Recensioni febbraio 2003

 


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The Legendary Pink Dots: All the king's horses (CD - Big Blue/Audioglobe, 2002). Seguire il ritmo frenetico delle produzioni di Edward Ka-Spel è molto difficile. Tra i dischi solisti, quelli di progetti paralleli e quelli dei Legendary Pink Dots, credo che la sua discografia sia seconda (ma ho dei dubbi che lo sia veramente) a quella di ben pochi gruppi e musicisti: stiamo parlando di oltre un centinaio di lavori tra CD, singoli, EP, CD-R, cassette e live ufficiali o semiufficiali. Muoversi in una tale messe di materiale non è semplice, ed è anche complicato rendersi conto dell'andamento della qualità dei loro lavori; certo è che i marchi di fabbrica del progetto, che non sono mai mancati nei loro dischi, sono presenti al gran completo anche in questo nuovo lavoro, che è uscito (più o meno) insieme al suo "gemello" intitolato All the king's men: la voce e il modo inconfondibile di usarla di Ka-Spel, la profonda malinconia che amalgama il suono, l'uso di semplici pattern di tastiere alternato all'uso di campionamenti di tipo industrial ("It's the real thing", "A bargain at twice the price"), le suite elettroniche ("Just wave") e tutto ciò che ha caratterizzato il suono del gruppo negli anni. A tutto questo si aggiungono un vago sentore jazz, dovuto forse all'uso non infrequente del sax ("Chain surfing", "Birdie"), e un gusto delicato per la ballata acustica e malinconica ("Our dominion", "It's the real thing"). Il brano finale sembra chiudere l'album con un amalgama di tutte queste caratteristiche. Il tema ispiratore dei due dischi gemelli è stato un po' abusato nell'ultimo anno e mezzo (ovviamente si tratta dell'attentato alle torri gemelle di New York), ma in questo caso ha ispirato un gran bel disco: non credo si tratti del miglior lavoro dei Legendary Pink Dots ma, dopo la parziale delusione dell'ultimo loro CD che conosco ossia Nemesis online, devo dire che siamo tornati su livelli interessanti. Web: http://www.brainwashed.com/lpd/. (Ankh)

Ludmila (featuring DoktorT): Anamin (MCD - autoprodotto, 2002). I Ludmila sono senz'altro una realtà interessante del panorama oscuro italiano. Intanto meritano un plauso per il loro eclettismo visto che spaziano con estrema disinvoltura fra vari generi musicali: dalla darkwave con forti reminescenze 80s dell'omonimo MCD d'esordio ai toni più marcatamente post-rock del lavoro qui in esame. A quanto pare il futuro ci riserverà delle sorprese ancora maggiori visto che il gruppo di Magenta sta per cimentarsi nella realizzazione di un CD di musica medievale. Ma torniamo ad Anamin, che i Ludmila hanno realizzato in collaborazione con Alex Tiberi, alias DoktorT: si diceva che le ispirazioni vanno cercate più nel territorio della sperimentazione in chiave rock che in quello propriamente "oscuro". Oltre al già citato post-rock un'influenza presente nei tre brani di questo MCD è senz'altro il noise: su basi ossessive e ripetitive, dall'andamento abbastanza lento e ipnotico, si aprono squarci di suoni distorti e lancinanti. La bella voce di Paola è qui usata con molta parsimonia e come se fosse uno strumento, con i suoi vocalizzi che intessono ricami sulla ruvida trama sonora dei brani. Il MCD è chiuso dal pezzo "Aguirre", sette minuti di rumori, loop ed effetti in puro stile dark-ambient. Un lavoro interessante ma forse un po' acerbo. Per informazioni: Luca Valisi, via Cavallari 29, 20013 Magenta (MI). email: ludmila1@inwind.it. (Christian Dex)

Lycia: Tripping back into the broken days (CD - Projekt/Audioglobe, 2002). La storia recente dei Lycia è stata molto travagliata, a causa di molti motivi: diversi scioglimenti e riunioni, lunghi periodi di malattia di Mike VanPorfleet, defezioni e ritorni hanno fatto sì che tra il precedente Estrella e questo nuovo lavoro, siano passati più o meno cinque anni e devo dire che la mancanza, pur addolcita dall’uscita delle due compilation, si è sentita. Questo lavoro, registrato quasi in segreto nel corso di circa un anno, era stato inizialmente scritto per un progetto parallelo chiamato Estraya, ma la decisione finale è stata quella di pubblicarlo sotto il nome di Lycia, di fatto ridotti ai soli Mike e Tara VanPorfleet. L’impressione è che il periodo di travaglio si senta nella musica dei Lycia, che subisce un cambiamento rispetto al passato: l’atmosfera è infatti molto più "bucolica" (passatemi il termine), con una forte prevalenza di suoni acustici; le atmosfere scure, fumose e intossicanti che erano proprie del gruppo nel suo periodo aureo, penso a Ionia e The day in the stark corner, sono spesso sostituite da atmosfere più solari e rarefatte, una sorta di ricerca in direzione del folk nordamericano; non mancano comunque episodi più atmosferici, come "The last winter" o "Vacant winter Day", che mi hanno riportato indietro nel tempo. Se da una parte, malgrado i cambiamenti nel loro suono, i Lycia sono riusciti a mantenere la loro personalità, dall’altro questa appare un po’ appannata rispetto al passato e Tripping back into the broken days, pur rimanendo un bel disco il cui acquisto mi sento tranquillamente di consigliare agli amanti dei Lycia, risulta essere un po’ disomogeneo e di una bellezza meno "pura" rispetto a molti dei lavori del loro passato. Web: http://www.lyciummusic.com. (Ankh)

Metharia: Promo 2003 (MCD - Selfproduced, 2003). Nei Metharia milita l'esperto Ferruccio "Kobal" Milanesi, già impegnato nei progetti Anima In Fiamme ed Etoile Noire, qui alle prese con sonorità, ancora una volta, ben lontane da quelle proposte coi gruppi sopra citati. I nostri si cimentano infatti in un energetico rock cantato in italiano, proposta assai sfaccettata, evidenziando influenze disparate, che vanno dal metal meno tradizionalista a quanto proposto da gruppi nazionali quali, ad esempio, Litfiba. Si notano rifrazioni darkeggianti, tali da giustificare la presenza di questo promo autoprodotto (buona la registrazione) fra le pagine del nostro sito. Decisamente consigliato a chi è alla ricerca di sonorità non convenzionali. Ottima la voce del cantante, Luca Volani, autore di una prova di gran carattere. La struttura dei brani evidenzia la grande coesione della sezione ritmica e la bravura dei chitarristi, i quali non disdegnano di lanciarsi in assoli di grande gusto melodico. Web: http://www.metharia.net. email: infoband@metharia.net. (Hadrianus)

Ministry: Animositisomina (CD - Mayan Records, 2003). Negli ultimi anni, le produzioni dei Ministry sono diventate meno frequenti di quanto lo fossero in passato: se prescindiamo dalla compilation e dal live, usciti rispettivamente nel 2001 e nel 2002, l'ultima produzione in studio del gruppo risale all'ormai lontano 1999. Anche la qualità degli ultimi lavori era stata, a mio parere, altalenante: non era facile, d'altra parte, dare un seguito a quel capolavoro intitolato Psalm 69, e anche un personaggio del calibro di Al Jourgensen (che in occasione di questo CD ha deciso di modificare il proprio nome in Al-qaeda) ha avuto non poche difficoltà a superare la crisi: in effetti, pur non essendo dei brutti dischi, nè Filth PigThe dark side of the spoon mi avevano convinto del tutto: il primo, pur avendo aggiunto al suono del gruppo un'ulteriore vena oscura, era a tratti un po' floscio, mentre il secondo era forse un po' più aggressivo ma più basato sulla ritmica di quanto non lo fossero i suoi predecessori. Con Animositisomina (parola palindroma), i Ministry sembrano essere usciti dal tunnel, rifacendosi abbastanza ai suoni di Psalm 69 senza necessariamente produrre una copia di quel lavoro. Di certo il gruppo si sta gradualmente allontanando dall'ambito prettamente industriale e, tranne che per alcuni sottofondi che spesso si perdono con l'ingresso in campo delle chitarre, la sua musica è sempre più prossima al metal e al cosiddetto "nu-metal", con alcune venature prossime alla musica di gruppi come i Tool. La voce, piena di effetti come al solito, sembra essere studiata in modo che, pur distorta, lasci che il testo sia comprensibile. Purtroppo la versione promo del CD non contiene le liriche, solitamente interessanti, che invece dovrebbero essere presenti nella versione commerciale. Musicalmente il disco è rabbioso, e i due brani di apertura colpiscono durissimo. Il disco prosegue su toni molto tirati e si conclude con "Leper", che a mio giudizio è il brano migliore del CD, forse perché è l'unico in cui la matrice industriale riprende il posto che le spetta nel suono di un gruppo che ha fatto, insieme a Godflesh e ai primissimi Scorn, la storia della musica nata dalla commistione tra il suono metal e quello industriale. Web: http://www.animositisomina.com. (Ankh)

Miraspinosa: E-Motion (CD - My Real Sound Records/Audioglobe, 2002). E-Motion è lavoro intrigante, dai suoni scarni ed essenziali, mai minimali, sui quali s'innesta la bella voce di Mirka Valente (tutti i pezzi portano la firma sua e del validissimo Filippo d'Este, musicista dotato di rara sensibilità), dallo stile a tratti prossimo a quello della celebrata Bjork. Un'interpretazione comunque personale e perentoria, tanto da marcare significativamente ogni singola traccia componente il CD. E di belle canzoni, pur nella loro struttura semplice, questo dischetto argentato ne contiene diverse. E' il caso dell'opener "Silk", di "Rain fall", di "Funny trip", dell'elegante "04 am", colonna sonora adattissima ad accompagnare una solinga passeggiata notturna fra il cemento scurito ed umido di nebbia d'una metropoli abbandonata nel sonno, di "Frantic" e di "Shy", di "Not afraid"... Linee chitarristiche essenziali, ritmica mai in primo piano, elettronica utilizzata con parsimoniosa intelligenza, ecco la sintesi finale di E-Motion, senza esitazione alcuna uno dei dischi meglio riusciti dell'appena trascorso 2002 (e pure di questo primo scorcio di 2003!). Web: http://myrealsound.too.it. email: myrealsound@miraspinosa.it. (Hadrianus)

Paralysed Age: Into the Ice (CD - Dancing Ferret Discs/Audioglobe, 2003). Puro gothic rock dalla Germania con i Paralysed Age. E questo per me, come forse si sarà capito, è un ottimo biglietto da visita. Ma... c'è un ma... Intendiamoci, il cd non è proprio brutto intriso com'è di estetica sisteriana solo leggermente appesantita da un tappeto di chitarre metalliche che fanno a volte pensare ai Nosferatu, ma soprattutto a certa tradizione teutonica. Il guaio è che l'insieme del lavoro risulta eccessivamente livellato verso inesorabili toni medi che danno a volte il senso di un'imbolsita routine. Accanto a pezzi ben riusciti come la title track, "My sweetest return" (che vede al violino Rachel dei notevoli Cruxshadows), "Your coldest smile" o la atmosferica "Dunes" (molto à la Nephilim...) ne troviamo altri francamente bruttarelli come "Berenice", "Get faster, reach devil" o l'opaco lento "Waiting for you". Ma la palma del kitsch i Paralysed Age ce la offrono con il pezzo numero 6: si tratta di una cover (peggiore dell'originale) della mitica "Self Control", pezzo scult della discomusic italica degli anni '80 (di Raf, mi pare ma potrei sbagliare e chiedo venia)! Da ascoltare, senza impegno, magari -per chi ce l'ha- in macchina. Web: http://paralysedage.de. (Manfred)

Project Pitchfork: View from a throne / Trialog (MCD - Wea, 2002). Questi due mcd, pubblicati a distanza di un mese l'uno dall'altro (rispettivamente ad ottobre e novembre 2002) vanno a completare la trilogia aperta dall'album Inferno. Una grande opera quindi, suddivisa in tre capitoli, contraddistinti (per quanto la mia limitata conoscenza della lingua tedesca mi abbia permesso di capire) da testi introspettivi, imperniati sulla spiritualita' e la ricerca di equilibrio ed armonia universali. Temi da sempre cari alla band di Peter Spilles, portabandiera sin dagli inizi di carriera, di temi sociali come l'ecologia, il pacifismo, lotta alla vivisezione, ecc.... La prima cosa che colpisce dei due mcd e' la raffinatezza dell'artwork, con due libretti corredati da belle immagini su carta lucida; immagini piu' "solari" per il mcd View from a throne e piu' "notturne" per il mcd Trialog. La musica non e' da meno dell'artwork; nei 10 brani (equamente divisi tra i due mcd) troviamo brani veramente belli, elettro-dark estremamente raffinata che ha nei Pitchfork dei riconosciuti maestri. I brani di questi due mcd sono a mio avviso piu' belli e piu' "immediati" rispetto a quelli apparsi sull'album Inferno. Diverse le canzoni meritevoli di citazione anche se non vi e' l'hit destinato ad allungare la serie dei "cavalli di battaglia" della band amburghese; ottime "View from a throne" , "Die Schlange vs. (Damon der antwort)" e "Corpus Hermeticus (Body/Spirit)" : brani incalzanti dove si fa sentire l'apporto della chitarra elettrica. Anche i primi due brani di Trialog proseguono su questa strada: "Behind the fog" e "Tal der Dornen" con la loro carica dinamica ci introducono alle crepuscolari e bellissime "Inferno" (con il pianoforte in primo piano) e "Radiolarie" oscura e minimalista con il cantato quasi sussurrato. Decisamente due ottimi lavori per questa storica band tedesca a cui non ha certo nuociuto l'essere passata sotto major discografica. A differenza di quanto si potesse temere, il loro sound non si è certo reso piu' commerciale, anzi .... questa trilogia è costituita sì da ottimi brani, ma si tratta di musica in maggior parte più adatta all'ascolto "casalingo" che non per ballare in discoteca. Trovo che i Project Pitchfork siano un gruppo che ha saputo evolversi nel corso degli anni e non ha mai avuto paura di sperimentare nuove soluzioni, anche a costo di "toppare" come nel caso del mediocre Eon Eon, sapendosi meritare ampio consenso internazionale; non c'è dubbio che i maestri dell'elettro-dark mondiale sono loro. Web: http://www.pitchfork.de. (Candyman)

Quarzo Nero: La Nebbia (MCD - Selfproduced, 2002). Formatisi nel 1999, i Quarzo Nero confermano vieppiù la valentia della scuola torinese (inutile citare le band alle quali questa città ha dato i natali...). Questo promo è costituito da quattro pezzi ben prodotti ed arrangiati, interpretati con bravura dal cantante Max Carrino, una delle voci più convincenti che mi sia capitato d'ascoltare in questi ultimi anni, e non solo per quanto riguarda il panorama dark nazionale (l'uso dell'italiano a mio humilissimo parere arricchisce il risultato finale). Al basso ritroviamo Giulio Forsi (un ex Burning Gates, suonò su Risvegli), che col suo strumento tesse trame pulsanti che ben si amalgamano al gran lavoro del batterista Stello Coppo, costuituendo questa coppia un inesauribile motore ritmico che ben spalleggia il chitarrismo tagliente di Guido Pancani. Ne scaturisce un suono compatto, decisamente dark, legato alla grande tradizione del genere ma interpretato con originalità e competenza. Ottima la title-track, ma non sono da meno i restanti brani, come "Quel che dirà la storia" e la lunga "Il fiume e lei...". Un nome da tenere in bell'evidenza, Quarzo Nero, in attesa di ulteriori prove! email: quarzoneroinc@libero.it. (Hadrianus)

Rajna: The Door Of Serenity (CD - Holy Records/Audioglobe, 2002). "I Dead Can Dance sono un po’ la nostra religione, la nostra disciplina": questo è quanto afferma il gruppo in un’intervista rilasciata qualche tempo fa, e lo aveva confermato con la bella cover di Cantara; la cosa non deve però essere interpretata in maniera scorretta: a differenza di altri gruppi, penso ad esempio ai Ronan Quays per i quali si potrebbe parlare quasi di "ricostruzione filologica", i Rajna seguono la loro religione con intelligenza, sensibilità, ispirazione e personalità. In comune con il loro punto di riferimento c’è la commistione di forme musicali tra loro diverse, come la musica antica, quella mediorientale e, ancor più, quella indiana e tibetana. Ricchissima la scelta della strumentazione usata, che comprende oggetti dai nomi più strani e disparati (Oud, udu, ney e saz sono solo alcuni di questi…) e provenienti un po’ da tutto il mondo. Nei precedenti lavori (mi riferisco in particolare ai due splendidi lavori The heady wine of praise e Yahili) il gruppo aveva già dimostrato le sue notevoli capacità, che questo lavoro conferma, anche se con qualche piccola concessione in più all’orecchiabilità: mi riferisco a brani come "Tore Sensuous", caratterizzato da un ritmo più "moderno", ma comunque reso splendido dalle evoluzioni vocali di Jeanne Lefebvre, in stile mediorientale. In alcuni brani, la sovrapposizione di una voce recitante e di una voce di sottofondo, mi ha ricordato alcune produzioni dei nostri Araraxia. Un bel lavoro, quindi, e un gruppo da tenere bene in considerazione per chi ama questo tipo di sonorità. Web: http://site.voila.fr/rajna/. (Ankh)

Sopor Aeternus: Es reiten die Toten so schnell (CD - Apocalyptic Vision/Audioglobe, 2003). Un gradito ritorno !! Diciamo subito che Es reiten die toten so schnell ci restituisce Sopor Aeternus ai livelli d'eccellenza dei primi dischi. Il precedente Songs from the inverted womb aveva lasciato perplessi parecchi fans di Anna Varney, la quale (o il quale ??) sembrava ormai giocare un copione prevedibile e privo degli spunti geniali che avevano contraddistinto l'inizio della sua discografia. La campagna promozionale che annunciava la disponibilita' di Es reiten... in una versione limitata a 666 copie numerate (complimenti per la scelta del numero.... che fantasia !!) corredata con improbabili gadgets quali ostie sconsacrate e terra di camposanto "originale", non faceva altro che aumentare le perplessita' e i timori che anche questo oscurissimo progetto musicale fosse ormai scaduto a livelli piuttosto bassi. Fortunatamente la musica ha messo a tacere ogni dubbio. Il livello delle composizioni e' altissimo; in un tripudio di strumenti a fiato ed archi, Anna Varney ci conduce in un viaggio nel suo mondo catacombale che alterna frenetiche sarabande pagane a momenti grevi e sommessi. Organi, campane, l'alternanza delle voci di Anna Varney (ora "maschile" ora in "falsetto satanico") ci introducono in un'opera barocca imperniata sulla figura del Vampiro (il sottotitolo del cd e' "The Vampyre sucking at his own vein") che si va collocare sicuramente nelle vette della produzione dell'ensamble teutonico. Molti sono i brani degni di nota : "Dead Souls" e' quello piu' immediato, che si potrebbe aggiungere a quei (pochi) brani di Sopor Aeternus che talvolta vengono proposti in discoteca; "The dreadful mirror", "Stake of my soul", "Baptisma" e "Sopor Fratrem Mortis Est" sono solo alcune delle gemme di questo disco. Da notare inoltre la presenza di una nuova versione di "Birth - Fiendish Figuration" , brano gia' apparso sull' ottimo The inexperienced spiral traveller, quasi a voler sottolinare un ritorno di Sopor Aeternus alle origini. Gli unici momenti sotto tono dell'opera li troviamo nelle brevi e poco significative "Infant" e "Uber den fluss", ma la conclusiva "Dark delight" e' il colpo di coda che sancisce (se ancora le tracce precedenti non fossero bastate) l'assoluto valore di questo disco. Nota finale per l'artwork del disco, curato dall'artista tedesco Joachim Luetke: per avere un quadro completo delle sue opere vi consiglio di visitare il sito internet www.luetke.com email: Apovis@t-online.de. (Candyman)

Staub: Trockenzeit (CD - Trisol Music Group/Audioglobe, 2003). I teutonici Staub praticano una disciplina piuttosto affollata, quella del gothic-rock opportunamente temprato, accogliendo una sfida improba, tanta è la concorrenza che gremisce il settore. A loro onore, Trockenzeit non è opera disprezzabile, avvalendosi di alcuni brani davvero riusciti. E' il caso di "Treibholz", song dall'incedere rallentato che ha il pregio di offrire delle vocals femminili coinvincenti e mai invadenti (particolare di non secondaria importanza, visti i tempi...), che fanno da contraltare al declamatorio recitato di Ralf Dammbruch, compositore e vero main-man del sestetto. La versione dello stesso pezzo curata da Alex Kaschte (Samsas Traum) è superlativa! Bella gothika è "Story of Pain", con le chitarre a dettar le danze (e l'assolo, classicamente metal, risulta assai efficace), anche se le tastiere suonano troppo plastificate (inconveniente che macchia l'intero CD, purtroppo); la title-track ha un andamento spezzato (Ralf qui sussurra, più che cantare), con sfuriate strumentali che si alternano a porzioni più pacate, donando al pezzo epica tensione drammatica tale da renderlo se non altro originale. Nella media "Haben Und Wollen" e "Staub", non suscita particolari sussulti "Ich bin", pur risultando godibile, ancora belle chitarre infiorano "Der Hueter", mentre "Die Am Leben Bleiben" sorprende, tanto è intensa e carica di pathos. In conclusione, Trockenzeit è tipico prodotto di una scuola, quella tedesca, ormai codificata, capace comunque di produrre lavori accattivanti e degni di nota. Meritano un ottimo produzione e grafica. Web: http://www.trisol.de. (Hadrianus)

XP8: Forgive (CD - Autoproduzione, 2003). Se c'è una speranza per l'EBM italiana, questa arriva da Roma e si incarna nel primo cd degli XP8. Il loro Forgive va a colmare un vuoto nel panorama musicale "alternativo" italiano; una scena che si puo' fregiare di un numero sempre crescente di bands di valore nei vari generi musicali che la compongono (penso specialmente al neo-folk, dove le proposte di qualità abbondano), ma che aveva proprio nel genere EBM il suo tallone d'Achille (fatto salvo l'ultimo cd dei Pulcher Femina, forse non prettamente EBM, ma decisamente piu' elettro-dance rispetto al lavoro precedente). Gli XP8 ci offrono invece una piacevole sorpresa, con un disco fresco, gradevole e con una buona dose di personalita', tanto che sarebbe ingeneroso tacciarli di essere "cloni" di qualche band in particolare, pur essendo innegabile e naturale, l'influenza che abbia avuto su di loro quanto prodotto in campo elettro-EBM in Europa ed America nel corso di questi ultimi anni. Visto che e' pressoche' inevitabile non citare qualche band di riferimento (almeno per dare un'idea al lettore che non abbia ancora ascoltato il disco), citerei Assemblage 23, Icon of Coil ed Hocico (questi ultimi in versione "non incazzata" e con una bella voce) come termini di riferimento primari. Diversi i brani che potrebbero ambire (legittimamente) ad entrare nella play-list di qualche dj: le mie preferenze dopo i primi ascolti vanno a "Forgive", "Wet Dream" e She says" (quest'ultima presente anche in una versione remixata da Assemblage 23.... e scusate se e' poco!!). La traccia che preferisco su tutte e' pero' "Our scars" dove il numero dei BPM scende e prevale la linea melodica e dove la voce mi ha ricordato molto alcuni brani dei New Order! Ribadisco che si tratta di un disco piu' che buono, che sicuramente non ha nulla da invidiare a certi sopravvalutati progetti stranieri; spero che anche per gli XP8 non debba valere il detto "Nemo propheta in patria". Web: http://www.xp8.the-cure.it/. (Candyman)

XPQ-21: Chi (CD - Dying Culture/Audioglobe, 2002). Se avessi avuto modo di ascoltarlo prima, avrei sicuramento inserito questo disco nel lotto dei miei preferiti del 2002. Mi sono realmente entusiasmato (e sorpreso) nel constatare la qualita' delle 11 tracce che compongono Chi; un disco che definire semplicisticamente "EBM" sarebbe quanto meno limitativo e superficiale vista la varieta' di soluzioni e stili che lo compongono. Nel disco convivono una matrice EBM contemporanea (vedi le tre tracce iniziali "Beautiful", "Can't love you" e "White and alive" grandissimi hits da discoteca) ed una forte nostalgia delle tipiche sonorita' wave dei primi anni '80: il suono dei sintetizzatori, l'impiego di batteria e chitarra non puo' non rimandare alle sonorita' tipiche di quegli anni; esemplificativi in tal senso sono "Naked" e "Superstar". Che dire poi dei due momenti topici del disco: "Silent Words" e "Stay till tomorrow", quest'ultimo e' un vero gioiello.... parte in maniera ritmata per poi mutarsi in un brano nostalgico e malinconico con un assolo di chitarra nel finale che sembra uscire da un disco dei Cure periodo Faith / Pornography!! Due brani malinconici (ascoltare anche la strumentale "True") che rivelano come il duo italo-tedesco abbia uno spessore artistico di primo piano nella composizione di musiche e testi. Tra tanti gruppi senza identita' e cosi' simili l'uno all'altro, cio' che mi piace degli XPQ-21 e' proprio questa loro forte personalita' che li rende decisamente originali nel panorama elettro-goth. Grande disco!!! Web: http://www.xpq-21.com. (Candyman)

Zoar: Clouds without water (CD - Middle Pillar/Audioglobe, 2002). Questo CD ha rappresentato per me una scoperta assoluta! Non avevo mai sentito nominare gli Zoar ma il fatto che fossero pubblicati dall'etichetta Middle Pillar, da cui sono uscite recentemente ottime cose come il nuovo Changelings, mi ha molto incuriosito. L'aspettativa non è andata affatto delusa. In Clouds without water si fondono in maniera unica e squisita molti stili e influenze diverse, darkwave, musica eterea, industrial e sperimentazione. Nei suoni si uniscono senza forzature chitarre elettriche a tastiere, strumenti classici quali il violoncello a dissonanti rumorismi, campionamenti dei canti delle tribù africane a celestiali voci eteree. L’approccio a questo CD è senz'altro molto intellettuale, ma non si tratta di un lavoro freddo e spocchioso, al contrario: Clouds without water è un'opera unica e profonda, e se proprio un'etichetta va assegnata alla musica degli Zoar questa non può che essere "avantgarde". Nel viaggio musicale attraverso gli 11 brani dell'album i tre Zoar si sono fatti accompagnare da una schiera di ospiti in cui figurano nomi illustri come Matt Johnson - alias The The - e Brendan Perry: l'ex Dead Can Dance suona e presta la sua voce nei due pezzi "Winter wind" e "Wakeworld". Un'altra cosa che colpisce dell'album sono i testi, alcuni originali, altri scelti da opere letterarie esistenti, tutti bellissimi. C'è un filo rosso che lega molti di essi ed è una nostalgia verso la natura e i suoi equilibri, con il ciclo della vita a cui fa seguito il tempo della morte ("Winter world", "Ashes falling"). C'è poi la presa di coscienza, lucida e dolorosa, che "il nostro stile di vita ci sta uccidendo" ("Our way of life", recitata in maniera magistrale da Matt Johnson e il cui testo è tratto da un'opera di Charles Bowden). Ma il brano che non manca ogni volta di emozionarmi è "In these rooms": qui un'ispiratissima - e bravissima - vocalist, Jennifer Charles, narra una storia inquietante di una donna che uccide il partner, con rabbia e violenza, ("Tagliai la sua gola, gli sputai negli occhi e aspettai tre giorni fino a che non apparvero gli scarafaggi") in seguito alla seguente amara scoperta: "E venne il giorno in cui siamo diventati ciò che abbiamo sempre odiato, e in qualche modo imparammo ad amare queste nuove cose e non è stato per niente difficile come avevamo immaginato. E' stato come camminare contro un vento freddo, un vento che ci bruciava i sensi; così andammo avanti, amorfi, tutti un sorriso, dimenticando senza paura i nostri peccati". Signori, in piedi, quest'album è un capolavoro! Web: http://www.zoar.com. (Christian Dex)

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