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La maledizione della prima luna è stato uno dei più grossi successi commerciali in America nella ricca stagione estiva (paragonabile per incassi al periodo di Natale in Italia) e anche nel resto del mondo è andato assai bene. In effetti Verbinski, apprezzato per l'ottimo remake di The Ring di Nakata, ha confezionato un prodotto fatto per accontentare un pubblico assai vasto: innanzitutto l'immaginario di pirati, immerso in esotiche location, con ricostruzioni impeccabili e grandiose (in particolare quelle dei bellissimi velieri), incanta sia i bambini che i grandi rimasti nell'animo un po' dei "Peter Pan". Nonostante la ricchezza della produzione il tutto è maneggiato dal regista con molta leggerezza e tanta ironia (bellissima e buffissima la figura del pirata dandy interpretata da Johnny Depp). Non è un caso che dietro la pellicola ci sia la produzione della Walt Disney: in effetti La maledizione della prima luna si rifà alla tradizione di quei film con gli attori "veri" targati Disney; non siamo ai livelli di quel capolavoro assoluto che è Mary Poppins ma è senz'altro meglio della saga di Herbie, il maggiolino tutto matto (per cui - confesso - impazzivo quando ero piccolo). Sì, direte voi, ma che c'entra con Ver Sacrum? C'entra perché, come molti dei prodotti destinati ai ragazzi, non manca nel film una forte componente orrorifica, qui incarnata nei terribili pirati trasformati in zombie da un'antica maledizione atzeca e il cui vero e orribile aspetto diventa visibile alla luce della luna. Nascono così delle sequenze assai carine di combattimenti notturni in cui gli attori si trasformano in zombie quando vengono colpiti dalle rifrazioni lunari: gli effetti speciali digitali perciò abbondano nel film e sono di pregevole fattura. Ne La maledizione... figurano poi degli ottimi attori, non solo Johnny Depp, ma anche un azzeccatissimo Jonathan Pryce nei panni del governatore o Geoffrey Rush che fa il capitano pirata zombie; un po' più incolori le interpretazioni di Keira Knightley e Orlando Bloom - il Legolas de Il Signore degli Anelli -, i cui ruoli, rispettivamente della figlia del governatore e del giovane innamorato di lei, sono forse un po' stereotipati e scialbi. Verbinski si conferma inoltre un ottimo regista creando sequenze di grande perizia, in particolare quelle di combattimento: due sono a mio avviso le scene memorabili del film, il duello fra Johhny Depp e Orlando Bloom nella bottega del fabbricante di spade e la ciurma di pirati zombie che avanza sott'acqua per attaccare la nave dei pirati "buoni". La maledizione della prima luna è quindi un prodotto per famiglie, ben confezionato e divertente, anche se un po' vuoto: come ha avuto modo di dire un mio amico "...è un film scemo da morire ma ti fa divertire come un bimbo!". (Christian Dex)
(Video - formato: 2DVD - distribuzione: Fox Video). L'edizione speciale in DVD del capolavoro dei fratelli Hughes si presenta assai ricca e interessante. Già il film, tratto dalla splendida opera a fumetti di Alan Moore e Eddie Campbell, si è distinto come una delle migliori uscite della scorsa stagione: un horror intenso e avvincente, interpretato magistralmente da Johnny Depp e da Heather Graham, che grazie alla forza della trama del fumetto di Moore, riusciva a tirar fuori elementi di originalità e interesse anche da una storia stra-abusata a livello cinematografico come quella di Jack lo Squartatore. L'edizione qui in esame si presenta in due DVD pieni di succulenti extra. Al di là dei documentari, dei commenti audio al film, dei "dietro alle quinte" e delle interviste ai registi, che in realtà su video appaiono un po' troppo simili allo stereotipo classico del regista commerciale americano - e questo NON è un complimento -, la cosa più interessante è costituita dalla presenza delle scene tagliate in fase di montaggio, ben 21 e tutte tra l'altro molto interessanti. Verrebbe infatti voglia di vedere un'edizione completa del film in cui tutte queste parti fossero rimontate. Questo sarebbe stato effettivamente il bonus perfetto di quest'edizione speciale in DVD di From Hell e che avrebbe potuto sostituire alcuni degli altri contenuti extra. Semplice ma elegante è anche la confezione, che racchiude i DVD in una custodia cartonata. Visto che è ormai tardi per il Natale, se credete ancora nella Befana, vi consiglio di menzionare questo DVD nella letterina di richiesta dei regali che vi appropinquate a scriverle. (Christian Dex)
II Mystic River è il fiume che passa attraverso Boston, cupo, ampio e lento. Sulle sue rive si consumano due drammi: 25 anni prima tre bambini Jimmy, Sean e Dave stanno giocando per strada, quando Dave viene rapito da due pedofili che si spacciano per poliziotti. Subirà violenza per giorni, fino a che non riuscirà a fuggire, segnato per sempre. Oggi, il fiume vede Jimmy, Sean e Dave cresciuti. Jimmy (Sean Penn) ha aperto una piccola attività commerciale, ma ha anche frequentazioni con la malavita locale, Sean (Kevin Bacon) è diventato un detecitve della polizia e Dave (Tim Robbins) si è sposato, ha un figlio e forse ha dimenticato la violenza di 25 anni prima. Fino a che la morte non tocca ancora i tre amici: la figlia di Jimmy viene brutalmente uccisa e toccherà a Sean indagare; Dave in breve diverrà il maggior sospettato. Clint Eastwood ha trasformato un buon thriller noir di Brian Helgeland (edito in Italia con il titolo La morte non dimentica), in una cupa tragedia shakesperiana, in una spietata, cruda, riflessione senza speranza sull’intima essenza dell’american dream. Eastwood è, forse, l’ultimo dei grandi registi classici; incarnazione dello spirito dei John Ford e dei Don Siegel (suo vero e riconosciuto maestro, insieme a Sergio Leone): il suo linguaggio è potente e sontuoso, ed evita accuratamente gli escamotage del cinema ipercinetico e adrenalinico che oggi va tanto di moda, e che un equivoco vuole al passo coi tempi. In Mystic River Eastwood, come un cesellatore, abbonda nell’uso di cadenzati campi/controcampi, di primi piani sui quali si permette infinitesimali zoomate (con lo zoom ottico!!), si concede di punteggiare la narrazione con sospese dissolvenze incrociate. Ciò che ne deriva ha la poderosa solidità di un monumento classico; il che non vuol dire che il regista non conosca anche estreme raffinatezze nei movimenti di macchina, che è, ad esempio, quasi sempre sinuosa e rasoterra in tutto il flash back iniziale, ed invece piomba sui personaggi da cielo, a volo d’uccello o con potenti dolly, nei momenti di snodo narrativo. Abbiamo parlato di tragedia shakesperiana, e non abbiamo esagerato: i temi toccati sono infatti l’innocenza, la colpa, il peccato, la responsabilità di fronte alla storia, il potere, trattati con una radicalità ed una cupezza, un timore reverenziale e un profondo pessimismo che paiono desunti dall’opera del grande bardo. Ma shakesperiane sono anche le straordinarie figure di donna che popolano il film: ora innocenti, ora deboli e sofferenti, ora crudeli e ciniche, vero motore della Storia. Nella dura e nera (quella penombra densa...) sequenza dell’ultimo dialogo fra Jimmy ferito dalla colpa del suo errore e la moglie che lo giustifica, non si possono non rilevare parallelismi con il confronto fra Macbeth e Lady Macbeth. Ma Eastwood crea tutta una serie di immagini emotivamente molto forti, quasi simboliche: come dimenticare, all’inizio del film i nomi dei tre bambini incisi nel cemento fresco, con quel DAVE rimasto a metà, a causa del rapimento (nomi che rimarranno incisi, per sempre, come una cicatrice sulla strada del quartiere, così come quella terribile vicenda rimarrà per sempre incisa nei cuori e nelle menti dei tre ragazzi); oppure la sfilata del 4 di luglio, che chiude il film, e che diviene una sorta di macabro, oscenamente allegro funerale (ma negli occhi del figlio di Dave c’è solo immensa tristezza...). Una menzione particolare va, poi, agli attori; soprattutto ad uno straordinario, dolente Sean Penn e ad uno stanco, segnato Tim Robbins, che insieme a Kevin Bacon incarnano davvero al meglio “tre bambini che non sono sfuggiti ai lupi”. (Manfred)
François Ozon è forse il più interessante regista francese della nuova generazione, ormai assunto a ruolo di primo piano dopo il grande successo del suo 8 Donne e un mistero. Già comunque si era distinto per opere interessanti e profonde, marcate da un gusto per il melodramma mediato dalla lezione di Fassbinder (e quindi, per proprietà transitiva, di Douglas Sirk), omaggiato esplicitamente nel terzo film di Ozon, Gocce d'acqua su pietre roventi. Altre caratteristiche tipiche del suo cinema, e che ritroviamo in Swimming Pool, sono il gusto per certe atmosfere noir, molto fredde e minimali, ispirate alla tradizione del "polar" francese, e l'evidentissima passione per i personaggi femminili. Come un vero maestro Ozon ha anche le sue attrici "feticcio", nel suo caso Charlotte Rampling e Ludivine Sagnier, interpreti di vari film del regista francese e presenti, anzi riverite e mostrate in tutta la loro avvenenza, in questo suo ultimo film. Swimming Pool è una sorta di noir molto atipico: la storia è quella di una scrittrice di gialli, interpretata dalla Rampling, che si trasferisce in una villa in Francia di proprietà del suo editore (e forse amante) per trovare la concentrazione necessaria a scrivere il suo nuovo romanzo. Qui incontra, inaspettatamente, la figlia ventenne (Ludivine Sagnier) del suo editore. Il rapporto inizialmente difficile tra le due comincia a distendersi quando improvvisamente accade una tragedia che le stringe in una relazione di intima complicità. In modo molto sottile il film si conclude lasciando il dubbio che le vicende mostrate non siano altro che la storia che la giallista sta scrivendo, un finale di "meta" interpretazione molto raffinato e intelligente. Se sia quindi un vero noir o un mero pretesto poco importa perché Swimming Pool resta un film affascinante ed elegante, interpretato magistralmente, e costruito dando una forte e bellissima connotazione alla psicologia dei due personaggi femminili (gli uomini sono poco più che comparse in questa pellicola di Ozon, così come in molte sue altre opere). Il film è anche un omaggio alla bellezza e alla sensualità del corpo femminile ed è perciò marcato da un pizzico di erotismo, per cui la macchina da presa si inebria a seguire le curve provocanti del corpo della Sagnier ma anche la algida sensualità della Rampling, bellissima anche nella maturità. Swimming Pool è quindi un'opera fredda, un po' cerebrale, senz'altro non facile e immediata come 8 Donne... (che a guardar bene era "apparentemente" facile) ma estremamente intelligente, interessante e misteriosa. Da guardare e riguardare con attenzione. Web: http://www.francois-ozon.com/. (Christian Dex)
Il difficile momento è giunto: la trilogia (anche se già si sentono girare voci riguardanti un eventuale quarto episodio) di Matrix è giunta al termine, e si renderà necessario dare una valutazione dell’insieme; lavoro improbo, per diversi motivi cui accenneremo lungo l’arco della recensione. Ma andiamo per gradi e iniziamo a parlare di questo terzo episodio per poi cercare di dare una valutazione della trilogia nel suo complesso. Iniziamo dalla trama e dai complessi intrecci che uniscono tra loro gli ultimi due episodi: Matrix Reloaded aveva rivisto il ruolo di alcuni personaggi; ad esempio ci si era resi conto del fatto che l'Oracolo è un software e che Smith è una sorta di virus che ha intenzione di distruggere il sistema. Si era anche concluso lasciando molte domande aperte, come era possibile immaginare: chi (o cosa) è realmente Neo? Qual è il vero ruolo dell’Oracolo e per quale motivo sembra aiutare i ribelli? L'unica di queste domande cui non viene data una risposta chiara è probabilmente quella che riguarda la natura di Neo, in grado di interagire con le macchine anche al di fuori della Matrice. Al contrario, si chiarisce il ruolo dell'Oracolo: sembrerebbe, infatti, che all'interno di Matrix esista una sorta di dualismo, due schieramenti di software i cui punti di riferimento sono l'Oracolo da una parte e l'Architetto dall'altra. La prima fazione sembra essere convinta che ci debba necessariamente essere un'interazione tra uomini e macchine (o software, ovviamente...) perché altrimenti il sistema è destinato a crollare in maniera definitiva; l'altra, invece, spinge nella direzione dell'estromissione di qualsivoglia volontà umana, con l'intenzione di sfruttare gli organismi esclusivamente come fonte di energia. In tal senso, l'Oracolo non può che aiutare gli uomini in qualche modo, senza poter svelare la verità tutta insieme, per evitare la rottura di un sottile equilibrio, e deve in qualche modo occuparsi della "sostituzione" del prescelto e della propagazione, nel tempo, della "leggenda". Lungi dall'essere un'idea nuova (nel ciclo di Hyperion di Dan Simmons la diatriba tra le fazioni di software è al centro di quattro romanzi), quella di una Matrice in bilico tra due situazioni possibili, entrambe distruttive crea un certo interesse nell'intreccio. Nel suo percorso alla ricerca dell'equilibrio tra le due parti e nel tentativo di distruggere Smith, Neo passerà frequentemente dalla Matrice al mondo reale attraversando strani luoghi popolati da altrettanto strani personaggi: ne è un esempio la stazione-limbo in cui incontra la bambina che la fine del film rivelerà essere un personaggio di notevole importanza. L'azione si svolge quindi in entrambe le realtà, quella fisica e quella virtuale, ma con modalità completamente diverse da quelle dell'episodio precedente: laddove in Reloaded vi erano lunghissime scene di combattimento corpo a corpo (che, mi sento di doverlo specificare, erano fin troppo seriose e non avevano nulla dell'humor nero e splatter dei combattimenti di Kill Bill) nonché scene da film d'azione stile poliziesco, come la scena dell'autostrada, in questo Revolutions l'azione è incentrata sui combattimenti fantascientifici volti alla distruzione di Zion. Questo rende l'episodio finale decisamente meno noioso del precedente, anche perché le scenografie sono spettacolari e l'uso di effetti speciali raggiunge vertici incredibili. Le citazioni sembrano numerose: da Guerre Stellari (il viaggio della navicella nel tunnel) addirittura a Jurassic Park (gli stormi di sentinelle mi hanno ricordato da vicino le mandrie di piccoli dinosauri in fuga dal tirannosauro). Ma quello che stupisce, da un punto di vista sia della scenografia sia della trama, è l'arrivo di Neo alla città delle macchine, il nucleo gestionale e politico del nuovo mondo, un'infinita distesa di luci, impianti, linee di alimentazione e qualunque altro tipo di marchingegno: è in questo luogo che si risolverà la questione riguardo alla sopravvivenza o meno di Zion e, secondo quanto asserito dall'Architetto, della Matrice stessa. Anche qui i riferimenti si fanno notare: vedendo la città, non ho potuto fare a meno di pensare alle prime scene di Blade Runner, in cui una Los Angeles sconfinata ed inquinata viene sorvolata lentamente, tra lampi e sbuffi di fiamme. Cosa dire della trilogia nel suo complesso? I tre film sono molto diversi tra loro: certo, hanno una trama in evoluzione, ma le loro caratteristiche sono molto differenti. Il primo episodio è un film che ha fatto epoca per l'idea interessante alla base della trama ma anche per le soluzioni realizzative, che hanno stimolato la fantasia di moltissime persone (vi è mai capitato di vedere quel filmatino che gira su web noto come "Muccatrix"?). Intelligentemente, gli autori si sono resi conto che sarebbe stato impossibile raggiungere i livelli di quell’episodio, e hanno deciso di cambiare registro nella seconda e di cambiarlo ancora una volta nella terza parte. In questo modo hanno cercato di accontentare un po' tutti, dagli amanti dei film alla Steven Seagal fino ai cultori della fantascienza guerresca e d'azione, a coloro che apprezzano i film d'intreccio e spionaggio. Ne viene fuori una trilogia spezzata e alquanto discontinua ma gestita con intelligenza, al punto che si è trovata ad invadere definitivamente il mondo di tutti i giorni, anche al di fuori delle sale cinematografiche: basti pensare alla recente pubblicità televisiva di uno spumante che cita chiaramente i film della trilogia. Sarebbe stato possibile gestire meglio l'evoluzione? Sinceramente non saprei: personalmente ho trovato abbastanza noioso il secondo episodio, e mi aspettavo evoluzioni più clamorose nel terzo; dato il successo avuto dalla trilogia, direi che le scelte sono state, almeno commercialmente, azzeccate. Web: http://www.whatisthematrix.com. (Ankh)
Noi amanti incondizionati del cinema di genere andiamo volentieri alla ricerca di film appartenenti a cinematografie “minori”, poco conosciute o mal distribuite, che a volte possono riservare delle autentiche sorprese. Dunque, questo The Pool, ammiccante titolo americaneggiante per Der Tod feiert mit sembrava fare al caso nostro: uno slasher movie, tedesco, ambientato a Praga, e poi quei trailers… Così siamo entrati fiduciosamente nella sala cinematografica. Dopo una ventina di minuti abbiamo pensato di essere di fronte ad un’esercitazione amatoriale, frutto del lavoro di un gruppo di studenti delle scuole medie. Il film è effettivamente uno slasher,che ha come modello tanti college/teen horror americani: c’è un serial killer nerovestito, con il volto coperto da una maschera da teschio (fra Scream e Kriminal), ha un machete (che fa molto Venerdì 13), e ammazza una serie di studenti che si sono intrufolati abusivamente in una sorta di "aqua park" praghese. E questo poteva far sperare in un coinvolgente divertissement citazionista. E invece il film è di una bruttezza senza pari: la virtualmente affascinante location praghese viene buttata via senza alcuna attenzione, riducendo il tutto a poche, anonime, inquadrature iniziali. I giovani attori sono tutti di un’inespressività quasi patologica, e dire che i personaggi che interpretano sono tutti superficiali e tagliati con l’accetta è essere buoni. Ma ciò che più lascia allibiti è la confezione del film, la regia (?) di Sychowsky, il montaggio dilettantistico. La qualità della fotografia del film è pari pari a quella che ritroviamo nei tv movie tedeschi che da qualche anno, chi sa per quali misteriosi accordi commerciali, Rai Due ci propina il sabato sera. Sychowsky riesce nel difficile compito di rendere confusa una trama banale e stravista e devo ammettere che forse non ho nemmeno capito troppo bene le motivazioni (sessual-psicopatologiche etc etc…) che portano l’assassino ad uccidere. Bene, direte voi, ma sicuramente gli autori del film ci saranno andati giù duro con lo splatter ed il gore, così come, ad esempio, avrebbe fatto il loro connazionale Andreas Schnass: ed invece nemmeno questo, perché i momenti dei delitti sono glissati e resi con ellissi ipocrite ed insopportabili in un prodotto dichiaratemente “di genere”. A questo punto dovrei dirvi di lasciare perdere: ed invece no, vi consiglio di investire qualche euro in questo manuale pratico di sgrammatica, per imparare come non si deve fare un film. Piuttosto avrei una domanda per i distributori italiani: con quale criterio decidete di farci vedere, peraltro in gran ritardo, prodotti come questo e di escluderci dalla fruizione di film, fra gli altri, di Del Toro, Yuzna, Ferrara, Romero…? (Manfred)
La giovane Julia, soffre fin da bambina di “terrori notturni”, di incubi che non la fanno dormire. Dopo che un suo amico si suicida a causa dello stesso disturbo, la ragaza entra in contatto con una serie di persone che hanno lo stesso problema e comincia a capire che il suo non è solo un disturbo neurologico, ma che “Loro”, le creature che popolano i suoi incubi, esistono davvero, da qualche parte, là nel buio in attesa per colpire di momentanei black-out (e forse del Grande Black Out, che dai media le autorità ritengono imminente). L’australiano Robert Harmon aveva debuttato una ventina d’anni fa con il notevole thriller The Hitcher, e adesso ci riprova con la produzione nientemeno che di Wes Craven, il quale se da qualche anno, come regista, pare avere perso il mordente di un tempo, come produttore non ne imbrocca una (chi si ricorda di Dracula’s Legacy?). E anche questa volta pare che non voglia smentire la sua fama. They avrebbe potuto essere un notevole film visto che maneggiava una materia affascinante e virtualmente ricchissima: il buio, il terrore infantile, il black out, i demoni da un’altra dimensione. E invece il risultato non va al di là di un horror adolescenziale tanto patinato quanto privo di fascino e di carattere, in cui l’idea di partenza (una persona che ha paura del buio che si confronta con la possibilità di una città senza luce), viene buttata via come se niente fosse. Qua e là si sobbalza sulla sedia, grazie a qualche buon (e collaudato) effetto alla Sesto Senso, e qualche buona sequenza è da registrare, come, ad esempio, quella del suicidio del ragazzo di fronte a Julia in un bar affollato, o quella (piuttosto lunga) di Julia assediata da “Loro” dopo essere rimasta chiusa nella metropolitana. Il finale, poi, crudele e lovecraftiano, che rinuncia all’happy ending, ci mostra come il film avrebbe potuto essere se non avesse aspirato alla categoria dei teen-horror; e da Craven ed Harmon era lecito attendersi davvero qualche cosa di più. (Manfred)
L’ultimo film di Kitano, maestro indiscusso del cinema giapponese, è una vera sorpresa: abbondonate le storie noir iperviolente di “yakuza” (come Sonatine e Hana-bi) e le atmosfere malinconiche e poetiche che caratterizzano una parte della sua produzione (vedi il suo penultimo capolavoro Dolls), Kitano recupera la tradizione folklorica del suo paese e ambienta il film in un oscuro medioevo giapponese, dal carattere rurale e guerriero. Protagonista è il massaggiatore cieco Zatôichi, interpretato dallo stesso Kitano, mitico personaggio di tante saghe giapponesi, maestro samurai abilissimo con la spada, che tiene diabolicamente nascosta all’interno del suo bastone da viaggio. Fin dall’inizio il film mostra la sua caratteristica principale: una storia dalla trama piuttosto semplice, tutta basata su duelli di spada estremi ed ipercinetici, in cui il sangue corre a fiotti, ma sempre costruiti con una estrema eleganza e raffinatezza di gesti e con una grande capacità estetica nell’utilizzo dei colori e della fotografia. Il riferimento dal punto di vista registico è molto evidente: Zatôichi è un voluto omaggio al grande maestro giapponese Kurosawa e alle sue famose pellicole come I sette samurai, che tanto hanno influenzato il cinema western americano. Ma il film riprende anche le atmosfere tese ed essenziali, spesso silenziose, ma vibranti di tensione del grande regista di “spaghetti western” Sergio Leone. All’interno di questo contesto Kitano inserisce alcune delle caratteristiche tipiche del suo cinema, come i forti legami d’amore e d’amicizia tra alcuni personaggi, in questo caso impersonificati dalle due bellissime figure di geishe, una sorella e un fratello travestito da donna, alla ricerca della loro personale e terribile vendetta. Particolarmente frequenti sono poi i momenti buffi e divertenti che non mancano mai nel cinema di Kitano, che del resto in patria è diventato famoso soprattutto come attore comico: alcuni personaggi, come l’apprendista samurai che gira tutto il giorno nudo nel villaggio urlando a squarciagola, o l’impenitente giocatore d’azzardo continuamente baciato dalla sfortuna sono delle macchiette davvero buffe e commoventi. Complessivamente dunque Zatôichi è un film che sorprende, diverte ed appassiona, una vera e propria pellicola di “cappa e spada” d’altri tempi, fatta con l’abilità e l’intelligenza che da sempre contraddistinguono l’opera di questo autore. (Mircalla)
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