Recensioni aprile 2004

 


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Adaro: Schlaraffenland (CD - Tempus Fugit/Insideout/Audioglobe, 2004). Ritchie Blackmore ha qualificato gli Adaro fra i suoi personali gruppi prediletti. Non possiamo certo recar torto al sommo menestrello, considerando la parca ma certo onorevole discografia dei nostri. Eppure questo ultimo parto della banda di Christoph Pelgen a tratti mi ha lasciato interdetto, a cagione di un paio brani che proprio non mi sono piaciuti! Certo, il lettore ben è conscio che trattasi di modesto parere personale, d'altro canto vi sono gli altri episodi, sinceramente esaltanti, a far pendere la bilancia nel senso di un giudizio complessivo nettamente favorevole. Il suono è al solito inconfondibile, reso come sempre suggestivo dalle cornamuse e dall'organetto, eppoi la suadente voce di Konstanze Kulinsky è in grado di corrompere gli animi più duri! Dodici le tracce, un tuffo salutare nell'età che vedeva spengersi il medievo e sorgere una nuova era. Grande la rivisitazione di "Lieg still", di "Wohl dem Leibe" o della scatenata "Frau, du sollst unvergessen sein" (rispettivamente di autore anonimo, di Reinmar von Hagenau e di Oswald von Wolkenstein), ottimo il finale intimista di "Psalm XIII", il disco si esaurisce, scordo lo smarrimento del quale riferivo sopra, premo nuovamente il tasto play e... viva gli Adaro! Web: http://www.tempusfugit.de. (Hadrianus)

Air: Talkie walkie (CD - Virgin, 2004). Eleganza, raffinatezza, fascino: tutte parole che si sposano benissimo con la musica che in questi ultimi anni ha reso così famoso il gruppo di Versailles, e che a maggior ragione possono essere utilizzate per descrivere il nuovo album Talkie walkie, che pare sia stato chiamato in questo modo perché ai due piaceva l’idea di usare un titolo che, fuori dai confini della loro nazione, suonasse strano e particolare (nella lingua francese infatti le due parole vengono invertite!). Solitamente su Ver Sacrum non ci occupiamo (salvo rari casi…) di elettronica così mainstream come quella proposta dagli Air, ma stavolta credo sia giusto fare una piccola eccezione e parlare anche di prodotti come questo, che magari rischiano di diventare dei tormentoni radiofonici o di finire utilizzati per qualche infame pubblicità (del resto non è successo lo stesso anche con la maggior parte dei brani tratti da Play di Moby?), ma che comunque hanno un certo appeal e una loro validità. È vero che qui si sta parlando di musica davvero molto leggerina, però nel complesso le atmosfere delicate e rarefatte che Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel riescono a creare non sono niente male, perlomeno nella maggior parte dei casi. Ci sono sicuramente episodi un po’ troppo mielosi e stucchevoli (vedi ad esempio “Biological” o “Alpha beta gaga”), ma fortunatamente gli Air sanno anche fare altri tipi di cose, che in questo album sono rappresentate dal bellissimo “Alone in Tokio” (brano che è stato incluso nella colonna sonora di Lost in translation di Sofia Coppola…altro che pubblicità!), ma anche da “Venus” e dall’eterea “Run”, una composizione molto strana e suggestiva, caratterizzata tra l’altro dall’uso del vocoder. Detto questo mi pare giusto osservare che chi non ama il pop (da classifica) farebbe bene a stare parecchio lontano da questo tipo di sonorità, mentre invece a tutti gli altri potrei consigliarne l’ascolto perché, in fin dei conti, un po’ di “leggerezza” ogni tanto del tutto male non fa…. Web: http://player-air.virgin-fr.net/. (Grendel)

Ataraxia: Saphir (CD - Cruel Moon International/Audioglobe, 2004). Il ritorno degli Ataraxia su etichetta Cruel Moon International, side-label della prestigiosissima Cold Meat Industry, avviene con il progetto Saphir che, come indicano le note che accompagnano il CD, "è un concept ispirato dalla natura magica, simbolica e mistica dei Giardini, ... in ogni tempo (e) legati alle culture di aree geografiche diverse: dai giardini pensili di Babilonia, ai giardini arabi, dall'"hortum conclusum" del medioevo, ai giardini Zen e a quelli del Romanticismo inglese... Giardini che vengono rappresentati come una porta universale che si dischiude verso le dimensioni del mito e del sogno...". Più prosaicamente il CD segna anche la dipartita dal progetto (si spera non definitiva) di Francesco Banchini, alias GOR, che ha contaminato alcune recenti uscite del gruppo modenese con la passione e la profonda conoscenza per la tradizione musicale medievale e mediorientale. Al posto di Francesco in Saphir troviamo un nuovo componente degli Ataraxia, Riccardo Spaggiari alle percussioni, che crea delle strutture ritmiche assai ben bilanciate e armonizzate con la musica del trio "storico" usando tantissimi strumenti, sia "classici" che etnici. Saphir è un album da scoprire a poco a poco: ad un primo e rapido ascolto può ricordare alcuni episodi del passato degli Ataraxia (ad esempio "Outremer" sembra uscita da La malédiction d'Ondine o da Lost Atlantis), un ottimo lavoro - come da sempre gli Ataraxia ci hanno abituato - ma forse poco innovativo. Beh, non commettete l'errore di fermarvi alle apparenze. E' sì vero che Saphir ha un carattere "dimesso", lontano dai toni epici di Symphonia sine nomine e de Il Fantasma dell'opera, o dalla ricerca musicale rigorosa di Historiae e di Sueños, ma la sua qualità è innegabile anche se si rivela quasi con pudore. Vanno cercate con pazienza le gemme che affiorano fra le pietre di questo giardino sonoro: le influenze della musica spagnola in "Azur" e in "Jardin de la lune", l'emozionante eleganza di "The gentle sleep", un brano tipicissimo dello stile degli Ataraxia e forse uno dei loro migliori di sempre, il riuscito intreccio di vocalizzi di Francesca in "D'arc d'harpe" o le virtuosistiche melodie di piano di "Of Asphodel", che rimandano al minimalismo di Michael Nyman. Non siamo davanti ad un lavoro radicalmente nuovo, né gli Ataraxia qui si rimettono completamente in gioco come talvolta hanno fatto nel corso della loro lunga carriera: senz'altro Saphir è però un'opera coerente, appassionata e vera, fatta da artisti tanto talentuosi quanto umili. E in più, ed è quel che conta, è una collezione di ottima musica. Se avete seguito nel corso di tutti questi anni gli Ataraxia Saphir non potrà deludervi. Web: http://www.ataraxia.net. (Christian Dex)

Avant-Garde: Grigio (MCD - Selfproduced, 2003). E' grazie alla squisita cortesia di Alessio Schiavi che ci viene concesso l'onore di recensire in anteprima questo dischetto, consistente in quattro pezzi che andranno a costituire l'ossatura del lavoro di lunga durata (dal titolo "Cyanure"), l'uscita del quale è prevista fra qualche mese (ed ovviamente Ver Sacrum vi terrà ben informati) sotto l'egida della GB Productions del bravo Gianmarco Bellumori. Tre brani cantati che risentono della ovvia influenza della wave italica e non dei benedetti ottanta, con i Cure a fare da guida. Belli davvero ed assai piacevoli risultano "Grigio", "Brucia" e "335", senza pretesa alcuna di portare rivoluzioni copernicane in un ambito codificato ma, credetemi, di novità non se ne sente proprio il bisogno, grazie ad una costruzione armonica intelligente ed ad un naturale gusto melodico. Canzoni decadenti, dark nel senso più nobile del verbo, non abbandono inane alla glorificazione di un passato ormai remoto od all'autoindulgenza di maniera. A chiudere un breve strumentale, "Cyanure" in versione edit, rafforza il giudizio espresso. Ricordo, sempre col marchio Avant-Garde, lo splendido EP in vinile del 1999, una vera chicca per tutti gli amanti di And Also The Trees, Sad Lovers And Giants, The Sound... Contattate Alessio! email: avantgarde_x@yahoo.it. (Hadrianus)

Blutengel: Demon Kiss (CD - Out Of Line/Audioglobe, 2004). Quarto album per Chris Pohl e la sua corte di vampirelle, ormai uno dei nomi piu' "caldi" a livello di vendite della scena elettronica. Il nuovo album (disponibile in ben tre versioni : cd standard, cd + il mcd "Fire", cd + il mcd "Fire ed il mcd "Ice") non apporta sostanziali novità alla formula ormai collaudata, ma mi pare comunque piu' convincente rispetto al precedente "Angel dust". L'album è la consueta raccolta di brani semplici, dai refrain immediati, ideali per ballare e per essere canticchiati già dopo un paio d'ascolti, mentre i testi continuano a ripetere i consueti clichè da "goticone del sabato sera". Insomma, fondamentalmente ci troviamo a ripetere quanto già scritto nelle recensioni dei precedenti lavori a firma Blutengel, eppure nonostante la ripetitività e la loro fondamentale mediocrità, le loro canzoni mi piacciono (e so di essere in buona compagnia). Il brano d'apertura "Angels of the dark" mi ha ricordato molto i Terminal Choice periodo "Navigator" (guarda caso è anche il titolo di uno dei brani di questo album) ed "Ominous Future", ma anche questo fatto che Chris ami mischiare le carte tra i suoi vari progetti musicali non è una novità; traccia numero due è "Forever" che francamente devo rivalutare (dopo averla stroncata in sede di recensione del singolo),niente di indimenticabile appunto, ma sicuramte piacevole; la traccia numero tre "Silent tears(for you)" è invece un romantico brano strappa-lacrime (oddio, non credo che nessuno di voi arriverà a tanto..) e tutto sommato queste prime tre canzoni ci danno già le coordinate lungo le quali ci si muoverà per tutta la durata dell'album, ovvero un'alternanza di brani lento-romantici, electro/gothic-hits e qualche squarcio di maggior aggressività. "Squadra che vince non si cambia" e Chris Pohl si adegua.. Web: http://www.blutengel.de. (Candyman)

Carinou: Bound (CD - Code 666/Audioglobe, 2004). Eh sì, i tempi cambiano e ultimamente anche un tipo come Fredrik Söderlund (già membro di Puissance, Parnassus, Octinomos e Algaion) deve aver ampliato di parecchio i propri orizzonti musicali se ha deciso di ripresentarsi con questo nuovo progetto dal nome Carinou, al quale tra l’altro prende parte un altro personaggio interessante della scena musicale svedese, vale a dire la tastierista Maggie Elfving (famosa per aver partecipato agli album dei pop-rockers The Ark!). Come avrete capito Bound non ha molto in comune con il passato industrial/black di Söderlund, anzi a dire il vero l’ascolto dell’album ha suscitato in me una certa perplessità, perché un tale cambio di direzione non potevo davvero prevederlo. Il bello è che comunque questo disco mi è piaciuto, e anche parecchio direi, infatti ci presenta una decina di tracce dall’indubbio fascino che stanno a metà strada tra synth-pop e industrial/metal, con una voce che ricorda tantissimo quella di Brian Molko dei Placebo (il timbro è praticamente identico, ma anche l’accento è molto british!!). I brani sono di quelli che colpiscono immediatamente, della serie che già al secondo ascolto ti sembra di conoscerli da una vita, inoltre direi che alcuni sono piuttosto adatti all’alternative dancefloor (vedi ad esempio “Vivid” o “Whore”), un contesto all’interno del quale non credo proprio che correrebbero il rischio di essere ignorati! La cosa strana è che la band identifica la propria musica con il termine “negative metal”, ma personalmente non lo trovo molto azzeccato: forse tale definizione ha in parte a che vedere con i testi, ma per il resto direi che qui di metal ce n’è ben poco e quello che c’è non è sicuramente “negativo”… Semmai si potrebbe parlare di oscurità, ma anche questa parola deve essere presa con le molle perché si riferisce solo ad una delle tante componenti del sound dei Carinou. Che dire, evidentemente il signor Söderlund, che abbiamo conosciuto grazie a piccoli capolavori come Let us lead (dei Puissance) o Let the stars fall and the kingdom come (dei Parnassus), nascondeva pure una smodata passione per il synth-pop inglese degli anni ottanta, che solo ora ha trovato una via per potersi finalmente manifestare. Concludo dicendo che probabilmente questo cd lascerà sconcertati i fan della prima ora dell’artista svedese, ma di sicuro gli permetterà di farsi conoscere anche in ambiti estranei al metal, dai quali non stento a credere che avrà grossi riscontri, anche perché Bound è davvero un lavoro di buon livello e una delle cose più carine che mi sia capitato di ascoltare dall’inizio dell’anno. Web: http://www.code666.net/. (Grendel)

Crest Of Darkness: Evil Knows Evil (CD - My Kingdom Music/Masterpiece, 2004). Che Ingar Amlien, mainman dei COD, odi visceralmente l'umanità era già chiaro a tutti fin dall'uscita del mini "Quench my thirst" del 1996. Da allora è trascorso quasi un decennio, tre CD hanno visto la luce (o le tenebre... fate voi), Ingar è divenuto papà di tre bimbetti, ma di certo non è cambiato! Bisogna dargli atto di grande coerenza. "Evil knows evil" è black metal allo stato primordiale, plumbeo, grondante sangue, fatto di brani diretti, dall'impatto micidiale, annichilente. Non solo velocità, ma riffs chirurgici che vanno ad intagliare una sezione ritmica granitica (l'efficacia della quale è enfatizzata dall'ottima produzione della quale il dischetto gode), fin dall'opener "Chapter one" le intenzioni del terzetto (Akke-47 alle chitarre e su di un pezzo alle tastiere e Kjetil Hektoen alla batteria) sono dichiarate: odio e violenza dispensati senza remore! Bandita la minima concessione alla melodia (eppure i nostri sono nati da una costola dei progmetallers Conception) anche il parco utilizzo delle keys, da ascrivere all'ospite Jan Petter Ringvold, non inficia il moloch soniko marchiato COD! "Inexplicable bloodthirstiness" è una mazzata micidiale in pieno volto, "From the shadows" è costruita sull'alternarsi fra agghiaccianti rallentamenti e repentine accelerazioni, in "Power of hate" bastante è il titolo per descrivere la malsana atmosfera aleggiante sinistra sul pezzo, Imgar vomita i suoi proclami di sangue e morte da un altare di marmo nero striato di plasma vischioso. "The lust" è contaminata da inquietanti effetti dark-ambient, con "As a part of your universe" si torna al black più intransigente, appena stoppato da un pregevole assolo classic, la breve strumentale "The greatest gift" fa rabbrividire nella sua maligna semplicità, la putrescente "Warhead 666", macigno spaccaossa, chiude alla grande un albo formidabile per padronanza tecnica e per coesione ideologica, che ogni amante del true-black non potrà non apprezzare. Per informazioni: www.masterpiecedistribution.com. Web: http://www.mykingdommusic.net. (Hadrianus)

Dawn Desiree': Dancing, Dreaming, Longing... (CD - The Fossil Dungeon, 2004). Dawn Desiree' è un'avvenente fanciulla americana dalla bellezza preraffaelita, dotata oltre che di una squisita presenza anche di una voce pregevolissima. Dancing... è il suo secondo disco da solista, realizzato col forte sostegno dei fratelli Riddick, alias The Soil Bleeds Black, che oltre a produrre il CD per la loro etichetta, la Fossil Dungeon, hanno collaborato attivamente alle session di registrazione nel ruolo di musicisti. L'opera si propone come un'unione tra musica eterea ed electro, un tentativo che data la capacità dell'artista e dei suoi collaboratori avrebbe potuto dare dei risultati davvero esaltanti, ma che invece è riuscito solo in parte. Intendiamoci non siamo di fronte ad un'opera completamente da buttare ma il livello delle composizioni e degli arrangiamenti è decisamente alterno. Intanto va detto che livelli eccelsi si raggiungono quando Dawn Desiree' ci propone dei brani di gusto etereo, come l'iniziale "Waltz of the afterlife", dove l'artista si esibisce in un perfetto cantato da soprano, o "My Wings", il brano conclusivo del CD, in cui toni oscuri e ieratici si aprono in celestiali melodie. Le altre composizioni, se non brutte, sono comunque un po' deboli (es. "Dance in time") ma ad essere davvero sbagliati sono spesso gli arrangiamenti. Le due anime del disco si amalgano tra loro con fatica, con i suoni elettronici che talvolta sembrano inseriti senza senso apparente, riducendo il tutto ad una serie di effetti e sibili un po' gratuiti. Un esempio di queste scelte maldestre si ha in "Revenge", un potenziale hit rovinato da un pessimo assemblaggio, con dei cambi di tempo improvvisi che lo rendono inadatto alle danze, delle rullate di drum machine da techno coatta e una seconda parte electro-ambient che non si capisce proprio cosa c'entri. Anche in brani riusciti, come la suggestiva e bella "Plastic Girl", c'è spesso qualcosa di sbagliato, una drum machine troppo presente, dei suoni poco bilanciati o un uso goffo dell'elettronica. "Feel me", brano composto da uno dei fratelli Riddick, costituisce una piacevolissima eccezione, un pregevole episodio dove i vocalizzi di Dawn Desiree' inseguono e si intrecciano con un'incalzante e ben armonizzata base sintetica. Peccato davvero che i momenti memorabili non siano che tre sulle complessive otto canzoni dell'album, perché l'idea iniziale del progetto era buona, alcune idee anche e il talento di Dawn Desiree' e dei suoi collaboratori indubbio. Una cura maggiore in fase di arrangiamento e produzione del disco, e magari una scelta più severa nei pezzi da inserire, avrebbe fatto di Dancing... un'opera memorabile. Non ci resta che sperare che la magia si compia nel prossimo CD. Web: http://www.fossildungeon.com. (Christian Dex)

Der Blutharsch: Time is thee enemy! (CD - Wkn/Tesco/Audioglobe, 2004). Dopo una lunga serie di rinvii e problemi dovuti ad errori commessi durante la fase di stampa delle cover, ecco che finalmente è uscito il nuovo lavoro di Albin Julius, il quale anche stavolta ha pensato bene di offrirci un bel cd digipack realizzato in carta speciale e con caratteri in rilievo. Non che ci sia da stupirsi, perché il musicista austriaco è solito avere una cura particolare per la veste grafica delle proprie release, ma era comunque doveroso sottolineare la cosa, se non altro a vantaggio di coloro che non hanno molta familiarità con la band. Per il resto nulla è cambiato rispetto al passato, le informazioni sono scarsissime ma oserei dire piuttosto “precise”, infatti troviamo dei ringraziamenti ai vari personaggi che hanno partecipato al disco (la solita Marthynna, Geoffroy D. dei Dernière Volonté, Marco Deplano dei Foresta di Ferro, Wilhelm Herich dei Genocide Organ e via dicendo) e pure la frase “…for we are the future and the past should beware!”. E la musica, dire voi? Beh, personalmente ritengo che i livelli di eccellenza raggiunti con i primi tre full-lenght siano un po’ lontani ora come ora, ma è anche vero che è difficile continuare a proporre per tanti anni lavori così belli come potevano essere i vari The track of the hunted, Der sieg des lichtes ist des lebens heil! o The pleasures received in pain. Quegli album sono dei capolavori e rappresentano al meglio quello che secondo me è il Der Blutharsch-style, mentre il nuovo Time is thee enemy! è sì un bel cd, ma come ho appena finito di dire è solo “bello” e non “ottimo”… In realtà c’è da fare una distinzione tra le varie tracce presenti al suo interno, in quanto sono tutti episodi abbastanza differenti tra loro. Tra i migliori includerei i brani più vecchio stile, come ad esempio i primi due e il quinto (eh già, tocca dir così perché come sapete non esistono titoli per le canzoni di questo gruppo!), dove ritroviamo il connubio tra una base percussiva dall’incedere incalzante e le solite atmosfere che potrei definire marzial-medievaleggianti. Niente male neanche la traccia numero otto (simile a quelle appena citate ma arricchita da una parte finale in piena vena ritualistic-ambient) e la dodicesima, che contiene la cover di “Baltikum” degli Ain Soph. La situazione invece peggiora un po’ quando il gruppo tenta di fare cose diverse dal suo solito, come ad esempio nell’irritante undicesimo pezzo, dove compaiono vocals degne di un cantante death metal con qualche problemino di gola, oppure nel decimo, a dir poco soporifero e fuori contesto con le sue melodie dolci e delicate. Tra l’altro non ho ancora capito come mai Albin Julius abbia iniziato a “delegare” così tanto riguardo alle parti vocali (continua infatti a circondarsi di ospiti che di album in album diventano sempre più numerosi): personalmente non ho nulla in contrario alle collaborazioni, ma preferisco i brani interpretati dall’artista austriaco, anche perché ho sempre considerato il suo modo particolare di cantare come uno degli elementi fondamentali della musica che propone. Un album contraddittorio quindi, che spero rappresenti solamente un episodio un po’ meno brillante del solito nella carriera di questa grande band. Rimane comunque ciò che ho detto inizialmente, e cioè che Time is thee enemy! non è un brutto disco, è solo che da personaggi del genere è lecito aspettarsi pure qualcosa in più! Acquisto obbligatorio solo per i fans e i collezionisti insomma, mentre a tutti i curiosi consiglierei di andarsi a sentire prima le vecchie cose e poi, eventualmente, di passare a quest’ultima release. Web: http://www.derblutharsch.com/. (Grendel)

Desiderii Marginis: Strife (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2004). Strife ossia conflitto, o forse anche competizione. Ma soprattutto l’equilibrio che nasce dalla contrapposizione: negli Arcani Minori è il due di spade, Papato e Impero, U.S.A. e U.R.S.S., Capitale e Lavoro, Cristo e Anticristo. Desiderii Marginis ci ricorda le ciniche parole di Von Clausewitz << la guerra è la continuazione della politica >> e mai, quanto oggi, tali parole appaiono condivisibili nella loro attualità. Ma il conflitto che vive l’artista è anche l’annichilimento di ogni ideale ed opinione, una prospettiva che s’annida nell’io psicologico alla vista delle rovine del mondo circostante. La musica del cd non echeggia di rombi di cannone o deflagrazioni atomiche, ma s’insinua tra le pieghe del silenzio creando uno spazio che può essere colmato solo dalla depressione creando infine il vuoto emotivo. Questa è probabilmente la poetica che ispira questo progetto, interessante come ogni proposta dell’oramai mitica label svedese. Il cd infatti è perfettamente in linea, forse troppo, con le sonorità che da anni la CMI propone in modo vincente. Suoni cupi, profondi, intimamente devastanti. Emozioni implose nel buio. Il conflitto si equilibra nel nihil Web: http://www.desiderii.coldmeat.se. (S*Tox)

Die Form: Inhuman (CD - Trisol/Audioglobe, 2004). Ennesimo capitolo della discografia dei Die Form, "Inhuman" giunge a ben quattro anni di distanza dall'ultimo album "Exxtremum" e ciò che stavolta viene analizzato è il rapporto "amore-morte" (già palese nella foto di copertina) come principale fonte d'ispirazione per la creatività artistica. Musicalmente il nuovo disco non propone nulla di nuovo nel consolidato panorama stilistico del duo francese fatto di elettronica raffinata ed oscura impreziosita dalla bella voce "operistica" di Eliane, mentre a Philippe Fichot sono riservati gli apporti vocali piu' oscuri (vedasi la disturbante “In the dephts of mania”). "Inhuman" pur mantenendo le peculiarità dei dischi del duo francese, va annoverato probabilmente tra i loro lavori maggiormente accessibili (cosa che da parte mia non va letta come critica) ed infatti sono diversi i brani del disco che potremo avere l'occasione di ascoltare anche in discoteca. Detto questo, “Inhuman” non si discosta poi così tanto dagli ultimi capitoli della discografia del gruppo francese il cui stile è ormai talmente consolidato al punto tale da rischiare di dare l’impressione di essere divenuto un puro esercizio di stile fine a sé stesso, da parte di chi non ha piu’ molto da proporre ed inventare e si limita a riprodurre ciò che sa fare (bene). Disco non imprescindibile per i novizi ma doveroso “tassello” per i fans affezionati. Web: http://www.dieform.net. (Candyman)

Dismantled: PostNuclear (CD - Dependent/Masterpiece, 2004). Vado a leggermi il libretto allegato a questo album dei Dismantled e chi ti trovo nella lista delle persone ringraziate dalla band? Addirittura Mr Davey Havoc e i suoi AFI, un nome forse poco familiare ai lettori di Ver Sacrum ma che tutto sommato si collega abbastanza bene all’ambito musicale di cui fanno parte gli autori di PostNuclear, visto che in entrambi i casi si parla di metal contaminato dall’elettronica e anche da molti altri generi (con gli AFI si può perfino parlare di punk-rock!!). Il secondo cd di Gary Zon e compagni è infatti il classico lavoro che può mettere un po’ tutti d’accordo, e che può piacere parecchio sia a chi è più abituato alla pesantezza e agli estremismi del metal che a coloro che apprezzano maggiormente i suoni sintetici e manipolati dell’industrial o dell’electro. E non è finita qui, perché i Dismantled non sono la solita band fotocopia di Marilyn Manson o dei Rammstein, ma anzi possono essere più facilmente ricollegati a gente come :Wumpscut: o meglio ancora ai Nine Inch Nails. La somiglianza con questi ultimi è molto evidente e si basa soprattutto sull’accostamento (all’interno dello stesso brano) di parti potenti e aggressive con altre che magari puntano più sulla melodia (nel disco non è affatto raro sentire anche il suono di un piano…). Ovviamente questa alternanza è un fatto assolutamente positivo perché accentua il dinamismo dell’album, rendendolo molto gradevole e soprattutto mai noioso (nonostante i circa sessanta minuti di lunghezza!). Interessante anche l’uso della voce, che compare sia nella versione effettata che in quella pulita: sicuramente Gary Zon deve molto a Trent Reznor e non nasconde che egli sia la sua principale fonte di ispirazione, ma in generale direi che la sua prova è più che convincente un po’ in tutti i brani. Niente male neanche gli intermezzi ambient e le atmosfere oscure e opprimenti che compaiono qua e là nel cd, utili soprattutto a rafforzare l’idea che esso sia un insieme (ben amalgamato!) di sonorità in netto contrasto tra loro. Come ho già detto infatti è proprio questo il punto di forza di PostNuclear, un lavoro dall’impatto devastante che sicuramente non mancherà di incontrare il favore di tutti coloro che vedono di buon occhio la mescolanza tra generi diversi. Web: http://www.dismantled.org/. (Grendel)

Enid: Gradwanderer (CD - Code 666/Audioglobe, 2004). Bello questo lavoro dei tedeschi Enid. L’insieme dei nove pezzi ci propone un approccio eclettico che spazia dal gothic metal, melodico e potente con ampio uso di tastiere o di inserti sinfonici (“Chimera”, “An ode to the forlorn”, che ha una struttura speed, la title track) folk ballads a tratti molto seventies (“Silent Stage”, “Die Seelensteine”), ruvido gothic rock vagamente alla Rubicon (“When the last glow flies”, “ Herbststurm”), sprazzi epici sinfonico strumentali (“Exemption”), o sorprendenti (e forse un pò incongrue?) incursioni nel blues e nello swing “a cappella” (“The burning of the sea”). Ma l’eclettismo e la varietà dei generi non sono fine a se stessi, ma anzi risultano uniformati da un notevole carattere e da una personalità grintosa, da un’attitudine molto “rock”, che rende il tutto fruibile con immediatezza e facilità. Notevole inoltre la partitura vocale , in inglese ed in tedesco, caratterizzata da una vasta varietà di estensione, a volte ai limiti del virtuosismo (i frequenti rimandi al gregoriano) che richiamano spesso in maniera diretta ed esplicita lo stile degli svizzeri Dark Reality. Davvero piacevole. Web: http://www.code666.net/. (Manfred)

Ensoph: Opus Dementiae - Per Speculum Et In Aenigmate (CD - Cruz Del Sur Music, 2004). Tornano i miei personali beniamini, i veneti Ensoph (ex Endaymynion), già autori dell'ottimo "The bleeding womb of Ananke". "Opus dementiae" è proprio un gran bel disco, ricco di songs di caratura elevatissima, come l'opener "Jaldabaoth at the Spring of Time", la progressiva "In the flesh (visione della passione)" e "Sophia's fall", presente anche in versione remix (ad opera di Bruno Kramm - Das Ich!), putrescente terna iniziale in grado di sconvolgere anche le menti più aperte. Potenza, velocità e perizia esecutiva, ambientazioni horrorifiche dall'effetto assicurato ("Faith defeat"), e soprattutto la ormai consueta voglia d'osare, di abbattere ogni schema predefinito, una caratteristica che questo combo ha fatto propria fin dalle sue origini. Agghiacciante "Salmo a nessuno", su d'un disturbante tappeto industrial/rumoristico su levano maledicenti rantoli di dannati a determinare un pezzo infernale, alla quale fa seguito la gothika (no, non metal goth di maniera!) "White lamb seducer (40 days & 40 nights)", violentata da un chitarrismo gorgogliante e nevrastenico. Solo gli Ensoph possono osare tanto: chi si azzarderebbe ad inserire un enigmatico flauto in "Lies of the mirror which lies not", ottenendo un risultato spettacolare, tanto da riandare alle ermetiche e polverose opere di indimenticati cantori dell'Ade quali furono i Black Widow! Ma le sorprese non hanno ancora fine, tale è l'effetto di "Sun of the liar" e di "Proudly divine (ink & mirrors & Empty tombs)", e su quest'ultima fa ancora la sua comparsa il flauto, ritagliandosi colle tastiere giusto spazio fra chitarre affilatissime e ritmiche sparate. Già citato il rmx di "Sophia's fall", "Opus dementiae" va a morire, abbandonandoci al silenzio: necessario, per adusare la mente provata a quel che verrà: il ritorno alla normalità, al quotidiano, che ci sembreranno ancor più vuoti e privi di significato. Web: http://www.cruzdelsurmusic.com. (Hadrianus)

Eros Necropsique: Crises De Lucidité (CD - Adipocere, 2003). Il CD che mi trovo tra le mani ha rappresentato al di là di ogni ragionevole dubbio la maggiore fatica discografica degli Eros Necropsique. La sua genesi deve essere stata effettivamente complessa e massacrante: ricordo che, dopo aver ascoltato “Pathos”, il loro lavoro precedente pubblicato nel lontano 1998, cercai di informarmi sulla loro successiva uscita, che sembrava essere imminente. In effetti il CD in oggetto è stato registrato durante il 1998 ed era già all’epoca pronto per la pubblicazione, la quale è stata più volte posticipata a causa di problemi tra il gruppo e l’etichetta discografica. Rispetto alla registrazione originale, successivamente sono state sovraincise le parti vocali femminili di Jeanne, proveniente dai disciolti Tragos Adeïn (un paio dei loro brani erano presenti sulla compilation Prikosnovenie Belladonne): si tratta sicuramente di una novità interessante rispetto al precedente lavoro, il quale era molto gradevole ma probabilmente, alla lunga, un po’ troppo uniforme. Gli Eros Necropsique vengono molto spesso catalogati come gruppo metal anche se, in realtà, pur essendo traendo forte nutrimento da quell’humus musicale, il suono da loro espresso ha legami piuttosto deboli con il genere: infatti la loro è una proposta che si allaccia maggiormante alle proposte neomedievali di certi ambienti eterei e folk, a cui si aggiunge una forte vena teatrale e recitativa. Sulle percussioni sintetiche, sui ricami del basso e sul tappeto di tastiere che si ispirano talvolta a melodie medievali e rinascimentali, si staglia l’aspra voce recitante del cantante Olivier: Eros, Thanatos, la scelta vegetariana sono alcuni dei temi delle loro liriche piene di angoscia e profonda tristezza. La voce femminile fa, fondamentalmente, da supporto e ausilio alla resa complessiva delle melodie. Sotto certi punti di vista mi fanno pensare ad una versione francese dei Goethes Erben, pur non raggiungendo gli stessi, elevatissimi livelli di pathos. Nel complesso si tratta comunque di un ottimo lavoro, anche se in qualche modo minato da un’eccessiva uniformità che potrebbe, per alcuni, risultare un po’ noiosa. Molto bello inoltre l’artwork, soprattutto nella versione limitata a 2000 copie del box in formato A5, contenente un bel libretto delle stesse dimensioni, due inquietanti stampe di grafica computerizzata e due adesivi del gruppo; in tale versione, il CD contiene anche il video di una delle loro rarissime esibizioni live, il quale però, purtroppo, soffre di un vistoso sfasamento tra suono e immagine. Web: http://www.erosnecropsique.net/. (Ankh)

Evergrey: The Inner Circle (CD - Inside Out/Audioglobe, 2004). Nuova produzione per gli svedesi Evergrey, giunti con "The inner circle" al quinto capitolo di una carriera caratterizzata da un costante crescendo di apprezzamenti, culminato lo scorso anno con la nomina a "best metal album", nell'ambito degli Swedish Grammy, attribuita al predecessore "Recreation day". Un suono maturo, compatto, molto potente ed oscuro, la sintesi ideale fra power e dark metal, elaborato secondo stilemi compositivi mutuati dal prog meno esasperato, è quanto ci viene offerto colla presente opera, e certo Tom S. Englund (chitarrista, cantante e leader del combo) ha fatto tesoro delle esperienze acquisite nel corso degli anni. "A touch of blessing" c'introduce nell'universo plumbeo e schizoide elaborato dai nostri, una song dalla bellezza arcana, capace di spazzare via quanto proposto da diecine di insulse clone-bands. Assolutamente goticheggiante, e qui la voce femminile non costituisce mero orpello, bensì tessera indispensabile d'una trama che pare modellata apposta per indurre subdola inquietudine in colui che l'ascolta. "Ambassador" rafforza l'argine più propriamente power-prog, "In the wake of the weary" invece è molto più varia ed elaborata, con delle chitarre assolutamente assassine. Englund dimostra ancora una volta d'essere interprete carismatico, riappaiono le female-vocals, e la resa finale è stupefacente. "Waking up blind" è lenta e rilassata, ecco come si può eseguire una ballad senza scadere in sdilinquenti sdolcinatezze. Il ferale incedere di "Where all good sleep" attribuisce nuova linfa al doom, "Faith restored" è porzione acustica riuscitissima, l'enigmatica "When the walls go down" chiude il disco. Un lavoro degno di menzione, che certo accrescerà il rispetto che il gruppo ha saputo conquistare, passo dopo passo, coi precedenti dischi. Gli Evergrey costituiscono raro esempio di coesione stilistica, documentata da questi dieci brani, ed è davvero raro, oggidì, ascoltare tanti brani di così alto valore in un solo dischetto! Web: http://www.insideout.de. (Hadrianus)

Fairlight Childern: 808 bit (CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2004). Due mesi fa nel recensire Before you came along, il primo singolo estratto da questo 808bit, avevo elargito dei giudizi abbastanza positivi sui Fairlight Children, nuova avventura musicale di Stephan Groth (coadiuvato da due nordiche fanciulle - Tiff e Marianne B – davvero "très charmantes") nei territori del synth-pop più leggero e giocoso, a metà tra electro-clash e nostalgie eighties. Ascoltando l'opera per intero non può che montare in me la delusione e l'impressione che questo "giocattolo" alla fine si sia rotto fra le mani al nostro Stephan. Non che 808bit sia proprio una schifezza clamorosa visto che non mancano episodi piuttosto piacevoli. Certo che se uno pensa che questo è il side-project di Apoptygma Berzerk, ovvero uno dei gruppi più importanti della scena elettronica degli ultimi anni, beh c'è davvero da preoccuparsi. Ma andiamo con ordine... Il disco si apre con un quartetto di pezzi davvero carini: "Electropulse" è giocosa e incalzante mentre "Before you came along", di cui già ho parlato bene, mi cattura sempre più ad ogni ascolto. "Falling out" appare qui in un arrangiamento completamente diverso rispetto al singolo, molto più synth-wave anni ottanta, con alcuni suoni che non possono non far ricordare la gloriosa "Fade to grey" dei Visage. Infine "Invade my heart tonight" è un piacevole "divertissment" ispirato, nei suoni oltre che nel titolo, ai video-games dei primi anni '80. Da quel momento in poi il disco si immette in una spirale discendente con pezzi poco felici se non addirittura brutti. Insulso e inutile è lo strumentale "Windshield wiper", con i suoi suoni di synth "elastici", patetica è "Microhard", con quella linea di synth scippata maldestramente ai Kraftwerk, e parimenti orribile e pacchiana è la cover di "Bedsitter" dei Soft Cell. E che dire della melodia vocale di "Big City Girl", che sembra presa da un brutto pezzo di disco anni '70? Niente, è meglio il silenzio. Cercando di vedere la parte mezza piena del bicchiere uno non può che plaudire agli ottimi arrangiamenti e alle azzeccatissime costruzioni sonore dei brani, dove il nostro Stephan mostra ovviamente tutto il suo grandissimo talento di ingegnere del suono. Anche negli episodi meno riusciti del disco c'è sempre quel guizzo, quella trovata cavata dal cilindro (es. il suono della puntina che sbatte contro l'ultimo solco di un disco di vinile alla fine del CD) che ci ricordano dello spessore artistico di chi c'è dietro ai Fairlight Children. Peccato che cotanto talento non si concentri solo nel produrre cose di qualità eccelsa. Dopo il patetico show di Apoptygma al M'Era Luna 2003, dopo aver ascoltato questo disco e ripensando ad alcuni pessimi episodi di Harmonizer, temo che per ascoltare capolavori come 7 dovremo oramai rivolgerci altrove. Apoptygma non abita più qui??? Web: http://www.fairlightchildren.com. (Christian Dex)

Final Selection: Heading for graceland (EP - Black Flames/Audioglobe, 2004). Tornano i Final Selection con questo nuovo EP, che accanto a nuovi brani ci propone una serie di remix. "Heading for Graceland" è quindi diviso in due parti : la prima, denominata "Day Dreams", è quella che ci offre 5 nuove composizioni tra cui spiccano "Jupiter's Child" e "White star", brani che ancora una volta mettono in risalto la vena "dark-wave" del combo teutonico, uno stile malinconico che può ricordare, tra gli altri, Diary of Dreams e Deine Lakaien e riconferma le buone sensazioni dateci dall'album d'esordio. La seconda parte del cd, "Night Hades" raccoglie invece 6 remix : due riguardano i nuovi brani sopracitati (discreto il lavoro svolto dai Namnambulu per "White star") mentre negli altri quattro remix vengono revisitati brani dell'album "Anti hero"; molto buono in particolare il remix di "I never wanted more" a cura di Aslan Faction, le cui ritmiche serrate danno un nuovo sapore a questo brano già buono e lo rendono una possibile freccia nell'arco dei dj piu' attenti. Nell'attesa di un secondo "full lenght", i Final Selection si confermano come uno dei gruppi piu' "ispirati" del momento,ed i loro duischi sono decisamente consigliati a tutti gli amanti delle sonorità cold/dark-wave. Web: http://www.final-selection.de. (Candyman)

Forgotten Sunrise: ru:mipu:dus (CD - My Kingdom Music/Masterpiece, 2004). I folli estoni Forgotten Sunrise firmano con "ru:mipu:dus" un'opera assolutamente sorprendente, degna del termine lysergic deathbeat coniato per l'occasione dalla loro label. Per dovere di cronaca, il presente segna l'esordio del gruppo su lunga distanza, in quanto dal 1992 ad oggi hanno visto la luce una quaterna di mini ed un demo-tape. Disco notevolissimo, e lo ribadisco, riuscendo nel non facile intento di stupire ad ogni traccia per la grande varietà di soluzioni sonore applicate da Anders Melt (voce, programming, chitarre...) e compagni (Renno Suvaoja alle chitarre, Riivo Torstenberg al basso e la brava Tiiu Kiik, voce, tastiere e violino). Degni di menzione sono quasi tutti gli episodi presi in considerazione, a partire dalla opener "Outumyo:nic", da "Never(k)now", ballabilissima, fino alla lunga ed enigmatica e pinkfloydiana "Over the deathbringer stars" (qui si sfiora il quarto d'ora, senza avvertire sintomo alcuno di fastidiosissima noia, come sovente accade su tali durate!). Sono proprio i duetti fra Anders e Tiiu ad impreziosire ulteriormente ogni singolo pezzo, già di per sè, sottolineo ancora, di elevato spessore: "Vhatsoever" sfrutta al meglio l'enorme potenziale melodico dei suoi autori/esecutori, "Surroundcosmos" si avvale di ipnotici svolazzi di synth, "Into flesh I was born" è arricchita da inserti etno che possono accostarla ad alcune intuizioni tipiche dei Dead Can Dance, l'incipit di "Thou-sand-men" è agghiacciante, sensazione rinvigorita dall'ermetico evolversi di questo notevole episodio, dalla struttura vocale (di Anders) ispirata dallo screaming di derivazione black-metal; l'elettronica riappare con decisione nell'EBM-tune "Ple:se Disco-nnect Me", altro hit da goth-club. Per nulla derivativi, determinati ad abbattere ogni barriera stilistica, con "ru:mipu:dus" i Forgotten Sunrise premiano la caparbietà e le intuizioni della My Kingdom Music, una piccola label che, assumendosi il rischio di scelte coraggiose, ha saputo imporsi per l'elevatissimo valore delle sue produzioni. Web: http://www.mykingdommusic.net. (Hadrianus)

Helium Vola: Liod (CD - Chrom Records/Audioglobe, 2004). Liod è il secondo lavoro degli Helium Vola, progetto di Ernst Horn dei Deine Lakaien, che combina melodie medievali con le moderne sonorità elettroniche. L'album è stato preceduto da Veni, veni, un mini CD che contiene, oltre a due versioni del singolo, altri due brani che compaiono anche nell'opera full-lenght, più un brano nascosto strumentale. Se "Veni, veni", tratto dai Carmina Burana, vede le voci maschili e femminili accastellarsi l'una sull'altra a cercare di sorreggere l'aggressiva e ipercinetica ritmica elettronica, in un insieme sicuramente interessante, ma anche di una certa pesantezza, le cose migliori dell'album sono da cercare in altri brani, più meditativi e suadenti, in cui la ricerca elettronica si fonde in maniera armonica con le sonorità antiche del gruppo, come le ottime "Lucente stella", "Printemps", "Frauenklage" o "Zur Heilung". In generale nei loro pezzi gli Helium Vola ben rivelano l'interesse a 360° per la musica medievale, con liriche cantate nelle varie lingue, dal latino al tedesco antico, al francese, allo spagnolo e all'italiano, di cui è da segnalare una bellissima ninna nanna intitolata "Dormi". Liod, che racconta la storia del destino di una donna che vive nel Medioevo, con i suoi amori e le sue disavventure, contiene complessivamente delle bellissime ballate antiche, oscure ed eteree, alternate a brevi momenti di maggiore sperimentazione musicale, in un insieme sicuramente piacevole e affascinante, di grande impatto sonoro e capace di coinvolgere il cuore e la mente. Web: http://www.helium-vola.de. (Mircalla)

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