Recensioni marzo 2005

 


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Mirador: The Azrael Tales (CD - Rivel Records, 2005). Disco assai particolare, questo degli svedesi Mirador, combo costituito dalla coppia Jakob Forsberg ed Erik Mjoernell. Su d'una solida base di metal darkeggiante i due innestano via via inserti doom e porzioni gothikeggianti, amalgamati da una peculiare vena armonica che si esplica sopra tutto nel sapiente uso dei cori, vera caratteristica distintiva di "The Azrael tales". L'opener "Redeemer" si poggia su d'una sostenuta base hard rock, "No loss cut" è minacciosa e dotata di chitarre assai pesanti, interpretanti un'atmosfera di opprimente cupezza appena scalfita dall'ispirato cantato. Dal punto di vista lirico costituisce la colonna vertebrale del lavoro ("...one pair of wings abandoned starts the groove..."). Geniale la parte centrale, con tastiere imponenti e sei corde impegnate a disegnare trame fosche e complesse. "Post believers" è track plumbea ed ossessiva, "Perfect plan" sa essere gradevole, sopra tutto nel solo, "Soul distortion" è lenta e solenne, quivi maggiormente si percepisce la basilare influenze esercitata sui Mirador dai conterranei Veni Domine, anche se risulta stemperata l'apocalittica aura di epica drammaticità caratterizzante i lavori dei fratelli Weinesjo. L'incedere doomeggiante di "Thief" regge un brano evocativo ed obscuro, spezzato da possenti cori mediati dalla onorata scuola melodica scandinava. Il finale arpeggiato contribuisce a rendere meno opprimente l'atmosfera generale del pezzo, presto richiamata dal comparire di "New day" e dai suoi tempi di batteria (suonata dall'ospite Olof Gardestrand) a tratti irregolari. Chiude l'articolata "Metropois/Metamorphosis", in parte acustica e nel finale addirittura folkeggiante. Un finale sorprendente ed inatteso per un disco che fa della ricerca della varietà stilistica uno dei suoi punti di forza. I testi sono evocativi ed ermetici, palese in questo senso è l'intenzione dei loro autori. Azrael è l'Angelo della Morte. Ha quattro ali, e mille e più occhi. Ogni volta che ne chiude uno, un uomo muore. E nessuno può sfuggire al suo destino. Web: http://www.rivelrecords.com. (Hadrianus)

Mortiis: The grudge (CD - Earache/Self, 2004). Certo che ne è passata di acqua sotto i ponti da quando questo strano personaggio norvegese è comparso sulla scena musicale… I suoi primi dischi, vale a dire Født til å herske e Ånden som gjorde opprør, riscossero davvero un ottimo successo sia nell’ambito metal (dal quale Mortiis proveniva, essendo stato per qualche tempo il bassista dei blackters Emperor) che in quello gothic, e sono a tutt’oggi da considerare come lavori di grande interesse. Lo stesso si può dire anche per i progetti paralleli dell’artista scandinavo, che negli anni novanta ha inciso vari album (vedi il mitico Selvmord) utilizzando gli pseudonimi Vond e Fata Morgana. Peccato però che la sua vena creativa si sia pian piano esaurita, e che la musica degli esordi (un ambient cupo ed evocativo) si sia trasformata in un sound senz’altro più “mainstream”, ma purtroppo anche poco ispirato… Le ultime release mi avevano un po’ deluso, ma The grudge è forse anche peggiore, non tanto per la qualità delle canzoni incluse ma piuttosto perché appare come un tentativo di scopiazzare qua e là, e di assemblare un prodotto che richiami alla mente tutta una serie di stili e band familiari al “pubblico gotico del ventunesimo secolo” (termine che si riferisce a quegli ascoltatori appassionati di vari generi musicali più o meno oscuri!). In pratica il cd è una sorta di collage nel quale compaiono richiami molto chiari all’industrial metal (ogni tanto vengono in mente i NIN), ma anche all’EBM più scontata e addirittura all’elettronica rarefatta e raffinata di gruppi come gli Air. A completare il tutto c’è la voce di Mortiis, che (come c’era da immaginarsi) è anche uno degli anelli più deboli della catena, nel senso che non riesce proprio mai ad esaltare i brani, o ad aggiungervi un tocco in più. Del resto il nostro non è certo un gran cantante, cosa che avevo già potuto constatare qualche annetto fa, quando lo vidi esibirsi dal vivo (un’esperienza davvero negativa, che mi induce a consigliarvi di evitare come la peste le performance di questo musicista!!)… Insomma, come avrete capito c’è poco da stare allegri con The grudge (che tra l’altro ha anche un pessimo suono, molto sporco e confuso): non posso fare a meno di definirlo un passo falso, anche perché mi ha fatto perdere le speranze di poter ancora sentire qualcosa di veramente buono prodotto dall’ex “elfo” norvegese… Web: http://www.mortiis.com/. (Grendel)

My Sixth Shadow: Love Fading Innocence (CD - Watch Me Fall Records/Masterpiece Distribution, 2005). Una bomba! Quello che mi trovo fra le frementi manine (!) non è un comune CD di musica alterna, è un autentico, letale concentrato di perversione, decadenza, morbosità... Finalmente "Love fading innocence"... Un sogno che d'incanto si concretizza, si trasforma in realtà. Qui c'è di che pascere i propri spirti, le proprie aspirazioni. Una collezione di dodici tracce (completata dalla cover di "With or without you" dei best-sellers U2) assolutamente fantastiche, supportate da una produzione sfavillante (il dischetto è stato masterizzato ai celeberrimi Finnvox Studios da sir Mika Jussila!) e da un artwork superlativo, in grado di competere alla pari con quanto pubblicato da ben più blasonate formazioni e supportato da label molto più aduse a frequentare il music-biz. E le singole canzoni... tutte potenziali hits, eseguite con grande cura ed impegno, che certo è stato profuso senza risparmio. E che va premiato, che diamine! L'onere di aprire le danze ricade sulla cadenzata "Useless": chitarre grintose supportate da una sezione ritmica solidissima, cantato sensuale ma fermo, inserti elettro a rifinire un brano che detta le coordinate stilistiche del lavoro. Grande traccia di rock gothik & romantik, moderno e tagliente. "Lonely darkest days" è episodio ben più movimentato, e non sarà l'unico (si ascolti "Forever")! "So far" possiede la sfrontatezza di certo glam-punk moderno, quasi una versione più tranquilla (!) dei fratellini Dope Stars Inc., dotata di un solo mozzafiato. Ehi, i rinati (speriamo bene) Motley Crue dovrebbero ascoltarla (e perchè non chiamarli in tour?)! "Shadow in my love" è uno dei miei pezzi preferiti, ecco la ballatona che i 69 Eyes vorrebbero vantare nel loro pingue carnet. In "Broken mirror", song caratterizzata da uno strumentismo serrato, con le chitarre di Victor e di La Nuit in grande evidenza, fanno la loro comparsa le female vocals di Valeria Parsi, soluzione già ampiamente sfruttata nel settore, ma in questo contesto utilizzate con saggia parsimonia. Ancora le sei corde (col sostegno delle keys del valido Dani) a primeggiare in "Hate loving heart", mentre "Invite the poison" "Complete" e "Shades of grey" stemperano il loro furore elettrico trasformandosi in ballate energizzate a dovere da un complesso che dimostra vieppiù grande compattezza, esaltata da una produzione quanto mai vigorosa. Attraverso "Crushed" (a tratti davvero cattiva) si giunge alla conclusiva e personalissima interpretazione di "With or without you", chiara dimostrazione che il gruppo non teme certo il confronto coi classici (ricordate la versione di "Rain" su "10 steps 2 your heart"?). "Love fading innocence" conferma quanto i My Sixth Shadow non intendano assolutamente assoggettarsi ai rigidi clichè imposti dalla parcellizzazione che la musica alternativa va imponendo (o subendo?), riuscendo così a proporre un accattivante blend di gothic, dark, glam e metal evoluto (con audaci spruzzate nu). Un disco che ha comportato grande impegno non solo dal punto di vista compositivo, considerando l'attenzione che i MSS hanno giustamente (dimostrando grande acume) rivolto alla confezione del prodotto "Love fading innocence" in tutti i suoi aspetti, riuscendo così a presentare un lavoro di indubbia statura internazionale. Web: http://www.mysixthshadow.com. (Hadrianus)

Namnambulu: Alone (CDS - Infacted Recordings/Audioglobe, 2005). "Alone" è il nuovo singolo per i Namnambulu; una canzone molto carina dal refrain immediato, nello stile che ha portato alla ribalta questo duo svizzero negli ultimi anni, ovvero un synth-pop estremamente melodico, incentrato su ritmiche assai ballabili e la bella voce di Henrik Iversen. Nessuna novità sostanziale da parte del duo Vallis/Iversen quindi, ma una canzone assai piacevole che per altro non sarà inclusa sul loro prossimo album. Non so se questo possa comunque bastare per giustificare l'acquisto del singolo in questione, visto che le rimanenti tracce non sono proprio indimenticabili; nel dettaglio, abbiamo una "extended version" di "Alone" che è praticamente identica all'originale, due versioni di "Moments", brano discreto, che indugia sul lato malinconico dei Namnambulu e che vede intervenire gli Endanger in entrambe le versioni (anche qui c'è poca differenza tra le due). Tracklist completata dalla strumentale "Contamination" che sa molto di riempitivo. Forse sarebbe stato meglio pubblicare direttamente il nuovo album includendovi anche "Alone". Web: http://www.namnambulu.com. (Candyman)

Paul Roland: Strychnine... and othet potent poisons (CD - Black Widow Records/Masterpiece Distribution, 2004). Il menestrello Paul Roland delizia il nostro desioso palato con questo sapidissimo piatto costituito da ben diciannove versioni di brani d'artisti vari, che il nostro anglosassone ha voluto così omaggiare. E se ai cultori degli anni ottanta non sfuggirà la presenza della bella "Arabian knights" che Siouxie ed i soi Banshees tanto ci fecero amare, non di poco conto sono le altre: spicca una personale interpretazione della classicissima "Venus in furs" di Lou Reed, ma elevatissimo valore artistico si può ascrivere alle riletture di "Guinevere" (Donovan Leitch) e "Lady Rachel" di Kevin Ayers, arrischiando comunque di recar torto alle altre, tutte da rilevare. "Iscariot" di Marc Bolan o "Mathilda Mother" firmata Syd Barrett non possono lasciare indifferenti: "Strychnine..." non è la solita raffazzonata collezione di cover che l'artista di turno, magari per far fronte a preoccupante carenza di idee (e si sa che il music-biz stritolatutto non ammette pause!) getta sul mercato, tanto per tener in caldo il proprio nome. Ci si trova al cospetto di un Artista sensibilissimo che ha voluto omaggiare con raro sentimento brani che hanno contribuito alla sua formazione, e che sono rimasti impressi nel suo nobile animo! Tanto è, che Roland non cela i suoi timori, affermando che il presente "was the one (album) that lost me the most sleep". Più che una confessione spassionata! Altri titoli? "The perfumed garden of Gulliver Smith" e "Hot George" di Bolan, "Too much to dream" (Tucker Mantz) arricchita da una superlativa chitarra mooolto psych, "Gary Gilmour eyes" di TV Smith o la title-track (Gerald Rosalie)... Dimenticavo: "Strychine..." esce ovviamente per i tipi della Black Widow Records, avevate forse dei dubbi? Acquistare, nessuna scusa, ascoltare con cura e poi... interrogare i propri amici: farete un figurone! Web: http://www.blackwidow.it. (Hadrianus)

Run Level Zero: And thus we walked (MCD - Minuswelt/Audioglobe, 2004). Veramente eccellente questo disco dei Run Level Zero, che va ad "integrare" il precedente album "Walk the psycho(path)", offrendoci nuovi brani e remix di alcuni brani apparsi sull'album. Partiamo da questi ultimi: devastante il remix degli X-Fusion per "Under the gun", un brano in stile "Harsh-EBM" che non può mancare nelle scalette dei dj piu' attenti; molto piu' "industrial" il tocco apportato da Rotersand ed Interlace per "Headless" e "CNN of worms"; l'ultimo remix è quello di Fredrik Solenberg (ex membro della band) per "Flesh reflections". Tra i nuovi brani, gioca un ruolo primario "Short Cuts", presente in due versioni e che ribadisce lo stile della band svedese, ovvero un elettro-industrial alquanto oscuro ed articolato, con reminescenze di Wumpscut, Skinny Puppy, Yelworc e Front Line Assembly. In definitiva, un dischetto di tutto rispetto per un gruppo ancora non molto conosciuto ma che merita sicuramente un ascolto. Web: http://www.runlevelzero.com. (Candyman)

Sero Overdose: No time for silence (CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2005). Sembra ormai appurato che un disco, per far parte del catalogo Alfa Matrix, debba per forza includere non meno di 14 tracce, con l'automatico risultato che a tanta quantità non corrisponda altrettanto qualità. Eccoci quindi a commentare il nuovo album dei Sero Overdose, che dopo l'album d'esordio "Serotonin", tornano alla ribalta con questo nuovo lavoro preceduto dal mcd "No time for (club) silence" (titolo quasi identico a quello dell'album come avrete notato, occhio quindi a non confondervi al momento di un eventuale acquisto). Acquisto che francamente non mi sento certo di consigliarvi, visto che siamo davanti ad un disco che contiene indubbiamente dei buoni brani che in pista hanno tutte le carte in regola per funzionare ("Rain", "She", "Wir", "Horizont") ma che non rappresentano certamente niente di essenziale od indimenticabile: future-pop/synth-pop ed EBM vengono mescolati e proposti a raffica, lasciandosi ascoltare in maniera tanto gradevole quanto superficiale. Come detto all'inizio, la prolissità del lavoro (15 brani in tutto) di certo non aiuta, anche se si tratta di musica leggera e disimpegnata, fatta per ballare e per essere canticchiata, quando è troppo è troppo...e pensare che per i piu' masochisti esiste la "limited edition" costituita da due cd sul secondo dei quali viene ospitata una raffica di remix (anche questa una costante dell'etichetta belga). Un disco non brutto, ma fondamentalmente superfluo. Web: http://www.serooverdose.de. (Candyman)

S.I.T.D.: Richtfest (MCD - Accession Records/Audioglobe, 2005). Nuovo assalto sonoro dalla Ruhr; i S.I.T.D. (che per chi ancora non lo sapesse sta per Shadows In The Dark) colpiscono ancora una volta duro con questo mcd pronto a spopolare sui dancefloor teutonici. "Richtfest" è un brano che ripercorre lo stile dance-apocalittico (mi si perdoni la definizione) che ha lanciato il trio tedesco coi singoli "Snuff Machinery" e "Laughingstock" prima e con l'album "Stronghold" poi. EBM dura ma non "harsch" (non siamo davanti ad un gruppo che scimmiotta Suicide Commando od Hocico, come il trend attuale sembra imporre), atmosfere cupe che, in questo mcd, vengono ben rappresentate dai brani "Asphixiation" e "Decoy" (quest'ultima vede il contributo dei Retrosic). Oltre a questi due brani, il mcd include ben 5 versioni della title-track: oltre alla "single version" e la "extended version", abbiamo tre remix a cura di Suicide Commando, Namnambulu e Destroid. Quest'ultimo è il piu' particolare (Daniel Myer non fa mai lavori banali ed anche in questo caso si diverte a scomporre il brano), ma quello di maggior impatto e che consiglio ai dj è quello del duo svizzero. Un buon mcd quindi che introduce degnamente il secondo album dei S.I.T.D. atteso per la primavera. Web: http://www.sitd.de. (Candyman)

Sol Invictus: The Devil’s Steed (CD - Dark Vynil, 2005). Per quanto mi riguarda Tony Wakeford è stato, nell’ambito del folk apocalittico, non solo uno dei fondatori ma anche uno dei pochi che sono riusciti ad evolversi in differenti direzioni e quasi sempre con risultati egregi. Negli ultimi anni è stato uno dei pochissimi (insieme a nomi come Current 93, Sieben e -perché no?- i nostrani Argine) a tenere alto il nome di un genere che, sembra ormai un luogo comune, non pare in grado di uscire da uno stallo divenuto ormai insostenibile. La compagnia di Matt Howden/Sieben sembrava aver portato nuova linfa al nostro che però, con questo nuovo lavoro, sembra volersi impossessare nuovamente del suo destino in maniera autonoma, seguendo strade e percorsi propri: e lo fa con classe ed esperienza, rivolgendo lo sguardo al proprio passato e tornando a forme e strutture più tipicamente folk rispetto alle recenti evoluzioni, che spesso si erano avvicinate molto a forme più classicheggianti in taluni casi, più sperimentali in talaltri. Il violino, pur sempre presente ma non gestito dalla particolarissima mano di Howden, perde la centralità che lo aveva caratterizzato nei lavori più recenti, lasciando il palcoscenico ad altri strumenti: in particolare la chitarra torna all’antica importanza ma appare più matura e meno standardizzata che in passato, anche nei momenti in cui è elettrificata; accanto ad essa la tromba, che caratterizza piacevolmente questo nuovo corso della musica di Sol Invictus; infine il pianoforte, con la sua profonda e piacevole malinconia. I brani più folk riportano molto indietro, ai tempi di The Killing Tide; d’altra parte anche le tendenze avanguardistiche e quasi noise non mancano: si presentano in alcuni brani quasi all’improvviso, sovrapponendosi ai semplici accordi di chitarra, e ci stupiscono pur non essendo così spinte come ai tempi di Lex Talionis. La presenza di qualche traditional non fa che sottolineare un ritorno alla matrice folk del musicista inglese, che sembra aver trovato nuova linfa nel suo stesso passato e, reinterpretando se stesso con più esperienza e maturità, riesce ad estrarre dal cilindro un gran bel lavoro, il cui ascolto è sicuramente consigliato agli amanti di queste sonorità. Web: http://www.tursa.com. (Ankh)

Sophia: Deconstruction of the world (CD - Cyclic Law, 2004). Che Peter Pettersson Bjärgö sia da lunghi anni un musicista talentuoso non c'è alcun dubbio: lo dimostrano a chiare lettere le splendide opera uscite a nome Arcana; si è anche rivelato piuttosto prolifico, trovandosi nella necessità di creare, già diversi anni fa, un secondo progetto, per dare sfogo ad una parte della sua creatività: i Sophia. Fino ad oggi progetto personale del musicista scandinavo, sono per la prima volta un duo, grazie alla collaborazione di Stefan Eriksson; devo dire che l'aggiunta di un secondo membro alla formazione non ne ha alterato molto le caratteristiche sonore, che rimangono decisamente quelle tipiche dei vecchi lavori Cold Meat Industry, in cui si miscelano suoni dark ambient a possenti e marziali strutture ritmiche, con sovrapposizione di suoni campionati; in qualche modo è possibile riconoscere nella musica di questo progetto la stessa mano presente negli sfondi degli Arcana; ma questo forse è anche un limite di molti dei brani dei Sophia, che non sembrano riuscire a brillare di luce propria: molto meno sperimentali e stratificati di quelli di Raison D'Etre, molto meno possenti e distruttivi e coinvolgenti di quelli degli In Slaughter Natives. Ed è forse proprio a causa di questi ultimi che il mio giudizio su questo Deconstruction of the world è un po' più severo: molto probabilmente la mia opinione sarebbe stata di gran lunga migliore se non mi fosse capitato di ascoltare questo CD quasi contemporaneamente a Resurrection che ha riportato questo genere musicale, che sembrara ormai in fase calante, agli antichi fasti. Come gli altri lavori dei Sophia, ritengo questo CD sicuramente piacevole all'ascolto ma non in grado di raggiungere il livello di qualità di alcuni degli ex compagni di scuderia. Molto bella invece la confezione, in cartoncino di formato allungato e apribile. Web: http://www.erebusodora.net/sophia/. (Ankh)

Soulscape: Grave New World (CD - Autoprodotto, 2004). Gli americani Soulscape si cimentano in un mellifluo ed ammiccante goth-rock destinato ad accattivarsi le simpatie di tutti coloro che subiscono il particolare fascino emanato da notabilissimi insiemi quali Faith And The Muse (nella loro versione più movimentata), The Wake e fratellini vari. "Grave new world", dopo un reiterato ascolto, risulta comunque convincente, in virtù di alcune tracce davvero incisive quali "First blood" e la ritmicamente sostenuta "You are my disease". Se il cantante Mel Draper è dotato di una bella voce richiamante a tratti il vizioso Dave Vanian, il suono risulta pur troppo carente in profondità, anche a cagione di una drum-machine eccessivamente plastificata (dovrebbe forse andare a lezione da... Doktor Avalanche!). Anche le chitarre del buon Michael Verzani non riescono sempre a graffiare a dovere, rimanendo sovente relegate in secondo piano. Peccato, perchè brani come "Rise again" meriterebbero migliore valorizzazione, ed una sei corde più incisiva ne acuirebbe la presa. Si dimostra all'altezza del compito il bassista Sam Ruppert, non un fantasista, essendo il suo apporto inquadrato e devoto al ruolo che il genere impone allo stromento, ma importante tassello nell'economia del suond del gruppo. "The crossing" è incursione nell'elettro di maniera, carino ma nulla di trascendentale, mentre decisamente riuscita risulta la sisteriana "We are your kings", destinata ad elevare il tenore del disco in virtù di una eccellente prova corale: ottimo il cantato di Mel, belle le trame chitarristiche, basso pulsante , drum machine finalmente centrata. Seguono "Under the sun", "Hearts are hollow" e "Torment" (l'ultima risulta la migliore del valido terzetto), le quali preparano il terreno alla conclusiva title-track, impreziosita dall'intervento dell'illustre ospite Monica Richards (sua l'intro recitata). Decisamente un gran finale, essendo questa traccia una dolente ballad. "Grave new World" non è certo opera fondamentale, ma sicuramente ai Soulscape va riconosciuto l'impegno profuso. Grafica spartana ma efficace. Web: http://www.soulscape.org. (Hadrianus)

Tor Lundvall: Last Light (CD - Strange Fortune, 2005). Tor Lundvall è un artista statunitense dedito non solo alla musica ma anche alla pittura. In campo musicale vanta in passato anche delle collaborazioni con Tony Wakeford, che lo ha aiutato per il suo album Autumn Calls. Last Light, sua ultima fatica nonché esordio per la nuova etichetta americana Strange Fortune, è una raccolta di 12 brani di stampo ambient, costruiti con suoni rarefatti, minimali, pieni di eco e di effetti. La voce è dilatata dal riverbero, le atmosfere sono assai soffuse, come visioni nella nebbia ma non provocano inquietudine, al contrario danno un senso di rilassatezza e tranquillità. I pezzi sono di per sé piacevoli, sebbene tutt'altro che originali, mentre personalmente non mi piace molto la voce dell'artista, troppo impostata com'è su tonalità alte. Per la loro natura atmosferica i pezzi sarebbero adatti ad accompagnare delle immagini mentre così da soli li ho trovati alla fine troppo monotoni e simili tra loro. Non so come fossero i lavori precedenti dell'artista, in particolare quello in cui era presente Tony Wakeford, ma sinceramente questo Last Light non mi sembra un granché. Consigliato solo ai feticisti dell'ambient. Web: http://www.strangefortune.com/. (Christian Dex)

Trinakrius: Inquisantism (CD - Selfproduced, 2004). I siculi Trinakrius proposero nel 1995 un demo titolato "Intrinakrius", poi di loro nulla si seppe, anche se alcuni dei componenti presero parte ad altri progetti. Saluto con gran gioia il ritorno sulle scene di questa interessantissima band, materializzatosi col presente "Inquisantism", lavoro poggiante su cinque tracce di autarchico doom epicheggiante rimandante ai Candlemass più ispirati, ma pure ai seminali ed indimenticati Warlord. Mi preme sottolineare che le canzoni sono qui presenti in doppia veste: sono cantate sia in inglese che in italiano, soluzione questa ultima che era già stata adottata sul citato esordio e che a mio humile parere accresce il valore di ogni singolo pezzo. Peccato che pochi apprezzino questa iniziativa, che già in altri casi ha generato risultati mirabili (come ad esempio nel recente "L'impero delle ombre" da noi recensito in gennaio). Spero che i miei amici non demordano, anche se pur troppo le case discografiche sovente non prendono nemmeno in considerazione questa ovvia possibilità (perchè trascurare la lingua madre in ossequio all'inglese, anche quando la resa è pari se non addirittura superiore?). Il demo (considerata la eccezionale qualità della registrazione definirlo tale è riduttivo!) s'apre con l'enigmatica "Inquisantism", la quale lascia spazio alla riedizione di "Intrinakrius", episodio davvero minaccioso. "The king's devil" rimanda ai maestri scandinavi, "The heretic" è plumbea e pesantissima, con un cantato ispiratissimo ed una sezione ritmica serrata a sostenere il gran lavoro delle chitarre. "The executioner" è aperta da una agghiacciante tastiera, poi si sviluppa in tutta la sua potenza trascinandoci nei più reconditi recessi degli'Inferi. Oltre otto minuti di epic-dark metal di sicuro effetto, potenziato nella versione italiana dall'interpretazione di Michele Vitrano (che sensazione, poter seguire il testo!). Detto dell'elevata resa sonora, non mi resta che invitare i neri seguaci del metallo del destino a contattare i Trinakrius, meritevoli del supporto incondizionato di tutti coloro che tenacemente tengono in vita questo reliquario troppo spesso ignorato. It's time of doom... again! Web: http://www.trinakrius.it. (Hadrianus)

Tristesse De La Lune: Ninive/Time is moving (CDS - Out of Line/Audioglobe, 2005). Riecco Kati e Gini con il doppio singolo "Ninive"/"Time is moving", due canzoni nello stile simil-Blutengel che ha portato alla ribalta le due ragazze (ex-vocalists della band di Chris Pohl). Devo dire che Kati e Gini si erano presentate molto bene sul mercato discografico, con tre singoli decisamente buoni ("Strangeland", "Eiskalte liebe" che si giovava dell'apporto di Erk degli Hocico e "Queen of the damned"), mentre sulla "lunga distanza" dell'album "A heart whose love is innocent" avevano decisamente perso colpi. Questo ritorno ci propone due brani che non dicono assolutamente niente di nuovo sulla proposta musicale delle due ragazze (elettro-pop molto sdolcinato e melodico), ma che tutto sommato si lasciano ascoltare e canticchiare volentieri. Il primo cd è incentrato sul brano "Ninive", canzone senza infamia e senza lode, proposta in tre versioni: oltre all'edit abbiamo un "extended mix" ed un remix dei messicani Amduscia (questi ultimi non riescono a ripetere l'ottimo risultato prodotto dalla collaborazione di Erk per "Eiskalte liebe", ma offrono comunque una rilettura discreta del brano); decisamente trascurabile la traccia "Geheime zeichen". Le cose migliorano sul secondo cd, perchè "Time is moving" è un brano di livello superiore rispetto a "Ninive" e sopratutto perchè si giova di due buoni remix a cura di Panzer AG e Negative Format (quest'ultimo è veramente ottimo e da solo potrebbe giustificare l'acquisto del cd); mediocre anche in questo secondo cd la quarta traccia, "My toy". Un doppio singolo quindi non certo indimenticabile, ma che tutto sommato offre qualche spunto interessante.... forse è meglio che Kati e Gini continuino ad offrirci solo singoli e mcd e lascino perdere i "full-lenght". Web: http://www.tdll.de. (Candyman)

Underfloor: Underfloor (CD - Selfproduced, 2004). Sorprendente! Amici lettori, ci troviamo al cospetto di un Signor album (con la S maiuscola, si badi), suonato e prodotto divinamente, un disco di statura internazionale eppure... pubblicato da questi tre baldi ragazzi in proprio, senza l'ausilio di alcuna label (d'altronde impegnatissime nella ricerca della next-big-thing capace di trasformarsi in una colata di euro o di gruppi inclini a coltivare più l'immagine che la sostanza...)! Chiedo venia per lo sfogo. Underfloor. Provenienza: Firenze, la culla della wave italica (e non per nulla il bassista Guido Melis ha fatto parte dei Diaframma) la città che tante soddisfazioni ci concesse. Cantano in italiano; un difetto? Macchè, un pregio assoluto, considerato che l'apparato lirico è parte fondante del progetto. Finalmente dei testi intelligenti, non frasi gettate a casaccio, tanto per trovare una rima... Verbi che scorrono fluidi su trame godibilissime eppur non facili, ove emergono riferimenti a certo nuovo rock colto albionico (i Radiohead vengono citati esplicitamente), velatamente oscure, certamente umbratili. La bella voce di Matteo Urro esalta queste composizioni che vanno a sfiorare con grazia le più recondite corde del nostro intimo sentire, provocando nell'ascoltatore un piacevolissimo senso di quieto abbandono. Non temono il confronto con distanze impegnative, come dimostrano gli otto minuti scarsi di "Improvviso", song incapace d'annoiare, da ascoltare con aperto sulle ginocchia il booklet, onde seguirne i versi, accompagnati dall'incedere delle chitarre e dal pulsare di basso (in bella evidenza, a dare nerbo alla traccia, come quello di Mick Karn in certe sublimi schegge lasciateci dai Japan) e batteria (suonata con grande perizia da Lorenzo Desiati), sfociante in un ammaliante finale cosmico, o come in "Rubami il sonno" ("Spesso mi dimentico/la casualità della vita/dovrei ricordarmelo/ogni volta che mi muore il cuore...), magma d'emozioni che piacerà a Cristiano Godano. E' davvero un gran disco, "Underfloor", col quale ho da subito stabilito una singolare affinità, tanto che, mentre stavo ascoltando l'opener "Nevica", fioccava davvero, ed il paesaggio attorno, visto dalla finestra, appariva spettralmente sfocato da una autentica bufera! Il ritmo sa impennarsi, come in "Non so correre", senza che mai appaia forzato, perchè il gruppo è dotato di gran nerbo, ma la poesia mai viene offuscata dal furore elettrico (come nella nervosa "Consapevoli"). Delicati ma anche decisi, gli Underfloor citano il meglio prodotto in questi anni nel nebuloso universo della musica alterna, senza lasciarsi ingabbiare in alcunchè di predefinito. E' come se il grunge non si fosse ripiegato su se stesso auto-citandosi fino allo sfinimento (l'incipit della finale "Le cose più belle" è una dedica alla migliore Seattle, intesa come scena, se mai ce ne è stata una!), o se i Coldplay non si fossero lasciati abbagliare dalle luci dello stardom (ma voglio accennare pure a Katatonia e, perchè no, a Novembre e Klimt 1918): ma gli Underfloor sono a tal punto sicuri delle proprie qualità, che citare riferimenti risulta esercizio sterile. "Stancano le ore disperse/a correre cercando risposte/Scorrono uguali i giorni/e sembrano sbiadire nel tempo...". E certamente il tempo non deve lasciar scolorire questo piccolo capolavoro. Web: http://www.underfloor.it. (Hadrianus)

Uninvited Guest: Faith in Oblivion (CD - Resurrection Records, 2005). Album d'esordio per gli albionici Uninvited Guest, formazione costituita dal vocalist Dean Hathaway, dal chitarrista Shaun Cope, dal tastierista (ed addetto al programming) Lucas Swann ed infine dal bassista Robert Baker. Goth rock metallizzato e pesantemente contaminato da scorie elettro-industrial è quanto ci viene proposto nelle dieci tracce di FIO, un disco che risente parzialmente della lezione nefiliana (si, con la f!). L'opener "Cross my heart" costituisce proprio una bella scarica d'energia, un brano sferzante e caratterizzato da poderose chitarre, presto doppiato dalla più rilassata (?) "Angel boy", un tempo medio ben strutturato. Nel complesso il valore del disco (trattasi in effetti di autoproduzione, la distribuzione europea viene comunque curata da Resurrection) si attesta complessivamente su livelli di (quasi) eccellenza, sopra tutto se si considera che trattasi come evidenziato in apertura di opera prima. I nostri dimostrano di non patire eccessivamente l'influenza delle star del settore, ed in "Beautiful orchid" fanno capolino sonorità prossime al goth-metal, comunque in una personale versione che può a tratti accomunarli a quanto proposto dai My Sixth Shadow. certo che le concessioni all'elettronica si fanno sempre più ampie, come nella seguente "When you're dead", un pezzo bello tirato che non concede tregua. Efficacissimo il cantato, mentre la chitarra si sottopone ad un vero e proprio tour-de-force, dettando un ritmo forsennato ad un pezzo che davvero mi ha sorpreso! "Hollow" è oscura ed enigmatica, una pausa prima che gli Uninvited Guest si scatenino nella conseguente "Holy infanticide". Particolarmente intrigante risulta la teatrale e riuscitissima "The Devil's toybox", finalmente emerge l'impronta artistica dei suoi compositori; l'atmosfera di "Requiem" è umbratile e darkeggiante, da lodare la prova di Dean Hathaway, molto incisiva. In conclusione, "Faith in oblivion" è disco che sa sorprendere e che piacerà senza dubbio agli adepti del goth più corposo. Accattivante l'artwork. Web: http://www.uninvitedmusic.com. (Hadrianus)

Veni Domine: IIII - The Album Of Labour (CD - Rivel Records, 2004). Finalmente! Temevo che il nuovo, attesissimo lavoro dei dark-christian rockers svedesi non vedesse proprio la luce! Pareva si fossero cacciati in un lungo, obscuro tunnel privo di sbocco, essendo il processo compositivo principiato addirittura nel 1997, e le registrazioni sul declinare del 2000. Infine i Veni Domine, comunque non dei campioni di prolificità, ce l'hanno fatta, non ostante una fastidiosissima malattia che ha minato la salute del cantante Fredrik, colpendolo proprio alle corde vocali, al suo strumento! "IIII" è disco cupo e darkeggiante, lontano comunque dalla pomposa magniloquenza caratterizzante l'esordio "Fall Babylon fall", dalle trame complesse e strutturato su di un pesantissimo doom poggiante su solidi tappeti tastieristici, e pure dagli episodi che seguirono quel disco, "Material sanctuary" e "Spiritual wasteland". A tratti "The album of labour" (titolo paradigmatico della situazione venutasi a creare) sa essere più intimista, umbratile, malinconico, pur restando fermamente ancorato ad atmosfere dark. Indubbiamente i nostri sono ulteriormente maturati, sia come uomini che musicisti, ed è cresciuta in loro l'uurgenza di sperimentare nuove vie espressive, pur mantenendo un alto livello qualitativo. Vi sono degli episodi assolutamente notevoli, quali "Inner circle" o "Doom of man", mentre l'opener ""Waiting for the blood red sky" si richiama a tratti al passato, e pure tracce sorprendenti, come il lento atmosferico "Deep down under": dall'andamento quasi jazzato, subisce nella sua porzione centrale una repentina accelerazione. "Eli lema sabachtani" è minacciosa e cupissima, dilaniata da chitarre nervosissime, le tre parti di "River of life" rimandano ai Queensryche più introspettivi, l'ultima, curiosamente posta in fondo al CD ed indicata come "I" è, pur nella sua lunghezza (sfiora gli otto minuti, altro punto di contatto colla passata produzione), intrigante piece sviluppantesi attorno ad un arcano recitato. Un brano di grande presa, scarno ed essenziale quanto efficacissimo. Un plauso alla piccola Rivel Records, etichetta davvero indie nella più nobile accezione del termine, capace di proporre lavori di raro valore. Testi ispirati in parte alle scritture, ma perfettamente calati nel crudo contesto contemporaneo. Web: http://www.rivelrecords.com. (Hadrianus)

Vevova: Remembrances (CD - Il Male Production, 2004). Il progetto Vedova nasce per idea di Fernando (chitarra) e Gianpaolo (chitarra e basso) e si concretizza con l'entrata in formazione del vocalist Helios. I due fondatori, frustrati dall'impossibilità di rendere reali le loro primigenie intenzioni, ovvero generare una micidiale mistura di deprimente doom black e parti mediate dalla musica classica e psichedelica, in preda a profonda crisi depressiva (traiamo queste informazioni dalla bio gentilmente fornitaci dal gruppo), compongono queste tracce dall'incredibile forza evocativa, lente e sulfuree come solo il più incorrotto doom può celebrare. "Remembrances" si compone di tre canzoni medio lunghe, oltre alla title-track suddivisa in tre parti che vanno a costituire delle intro (od outro) dei brani principali o che possono essere lette come disturbanti schegge aventi vita autonoma (la terza parte). I testi sono traduzioni di opere leopardiane (esemplificativi i titoli: "To the moon", The infinite" e "To himself"), e la resa è decisamente efficace. Trattasi di episodi assolutamente oscuri, catacombali, oppressivi, ove le chitarre disegnano trame plumbee e minacciose, spalleggiate da una batteria (il session-drummer è Marco) scandente un ritmo lentissimo, angosciante, rivedendo ed amplificando la lezione impartita dai primi Cathedral ed Anathema, o da Thergothon, Unholy e Katatonia. Su tutto si leva la voce cupissima di Helios, interprete perfetto della lirica leopardiana. Un omaggio al Grande di Recanati, questo "Remembrances" (ma i nostri sanno anche sdrammatizzare, definendolo, traggo sempre dalla bio, "un grande doomster marchigiano del XVIII secolo"!), un disco che potrebbe divenire una piccola reliquia del genere. La grafica è incredibilmente aderente al tema del lavoro, anch'essa in grado di suscitare un sentimento di subdola ambascia. La track-list è completata da una riuscita e personale rivisitazione di "Blinded by fear" degli At The Gates. Per informazioni: www.vedovaband.tk. Web: http://www.ilmaleproduction.com. (Hadrianus)

Witchcraft: Witchcraft (CD - Rise Above, 2004). Un salutare tuffo nel passato, ecco quanto propostoci dai giuovini scandinavi Witchcraft, innamorati senza dubbio dei seventies! Un occulto mix di Jethro Tull, Black Sabbath ed arcano folk (bellissimo a tal proposito il pezzo "Schyssta loegner") custodiscono i solchi dell'argenteo dischetto, opportunamente valorizzato da una grafica quanto mai appropriata. Evidenti le loro intenzioni fin dalla principiante title-track, vero manifesto di un suono pieno e sofferente (sensazione acuita da un dolente violino) per quanto caldo. Molto ispirato si rivela il cantato del bravo Magnus Pelander su "No angel or demon", mentre i miei favori vanno ad appannaggio dell'hard rock oscuro "I want to know", dove i quattro fikkettoni si superano. "The snake" è fumigante dark, ed ancora atmosfere sabbathiane impregnano "You bury your head", spezzata da una elegiaca porzione acustica. "Her sisters they were weak" è umbratile ballata folkeggiante sfociante in un minaccioso doom evocante blasfemi rituali orgiastici, per poi terminare sulle note di un inquietante carillon. Da rimarcare anche la squadrata "Lady Winter", pezzo che farà spuntare una lacrimuccia sullo scavato volto dei nostalgici adoratori dei primi lavori marchiati dalla premiata ditta Iommi/Osbourne/Ward/Butler. Credetemi, se non avessi letto il 2004 ben chiaramente stampigliato sulla confezione, avrei pensato a qualche obscuro capolavoro di quell'auro evo dimenticato in qualche polveroso cassetto da un discografico distratto. Ma non per nulla "Witchcraft" è patrocinato dalla Rise Above di Sir Lee Dorrian, che diamine! Ho detto tutto! (Hadrianus)

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