Recensioni aprile 2004

 


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Impure Domain: The evil within/Vivere di male (CD - Cd autoprodotto, 2002). Altro lavoro registrato un paio di anni fa arrivato solo ora in redazione. Gli italiani Impure Domain definiscono la loro musica nientemeno che “evil avantgarde black hate”. Siamo in realtà di fronte a puro black metal, anche un pò vetero, condito ogni tanto da qualche ritmica industrial e da qualche “bip-bip/ ua-ua” sintetico che fa tanto cibernetico. E’ vero che ogni tanto sono presenti episodi quasi puramente industrial-electro- cyber (“Trance Blood Chant”, “K.K.K. (Kold Karma Of Kaos)”, “The Razorblade Ritual Kore”) o pseudo-ambient (“Neural Inferno”), peraltro abbastanza corrrenti, ma questi sembrano non legarsi per nulla con il resto del contesto, come se nel quintetto ci fossero due anime distinte apparentemente inconciliabili. Dunque, mi pare che non basti raccattare ispirazioni e modelli sparsi e cercare di fonderli insieme a casaccio, per fare “avantgarde”, e nemmeno sostituire il cerone ed il trucco black metal con un look cyber –manga molto trendy... E poi, diciamocelo cari Impure Domain, ormai le provocazioni superomistesatanicodestroidnichiliste, non scandalizzano più nemmeno una clarissa di clausura, marcano solo –ancora una volta- l’abisso che c’è fra il dire ed il fare, fra la teoria e la prassi. Confusionario (non kaotico). Web: http://impuredomain.com. (Manfred)

Irfan: Irfan (CD - Prikosnovénie/Audioglobe, 2004). La nuova rivelazione dell'anno in casa Prikosnovénie si chiama Irfan, un gruppo di origine bulgara, già presente nella bellissima compilation dell'etichetta Fairy World, di cui ora viene presentato l'album d'esordio. Già al primo ascolto Irfan (che in lingua araba e persiana significa "conoscenza mistica", "gnosi") incanta l'ascoltatore con le sue melodie avvolgenti e affascinanti che inevitabilmente ricordano e omaggiano i Dead Can Dance dei tempi migliori, anche perché la splendida voce di Denitza Seraphimova regge benissimo il confronto con quella della grande Lisa Gerrard. Se il brano d'apertura del CD "Monsalvato" richiama subito sonorità oscure, cupe, ecclesiastiche, alla Spleen and Ideal, con la profonda voce maschile che si alterna a quella eterea femminile, cesellando arabescate armonie su un tappeto di tastiere, fin dal secondo pezzo, "Salome", appare evidente come gli Irfan siano molto legati e debitori alla musica tradizionale del loro paese e balcanica in generale, tanto che l'accostamento più spontaneo è quello con il famoso gruppo bulgaro Le mystère des voix bulgares. Strumenti balcanici, turchi, persiani, arabi, nord africani, tra cui le percussioni hanno un ruolo particolarmente importante, entrano in primo piano, accompagnati da cori possenti e tribali che ci trasportano in sonorità orientali, mistiche e antiche, di rara leggiadria e profonda bellezza. Ma è tutto l'album nel suo complesso a stregare per la solennità del suo incedere, per i richiami alle tradizioni più diverse (c'è anche una ripresa delle "Cantigas de Santa Maria" dalla Spagna) che sono frutto di una lunga e attenta ricerca storica, artistica e filosofica, per la profondità delle emozioni che regala nel corso degli ascolti. Davvero un album eccezionale e un gruppo imperdibile! Web: http://prikosnovenie.com. email: prikos@wanadoo.fr. (Mircalla)

Kirlian Camera: Invisible Front 2005 (CD - Trisol/Audioglobe, 2004). La lunga attesa per un nuovo album dei Kirlian Camera viene colmata con "Invisible Front 2005", disco bellissimo le cui composizioni mi paiono una sorta di "ibrido" tra le sperimentazioni elettroniche che caratterizzavano alcuni brani dell'album "Solaris" e la vena piu' prettamente "wave" dei lavori della prima metà degli anni '80. L'ennesimo gioiello della discografia di Angelo Bergamini & Co. inizia con i minimalismi elettronici di "Mission Diary 1", supportata da un testo letto da Lloyd James, del gruppo inglese Naevus; un brano introduttivo a questa sorta di odissea nello spazio e nell'anima. La traccia numero due,"K-Pax", è il capolavoro del disco ; qui la voce di Elena Fossi mi fa ripensare a "Blue room", il sound elettronico è colmo di nostalgia e debitore dei primi anni '80, un brano semplicemente splendido ! La voce di Angelo, prima "trattata" in modo robotico, poi "naturale", caratterizza la crepuscolare "Nefertiti One", a cui fa seguito un altro dei picchi dell'album : "Dead zone in the sky" le cui caretteristiche sono piu' o meno analoghe a quelle di "K-Pax" ; brani di elettronica di gran classe, ascoltando i quali mi viene da sorridere pensando al fatto che c'è ancora chi sostiene che la musica elettronica sia "fredda e priva di sentimento" .... qui i sintetizzatori hanno un'anima (e l'hanno sempre avuta nei dischi dei Kirlian Camera) ed i sentimenti che si celano dietro ogni brano sono palpabili. "The path of flowers" è un altro dei brani che svettano nella tracklist dell'album, così come "Kobna Dob (The sinister season)", brano che, forse anche per l'uso della lingua slava, mi ricorda alcuni brani del side-project Stalingrad : glaciale bellezza. In "A woman's dream" troviamo la partecipazione di Jarboe (Swans), autrice anche dei testi di questo brano nervoso ed oscuro ma sicuramente affascinante; in chiusura la strumentale e "solare" (almeno rispetto al "mood" dominante dell'album) "Recorded memory", mentre per i possessori dell'edizione limitata, vi è la possibilità di godere dell'unico brano contenuto sul cd2, ovvero "Days to come", un altro emozionante viaggio in cui siamo guidati dalla magnifica voce di Elena Fossi. Il nome dei Kirlian Camera continua quindi a svettare sulla scena elettronica italiana ed internazionale; una carriera ultraventennale che ci ha regalato innumerevoli capolavori e che continua ad offrirci nuove emozioni. Grazie di tutto Angelo... Web: http://www.kirliancamera.com. (Candyman)

La Nuit Mystique: Aasverus (CD - cd autoprodotto, 2002). Questo lavoro porta la data del 2002, ma solo ora ci è arrivato in redazione e solo ora noi lo recensiamo. La Nuit Mystique è un duo da Milano e Aasverus è un interessante concept album, scandito in tre atti ed undici scene: vi si narrano, appunto, le vicende di Aasverus, curioso incrocio fra la tradizione dell’Ebreo Errante e quella della mitologia vampirica. Condannato alla vita eterna da Cristo stesso per averlo schernito sulla via del Golgotha, il protagonista conduce la sua infinita esistenza fra la noia ed il dolore. Solo l’amore riuscira metterlo in crisi, fino a che un Angelo, apparsogli in sogno, gli indicherà la via per trovare finalmente la pace: tornare a Gerusalemme e pregare sul sepolcro di Cristo. Il finale è aperto... Musicalmente, il modello più evidente per Pastore è sicuramente Sopor Aeternus: lo ritroviamo nel suono ibrido fra neo folk, musica medievale e ambient, nell’uso della voce che in molti momenti è un’esplicita citazione, e poi -naturalmente - nella complessa struttura del concept. Qua e là non mancano momenti più cadenzati e marziali che ricordano sonorità vicine ai primi Arcana. Nel complesso, dunque, un lavoro bello e coraggioso, abbastanza isolato in ambito italiano: peccato solo per gli evidenti limiti produttivi (va comunque lodato lo sforzo autoproduttivo), a causa dei quali i suoni sono un po' compressi ed opachi, ed i testi in italiano risultano spesso comprensibili con difficoltà: peccato perchè non vengono riprodotti nel booklet (sono riportati invece sul sito web del progetto), dove è solo presente un “argomento” dei diversi atti, e sono invece essenziali per meglio partecipare alla triste ed oscura vicenda del Viator. Web: http://digilander.libero.it/lanuitmystique. email: lanuitmystique@libero.it. (Manfred)

Lycia: Empty Space (CD - Silber Records/Audioglobe, 2003). Alla fine del 1999 Mike VanPortfleet e Tara VanFlower si riunirono per lavorare al nuovo album dei Lycia, chiamando intorno a loro due musicisti che avevano fatto parte in passato della mitica formazione statunitense, ovvero John Fair e soprattutto David Galas, con cui VanPortfleet dette anche vita nel 1995 all'interessantissimo side-project Bleak. Le premesse di questa reunion erano perciò delle migliori e facevano ben sperare, dopo un'opera tutto sommato deludente come Estrella (1998), per un ritorno alle atmosfere fredde, oniriche e dilatate dei primi album dei Lycia. Purtroppo questo lavoro album non vide mai la luce del giorno, visto che, per motivi non chiari, il gruppo si sciolse dopo aver realizzato alcuni demo che per un certo periodo di tempo vennero messi a disposizione gratuitamente su Internet dallo stesso VanPortfleet. Sicuramente il successo dei due album Compilation Appearences vol. 1 & 2, in cui venivano raccolti brani inediti e rari prodotti nel corso del tempo dai Lycia, deve aver fatto riflettere il gruppo sull'idea di pubblicare ufficialmente il materiale delle session interrotte del 1999, che arriva finalmente ora con il CD Empty Space. Stavolta non è la solita Projekt a pubblicare il lavoro bensì l'etichetta Silber Records, che fa capo all'omonimo gruppo dei Silber, da sempre grandissimi estimatori del progetto di VanPortfleet. Le nove canzoni qui presenti mostrano un fortissimo legame con il passato dei Lycia, quello delineato dai primi due seminali album Ionia (1991) e A day in the stark corner (1993), e forse ancora di più con Wake, il primissimo CD di VanPortfleet registrato nel 1989 e rieditato in seguito al successo degli altri due lavori. Le atmosfere sono oscure e vengono dilatate dall'uso inconfondibile degli effetti per la chitarra, mentre la voce, sebbene sussurrata, riempie l'ascolto di mille echi e risonanze. La chitarra è acida e abrasiva, suonata in riff dal forte sapore psichedelico. I ritmi, proprio come accadeva in Wake, sono talvolta più sostenuti e up-tempo rispetto ai toni evanescenti di A day..., con il basso e la drum-machine che si fanno incalzanti e nervosi, senza che si perda mai nelle costruzioni sonore quell'atmosfera rarefatta e sognante che è il marchio "d.o.c." del gruppo. E' altresì evidente come queste canzoni siano rimaste allo stato embrionale del demo: sono presenti infatti diversi brani strumentali in cui l'assenza della voce enfatizza ancor di più la loro natura di incompiuti. Altri pezzi sono invece più completi, come ad esempio "Persephone", di stile marcatamente goth, cantata splendidamente e con molta misura da Tara VanFlower. Empty Space aveva tutte le premesse per essere un lavoro storico e indimenticabile per i fan dei Lycia, ma anche in questa forma incompleta mostra tutto il suo fascino e la sua qualità: un diamante, grezzo ma assai prezioso, per tutti gli orfani di questa mitica formazione statunitense. Web: http://www.lyciummusic.com. (Christian Dex)

Nebelhexë: Laguz - Within the lake (CD - Karmageddon Media/Audioglobe, 2004). Sono ormai parecchi anni che seguo le vicissitudini di Andrea Haugen, artista poliedrica che ha iniziato a farsi conoscere verso la metà degli anni novanta con il progetto dark-ambient denominato Aghast, e che ha poi proseguito il proprio cammino artistico fondando gli Hagalaz’ Runedance e pubblicando con questo nome alcuni ottimi album di ispirazione neo-pagan-folk. Dopo sette anni anche l’esperienza con HR si è conclusa per dar spazio a qualcos’altro, cioè una nuova band chiamata Nebelhexë con la quale Andrea intende esplorare generi musicali differenti da quelli proposti in passato. In realtà il distacco con quanto fatto in precedenza non è poi così netto, infatti in questo Laguz – Within the lake gli elementi folk sono ancora ben presenti e continuano ad avere una funzione primaria all’interno delle singole canzoni, in aggiunta però troviamo molti richiami al gothic e al synth-pop degli anni ottanta che rendono l’album davvero molto particolare e gradevole da ascoltare. Come avrete intuito ho sempre avuto una grossa considerazione per i lavori di HR e trovo che sia musicalmente che concettualmente siano stati tra i migliori del loro genere, ma con mia grande sorpresa anche questi Nebelhexë sono riusciti ad affascinarmi e convincermi in pieno (cosa che non davo assolutamente per scontata prima di sentire il disco!). Le dieci tracce contenute in Laguz… sono tutte molto belle e in un certo senso anche abbastanza immediate: difficile resistere alle magiche atmosfere che contraddistinguono la titletrack, oppure alle dolci melodie di “My visual world” o all’incedere quasi ritualistic-industrial di “Celtic crows”, per non parlare poi degli echi new wave della cupa “Wake to wither” o della cover di “Bird song” (brano appartenente al repertorio della cantante Lene Lovich!). Tra l’altro non sono solo le sonorità il punto di forza del cd, ma anche la voce della brava Andrea, che nel corso degli anni ha dato sempre più prova di possedere una notevole versatilità ed anche delle buone doti interpretative. Non posso quindi che salutare il suo ritorno discografico con grande entusiasmo e consigliare questo nuovo disco a tutti coloro che l’hanno sempre seguita, ma non ho dubbi sul fatto che esso potrà essere apprezzato anche da chi non ha nessuna familiarità con le precedenti release. Web: http://www.nebelhexe.com/. (Grendel)

One For Jude: Hélice (MCD - La Farandole Egarée, 2003). Ultima realizzazione in ordine cronologico per l'ensamble parigino One For Jude, attivo con questo monicker fin dal 1999 ed autore, nel 2001, di "Figures", album distribuito in Italia via-Audioglobe. Il dischetto si apre con il brano omonimo, ed il cantato in francese arricchisce questo pezzo assai lineare quanto oscuro d'un aroma particolare, come sovente accade per i gruppi transalpini che adottano la lingua madre: un tocco cantautorale, quasi folk. Il tutto sovrasta una struttura assai melancolica. Segue "The punishment of the White Rose", in inglese, e qui si sconfina nel pop di maniera, pur mantenendosi su di un livello assolutamente dignitoso. Torna il francese colla ballata "L'ébloui", romanticheria tout-court, ma di gran classe, impreziosita dall'uso di clarinetto, violoncelli e sax. Chiude questa positiva prova una versione live di "Hélice", tratta da "Prague 2002", pubblicato in edizione limitata e testimonianza di una tournee effettuata quell'anno (per inciso suonarono anche a supporto dei Clan of Xymox). Per informazioni: La Farandole Egarée, 37 bd Saint Jacques 75014, Paris, France. Web: http://www.oneforjude.fr.st. (Hadrianus)

Ouroboros: Solve et Coagula (CD - Autoproduzione, 2004). Il mitico serpente che si morde la coda (aulla cover c'è il dragone ermetico dell'emblema XIV dall'Atalanta Fugiens di Michael Mayer)! Le oscure parole che Eliphas Levi ha vergato sulle braccia del Becco di Mendes, sull’Arcano Maggiore del Diavolo (15)! Il manifesto dell’artista, al secolo Marco Grosso, è dichiaratamente alchemico: le quattro tracks di ambient esoterico hanno il compito di introdurre l’ascoltatore nella Grande Opera attraverso la prima fase, il nigrendo. Probabilmente l’autore intende così anticiparci che in futuro ci attendono le rappresentazioni delle altre fasi che conducono all’Aur dei Saggi, la Pietra Filosofale, la Panacea ecc. Promessa o minaccia ? No! Battuta a parte il cd non è male ed evidenzia momenti anche interessanti. La terza tracks “Artifex” mi sembra poi particolarmente vibrante ed incisiva. Non male insomma, ma le sonorità non propongono, in fondo, nulla di innovativo, rispetto a quanto già da decenni, ormai, imperversa sul mercato dell’occultismo musicale. Intendo però sospendere il giudizio ! Ripeto, la prova dell’amico serpentello merita attenzione anche in prospettiva della realizzazione delle ulteriori fasi; se l’ambient oscuro tradizionale ben si presta, infatti, alla descrizione della fase alchemica della putrefazione, la curiosità è davvero grande per ascoltare come il nostro artista (e l’alchimista è l’Artista per eccellenza) esprimerà le altre. Speriamo insomma che non ricorra al … Liber Mutus ! email: count104@hotmail.com. (S*Tox)

Pankow: Fuckart / Das Gewicht der Welt (CDS - Minus Habens/Audioglobe, 2004). Nuovissimo mini CD del gruppo storico dell’elettronica alternativa italiana: si tratta di un lunghissimo brano, più o meno 35 minuti di durata, intitolato, appunto, “Fuckart”. Se non ho interpretato male male, questo CD è da considerarsi associato al loro precedente “Life is offensive and refuses to apologise”: a partire dalla copertina, graficamente simile, ai richiami contenuti nel libretto; l’impressione che dà il brano contenuto è quella di essere una lunga, interminabile session notturna, caratterizzata da suoni stranamente (per i Pankow) lenti e dilatati, così come tranquilla è la recitazione di Alex Spalck; si ha quasi l’impressione che qualcuno dei musicisti, ogni tanto, si addormenti e lasci il potere ai propri strumenti, per poi lentamente riprendere in mano la situazione. Ne viene fuori un brano a tratti accattivante e non privo di un certo fascino, ma allo stesso tempo tendenzialmente ripetitivo che, proprio a causa della sua estrema lunghezza, può risultare a tratti noioso. Il CD contiene anche un video live, registrato, suppongo, durante il loro recente tour. Web: http://www.digimusic.net/bands/pankow/. (Ankh)

Penitent: Deserted dreams (CD - Beyond Prod./Masterpiece, 2004). Fin dai loro esordi i Penitent di Karsten Hamre sono stati tra i protagonisti assoluti della scena dark-ambient europea, regalandoci album molto belli come Melancholia (uscito per Cold Meat Industry) e The beauty of pain. La penultima release, dal titolo Songs of despair, era stata caratterizzata da un cambio di direzione musicale, che aveva portato il gruppo norvegese ad esplorare territori più vicini alla darkwave e al gothic/doom metal, ma con questo nuovo lavoro si assiste ad una sorta di ritorno alle origini visto che le atmosfere sono molto più simili a quelle proposte in passato. La musica dei Penitent è sempre stata molto ispirata, quasi evocativa e con una forte propensione verso la ricerca della melodia, per cui non c’è da stupirsi del fatto che anche questo Deserted dreams sia perfettamente in linea con quanto appena affermato, con il suo sound sempre in bilico tra ambient e dark industrial. Da notare che le dieci tracce presenti nel cd sono abbastanza diverse tra loro, infatti ci sono alcuni brani (come ad esempio “Meeting our fate” o “The resurrection of nativity”) che privilegiano un approccio “classico” alla materia e ci presentano atmosfere particolarmente cupe e opprimenti, mentre in altri casi assistiamo ad una sorta di apertura nei confronti di sonorità che potrei quasi definire eteree, come avviene in “A blessing in the desert”, “Salutations of our dreams” o nell’iniziale “Behind the mirror”. Molto belli anche “The final decision” e “Transfiguration”, due pezzi che non sfigurerebbero nella colonna sonora di qualche film fantasy, magari a sostegno di scene rappresentanti battaglie e scontri epici. Un ritorno in grande stile quindi, che riconferma i Penitent come uno dei gruppi più validi e rappresentativi del loro genere, e che di sicuro non deluderà i numerosi fans che li seguono fin dagli inizi della loro carriera. Web: http://www.neokunst.com/penitent/. (Grendel)

Run Level Zero: Walk the psycho(path) (CD - Minuswelt/Audioglobe, 2004). Piu' che convincente questo nuovo episodio a nome dei Run Level Zero; la band svedese ha fatto passi da gigante rispetto a tre anni fa circa, quando ebbi modo di conoscerla assistendo ad un concerto a Zurigo in cui i Run level Zero facevano da supporto ai VNV Nation. "Walk the psycho(path)" è un album fortemente influenzato da due mostri sacri della scena elettro/industrial : Front Line Assembly e Skinny Puppy ; l'influenza delle due storiche bands è ben avvertibile in tutti i brani del disco, tanto per fare degli esempi, direi che "CNN of worms" e "Ffnir endjinn" sono molto "Skinny Puppy-oriented", mentre "Headless", "Human equation","Somnium ex-machina" e "Yellow wallpaper" sono alcuni dei brani dove il riferimento ai Front Line Assembly è inevitabile. Non scordiamo poi che la Minuswelt è la stessa etichetta di In Strict Confidence e Yelworc, ovvero band che fanno dell'elettronica di matrice "oscura" (vi rimando sopratutto alla recensione del nuovo cd di Yelworc di un paio di mesi fa) il loro "credo". Avrete quindi capito che questo disco è indicato sopratutto a chi ama un sound elettronico oscuro e complesso, che non si limita a ricercare solo la facile riuscita sui dancefloor, ma preferisce esplorare territori piu' articolati e ricercati; il risultato è un disco di ottimo spessore che impone i Run Level Zero all'attenzionedi ogni appassionato di elettro/industrial. Web: http://www.runlevelzero.com. (Candyman)

Runes Order: The hopeless days (CD - Beyond Productions/Masterpiece, 2004). L'etichetta, spesso usata a sproposito, di "musica dark" è quanto mai appropriata per descrivere il nuovo, ottimo, disco di Runes Order; il progetto di Claudio Dondo da anni incarna quanto di piu' interessante la scena italiana abbia prodotto a livello "underground", nonchè uno dei piu' eclatanti casi di band sottostimata, autrice di dischi che sono veri e propri pilastri del "dark sound". "The hopeless days" (che vede la partecipazione di Trevor "Northgate") è costituito da 15 tracce prevalentemente strumentali, estremamente oscure come nello stile dei Runes Order, e così come il precedente "The art of scare and sorrow" è debitore di certa elettronica fine anni '70, con sonorità ed atmosfere che ben si adatterebbero a colonne sonore per film horror. Le tastiere tessono trame di dark-ambient fredda ed oscura, in brani che già dai titoli manifestano pessimismo e desolazione, le voci (in quei pochi brani cantati), sono distanti e spesso "effettate" : musica al servizio dell'oscurità, per un disco cupo ed affascinante come la notte. Tra i migliori brani citerò la stessa "The hopeless days" e "After the passing", brano dei Malombra, per l'occasione riarrangiato e che vede la partecipazione di Elena Bedeski dei Camerata Mediolanense, ma tutto il disco è veramente meritevole e si candida ad essere una delle migliori pubblicazioni italiane del 2004. Con buonapace di chi blatera a vuoto, mosso solo da invidia e stupidità, un disco di alto livello che consiglio caldamente. Web: http://www.runesorder.cjb.net. (Candyman)

Ryan Adams: Love is hell pt. 2 (MCD - Lost Highway/Universal, 2004). Non si può certo dire che Ryan Adams sia un autore poco prolifico: in pochissimi mesi sono usciti sia l’album Rock N Roll che i due mcd semi-acustici Love is hell pt. 1 (da me già recensito a febbraio) e Love is hell pt. 2. Pare tra l’altro che questi EP abbiano suscitato non poche perplessità nei discografici del cantautore americano, abituati a ricevere da lui materiale un po’ più “tirato” di quello che i due mini propongono, ma per quanto mi riguarda non posso che riconfermare la mia stima nei confronti di questo eccentrico personaggio. Il buon Ryan è infatti un songwriter d’eccezione, uno che in poco tempo riesce a buttar giù decine di canzoni che per la stragrande maggioranza sono di ottima qualità, e anche questo lavoro non fa che riconfermare appieno quanto già si sapeva da un pezzo… In questo caso però le tracce incluse suonano un po’ come una sorta di ritorno alle origini del rock americano e si differenziano abbastanza da quelle del capitolo precedente, che sono invece molto intimiste, riflessive e contraddistinte da liriche che a volte sembrano quasi “sussurrate” invece che cantate. Questa seconda parte è leggermente più movimentata dell’altra e in alcune occasioni anche un po’ più “urlata”: ci sono brani acustici ma anche episodi elettrici, tutti però caratterizzati da quel taglio oscuro e decadente che è un po’ il marchio di fabbrica dell’artista della North Carolina. Ho trovato molto belli gli episodi più riflessivi, come ad esempio “Thank you Louise”, “Please do not let me go” e “I see monsters”, ma ho apprezzato parecchio anche gli altri, e in particolar modo la rumorosissima (perlomeno rispetto al resto!) “Fuck the universe” (che tra l’altro è una delle due bonus tracks del disco). Se già vi era piaciuto Love is hell pt. 1 (o se vi aveva anche solo incuriosito) direi che questo secondo capitolo fa al caso vostro, se invece siete dei veri e propri patiti di questo musicista, beh allora è inutile dirvi che non potete perdervelo a nessun costo! Web: http://www.ryan-adams.com/. (Grendel)

Sarrazine: Sarrazine (CD - Prikosnovénie/Audioglobe, 2003). Francois Testory, cantante d'opera ed ex attore e ballerino oltre che pupillo di Lindsay Kemp, è il perno attorno al quale ruota l'intiero progetto Sarrazine. Il nostro, coadiuvato da una nutrita schiera di amici, compila un dischetto abbastanza interessante, ove la sua assai particolare voce viene supportata ora da intensi tappeti elettro, ora da melodie dal marcato influsso etno. Più d'un episodio merita di venir ricordato, come "La tristesse du roi", "Mirzo", la title-track, "Isham" e "Black heart", anche se la durata del CD, ben sessantasei minuti, non agevola certo l'ascoltatore. Fra rimandi al pop ottantiano, astrusi esperimenti ove la voce si erge a protagonista e tracce che paiono composte proprio per esaltare il multiforme talento di Francois, si corre il rischio reale di giungere alla fine dell'opera perlomeno frastornati, tanta è la varietà compositivo/esecutiva messa in campo. Va comunque senz'altro lodata questa ennesima iniziativa della quotata Prikos, label che ha fatto dell'elevato valore aggiunto delle proprie produzioni un vero tratto distintivo. Con due/tre tracce in meno potremmo gridare al capolavoro, così come "Sarrazine" è resta in ogni caso un bel disco. Web: http://www.prikosnovenie.com. (Hadrianus)

Silbernacht: Schwarze Rosen, schwarzer Fruehling (MCD - Selfproduced, 2004). Quando si dice autoproduzione! Nel caso di Frank Esser, anima et corpo del progetto Silbernacht, meglio sarebbe riferire di produzione artigianale! Custodia del dischetto in cartoncino avana incollato a mano, in copertina una fotocopia d'una fotografia, in bianco e nero, con titolo e nome del gruppo scritto di pugno. Diamo atto comunque a Frank di essere sincero ed appassionato. Definisce la sua musica dark-ambient (bah, le etichette mi hanno sempre imbarazzato), poi nella breve lettera di presentazione afferma che potrebbe classificarsi come neo-classica (Neo Klassik, per usare sue parole), per chiudere con gothic ambient. Cerchiamo di raccappezzarci, ambient lo è di certo, magari non troppo... dark! Perlomeno nel primo, lungo pezzo, "Die schwarzen Rosen sind erblueht (The black roses are grown)", l'apparato neo-classico spadroneggia, ma così sarà pure nel successivo "Abend ohne Morgen, Nacht ohne Tag (Evening without morning, night without day)" e nella conclusiva "Schwarzer Fruhling (Black spring)". Urge annotare che queste lughe suite, oscillanti fra i dieci ed i quattordici minuti di durata, si assomigliano parecchio, cosicchè l'ascoltatore avrà l'impressione di trovarsi dinanzi ad un'opera unitaria, un tutt'uno che, dopo ascolto approfondito, apparirà come assolutamente piatto e privo di spunti particolarmente interessanti. Inoltre non vi trovo nulla di terrorizzante, certo che non la sento proprio come colonna sonora di film horror/vampirici, come il buon Frank vorrebbe. Il CD, ben registrato, è disponibile per soli Euro 5 - o 5 USD - all'indirizzo sottoindicato (spese postali incluse). Visitate comunque il suo sito, anche per approfondire la sua personalissima filosofia musicale. Per informazioni: Frank Esser, Kempener Allee nr. 108, 47803 Krefeld, Germany. Web: http://www.silbernacht.com. (Hadrianus)

The Soil Bleeds Black: Mirror of the middle ages (CD - Fossil Dungeon/Audioglobe, 2003). Tra me e questo gruppo statunitense, dedito da molti anni a sonorità neomedievali, c’è sempre stato uno strano rapporto di amore-odio. Ricordo che acquistai il loro primo CD nel lontano 1997, in uno stand del festival di Bassiano. Mi erano stati descritti come qualcosa di simile ai compianti “The Moon Lay Hidden Beneath A Cloud” ma di gran lunga superiori a questi: mi aspettavo quindi qualcosa di eccezionale ma dovetti rimanere deluso dall’ascolto: molto meno personali del gruppo austriaco, le sonorità ispirate al medioevo avevano dalla loro un certo fascino ma qualcosa di altrettanto sbagliato: in realtà più che ispirarsi, sembravano scimmiottare certi suoni e certe atmosfere, utilizzando campionamenti mal fatti, ritmiche scorrette o fuori fase e così via. La stessa sensazione ho avuto ascoltando un loro CD di un paio d’anni dopo; successivamente mi capitò di scaricare alcuni loro brani più recenti dal sito, purtroppo ormai chiuso, mp3.com e mi capitò di notare che molti brani erano decisamente migliori rispetto al passato: tale sensazione è senz’altro confermata da questo nuovo CD, in cui molti dei problemi sopra elencati sembrano essere stati risolti. Siamo finalmente in presenza di un lavoro più maturo e ricco: i suoni e le ritmiche sono stati finemente messi a punto e a mio giudizio aiuta molto la scelta di utilizzare buone dosi di strumentazione tradizionale accanto a quella elettronica. Anche l’inserzione della voce femminile e l’uso, di gran lunga migliorato rispetto al passato, di quella maschile contribuiscono notevolmente alla qualità del disco. Le tracce del CD sono più o meno equamente suddivise tra brani originali e brani che appartengono al repertorio tradizionale: tra questi ultimi, alcuni sono ormai dei grandi clessici come “Palestinalied”, “Tempus Est Iocundum”, e “In Taberna Quando Sumus” (questi ultimi due tratti dall’incredibile repertorio dei “Carmina Burana”), che riescono stavolta a reggere il confronto con le numerose altre versioni che mi è capitato di ascoltare; molto meno riuscito è il “21st Century Remix” di “Palestinalied”: quando si ascolta musica antica accostata a ritmiche moderne, è difficile frenarsi dal fare il confronto con gli immensi Qntal, e ancora più difficile è raggiungere livelli di qualità altrettanto eccelsi. Ciò non toglie che, finalmente, la qualità musicale sembra essere all’altezza della fama del gruppo e che questo CD in particolare sia molto piacevole da ascoltare. Web: http://www.soilbleedsblack.com/. email: mark@fossildungeon.com. (Ankh)

Sophia: People are like seasons (CD - City Slang/Virgin, 2003). Come molti di voi sapranno, i Sophia sono il gruppo di Robin Proper-Sheppard, ex cantante/chitarrista dei mai dimenticati God Machine, grandissima band che raggiunse il proprio apice nei primi anni novanta e poi si sciolse improvvisamente in seguito alla scomparsa del bassista Jimmy Fernandez. Con questo People are like seasons la formazione di San Diego giunge alla sua quarta prova discografica e ci propone un album molto valido che sa farsi apprezzare fin dai primi ascolti. Di sicuro i Sophia non rischiano di annoiare per la loro monotonia, infatti nel cd troviamo due diverse categorie di brani: da un lato ci sono le ballate melodiche e romanticissime, rappresentate dalle varie “Swore to myself”, “Holidays are nice”, “Swept back”, “Fool” e “I left you”, dall’altro invece ci sono dei pezzi molto più complessi e “rumorosi”, nei quali il gruppo assomiglia parecchio ai Black Rebel Motorcycle Club (mi riferisco in particolare a “Darkness” e “If a change is gonna come”). In entrambe le situazioni mi sembra che la band sia completamente a suo agio, nel senso che sia le canzoni più soft che quelle di impronta noise risultano più che convincenti e molto gradevoli. C’è da dire però che anche tra le varie ballate si possono notare delle differenze, infatti episodi come “Another trauma” o la già citata “I left you” sono forse meno immediati di “Oh my love” (di cui esiste un video che è stato molto trasmesso dai canali musicali italiani), ma di sicuro hanno un impatto emozionale maggiore di quest’ultima canzone, che comunque a mio parere rimane uno degli episodi meglio riusciti dell’intero lavoro. In generale mi sembra che People are like seasons sia all’altezza della fama che i Sophia si sono conquistati in tanti anni di carriera, e anzi ho l’impressione che grazie ad esso la cerchia di appassionati di questo gruppo si allargherà ancora di più. Web: http://www.sophia-music.com/. (Grendel)

Sostrah Tinnitus: Les debris dé l'été (CD - Beyond Productions/Masterpiece, 2003). Questo nuovo nome che appare negli ambienti della musica ambient rituale altro non è che il progetto solista di uno dei due membri dei Tvmvlvs Saraphim, gruppo che ha pubblicato un CD che ha ricevuto buone critiche l’anno passato. Sotto questo nome sono stati già pubblicati un paio di CD-R autoprodotti e distribuiti attraverso l’etichetta Slowdownhoney, personalmente gestita dal musicista, intitolati “Favo di fiele” e “Nebra”. Purtroppo non conosco i due lavori precedenti, ma di certo è un peccato giacché il lavoro di cui stiamo parlando è sicuramente di buon livello, pur non essendo particolarmente innovativo. Ciò non è necessariamente un male se, coma accade in questo caso, ci sono buone idee inserite all’interno dell’album. Colpisce senza dubbio il contrasto tra le atmosfere del disco e la stagione citata nel titolo: l’estate. In effetti nulla della lucidità e allegria che tipicamente vengono associate alla stagione calda è presente nei suoni emessi dal CD che sta girando nel mio CD; ciononostante l’estate è ben presente nei solchi, fin dai primissimi suoni, attraverso il canto delle cicale, il ronzio degli insetti, il rosicchiare delle larve nel legno dei tronchi degli alberi. “I resti dell’estate”, ossia la stagione in tutti quei lati che, normalmente, vengono lasciati da parte; resti nel senso di avanzi, ciò che della bella stagione non vogliamo pensare o ricordare. Da un punto di vista musicale spicca la presenza, sovrapposta agli onnipresenti “grandi classici” del genere musicale come i drone o le campane in lontananza, di diversi strumenti acustici (dal pianoforte al sitar a numerose percussioni di vario genere) e di suoni rubati alla natura: ne risulta un suono profondo ma allo stesso tempo reale, fisico, soffocante come il caldo di una notte rovente, afosa e asfittica. Un’opera ben realizzata e interessante, sicuramente all’altezza dei lavori pubblicati dalle etichette di culto del genere e che va ascoltata lasciandosi avvolgere dal buio e dai suoni. (Ankh)

State of the Union: Impendum (CD - Infacted Records/Audioglobe, 2004). Secondo album per la band americana capitanata da tale Johan Sebastian (??), messasi in luce già un paio di anni fa col discreto "Black city lights". La formula è quella di un elettro-EBM sulla scia di VNV Nation, primi Apoptygma Berzerk, Assemblage 23, ecc.... con brani che faranno la gioia dei djs e dei "ballerini elettro" e di quella fascia di pubblico che apprezza l'elettro/EBM dalla spiccata vena melodica. "Timerunner", brano che tra l'altro è stato pubblicato come singolo ad anticipare l'uscita dell'album, è indubbiamente il brano di punta di questo disco : un pezzo praticamente perfetto; ritmatissima, melodica ed incalzante entra in testa già al primo ascolto e promette di divenire un riempipista. Brani dalle analoghe caratteristiche sono "Unforgiving time" e "Afterlife", mentre "Suffer the fallen", "Light in the abyss" e "Rupture" privilegiano atmosfere maggiormente intimiste e sottolineano l'interpretazione vocale di Johan Sebastian, molto "eighties oriented". Apro una piccola parentesi sottolineando con piacere che diverse bands elettroniche americane dell'ultima ondata come Assemblage 23,Imperative Reaction, Cesium 137, ecc...sono caratterizzate dalla bella voce del cantante, dai testi di un certo spessore introspettivo e la linea estremamente melodica. Il saper conciliare ritmi ballabili, con testi malinconici e strutture estremamente melodiche è la ricetta che ha portato al successo VNV Nation ed Assemblage 23 su tutti : auguro a State of the Union lo stesso successo. Web: http://www.stateoftheunion.biz. (Candyman)

Ultra Milkmaids: Pop pressing (CD - Ant-zen/Audioglobe, 2003). Non posso negare di non essere un grande frequentatore dei lidi Ant-Zen, anche se so essere un’etichetta da molti apprezzata e considerata a livello di culto. Ero quindi curioso, pur non essendo vicinissimo ai miei ascolti favoriti, di ascoltare il nuovo lavoro di questo progetto francese il cui nome era nuovo alle mie orecchie. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi ma, conoscendo la fama dell’etichetta, immaginavo una qualche forma di noise elettronico: in effetti, se vogliamo, non siamo poi così lontani a livello di definizione, anche se l’elettronica glitch di questo Pop pressing è molto più vicina alle lande delle frange elettroniche del cosiddetto “post rock” piuttosto che alla rumorosità di matrice industrial. Mi sento di dover anticipare subito un paio di caratteristiche di questo CD: innanzitutto si tratta di un disco che, per essere apprezzato, richiede un ascolto abbastanza attento, in quanto un approccio superficiale potrebbe essere fuorviante; secondo, a mio giudizio, alterna brani molto belli e coinvolgenti a brani poco significativi pseudosperimentali, difetto, quest’ultimo, frequente in questi ambiti musicali: ad esempio il primo brano mi ha fatto temere che il CD fosse danneggiato e saltasse; è un’impressione che mi capiterà di riavere durante l’ascolto del CD nei brani che ritengo più deboli. Tutt’altro discorso va fatto per gli altri brani in cui l’elettronica viene utilizzata in maniera più intelligente amalgamandosi con i sottofondi di chitarra elettrica distorta, in una forma musicale che sembra mescolare i geniali sfondi elettronici dei troppo presto dimenticati Seefeel alle ipnotiche rumorosità chitarristiche dei Loop e dei primi Main, ottenendo, in brani come “my electric ladddy land”, “nenver”, “pop star” o “slo_Drum” risultati di tutto rispetto. In conclusione si tratta di un lavoro dai risultati alterni, che è in grado di raggiungere, a tratti, vette molto interessanti. Chiude il CD un video di “pop star”, direi molto adatto ad una proiezione sul palco durante un loro concerto. Web: http://www.zone51.com/ultra-milkmaids/. (Ankh)

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