio direi che si tratta di un progetto solista di Jehna, coadiuvato da alcuni musicisti della scena metal. Fondamentalmente si tratta di un lunghissimo viaggio in una desolatissima landa sonora a metà strada tra dark ambient e power electronics ma con un’ispirazione, ben visibile nel libretto e nei titoli e altrettanto percettibile nell’impasto sonoro, di stampo indubbiamente legato al metal più oscuro e malato. Non posso negare che l’ascolto è molto faticoso, trattandosi di circa tre ore di musica ostica e profondamente distruttiva, soprattutto in alcune parti dell’opera in cui ho l’impressione che si voglia tirare troppo la corda, con brani dalla durata lunghissima ma che, dopo i primi minuti, non si evolvono più e ripetono all’infinito un’immagine di se stessi troppo fissa e statica. La mia impressione è che il primo dei tre CD sia quello maggiormente affetto da questa ipertrofia sonora che, negli altri due dischetti, si ripresenta ma in maniera meno diffusa e percettibile: brani lunghissimi, anche intorno alla mezz’ora, in cui all’elettronica folle e disperata si accostano a tratti violentissime schitarrate black metal dal suono (credo volutamente) saturato e sporco. A mio personale giudizio, i momenti migliori dell’opera si possono trovare nel terzo CD, quello definito come bonus, proprio perché più dinamico e, per quanto possibile, movimentato. La parte grafica è abbastanza curata, anche se trovo poco significative le scritte in inglese con caratteri dell’alfabeto greco sul retro del box. È da notare che il questo lavoro è stato stampato in sole 264 copie, di cui la prime 44 dovrebbero contenere anche poster e maglietta. (Ankh)

Zmiya: Solmamdenlo (CD - Prikosnovenie/Audioglobe, 2005). La tendenza dell’etichetta francese Prikosnovenie ad occuparsi di musiche caratterizzate da forti influenze etniche è ben nota da tempo, anche se spesso si trattava di sonorità molto eteree, per intenderci ispirate all’eredità lasciata dai Dead Can Dance. Con questo lavoro degli Zmiya, sestetto francese proveniente da Nantes, città in cui risiede la stessa etichetta, ci si spinge al di là, producendo un CD di vera e propria world music, in cui la principale (ma non unica) ispirazione è quella mediorientale ma la piacevole presenza del Didjeridoo, della ghironda (di origine europea ma successivamente diffusasi anche in Medio Oriente), del balaphon (una sorta di xilofono africano) e di strutture elettroniche tradisce influenze più ampie e variegate. La miscela riesce bene laddove l’ispirazione etnica è molto forte e preponderante, anche se mescolata a ritmi più danzabili (“Solmamdenlo”, “Desert”, “Douma”, “Al Mostafa”) mentre a mio giudizio perde molto in qualità laddove si cerca di inserirla in altre dimensioni: decisamente inutile il reagge di “Terra Nova”, poco significative anche “Magical Time”, “Zmiya” e “Redjah”, che si spingono in un campo in cui nomi come Transglobal Underground e Massive Attack hanno già fatto di molto meglio e parecchi anni or sono. Mi sento quindi di mettere in guardia chi si trovasse davanti a questo CD perché è piuttosto differente dai prodotti che hanno reso famosa la Prikosnovenie. Nel complesso la musica si lascia ascoltare anche abbastanza volentieri, sebbene non mi senta certo di definire questo come uno dei lavori migliori dell’etichetta transalpina. Sul dischetto è presente anche una traccia video di un concerto, caratterizzato dalla presenza di un quartetto d’archi, dimensione in cui, non dubito, il gruppo può esprimere al massimo le proprie potenzialità. Web: http://www.zmiya.net/zmiya.php. email: contact@zmiya.net. (Ankh)

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